Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla città e da ogni
casolare e campo, saliva ai monti e s'internava tra due falde boschive e
dense come in una notte cupa.
Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio peso, rallentava il
galoppo e sbuffava; e tuttavia Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni
perché salvasse il suo amore: l'Agnesina, che impaurita chiudeva gli
occhi e sentiva la frescura ventarle i capelli, con le braccia stringeva
piú forte il petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto la
destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva il viso e le susurrava
su 'l capo: -- Anima mia! -- ed ella taceva rabbrividendo; ma a un punto
l'Agnesina sospirò: -- Guglielmo! --, e Rinaldo comprese d'improvviso e
allibí. Tacque: non sarebbe stato da stolto perdere ciò che per sorte
aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone parole -- pensava -- che
m'ascolterà e l'avrò in pace prima di giorno; ma dove andremo?»; mentre
essa, che non ardiva domandargli «Dove ci fermeremo?», si fidava tutta
nel cuore che sentiva battere sotto la sua mano.
La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso forse dieci miglia,
risaliva erta per una folta e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di
poter riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un abete; poi, prese
una mano della fanciulla e, senza piú velare la voce, le disse: -- Qui,
anima mia, saremo sicuri --. Alle parole di lui l'Agnesina vide che non
era Guglielmo e con un grido di spavento, quasi riconoscesse un suo
mortale nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a supplicarla
dicendo: -- Agnesina, ascoltatemi e non temete di me; ma alla fanciulla
s'annodarono in gola parole e singhiozzi, finché copertasi con le mani
il volto in atto di vergogna e sciagura, proruppe in pianto.
-- Ascoltatemi -- supplicava Rinaldo fuori di sé medesimo, perché temeva
di perdere la nuova speranza. -- Voi mi chiamaste; io credetti che alla
fine v'avesse presa pietà di me e voleste darmi la maggior consolazione
che uomo provasse mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste:
«Guglielmo», e io m'accorsi dell'inganno; ma allora che cosa potevo, che
cosa dovevo fare? Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi
volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro; io vi
ricondurrò, ma la madre, adesso come allora, v'accoglierà con sospetti e
n'avrete rimbrotti e castigo.
Oh quanto l'Agnesina piangeva duramente senza dare ascolto a Riccardo!
Il quale proseguiva:
-- La colpa non è stata mia, non vostra, non di Berlinghieri: è stata
della mia fortuna, che mi ha condotto alla vostra casa prima di
Guglielmo e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi vi vuole tanto
bene potrebbe lasciarvi in simile guaio se potesse consolarvi un poco?
L'Agnesina, ascoltando Rinaldo, piangeva sempre duramente.
E Rinaldo, tuttavia concitato e tremante, continuò a maledire la sorte
per cui egli, anzi che rallegrarsi, doveva affliggersi dell'avere in sua
mano la donna desiderata: ma poiché la fanciulla non si quetava, egli
riprese a dire delle parole savie.
Diceva con voce tenera: -- Io non vi offenderò mai, Agnesina. Voi, che
non avete uguali in bellezza, siete uguale nell'onestà ad ogni altra piú
gentil donna di Firenze ed io conosco che Guglielmo mi sopravanza in
valore e cortesia e che meritava tutto da voi. Ma quando ce ne torniamo,
neppure Guglielmo vorrà persuadersi che io non vi abbia tócca; e se la
madre vi scaccerà, e se Guglielmo non vi crederà, dove andrete voi, a
chi vi affiderete voi?
L'Agnesina piangeva meno duramente, meravigliata delle oneste parole del
giovane; e questi se ne avvide e il conforto che ne ricevette lo rimise
nella concitazione di prima.
-- Crudele vicenda di tre! -- diceva --. Ma dei tre io non avrò pace mai
piú; io stolto, che vi voglio bene come Guglielmo; e voi, non per voi ma
per Guglielmo, seguitate a piangere!
E le chiedeva perdono di quel suo amore quasi di un'azione cattiva: le
diceva i molti disagi, le lunghe notti insonni, i gravi martíri patiti
per lei, e gli sdegni dei suoi e gli scherni dei compagni e i giochi e
le feste che volentieri aveva obliati per lei, fino a consumarsi per lei
l'anima e il corpo. Ma l'Agnesina pareva ascoltare un'altra voce che le
discorresse nel petto. L'ammoniva l'altra voce di non trarre a morte
Rinaldo; a pensare ch'egli non aveva altra colpa che di amarla molto e
che colpevole era piuttosto Guglielmo, il quale dimentico o falso non
s'era trovato a prenderla fuggente di casa; a considerare come bel
giovane fosse pure Rinaldo e in che onore la tenesse: perché non
raccogliere il piacere che da tempo la sua giovinezza le prometteva,
perché rimanere lagrimosa e confusa quando alla lieve sventura non era
rimedio? Ond'ella passò il rovescio della mano sui grand'occhi molli di
pianto. Ma Rinaldo, cieco e disperato di potere piegarla, irrompeva in
queste aspre parole:
-- Meglio farei ad ucciderti perché altri non abbia mai ciò che altri ti
avrebbe súbito tolto; pure io voglio che tu veda e creda a che mi hai
ridotto. Or dunque tu salirai su 'l cavallo, che è docile, e andrai dove
piú ti piacerà, ed io lascerò qui il mio corpo, carne buona per i corvi
e per i lupi.
Cosí dicendo toglieva dalla cinta il pugnale; ma l'Agnesina lo rattenne
inorridita e gridò: -- Rinaldo, non fate!
Rinaldo rimase sospeso guardandola come uomo che sia fra la vita e la
morte, come anima che dubiti fra il paradiso e l'inferno; e l'Agnesina,
a cui Guglielmo Berlinghieri era del tutto uscito dalla memoria, gli
gettò le braccia al collo vergognosa e sorridente e piena di desiderio e
di grazia.
Quando furono stanchi del piacere, s'addormentarono stretti l'uno
all'altra; e sognarono d'essere cosí, stretti l'uno all'altra.