Corse la fama che la bella Giovanna del Farneto andava in moglie al
vecchio sire di Monveglio; e la gente compiangendo la donzella ne
ignorava tutta la sventura, ignorava che il suo dolore era quale il
segreto dolore di Raimondo di Santelmo.
Le nozze s'annunciavano magnifiche. A un'abbazia a mezza strada tra
Monveglio ed il Farneto, alla quale d'ogni parte dovevano convenire i
parentadi degli sposi, si sarebbe celebrato il matrimonio una mattina
presto; e messer Lapo, che non poteva girare e cavalcare, avrebbe attesi
gli sposi nel castello al convito delle nozze.
Magnifiche le nozze; ma neppure la solenne circostanza fece liberale
messer Lapo, e per non spendere nei cavalli che recassero le parenti e i
servi di scorta alla figliuola, egli mandò attorno qua e là a domandarne
in prestito. Di che avuta notizia Raimondo di Santelmo desiderò che il
suo buon leardo, già ignaro testimone del suo amore lungo e sfortunato,
fosse testimone a Giovanna anche del dolore e della fede sua
richiamandole il ricordo di lui per ogni passo del cammino doloroso; e
inviò un valletto a chiedere di grazia a messer Lapo che disponesse a
palafreno della sposa il suo cavallo. -- È quieto -- disse il valletto
-- e la porterà soavemente.
Messer Lapo acconsentí. E la mattina delle nozze, quando avanti giorno
le fantesche vestivano la povera Giovanna e gli scudieri allestivano gli
altri cavalli per la compagnia, e in tutto il castello era un
affaccendarsi rumoroso e gaio, il leardo fu condotto da Santelmo. Al
lume dei torchi, per la finestra della sua stanza, messer Lapo vide
partire la compagnia, e guardò a lungo la figliola, la quale gli parve
bella e bene adorna; ma non porse attenzione a come fosse bello e bene
adorno anche il leardo che la portava ambiante, dolcemente.
La cavalcata procedeva triste. I primi raggi del sole si spegnevano in
una nuvolaglia biancastra e nell'aria plumbea non si moveva una foglia
di tutto quel bosco entro cui la strada penetrava perdendosi nel fondo
fitto; non un uccello cantava allegro; e la sposa sentiva cosí enorme il
peso della sua sventura che non aveva forza di piangere e le mancava il
respiro. La cavalcata procedeva triste. Nel cielo, sopra, la nuvolaglia
si addensava a poco a poco e dinanzi l'aria si rabbuiava sempre piú,
quasi annottasse: però alcuno della scorta, interrogato il tempo,
proponeva di tornare indietro.
-- Siamo a mezzo viaggio: avanti! -- dissero gli altri. E la sposa,
smarrita nel suo dolore enorme la considerazione delle cose, non vedeva
e non udiva; non udiva che ripercuotersi nel cuore il passo uguale del
leardo: Raimondo! Raimondo! Raimondo!
Già un rombo sordo passava per le nuvole imminenti: cavalieri e dame
incitarono destrieri e palafreni e con paura tentavano di ridere. --
Povera sposa! L'acquazzone la coglieva per la strada! -- Infatti
l'intemperie cominciò a risolversi in gocce grosse e rade e poi in
un'acqua dirotta, crosciante, fragorosa. Nel fondo livido i lampi
guizzavano e s'inseguivano tra gli alberi che al bagliore parevano
mostri sbigottiti, e il tuono, dentro quel cielo e dentro quel bosco era
il rotolare d'un traino infernale.
Finalmente con strepito di schianto repentino un fulmine stridette e
scoppiò da presso ed il leardo spaventato prese la corsa d'una furia:
corse cosí, non piú veduto, un lungo tratto della strada; poi, non piú
veduto, balzò dalla strada oltre un rio e dietro un sentieruolo
obbliquo; e la sposa, avvinghiata alla criniera, cieca di terrore
sembrava tendesse lo sguardo ad un abisso nel quale s'aspettasse di
precipitare.
Quanto camminò il leardo traverso la boscaglia? D'improvviso Giovanna
riacquistando la vista delle cose si scorse fuori del bosco, sotto il
cielo terso e luminoso e davanti a un piccolo castello bianco e solatio.
Il leardo nitrí. Dal castello uno scudiero guardò e riconobbe il leardo;
guardò il sire del luogo, Raimondo di Santelmo, e riconobbe Giovanna; e
poiché fu abbassato il ponte lestamente, Giovanna cadde dal cavallo
nelle braccia di Raimondo.
Ma lo scudiero aveva a pena dato da mangiare al cavallo madido di
pioggia e di sudore che il sire venne nella stalla e comandò: -- Salta
in groppa e corri dal proposto di Sestale: che per nessuna cosa al mondo
manchi di essere qua prima di notte.
Né era ancora notte quando, mentre le genti del Farneto e di Monveglio
ricercavano tuttavia pe 'l bosco la donzella, il signore del Farneto e
il signore di Monveglio appresero che madonna Giovanna, in cospetto di
Dio e del prete di Sestale, era divenuta moglie a Raimondo di Santelmo.
«Mi sta bene» disse quel di Monveglio; ma l'altro bestemmiò Iddio e la
sorte e la figliola. E piú tardi, imparando il fatto del leardo,
«Maledetto quel cavallo! -- gridò con rabbia --. Per lui ho rinnegata la
figliola e lascierò al diavolo la mia roba.»
Ser Lapo, la notte, nei sogni torbidi osservava un cavallo furioso con
sópravi la figlia traverso il bosco, e la visione e l'impressione dei
sogni perdurandogli nella mente turbata e affievolita, egli ripeteva
spesso anche di giorno: -- Ah quel cavallo! quel cavallo!