davo tre _soirées_ in settimana, adesso.... uno solo e pochissimi amici
del mio papà: funzionari e funzionarie. È il peso della rappresentanza.
Si fa un po’ di musica, quattro salti.... Una tazza di tè, un bicchiere
di _champagne_.... Perchè mi guardi così?
PONTEDERA.
Ammiro la tua _toilette_.
REMIGIA.
Ti piace? È dell’anno scorso. Ha un anno!
PONTEDERA.
Si vede, che è giovane!
REMIGIA.
Dopo che abbiamo salutato il papà, vieni anche tu, di là?... No?
PONTEDERA
mostrando che è in giacca.
Guarda: l’abito non fa il monaco, ma fa il gentiluomo.
REMIGIA.
Prendi una carrozza e in un quarto d’ora sei di ritorno, in punto e
virgola! La verità è che _tu_ non mi puoi soffrire! E dici di voler
bene al mio papà!
PONTEDERA sorridendo.
Se fosse precisamente per questo?... Perchè tuo padre ti ama troppo?
REMIGIA.
Gelosia, allora?
PONTEDERA
scrollando il capo.
Timore.
REMIGIA scherzando.
Mauro, Mauro, mi fai insuperbire!
PONTEDERA.
No! No! Alla mia età, le belle signore, non mi fanno più paura altro
che per i miei amici. Ti temo.... per tuo padre.
REMIGIA
corrugando le ciglia.
Perchè?
PONTEDERA.
Te l’ho già detto il perchè. Ti ama troppo. Non bisogna mai amare gli
altri più di noi stessi. È un amore contro natura e perciò morboso e
colpevole.
REMIGIA.
Quando si ama davvero, si ama sempre più di noi stessi.
PONTEDERA.
Le amanti; non le figliuole.
REMIGIA.
Perchè questa differenza?
PONTEDERA.
Perchè le amanti sono disturbi passeggeri. Come i flemoni, durano
soltanto finchè dura l’infiammazione. Poi, le amanti, si prendono
già coi loro difetti; anzi per lo più, è soltanto per i loro difetti
che si possono prendere. Invece, le figliole sono il nostro prodotto,
soprattutto morale. La nostra gioia.... non sempre, ma sempre la nostra
responsabilità. Bisogna per ciò allevarle con amore, ma soprattutto
educarle.... con rigore.
REMIGIA.
E i figliuoli?
PONTEDERA sorpreso.
Figliuoli e figliuole, s’intende!
REMIGIA.
Allora, scusa una domanda. Te.... chi ti ha educato?
PONTEDERA ridendo.
Brava! Mi hai data la lezione che mi merito! Bravissima.
Chiamata al telefono.
REMIGIA
andando al telefono.
Certo, il papà!
PONTEDERA.
Dirà che non può venire!
REMIGIA al telefono.
Pronti!... — Con chi parlo?...
Voltandosi a Pontedera.
Non è il papà! È Scarlini.
Di nuovo al telefono.
No! Non è ancora tornato!... — Sì! Certissimo!... Ha detto alle
dieci!... — Sì! anche il dottor Pontedera è qui ad aspettarlo!...
— Come? Eugenia è andata al Costanzi? Proprio stasera?... Viene
dopo teatro?... — Allora le perdono!... — Sì! sì.... Va bene!... A
rivederci!
Toglie la comunicazione: entra
Mattei.
SCENA TERZA.
PONTEDERA — REMIGIA — MATTEI, in frak, soprabito col bavero alzato e
cappello a cilindro. Al collo, la commenda Mauriziana.
MATTEI
di buonissimo umore.
Qualche seccatore?... Gli avrai risposto, spero, che non si sa quando
torno?
REMIGIA.
È Scarlini,
MATTEI.
Meno male.
REMIGIA.
Viene adesso, per parlarti.
MATTEI.
Sarà per il giornale. Vorrà le indiscrezioni del pranzo!
Ridendo.
Sta fresco!
Si sbottona il paltò per levarselo
e ripiega il bavero, ma poi lo
rialza subito, comicamente,
per nascondere la commenda a
Pontedera.
Il prezzo del tradimento!
Risata.
REMIGIA
ripiegandogli il bavero.
No! Stai così bene in frak con la commenda!
Gli leva il cappello e il paltò.
Non è vero, Mauro, com’è bello, così, il mio papà?
MATTEI
voltandosi a Pontedera.
Sono bello?
PONTEDERA.
Un arco baleno!
MATTEI
osservando Remigia.
Ma.... anche tu.... Lascia vedere.... hai una certa commenda al
collo....
Fissando la collana e oscurandosi
in viso.
Non te l’ho mai vista?
REMIGIA.
Sì, papà, tante volte!
MATTEI.
No.
REMIGIA nervosa, in fretta.
Perchè non ci hai mai badato!... Non ti ricordi, il cambio che ho fatto
con le mie perle, quelle del matrimonio, col braccialetto che mi hai
portato da Londra, con tanti altri _bijoux_?
Chiamando forte.
Luigi!
LUIGI entra.
REMIGIA.
Prendi la roba del papà!
MATTEI subito, a Luigi.
Bravo! Amicone!
Indicando che vuol levarsi il
frak.
Portami la _redingote_, la giacca, quello che vuoi!
LUIGI
esce con la roba e rientra con un
altro abito.
REMIGIA.
Devo telefonare a Scarlini che sei tornato a casa?
MATTEI di buon umore.
Non ha già detto che verrà?...
REMIGIA.
Sì.
MATTEI.
E allora lascia correre!
A Pontedera.
Dieci minuti di riposo tra un esercizio e l’altro!... Precisamente come
al Circo Equestre!
Ridendo.
Non dicono che sono un _clown?_... un trasformista?... un
equilibrista?... Dunque, musica! _Cium! Cium!_ Il celebre acròbata,
Pietro Mattei, si presenterà dinanzi a questo colto pubblico
maravigliandolo con nuovi salti e capriole!
Si leva la commenda, la consegna
a Luigi che con Remigia lo ha
aiutato a mutarsi d’abito; — a
Luigi, con comico rispetto.
Nell’astuccio, come una reliquia! Non è benedetta.... ma ha avute tante
benedizioni! Però, se sono portentosi i salti del vecchio _clown_
a Pontedera
per lui, non saranno salti mortali!
Con la gioia che gli brilla negli
occhi.
Saranno mortali per le camorre, per le clientele, per le mangerie dei
fornitori, dei mediatori, per quella piovra che si chiama burocrazia,
la quale complica e ritarda ogni movimento, dissanguando lo Stato! —
Ma quante ire, quanto odio!... E come mi fa piacere il sentirmi così
combattuto, così odiato!
Risata.
Mi raddoppia la lena! mi.... ringiovanisce! — Buffone! Saltimbanco! —
_Cium! Cium!_ Avanti signori! È il vecchio _clown_ questa volta, che fa
ballare gli inetti, i bricconi, gl’imbroglioni! — Avanti! Pagatemi pure
con moneta lurida! Con le ingiurie! Non potrete mai darmi del ladro, e
per questo il più forte sarò sempre io!
REMIGIA.
Non gridare, papà!
PONTEDERA.
Non inquietarti!
MATTEI.
Inquietarmi? Se sono l’uomo il più sereno e il più felice del mondo?
A Pontedera.
Sai il perchè?...
Lo fissa: allude al Re.
Non mi sento solo e con quello là....
Si picchia col dito in mezzo alla
fronte.
Te lo dico io! Andiamo bene! È....
risata
un bravo ragazzo!... Lasciami, lasciami lavorar di piccone contro tutto
questo vecchiume ingombrante che toglie l’aria e la luce, e dirai anche
tu, uomo dei pregiudizî, che questa volta ho fatto bene a dir di sì, a
non dormire sugli ideali, a non ridurre il mio berretto frigio.... un
berretto da notte!
Si ferma.
Senza accorgermene vi minacciavo un discorso!
Risata.
Cosa vuol dire le cattive abitudini!
Si sente suonare il pianoforte
dall’uscio lasciato aperto da
Remigia.
Senti?... I tuoi invitati stanchi di aspettarti, cominciano a mormorare
sul pianoforte!
REMIGIA
entra un momento; — ritorna subito
e richiude l’uscio.
Non c’è che Alvise con i signori Martinelli e la marchesa Lébori.
MATTEI.
Va! Va! Non farti aspettare!
REMIGIA.
Verrai anche tu più tardi?
MATTEI.
Se non sarò troppo stanco....
REMIGIA.
Se vai a letto, chiamami prima. Voglio darti la buona notte!
MATTEI.
Intanto, un bacio. Se me ne avrai dato uno di più, te lo renderò!
Abbracciandola.
Divertiti, cara.
SCENA QUARTA.
MATTEI — PONTEDERA.
PONTEDERA.
Quel.... conte Alvise, tuo nipote, non doveva andare a Zanzibar?
MATTEI.
E ci andrà; prestissimo. Deve dare ancora non so che esame; ma ci andrà
presto, a Zanzibar o a Tripoli.
Diventando serio.
Perchè mi fai questa domanda?... Hai veduto mio genero?... Ti ha forse
detto qualche cosa?
PONTEDERA.
Ho incontrato Federico, giorni fa, alla posta. Abbiamo fatto insieme un
po’ di strada. Mi ha invitato ad andare a Subiaco, ma non mi ha parlato
nè di te, nè di sua moglie.
MATTEI.
In ogni modo, il signor Schmidt non avrebbe nessuna ragione di
brontolare. Alvise, non solo è andato fuori di casa mia, ma ci viene
anche ben di rado; quando abbiamo qualche pranzo, qualche ricevimento.
Chiudere la porta in faccia alla gente, capirai, non si può.
PONTEDERA.
Certo! Remigia non si adatterebbe....
MATTEI interrompendo.
Remigia?... Lei?... Ma lei si adatterebbe a tutto! Remigia non ha che
una volontà, un desiderio, accontentarmi!... Voi non la conoscete bene;
per questo, siete tutti ingiusti con lei!
PONTEDERA.
Io dicevo soltanto....
MATTEI.
Non dir niente, che sarà meglio!
PONTEDERA.
Non dico niente....
MATTEI.
Il signor Schmidt.... tutti!... Vi siete messi in mente che Remigia
abbia lei la smania di ricevere, e questo non è vero! Sono io! — I
miei colleghi, i miei funzionari, le loro famiglie.... Bisogna pur
ricevere tutta questa gente! Remigia, appunto, si sobbarca a un monte
di noie, per sollevarmi dalle seccature, dal peso delle visite e dei
complimenti.
PONTEDERA.
Scusa, non parliamo di tua figlia perchè, come Domeneddio, non
va nominata invano. — Ho sentito che di là c’era tuo nipote. Ora,
siccome — saranno più di quindici o venti giorni — mi hai detto che
doveva partire _subito_ per Zanzibar, così m’è sfuggita una domanda
innocentissima.
MATTEI.
Sei sempre padrone di domandare tutto quello che vuoi!
PONTEDERA.
Sei tu che mi hai detto che non volevi più saperne di ricevimenti,
anche per non dar ombra a tuo genero, e che volevi restringerti nelle
spese, perchè ti eri accorto che spendevi troppo. Io non entro mai, di
mia iniziativa, nei fatti e negli interessi altrui.
MATTEI.
_Altrui_. Io non credevo di essere per te un.... _altrui_.
PONTEDERA sorridendo.
Sono un istrice, — lo dici tu stesso, — e pungo senza accorgermene!
MATTEI
prendendolo sotto braccio.
Sai ciò che mancava in casa nostra, non per colpa di Remigia, ma
per colpa mia? — L’ordine. — Messo un po’ di ordine, adesso si va
come l’olio. Si fa la figura di prima e si spende la metà. — La
disgrazia mia e di Remigia, è una sola. Federico. Non che sia cattivo,
tutt’altro! Ma.... _amare_ finisce ad essere un male invece di un bene,
quando non sappiamo anche farci amare!
SCENA QUINTA.
LUIGI e DETTI — poi SCARLINI; in fine la voce di ALVISE.
LUIGI.
L’onorevole deputato Scarlini.
MATTEI
di nuovo allegrissimo.
Avanti! Avanti!
A Pontedera.
Non andar via! Scarlini lo conosci; siete diventati amici. — E poi
a quest’ora ha il giornale e non può fermarsi. Faremo ancora quattro
chiacchiere, finchè vado a letto.
A Scarlini, ridendo.
Se sei venuto per informazioni e indiscrezioni, mi tenti invano.
Girandola, Giano-bifronte, ma il Repubblicano di Sua Maestà è
incorruttibile!
SCARLINI
dopo aver scambiato in fretta una
stretta di mano con Pontedera,
sottovoce a Mattei.
Devo annunciare subito nella prima edizione della _Parola_, che uscirà
domattina, la tua querela all’_Avanguardia_.
MATTEI.
Io, dar querela?
SCARLINI continuando, c. s.
Per un articolo contro di te!
MATTEI forte.
Diventi matto!
SCARLINI.
Bisogna annunziare subito a tutti i giornali d’Italia che darai querela
all’_Avanguardia_, e devi darla.
MATTEI
risponde a Scarlini con una
risata: — a Pontedera, che fa per
andarsene: con forza.
Fermati! Non ho mai avuti segreti per gli amici.
A Scarlini.
Parla ad alta voce.
SCARLINI forte.
Io ti sono amico e ho grande stima di te: te l’ho provato alla Camera;
te l’ho provato nel mio giornale. Io ho sempre ammirata la stoica
fermezza dell’animo tuo contro tutte le ingiurie, contro i più volgari
epiteti. Ne ridevi?... — Ho riso con te. Oggi no. Oggi, devi dar
querela.
MATTEI.
Ho fatto giuramento a me stesso: finchè non si attenterà all’onestà
dell’uomo privato, padronissimi d’inventare quello che vogliono; me ne
infischio.
SCARLINI.
Ma....
MATTEI.
La più grande forza dell’uomo pubblico, dell’uomo di Stato è
l’indifferenza. Guarda i grandi!
A Pontedera.
Guardate Cavour!... E ha avuto, oppositore atroce, un Garibaldi!
SCARLINI.
Ma Cavour non è mai stato accusato di affarismo; di una losca
operazione di Borsa!
MATTEI
un grido terribile: quasi
avventandosi contro Scarlini.
Chee?...
PONTEDERA calmandolo.
Pietro! Pietro!
MATTEI
dà una forte scrollata di spalle.
Risponderò a quella gente, che le mie mani sono troppo pulite per
sbatterle sulla loro faccia.... sporca!
Risata, ma nervosa, cominciando a
ansimare, esaltandosi.
Un gioco di Borsa, io?... Almeno, il verosimile!... Quando mi dànno
del voltafaccia, quando dicono che ho voltato casacca per l’ambizione,
per indossare la livrea di corte, vivaddio per gl’imbecilli, questo
può essere ancora _verosimile_, ma accusare di turpi speculazioni un
uomo che, se soltanto si fosse occupato degli affari propri invece
di occuparsi degli affari del pubblico e dello Stato, sarebbe ricco,
straricco, è stupido, è ridicolo, è grottesco! Grottesco!
PONTEDERA.
Non inquietarti! Non gridare!
SCARLINI.
Il tuo non è ragionare, non è rispondere! E all’articolo
dell’_Avanguardia_ bisogna rispondere!
MATTEI.
Ma trent’anni di vita onesta, non rispondono per me? La mia.... quasi
povertà non risponde per me?... Sono trent’anni che maneggio milioni.
Battendo sullo scrigno.
Questa è la mia cassa! Apritela! Sì e no, vi troverete mille lire,
di mio! Non dò querela. A poco a poco.... bisogna abituarsi a tutto!
Prima non ho più avuto ingegno, — sono diventato una bestia! — Poi non
ho avuto più carattere!... Adesso non ho più nemmeno onestà! Non sono
più nemmeno un galantuomo!... Bisogna abituarsi! Abituarsi a tutto e
poi....
Si lascia cadere sulla poltrona
spossato.
Abituarsi a tutto.... o crepare.
Dopo un momento; a Scarlini.
Questo giornale.... dammelo.
PONTEDERA
va alla scrivania, versa un mezzo
bicchier d’acqua.
MATTEI
sempre più abbattuto, guarda
Scarlini, guarda Pontedera, col
giornale stretto, gualcito, nella
mano tremante.
PONTEDERA
gli offre l’acqua da bere.
MATTEI.
Beve.
Grazie.
Apre il giornale.
SCARLINI indicando.
Seconda pagina. Terza colonna.
MATTEI leggendo.
“Il fasto....„
Colpito.
Il fasto?...
Torna a leggere.
“Il fasto e i fasti di una nuova Eccellenza — Dai giuochi acrobatici,
ai giuochi di Borsa!„
Legge piano tutto l’articolo:
il suo respiro diventa sempre
più affannoso, il volto terreo,
spaventoso: per la prima volta
ha una contrazione, una smorfia
prodotta dalle pulsazioni
trasmesse dai grossi vasi del
collo. — Dopo letto, dà il
giornale allo Scarlini; rauco.
Sì!... Sì!... Querela!... Querela!... Con la più ampia facoltà di prova.
SCARLINI.
S’intende.
Dà il giornale a Pontedera che lo
legge a sua volta.
MATTEI borbottando.
La galera a quella gente!... La galera.
SCARLINI
a Pontedera, mentre legge
l’articolo.
È la prima edizione dell’_Avanguardia_ che arriva domattina in
tutta Italia, mentre la seconda edizione esce a Roma. È perciò
importantissimo che tutti i corrispondenti possano telegrafare ancora
stanotte ai loro giornali il sunto della mia risposta, con l’annunzio
della querela.
PONTEDERA.
Precisamente.
Rende il giornale a Scarlini.
SCARLINI
sorridendo, a Mattei.
Abbiamo poi la circostanza favorevole che se tu sei un galantuomo, lo
sono anch’io, ed è notorio che se il mio giornale ti è amico, non è un
giornale che si vende.
MATTEI più calmo.
E ancora un’altra fortuna. Dal momento che ho ricevuto il telegramma
del ministro del Tesoro, — prima vi faceva opposizione, lo sai — di
dar corso al contratto per la fornitura dei vagoni con le Officine
Italo-Americane, per evitare appunto propalazioni, sorprese da parte
degl’interessati allo smercio dei titoli in Borsa, ho condotto tutte
le pratiche, non solo segretamente, ma _personalmente_. Anima viva non
ne ha saputo una parola, altro che a operazione finita. Di là c’è il
commendator Martinelli, il mio segretario particolare, il mio _alter
ego_: lo chiamo. Egli stesso vi confermerà di averlo saputo soltanto da
otto giorni. — Luigi!
SCARLINI.
Che fai?
MATTEI.
Mando a chiamare il Martinelli!
SCARLINI.
Che Martinelli!
PONTEDERA.
Non abbiamo bisogno di testimoni per crederti!
MATTEI.
Siccome tutti e due reputate necessario, indispensabile, che io debba
raccogliere il fango....
PONTEDERA.
Non raccogliere! Rispondere!
SCARLINI.
E sia! Senza rettorica! Quando vai per la strada e la ruota di una
carrozza t’imbratta il viso di fango, puoi essere galantuomo quanto
vuoi, ma tornerai a casa a lavarti! — Martinelli! Testimoni! — Che
testimoni! Per provare che hai tenuto segreto il contratto con le
Officine Italo-Americane?... Se l’_Avanguardia_, — non hai letto? — ti
accusa appunto di averlo tenuto segreto per giocare o far giocare al
rialzo sulle _Itale_, per tuo conto?
MATTEI smarrito.
Hai ragione! Hai ragione! Ma si finisce anche col perdere la testa!
SCARLINI.
Intanto, di precisato, — per le nostre indagini, — nell’articolo
dell’_Avanguardia_, c’è un _fatto_ e un _nome_. Il giuoco al rialzo,
sulle _Italo-Americane_, compiuto venti giorni fa....
MATTEI.
Appunto! Venti giorni fa!... Precisamente! Il giorno dopo che io ho
ricevuto il telegramma! Quando io solo potevo saperlo!... Quando io
solo lo sapevo?! E il nome?... Non ricordo il nome....
SCARLINI.
Dell’agente di cambio che avrebbe giuocato per tuo conto? Enrico
Gardani!
MATTEI.
Gardani?... Mai sentito nominare. Ma non può esserci stata
indiscrezione, malafede, dall’altra parte?... Da parte delle _Itale_?
SCARLINI.
Potrebbe darsi. C’è, però, una grave circostanza, della quale bisogna
tener conto. Questo Enrico Gardani è un uomo di pessima fama. In Borsa,
dalla gente seria, accreditata, è tenuto il più possibilmente alla
larga. Sono venuto a sapere che è, invece, in intimi rapporti con tuo
nipote.
MATTEI.
Alvise?
SCARLINI.
Appunto; il contino di Venezia, il diplomatico a spasso. Ho saputo
che.... si divertivano insieme. Passavano la notte, giuocando.
MATTEI maravigliato.
Giuocando?
SCARLINI.
Nei mezzanini di un caffè; una bisca di Via Nazionale.
MATTEI.
Mio nipote?... Perchè non me l’hai detto prima?
SCARLINI.
Anch’io non l’ho saputo che un’ora fa.
PONTEDERA.
Da chi?
SCARLINI.
Dal più abile dei nostri _reporters_, Tito Squaglia. Ha l’ardore, il
fiuto di un branco di segugi.
MATTEI.
E ha aspettato proprio un’ora fa?
SCARLINI.
Tito Squaglia segue il fatto del giorno. Consegnandomi la prima
prova dell’_Avanguardia_, ancora fresca di stamperia, mi ha dato le
informazioni che mi potevano occorrere.
MATTEI.
Alvise? Chi sa?... Ancora un ragazzaccio!... Raggirato, trascinato. —
Il giuoco?... — Uhm! Mi ha sempre detto che non giocava mai!
SCARLINI.
Eh!... Dal _fare_ al _dire_.
MATTEI
nervoso; batte sulla spalla al
Pontedera.
Sì! Hai ragione! Lo faremo partire! Subito!
Mormorando tra sè.
E anche il.... tedesco aveva ragione!
Forte.
Ma un’azionaccia, una bricconata.... — Mio nipote?... — No.
Rassicurandosi; sorridendo.
E poi.... Alvise?... Che cosa poteva saperne Alvise del contratto del
Governo con le _Italo-Americane_?
SCARLINI.
C’è però ancora....
MATTEI.
Ancora una circostanza?
SCARLINI.
Un fatto; del quale subito gli chiederai conto.
MATTEI.
È di là: lo chiamo.
SCARLINI.
Tito Squaglia ha saputo che c’era in giro una cambiale di tuo nipote
per dieci mila lire, girata e fatta scontare alla Banca da Enrico
Gardani.
MATTEI.
Alvise? Dieci mila lire? Ma chi vuoi che gli presti dieci mila lire? —
Se non ha un soldo, di suo, povero diavolo!
SCARLINI.
Appunto; è tanto più grave che il Gardani gliele abbia prestate. Vuol
dire, chiaramente, che costui ha messo gli occhi sopra tuo nipote e ha
voluto averlo nelle mani premeditando qualche grasso affare.
MATTEI
si avvia precipitoso verso
l’uscio, a sinistra.
PONTEDERA lo ferma.
Che fai?
MATTEI.
Di là.... Alvise....
PONTEDERA.
Vuoi far nascere uno scandalo?
MATTEI.
Si perde la testa!... Si perde la testa!
PONTEDERA.
Sii uomo! Uomo! Pensa chi sei!
SCARLINI.
Lo fai chiamare da Luigi.
MATTEI.
Sì!
Fa cenno a Pontedera di chiamare
Luigi.
PONTEDERA si avvia.
SCARLINI
lo ferma con un cenno. — A Mattei.
Devi interrogarlo da solo a solo; e devi costringerlo a dirti la
verità. Io ti dirò soltanto come il tuo amico Mauro: _pensa chi sei_. E
pensa che non sei padrone _tu_, del tuo onore. Il tuo onore, in questo
momento, è anche il nostro; è l’onore dei tuoi amici; è l’onore dei
tuoi colleghi. Se c’è un colpevole, anche in casa tua, qualunque esso
sia, parente, _nipote_, nessuna indulgenza; deve rispondere del proprio
fallo. Ricòrdati: tu non hai diritto di lasciar parlare il cuore, di
nascondere gli altri con la tua persona. La tua persona, per te e per
noi, deve sempre apparire com’è: incontaminata.
MATTEI
risoluto: a Pontedera.
Chiama Luigi.
LUIGI
entra; — si ferma sull’uscio.
MATTEI a Scarlini.
Annunzia nel tuo giornale che Pietro Mattei dà querela
all’_Avanguardia_ con la più ampia facoltà di prova. E sia telegrafato
subito da tutti i corrispondenti, in tutta Italia.
SCARLINI
stringe la mano a Mattei,
fortemente.
Mi telefoni più tardi?
MATTEI.
Sì.
SCARLINI
esce in fretta, scambiando un
saluto con Pontedera.
MATTEI a Luigi.
Chiama un momento il.... il signor Alvise.
LUIGI via.
Quando l’uscio di sinistra è
aperto, si sente di dentro la
voce di Alvise — “_Alla figlia di
Papà Eccellenza!_„ — La musica,
al pianoforte, di _Madama Angot_:
“_Sono la figlia_„, ecc. — Uno
scoppio di risa; — poi di nuovo
silenzio.
MATTEI fissa Pontedera.
LUIGI
attraversa la scena; — va via, a
destra.
MATTEI
a Pontedera, sottovoce.
Mauro, Mauro, non andar via!
PONTEDERA.
Sono di là. Quando vuoi, mi fai chiamare.
Via.
SCENA SESTA.
MATTEI — ALVISE — poi REMIGIA.
ALVISE
allegrissimo, per lo _champagne_
bevuto.
Mi hai fatto chiamare?
MATTEI
lo fissa torvo, muto.
ALVISE.
Eccomi a’ tuoi ordini, zio Eccellenza!
MATTEI con voce sorda.
Ricòrdati, che non lo sono un pagliaccio.... E tanto meno il _tuo_
pagliaccio.
ALVISE.
Cos’hai?
MATTEI.
Che rapporti esistono fra te e un certo Enrico Gardani, agente di
cambio?...
ALVISE
colpito; — si domina subito.
Nes.... suno.
MATTEI.
Tu lo conosci.
ALVISE.
Ap.... pena di vista.
MATTEI.
Bugiardo!
ALVISE.
Zio....
MATTEI.
Bugiardo! E bada: con me non si fa il Rodomonte. Tu dici una menzogna.
Passi con lui tutte le notti, a giuocare, in un caffè, — una bisca, —
di Via Nazionale!
Continua a fissare Alvise,
avvicinandosi.
ALVISE.
Sempre no; qualche sera, al bigliardo. Ma non ho mai avuto nessun
rapporto, con lui.
Sicuro, disinvolto.
Ci vuol altro, aver rapporti con tutta la gente che incontriamo nei
teatri, nei caffè! — Si saluta: — buon giorno! — buona sera! — E chi
t’ha visto, t’ha visto!
MATTEI c. s.
Ma con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè, — con le
persone con le quali non abbiamo rapporti, — non si scontano cambiali
per dieci mila lire!
ALVISE
ha un leggero sobbalzo.
MATTEI
piomba addosso ad Alvise: lo
afferra con le due mani per il
bavero del frak e scotendolo gli
parla faccia a faccia.
È vero! Non lo puoi più negare! Te l’ho letto in faccia! — È vero! E se
adesso non dici la verità, ti ammazzo! Com’è vero Dio, ti ammazzo!
ALVISE.
È vero!... Avevo perduto, giocando con lui.... a _baccarà_.... — Gli ho
firmata.... una cambiale....
MATTEI.
E l’hai pagata?
ALVISE.
.... No.
MATTEI.
Sì.
Scotendolo: — sempre con la voce
sorda.
L’hai pagata, pagata, pagata....
ALVISE.
Sì.
MATTEI c. s.
I danari? I danari?... Dove hai trovato i danari?
ALVISE.
Giocando ancora, ho vinto.
MATTEI.
A che giuoco?
ALVISE.
Al solito!... Al _baccarà_....
MATTEI.
Alla Borsa! Alla Borsa! Hai giocato col Gardani alla Borsa!
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
Al rialzo! sulle _Italo-Americane_?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
Venti giorni fa?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
E alla liquidazione, avete esatto di saldo...?
ALVISE.
Duecento mila lire....
MATTEI.
Divise col Gardani?
ALVISE.
Sì....
MATTEI.
E come hai saputo del mio contratto con le _Itale_? Come lo hai
saputo?... Come?...
ALVISE
sciogliendosi, respinge Mattei
vivamente.
Questo, è affar mio!
MATTEI.
Tuo?
ALVISE sicuro, spavaldo.
Ho arrischiato; l’ho indovinata.
REMIGIA
si presenta sull’uscio, a
sinistra.
MATTEI
sempre a mezza voce.
Tu sei.... un ladro!
ALVISE.
Signor Mattei! Da uomo a uomo....
MATTEI
interrompendolo con violenza ma
sempre sottovoce.
Sì, da uomo a uomo, senza riguardi, senza pietà, per nessuna memoria,
per nessun vincolo del sangue. Da uomo a uomo!
REMIGIA.
Papà! Papà!
Spaventata, si slancia fra Mattei
e Alvise.
MATTEI
sempre con voce bassa, sorda.
Tu sei un ladro!
ALVISE
ha un impeto di collera. — È
trattenuto da Remigia.
MATTEI.