Nè vivere, nè morire.
Aloise giunse alle falde del monte su cui torreggiava la Montalda,
alle cinque dopo il meriggio; mezz'ora dopo, era lassù.
Il vecchio Antonio non parve punto meravigliato del suo arrivo. Egli
stava ad aspettarlo sul portone della villa, in atto di godersi la
frescura del tramonto, cogliendo al varco la gente del vicinato, per
scambiar quattro chiacchiere, secondo la costumanza villereccia, prima
di ritirarsi.
Ma se Antonio non parve meravigliato, bene guardò di sotto alle folte
sopracciglia il suo giovine padrone, in quella che rispettosamente gli
faceva di cappello e si sprofondava in inchini; e quelle sue guardate
significavano una cura amorevole, una sollecitudine pietosa, che
contraffacevano all'umile stato e alla apparente rozzezza del vecchio
gastaldo. Per verità, l'Antonio era grandemente mutato, e coloro che
lo avevano in pratica avrebbero potuto avvedersene senza fatica. Il
taciturno e malinconico abitatore della Montalda era più sciolto di
modi, più sereno nel volto; si sarebbe detto, a guardarlo, che ci
aveva meno grinze di prima: a sentirlo respirare più liberamente e dir
qualche parola più del consueto, si sarebbe preso per un uomo liberato
d'un gran peso che aveva sullo stomaco.
Aloise non badò a tutti questi nonnulla, e chiamando col gesto il
gastaldo a venirgli da lato, gli domandò per la prima cosa di Lorenzo
Salvani.
Egli da due giorni non aveva più pensato all'amico. Il suo dolore era
stato così acerbamente tiranno, che non aveva patito ricordanza
d'altri dolenti. Perciò egli aveva venduta la Montalda, aveva fatti i
suoi ultimi apparecchi, ed era venuto a morire accanto a sua madre,
senza pur rammentarsi dell'amico, dell'ospite che abbandonava a sè
stesso. Senonchè, postosi in viaggio, gli era pur sovvenuto di
Lorenzo, e gli cuoceva di lasciarlo così, mentre forse il povero
fuggiasco aveva più che mai bisogno di amici saldi e operosi. Ma,
ripensando alla lettera cortese del duca di Feira, Aloise aveva tosto
fatto disegno di scrivergli, raccomandando al vecchio gentiluomo
d'essere a Lorenzo, al suo avversario d'un giorno, ciò ch'egli non
poteva più essergli, protettore fino a quando occorresse, amico per
tutta la vita.
In questi pensieri, domandò di Lorenzo al gastaldo. E fu grande la sua
maraviglia, allorquando il vecchio gli ebbe detto, che quella istessa
mattina erano venuti in due, l'Assereto e il Giuliani, a cercarlo, e
poco dopo erano partiti tutti e tre alla volta di Genova.
--Il signor Salvani era molto contento;--aggiunse il gastaldo.--Per la
prima volta dacchè egli era quassù, l'ho veduto ridere. E se n'è
pigliato una satolla, il povero giovine! Poi, s'è degnato di
abbracciarmi, innanzi di andarsene, e mi ha chiesto se non mandassi a
dir nulla a Vostra Eccellenza, che egli sarebbe andato a salutare in
giornata. Che si ricordi del suo povero Antonio, gli ho risposto io, e
della sua Montalda che non lo vede da un pezzo.
--Grazie, mio buon Antonio; tu lo vedi, sono venuto;--disse Aloise,
mettendogli amorevolmente una mano sulla spalla.--Orvia, conducimi
nelle mie stanze, e va tosto ad aprirmi la cappella.
--E non vuol prender nulla? Vostra Eccellenza sarà
stanca.
--No, non ho bisogno di nulla; prima di tutto voglio salutare mia
madre.--
Il gastaldo non disse altro di rimando, e lo precedette nel palazzo.
Come furono giunti nella camera di Aloise, il vecchio notò che il suo
padrone deponeva su d'una mensola una busta che aveva recato sotto la
sua spolverina da viaggio.
--Che cos'è questo? armi?
--Sì,--rispose a fior di labbra Aloise,--pei ladri, se vorranno
assaggiarne.
--Oh, non vengono ladri quassù, che la farebbero bassa. Antonio dorme
da un occhio solo, come ebbe a dirmi una volta il signor Salvani.--
Aloise non aggiunse parola. Il suo pensiero era corso da capo a
Lorenzo, e andava chiedendo come mai il fuggiasco avesse potuto così
di punto in bianco tornare in città, e quali fossero le novelle del
Giuliani e dell'Assereto, che lo avevano racconsolato d'un tratto.
Ora, quello che non sapeva e che non poteva indovinare Aloise,
racconteremo noi brevemente, tanto che non gridino al miracolo i
nostri lettori. Il miracolo, se miracolo c'era, lo aveva operato il
duca di Feira, con una visita all'intendente di Genova e all'avvocato
generale. Nulla c'era presso i magistrati che provasse a danno del
giovane. Egli era indiziato come uno di coloro che avevano avuto mano
nel tentativo; ma dalla istruttoria del processo niente era venuto
fuori contro di lui. Certo, se avessero potuto mettergli l'ugne
addosso, l'avrebbero fatto; l'avrebbero interrogato minutamente e
messo a raffronto cogli altri carcerati. E certo il Salvani, dal canto
suo, anche senza il bisogno di quest'ultimo espediente, non avrebbe
negato, schietto e generoso com'era, di aver partecipato, e con ogni
sua possa, a quella alzata di scudi. Ma poichè non era stato colto,
poichè non c'era egli ad accusarsi, nè altri aveva detto nulla di lui,
i rappresentanti del governo, i tutori dell'ordine pubblico, non
avevano alcuna grave ragione per tener fermo; una in quella vece e
fortissima per cedere, vogliam dire la cura che si pigliava di quel
giovanotto di nessun conto un uomo di molti milioni, un pezzo grosso,
come il signor duca di Feira.
Costava così poco il contentarlo! A farselo amico, un pochino
d'arrendevolezza bastava; perchè si sarebbero tenuti sul niego? Siam
tutti uomini, dice il proverbio; e anco a non voler dimenticare le
sacrosante leggi della giustizia, che non ci hanno a far nulla, gli è
posto in sodo fin da' tempi antichissimi che la nostra cortesia si
spende assai più facilmente cogli uomini di vaglia, che non coi
dappoco. Ora, qui non c'era proprio altro che un atto di cortesia, e
il duca di Feira ne francava la spesa. Laonde i gran dignitarii furono
solleciti a dirgli che il Salvani poteva liberamente tornare, e il suo
nome non essendo per alcun verso venuto fuori, egli non avrebbe avuto
altra molestia, da quella infuori che s'era recata di per sè, andando
fuori di Genova.
La mattina vegnente Lorenzo Salvani tornava in città, chiamatovi assai
più che dall'agevolezza del ritorno, dall'annunzio che Maria, la
diletta Maria, non era più in monastero, ma al fianco d'una madre
amorosa. Molte cose aveva fatte il duca in un giorno, e collegate per
guisa che l'una tirasse l'altra, nè più il nemico avesse tempo al
riparo. Egli bene intendeva come fosse pericoloso ferire il primo
colpo, senza aver gli altri sicuri; laonde ordinò tutte le parti della
sua grande impresa per modo che il giorno della presentazione delle
cambiali d'Aloise al banco Teirasca, tutto crollasse ad un tratto il
faticoso edifizio dei tristi. La stessa marchesa di Priamar, da lui
veduta parecchi giorni innanzi, commossa e vinta dalle argomentazioni
semplici, affettuose, di quel gentiluomo a cui la canizie consentiva
lo schietto linguaggio del vero, non era andata, per suo consiglio, a
trarre la fanciulla dal monastero se non all'ultimo istante, quando
fosse per cominciare quella grande rovina che aveva ad involgere il
gesuita e il discepolo, già inebbriati dai fumi del vicino trionfo.
Una cosa non aveva fatta; ma qui per l'appunto si chiariva com'egli
fosse avveduto capitano, degno di aver raccolte in pugno le fila, già
tese dall'animoso Giuliani. Egli non s'era dato pensiero del
testamento del nonno d'Aloise; non era andato dal Vitali per guastare
quell'altro negozio al Gallegos. E tuttavia egli avrebbe potuto
andarvi, e senza mestieri d'introduttori; perchè il vecchio banchiere
lo conosceva da lunga mano, ed ei gli sarebbe apparso come un
fantasma, tornato dai morti regni a destargli in cuore un antico
rimorso. Pure, non lo fece; quello era il lato debole del nemico; ma
appunto perchè era il più debole era anche il più vigilato. Già una
volta il fiero gesuita era stato colpito da quella banda, ed è noto
com'egli avesse saputo pigliarsi la sua brava rivincita sui notturni
visitatori pietosi della sua vittima. Il duca però si rattenne da
quell'attacco, che era pericoloso ed inutile. Egli non aveva mestieri
di stravincere; salvare Aloise dall'infamia, Lorenzo e Maria dalla
disperazione; quello era il gran punto; il resto sarebbe venuto da sè;
o non sarebbe venuto, e non ci sarebbe stato niente di male.
Aloise, del resto, non avrebbe mai fatto l'onore d'un pensiero alle
ricchezze del nonno. Vero cavaliere antico, smarrito in questi bassi
tempi distruttori d'ogni alto carattere, l'oro non disprezzava, nè
amava. Qual fosse la sua cura, il suo struggimento, sappiamo; ora, se
egli avesse avuti in balìa tutti i tesori, i regni tutti della terra,
li avrebbe dati di grand'animo tutti per un bacio di quella donna che
gli aveva tolta la pace del cuore. Privo di quel bacio, perduta ogni
speranza, egli se ne andava tacitamente, e diremmo quasi senza
rammarico, per quella china dove sono iti già tanti generosi pagatori
d'un conto fallato.
--Povero Lorenzo!--andava egli dicendo tra sè, già insensibile a' suoi
dolori, mentre scendeva per andare alla tomba di sua madre.--Egli
almeno sarà felice, se io non son tale. Non sono? E perchè? Non me ne
vado, io?--Tutto era silenzio e buio nella cappella, quando egli vi
scese; ma il luogo gli era noto, ed egli corse, volò senza esitanza
verso uno dei lati, dove un occhio avvezzo all'oscurità avrebbe potuto
veder biancheggiare una lapide sepolcrale. Antonio, che lo aveva
accompagnato fino all'uscio della sagrestia, diè tosto mano ad
accendere una lampada che pendeva dall'arco dell'altare. Fornita
questa bisogna, alla luce che egli stesso aveva fatta in quel mesto
recinto, rimase immobile a contemplare il padrone, che era
inginocchiato davanti alla tomba materna, colla fronte appoggiata sul
marmo. Aloise, senza pure voltarsi a lui, gli accennò col gesto di
andarsene, e il vecchio, sebbene a malincuore, e sospirando, si mosse
per obbedirlo.
La cappella dei Montalto era di poca ampiezza e assai scarsa
d'ornamenti, come sogliono essere tutti questi edifizi annessi alle
villeggiature signorili dei nostri antichi, con un solo altare nel
fondo, e due nicchie sui lati. Una di queste era vuota; nell'altra
sorgeva un monumento di marmo, sormontato da un angelo in atto di
preghiera. Sull'imbasamento, dintornato da semplici riquadrature, si
leggeva scolpita questa iscrizione:
QUI DOVE ELLA SI SPENSE
IGNOTA AL MONDO NON AL DOLORE
IL GIORNO XX DI NOVEMBRE DEL MDCCCLIII
RIPOSA NELLA PACE DEL SEPOLCRO
LA NOBIL DONNA EUGENIA DI MONTALTO
NATA DEI VITALI
UNICO AMORE PERENNE MEMORIA
DEL SUO POVERO FIGLIO ALOISE.
Unico amore! Aloise, che, come avranno già inteso i lettori, era
l'autore dell'epigrafe, aveva proprio scritto così. Ed era vero,
diffatti, allorquando la sua angelica madre era scesa nel sepolcro;
perchè il giovine era stato bensì colpito dalla sovrumana bellezza di
Ginevra, e così fieramente da non poter più accogliere l'immagine di
un'altra donna nel cuore, ma certo non pensava allora che il giorno
sarebbe venuto, in cui egli, avvicinatosi a quella divina, l'avrebbe
fatta arbitra della sua esistenza. Ma se sua madre morta non era più
l'unico amore, ben era durata perenne memoria nell'anima sconsolata
del figlio, e presso la tomba materna egli veniva a metter l'ultimo
lamento del suo cuore ferito.
Ciò ch'egli disse colà in due ore di sommesso colloquio coll'estinta
adorata, non ci attenteremo noi di ripetere. I ragionamenti d'un
figlio con sua madre, come quelli d'una madre col suo bambino allorchè
questi incomincia a balbettare le sue prime sensazioni, hanno alcun
che di teneramente infantile, che è sublime nella intimità, ma che
perde ogni suo pregio ove si commetta ad orecchi profani.
In quel suo colloquio, Aloise riandava di certo quei giorni che
fanciulletto aveva passati daccanto a lei; com'ella in lui solo, nelle
sue infantili carezze, paresse trovar conforto ad ascose pene,
sollievo a taciuti rammarichi. Sempre accigliato, burbero o noncurante
il padre; ella sempre buona, sempre soave, sempre tenera, sempre pari
a sè stessa; più soave, più buona, più tenera quando il padre fu
morto, quasi paresse amar meglio, darsi più liberamente all'amore del
figlio. Povera madre! Ella avvezza a vederlo ogni giorno, a
invigilarne con occhio del pari benevolo gli studi e i trastulli,
aveva un giorno veduta la necessità di ritrarsi in quella solitudine
campestre, perchè il suo vivere ristretto consentisse al marchesino di
Montalto una certa agiatezza patrizia. Povera madre! Come s'era ella
adoperata, quante amorose e sapienti fatiche (sapienti appunto perchè
amorose) aveva ella durate per farlo uomo, veramente uomo, per
trasfondere in lui la severa alterezza della sua anima, la sensitiva
bontà del suo cuore!
Ah il cuore! triste dono! O non sarebbe meglio averne l'apparenza
soltanto? Non basterebbe all'uomo, per vivere lodato, riverito ed
amato nel civile consorzio, la benevolenza misurata, la soavità
tranquilla, la cortesia riguardosa, e tutto il cortéo delle mezzane
virtù, che hanno bensì il nome dal lago del cuore, ma in verità
derivano l'origine dalle scarse vene del raziocinio? L'uomo, così
privilegiato dalla natura, riuscirebbe amabile senza danno della sua
esistenza, godrebbe i frutti della sua forza senza gli smarrimenti
d'uno spirito che si va logorando nell'attrito. E di tal fatta son
molti, i cui pregi vanno assai facilmente per le bocche di tutti;
uomini e donne la cui bontà discende da un sillogismo, la cui
gentilezza sgocciola da un sorite, i cui sacrifizi, quando essi ne
fanno di tali, si sprigionano, meditati a lungo, dalle corna d'un
dilemma. Ma costoro, dirà taluno, non operano le grandi cose nel
mondo. Che importa? Per uno, tra cento di quei grandi infelici, che
meriterà una statua dai posteri, novantanove spendono vanamente il
loro affetto nelle oscure battaglie della vita privata, e muoiono
senza compenso di gratitudine. Qui, poi, è da vedersi se la statua sia
davvero un compenso, e se l'ammirazione dei superstiti valga la
felicità non ottenuta vivendo. Che importa egli chiamarsi Francesco
Petrarca, Torquato Tasso, Giacomo Leopardi, e durare estinti sugli
altari della fama, se vivi s'è patito dieci volte più della comune
degli uomini? La gloria è come una vetta solitaria che tutti vedono e
ammirano da lontano; ma lassù durano eterne le nevi; i fianchi ignudi
si sfranano, corrosi dall'acque, flagellati dal fulmine.
Il colloquio d'Aloise con sua madre era finito. Baciò, ribaciò
commosso quel marmo che la contendeva a' suoi occhi; tese le palme,
quasi implorando una benedizione; mormorò il saluto di chi promette
tornare tra breve; scoccò un ultimo bacio in quell'aria che gli pareva
tutta piena di lei, e s'involò rapidamente dalla chiesuola.
Giunto a piè della scala interna che metteva al primo piano del
palazzo, gli venne veduto Antonio che se ne stava accoccolato sul
primo gradino, coi gomiti puntellati sulle ginocchia e la fronte sulle
palme, in atto di meditazione.
--Che fai tu qui?--disse Aloise.
--Aspettavo;--rispose il vecchio gastaldo, togliendosi prontamente da
quella postura.--Vostra Eccellenza avrà bisogno di qualche cosa....
--Non ho bisogno di nulla; vattene!--
Così disse asciuttamente Aloise; ma ravvedutosi tosto, pose una mano
sul braccio del servo, che mogio mogio si muoveva per obbedirlo, e con
accento carezzevole soggiunse:
--Va, buon Antonio, va a riposarti. È tuo costume di alzarti sempre
per tempo. E poi, domattina, avrò bisogno di te.--
Dicendo queste ultime parole, non si potè trattenere dal porgli le
braccia al collo. Il vecchio gastaldo diede in uno scoppio di pianto.
--E adesso, che hai? che cosa sono queste lagrime?
--Nulla, nulla, padrone!--rispose tra i singhiozzi il poveretto.--Sono
vecchio, e la tristezza dei giovani mi fa male al cuore.
--Non temere;--disse Aloise, a cui quelle schiette parole facevano
tenerezza;--la Montalda mi farà passare ogni cosa.
--Che Iddio ascolti Vostra Eccellenza!--soggiunse Antonio,
rasciugandosi gli occhi col dosso delle sue ruvide mani.
Erano le nove di sera, quando il marchese di Montalto potè finalmente
essere solo. Ridottosi nel suo quartierino, richiuse l'uscio del
salotto dietro di sè, ed entrò nello studio, che precedeva la sua
camera da letto. Il povero giovane era travagliato dalla febbre, a lui
derivata dalle ansietà, dalle cure svariate, dai contrasti di quella
negra giornata. Dal mattino egli non aveva preso alcun ristoro, e si
sentiva riardere le fauci. Tracannò un bicchier d'acqua, e gli parve
di sentirsi meglio; passeggiò un tratto nella camera, ventilò
sottilmente il pro e il contro di ciò che stava per fare, e una
serenità solenne gli si dipinse sul volto.
Andò allora alla mensola su cui era posata la busta che aveva eccitata
l'attenzione del vecchio gastaldo, e aperto quell'astuccio ne cavò due
pistole. Erano due armi stupende, uscite dalla riputata officina del
Lepage, e da lui comperate nella sua gita a Parigi. Sorrise amaramente
nell'atto di recarsele in mano e di sperimentarne il grilletto. La
marchesa Ginevra si era degnata di ammirare quelle armi, e colle sue
dita affusolate ne avea tocchi i congegni.
Caricò le sue armi colla tranquilla accuratezza di un padrino di
duellanti, le depose quindi sulla scrivania, dinanzi la quale
risedette, per vergare una lettera. Ed ecco ciò che gli uscì dalla
penna.
«<i>Mio ottimo Enrico</i>,
«Perdonami il dolore che ti arreco; quando tu riceverai questa
lettera, io avrò finito di vivere. Non ho saputo resistere
all'affanno, sopportare pazientemente una vita nella quale ogni giorno
è un ricordo, ogni ora, uno struggimento delle speranze perdute. È
egli bene o mal fatto l'uccidersi? Siamo noi i padroni della nostra
esistenza? Io credo di no; se il suicidio non è per avventura un
delitto, è sempre una viltà, quando non è una follia. Ma tu non
porterai, spero, un così aspro giudizio di me; ho troppo patito, non
ne posso più, mi sottraggo ad una pena che supera le mie forze.
«Non mi difendere, se udrai lacerar la mia fama; è questa l'ultima
grazia che io domando alla tua schietta e leale amicizia. I soliti
cianciatori diranno che io mi sono ucciso pei debiti. L'accusa volgare
mi duole; ma meglio così; credano costoro e facciano credere altrui
ciò che loro talenta.
«A te, amico del cuore, dovrei dire la verità tutta quanta. Ma tu non
hai bisogno di una confessione, tu che hai vissuto tanti anni con me.
La carta è infedele. Chi sa dov'ella andrà, sotto quali occhi sarà
costretta a cadere, se pure ti giungerà inviolata?
«Addio, mio ottimo Enrico. Qui, sul punto di morire, sento di averti
amato come e quanto è possibile amare un fratello d'elezione. Stringi
la mano per me a Lorenzo Salvani, a Giorgio Assereto, a Carlo
Giuliani, nobili giovani coi quali mi sarà caro che tu parli qualche
volta di me. Non mi dimenticate; è dolce il vivere nella memoria dei
buoni. Ad altri non dir nulla, io non lascio un ricordo, una parola
per altri.
«Ah no; dimenticavo un nome. Brutta cosa l'essere ingrati in un'ora
solenne come questa! Mando un saluto al duca di Feira, a quell'uomo di
cuore che mi ha stesa la mano, che m'ha sovvenuto generosamente in una
trista congiuntura. Digli che muoio benedicendolo, poichè a lui sono
debitore di poter morire onorato.
«Addio, fratello; desidero d'esser sepolto vicino a mia madre. Tutte
le cose mie (ben poco per verità) al mio vecchio Antonio; a te un
bacio e l'ultimo pensiero del tuo povero amico
«ALOISE.»
Ciò scritto, piegò la lettera; la chiuse in una sopraccarta su cui
vergò il nome del marchese Pietrasanta; si alzò da sedere, levò gli
occhi al cielo, e si fece scorrere la sinistra mano sulla fronte,
quasi volesse cacciarne un'immagine, un pensiero molesto; indi stese
la destra per impugnar la pistola.
A quell'atto, l'uscio della camera da letto, che era socchiuso, si
aperse, ed una voce severa disse ad Aloise, che s'era voltato
rapidamente all'improvviso rumore:
--Fermatevi, signor di Montalto; voi non avete il diritto di
uccidervi.--