Che le signore donne sono pregate a non leggere.
Siamo al 15 di ottobre, che doveva essere per Bonaventura e pel suo
tristo discepolo il giorno delle vendette, ed era in quella vece il
giorno della espiazione. Il cadavere del gesuita, lasciato in custodia
a gente prezzolata, aspettava gli ultimi uffizi del mondo, ne' quali
ha maggior parte l'igiene che non la pietà dei superstiti. Il Collini,
grandemente turbato per quella rovina di casi, s'era ridotto in casa
sua a meditare sul nulla delle umane speranze: e aspettando dalla sua
tempra malvagia il ritorno alle antiche consuetudini, si accasciava
sgomentito sotto i colpi del fato.
Egli tuttavia, la sera innanzi, non aveva così perduta la testa da
cedere ai consigli del Torre Vivaldi, il quale, fatto oramai certo
della fuga della governante di Bonaventura, pensava che all'autorità
si dovesse dare ragguaglio di tutto.--No, no, per carità, che potrebbe
accadere di peggio! aveva gridato il Collini. E poichè il marchese
Antoniotto lo aveva incalzato per udire la spiegazione di quelle
parole, gli balbettò di certi maneggi del gesuita, i quali, sebbene a
pro' della santa causa, non erano fior di farina, e che sarebbero di
certo venuti a galla, mettendo a grave risico parecchie persone, e
delle più autorevoli nella loro società; la quale, pari alla moglie di
Cesare, non doveva essere neanche sospettata. A qual pro', aveva egli
soggiunto, andare incontro ad uno scandalo? Non rimestiamo quest'acqua
torbida, che manderà fuori il marciume.
In quella sentenza venne anche il Torre Vivaldi, e lasciò che il
discepolo di Bonaventura operasse in quel negozio come prudenza
voleva. E fatta ne' debiti modi testimonianza della morte repentina,
ma naturale, del gesuita, provveduto a quelle poche incombenze che
richiedeva lo stato dell'estinto, se ne andarono pe' fatti loro. La
mattina del 15 ottobre, come s'è detto, il Collini era chiuso nel suo
quartierino; il Torre Vivaldi, per non aversi a contristare di più, se
n'andava colla marchesa Ginevra in campagna.
Andiamo ora in traccia d'Aloise, che era scampato pur dianzi dalla
ignominia, mercè il provvido aiuto del duca di Feira, ma non aveva
smesso il fiero proposito di sottrarsi morendo alle angosce del suo
amor desolato.
Egli, siccome è già noto, aveva scritto il giorno innanzi al vecchio
gentiluomo d'esser pronto a firmare con lui il contratto che doveva
saldare il suo debito, e in quella medesima ora che uno schianto di
rabbia impossente uccideva il gesuita, sottoscriveva presso il notaio
Marinasco l'atto di vendita della Montalda, dopo aver detto
all'intendente del Duca che sarebbe andato il giorno seguente nel
palazzo non più suo, per pigliarsi alcuni piccoli ricordi della
famiglia e dare un ultimo saluto alla tomba di sua madre.
Un'ora dopo, Aloise riceveva una seconda lettera del duca di Feira. Il
vecchio gentiluomo si scusava anzitutto con lui di non essersi recato
egli in persona dal notaio, non avendoglielo consentito alcuni urgenti
negozi: indi, venendo a toccare del desiderio di Aloise, gli accennava
cortesemente che egli era come per lo innanzi padrone di andare e
rimanere alla Montalda quanto più gli piacesse. Poter rendere un
servizio al marchese di Montalto senza esserne pagato con quella
cessione, gli sarebbe stato gratissimo; ma bene aveva inteso che la
giusta alterezza del giovine signore non gli avrebbe concesso tanta
fortuna. Ma poichè la cosa aveva dovuto finire in quella guisa, gli
usasse almeno la cortesia di ricordare che la Montalda rimaneva aperta
al suo primo padrone, e che nulla vi sarebbe mutato delle consuetudini
antiche. Intorno a ciò, notava il duca che la tomba della marchesa
Eugenia era un sacro deposito ch'egli si recava ad onore di custodire,
che quanti erano lassù, ed avevano servito in suo vivente la
nobilissima dama, vi sarebbero rimasti, ne' loro pietosi uffici di
prima.
Quella lettera fu come un po' di balsamo sul cuore esulcerato del
giovine. Ma era soltanto una goccia, una misera goccia, sottratta da
un mar d'amarezze. L'anima sua s'era inasprita: tutto quanto vedesse
dintorno a sè, gli tornava molesto; si chiudeva nel profondo della sua
coscienza, e vi trovava le ricordanze del passato, che gli si
tramutavano tosto in veleno. Egli avrebbe voluto non vedere, non
udire, non pensare, fino a quel momento supremo, nel quale aveva posto
ogni sua voluttà. E certo, se egli non avesse considerato come un
debito sacro il dire un'affettuosa parola di commiato al vecchio
gastaldo, se non avesse reputato ufficio di filiale affetto
avvicinarsi nella morte a quella santa gentildonna che, inconsapevole,
innocente, lo aveva dato alla luce e alle lagrime, egli avrebbe pur
volentieri abbreviato d'un giorno i suoi mali, sfuggita con un colpo
sollecito quell'orrida notte d'angoscia che lo aspettava nei silenzi
della sua cameretta, sotto quelle azzurre cortine già testimoni di
tanti arcani struggimenti, di tante vane querele.
Il Pietrasanta, ottimo amico che aveva sudato freddo in que' giorni
per lui, ed assaporava, per Aloise e per sè, i frutti della vittoria
ottenuta, giunse nella sera per invitarlo ad uscire, e andare in
qualche luogo, in conversazione, al casino, a teatro, foss'anche
quello delle marionette, purchè facesse ora e si ammazzasse la noia.
Aloise non accettò, perchè si sentiva spossato; bensì accolse la
proposta di una cavalcata mattutina a Pegli, per celebrare l'uscita
d'Israele dall'Egitto (come il festevole Pietrasanta chiamava
l'impresa di quel giorno) e non già con una colazione di manna,
sibbene col meglio che avessero in cucina gli ostieri di quel gaio
deserto.
La mattina vegnente, alle sette in punto, i cavalli attendevano i due
cavalieri sulla piazza dell'Acquaverde. Aloise recava impressi sulle
guance e negli occhi i segni della insonnia patita; ma l'aria
frizzante del mattino e il riscaldarsi che fece, correndo di buon
trotto fino alle porte della Lanterna, gli rifiorirono il volto. Anche
il Pietrasanta, che aveva dormito come un ghiro, ma soltanto la metà
delle dieci ore che gli occorrevano per inoliar la sua macchina, aveva
avuto bisogno di quel moto per isneghittirsi, per isgranchirsi,
sgomitolarsi le membra. È collo sgelarsi del corpo (tutti verbi che
egli aveva sciorinati l'un dopo l'altro per dipingere il suo misero
stato) gli si era anche sciolta, liquefatta, la vena del buon umore, e
la parlantina che gli è fida compagna.
Giunsero a Pegli, e comandata la colazione, tanto per non istare
all'ozio e annoiarsi aspettando, tirarono oltre fino ai pressi di
Voltri; donde, tornati sui loro passi, ripigliarono la via della
locanda. Aloise, certo che il suo ultimo giorno era finalmente quello,
e già n'aveva spizzicata una parte, fu disinvolto e sereno, se non
gaio e festevole come il suo Pilade; e questi, che soleva vederlo
contegnoso mai sempre e severo, l'ebbe per ilare a dirittura, e non
seppe tenersi che non glielo dicesse, s'intende a guisa d'elogio e
ascrivendolo alla sua bella pensata.
--Sicuro! E perchè non sarei lieto? La vita è così mirabilmente
bella!--gridò con impeto quasi febbrile Aloise.--Vedi che limpido
mattino! Il mare è cheto, azzurro, lucente, come ne' più bei giorni di
primavera inoltrata. Il cielo sereno, nitido e terso, splende
soavemente incerto tra il cilestrino e il dorato. Quella nube che tu
vedi laggiù sull'orizzonte, non è una nube, è una vela aerea che porta
i nostri bei sogni, le nostre liete speranze, alle più lontane regioni
del vaporoso futuro. Esser giovani; bella cosa! Avere dinanzi a sè
l'ignoto, l'incantevole ignoto, largo di dolci promesse, custode
d'inesauste lusinghe, di sconfinate delizie! Che ci accadrà egli
domani? Non mette conto oggi saperlo. Sperare, rinvenire, desiderare,
ottenere; agognare di più, ottenerlo ancora; andare di voluttà in
voluttà; questa, non altra, è la vita, chi sappia gustarla. Ti ammali?
È una sosta, oltre la quale c'è la guarigione, e il futuro, il futuro
che ti attende ancora colle braccia aperte.... dico male, colle
braccia chiuse sul petto, per nasconderti un suo dono e fartelo parer
più gradito. Sei triste? hai cagione di grave rammarico? È la vigilia
d'una nuova allegrezza. Lo stesso uscir di pena non ha egli il suo
dolce? Vivere! vivere! vivere! Tutto chiama, tutto conduce, tutto
incalza alla vita; essa è mezzo, fine e premio a sè stessa. Ma
intendiamoci; non bisogna amare. Quello è uno scoglio dove quella vela
che tu vedi laggiù nell'orizzonte, va qualche volta a rompere. Non
amare, Enrico, non amare; __experto crede Ruperto__, come dicevano i
vecchi.
--Baie!--rispose il Pietrasanta, mentre di rincontro alla luce della
finestra (poichè già erano a tavola) egli stava ecclissando la nube di
Aloise con un bicchiere di Bordò, di cui considerava il
rubino.--L'amore è un'ottima cosa; e, sto per dire, il condimento
necessario, il guazzetto, l'intingolo, la salsa __sine qua non__ di
tutte le vivande che ci ammannisce il futuro. Scusami se il tuo futuro
io lo vedo in sembianza di cuoco; ognuno se lo dipinge come sa. Senza
l'amore, vedi, non c'è nulla di buono; tutto è sciocco, scipito,
perfino la mostarda dell'ambizione e la senapa dell'orgoglio. Amore!
amore! dammi dell'amore, e t'improvviso una mensa nel vuoto, ti
slazzero una frittata da una padella (il mio maestro di retorica
avrebbe detto __sartagine__) che non sia mai esistita. Amore, ottima
cosa, dirò io, copiando la tua giaculatoria; ma s'intende che bisogna
usarne in un certo modo.
--Come?--dimandò, sorridendo a fior di labbra,
Aloise.
--Come ne uso io, amando come io amo. Io amo, prima persona del tempo
presente. __Ego amo, j'aime, I love, Ich liebe, yo quiero__, e tutto
il rimanente che si riscontra nella grammatica poliglotta. Io amo; non
lo credi? amo la Giulia, che è una donna stupenda, e la sua ombretta
sdegnosa, che mi aleggia dintorno, non se l'abbia a male se la chiamo
soltanto una donna. Ella ci ha del sangue nelle vene, non già
dell'ambrosia, come certe dame che so io. Bisogna saper amare, te l'ho
già detto; ma anzitutto bisogna saper trovare. Tutta la scienza è lì;
__that is the question__. E questa frase d'Amleto, vale il tuo
__experto crede Ruperto__, che è errato, poichè tu non sei Roberto, ma
Aloise, il mio caro Aloise. Ora, per trovare, occorre cercare, e per
cercare a modo, bisogna avere un occhio alla macchia e l'altro al
cane, non innamorarsi al primo uscio, non far come hai fatto tu, che
l'hai trovata superlativamente bella, ma superlativamente fredda,
superlativamente contegnosa, superlativamente.... Scusa, veh! Poichè
tu m'hai detto dianzi che non bisogna amare, suppongo....
--Di' pure liberamente;--soggiunse Aloise.--Io non amo più quella
donna.--
E il povero giovine chinò gli occhi sul piatto, perchè Enrico non
avesse a leggervi la bugìa manifesta.
--Ah, meglio così!--disse Enrico.--Io da un pezzo temevo di te. Che
vuoi? La Ginevra è bellissima, non lo nego; che diamine? anzi l'ho
gridato or ora; ma io l'ho sempre giudicata senz'anima. Ti ricordi?
Dio le fa belle, poi leva loro l'anima perchè si conservino meglio,
come gli uccelli impagliati. Ha ingegno, la Ginevra, ha una rara
istruzione, ha grazia, e sto per dire giustizia; ma l'interno è un
abisso, che ti manda agli esteri difilato; il suo commercio è geniale,
assai più dell'agricoltura, che ella ha lasciata, insieme colle
finanze, al marito; ma ai culti più divoti risponde colla guerra, e ti
fa venire una matta voglia di affogarti nella marina, rinunziando per
sempre alla presidenza del consiglio. Insomma, è una divinità da
metter sull'altare; ma a star ginocchioni sul marmo, si gela, si....
--Parlami della Monterosso;--interruppe Aloise.
--Ah, quella è una donna!--gridò il Pietrasanta, accompagnando le
parole con uno scoppiettìo di lingua contro il palato, che bene non
s'intendeva se fosse per la Monterosso o per una sorsata di Bordò
mandata giù poco prima.--Un po' leggerina se vuoi, un po' oca; ma che
rileva? Non ho mica a imparar da lei algebra, nè trigonometria! Ella,
a dirtela di passata, non ci ha angoli da far studiare; è una sequela
di ammirabili curve. Tutti quei pregi che fanno gradita una dama nella
civil compagnia la Monterosso li ha; l'arguzia, quello spolvero
d'ingegno che le manca, lo sa pigliare da chi l'avvicina, e così
accortamente, che neppur te ne avvedi. Hai osservata la luna? Dicono
che sia opaca; pure essa risplende. A me non fa caso che ciò le
avvenga per ragion di riflesso; m'illumina, e basta. Tu l'hai veduta
(parlo della Monterosso, e non della luna) in casa della Ginevra! or
dimmi, anche senza tanti sfolgoreggiamenti di spirito, non sa ella
tenersi a pari di tutte le sottigliezze, di tutte le delicature della
superba castellana? Ella ci ha per giunta un po' d'anima, di fuoco, di
gasse; ella sente d'esser nata per l'uomo, e questo è l'essenziale....
per l'uomo. Io l'amo, adunque; sono nel tenero, e piacendo ai Numi,
navigherò un giorno nel dolce.
--E puoi durarla così placidamente?--chiese ammirato il
Montalto.--L'attesa non ha angosce, non ha agonie per te?
--Dio è grande,--sentenziò il Pietrasanta,--e la donna è la
ministressa delle sue misericordie.
--Tu sei felice!
--Certo! Che cosa mi manca? Un po' di giudizio, qualche volta, un po'
d'ingegno come il tuo, sempre....
--Eh via!--disse Aloise, dandogli sulla voce.
--No, no, lasciami seguitare. Anch'io mi conosco; è questa la parte
d'ingegno ch'io ho. Del resto non me ne accoro; io non ho da inventar
nulla, nè la stampa, nè la polvere da cannone. Ho capito che cos'è il
mondo, e per dargli a' versi mi basta saper fare il nodo alla cravatta
(vedrai che un giorno tornerà l'uso dei nodi belli fatti, e si avrà
fama senza fatica), vestire attillato, aver belle pariglie e un bel
nome che sappia d'antico. Il mio risale al 1200, ed era allora già
celebre. Un Pietrasanta venne da Milano podestà dei Genovesi, e ci si
accasò, come i natali del tuo umilissimo servo dimostrano. Ti par
poco? Molti c'invidiano queste picciole cose, che io darei tutte a
mazzo, qualche volta, per uno di quegli ingegni robusti che fanno
operare le grandi. Vorrei esser te, anche senza la memoria de' tuoi
dogi; vorrei essere il Salvani, che andrà molto innanzi, se la
fortuna, come n'ha debito, darà la mano al valore; ma, queste
malinconie me le tengo nel gozzo, per non scemare il mio pregio
dinanzi ai profani. Quello che io sono fa gola a molti, ripeto; ce n'è
dunque d'avanzo. Ne cerchi un altro, la Giulia; non lo trova, salvo il
caso che a te non salti in mente di farle la corte. La qual cosa tu
non farai, perchè mi vuoi bene....--
Aloise gli rispose con un gesto di volenteroso diniego.
--Grazie!--proseguì allegramente Enrico.--Io dunque tiro innanzi. Ella
mi ama, me ne sono avveduto; anzi lo so, e potrei dirti....
--Di' pure; domani io non me ne ricorderò più;--soggiunse Aloise, con
un suo risolino sottile.
--Ah, bada,--ripigliò il Pietrasanta.--Tu mi metterai al punto di
raccontarti posdimani ogni cosa da capo. Con te non voglio avere
segreti. Non mi hai tu confidate le tue pene, quando eri innamorato
della Ginevra? E perchè ti amo tanto io, se non perchè sei un
gentiluomo più di noi tutti? A qualcuno bisogna pur dire ciò che si
sente, quando si è sventurati; figuriamoci poi quando si è felici!--
Aloise trasse un sospiro; ma il Pietrasanta, tutto nel suo racconto
com'era, non gli pose mente.
--L'amo,--diss'egli con enfasi,--l'ho confessato a lei, e s'è messa a
ridere, ma mi ha lasciato baciar la sua mano.--
E qui, poichè aveva preso l'aire, il festevole giovinotto raccontò la
sua conversazione colla Giulia, ed altre parecchie tenute di poi, che
ai lettori non farebbero nè caldo nè freddo, e che le lettrici, non ci
domanderanno, poichè, cortesi come sono, avranno esaudita la preghiera
posta in fronte a questo capitolo. Enrico Pietrasanta, come è noto fin
da principio, e come s'è visto poc'anzi, aveva assai sciolto lo
scilinguagnolo; Aloise era l'unico suo confidente, al quale gli
tornava grato dir questo, ed altro ancora, se ne avesse avuto; laonde,
si può argomentare che se ne pigliasse una vera satolla.
--Ora, aspetto che caschi,--diss'egli conchiudendo,--e cascherà
certamente.
--Perchè?--dimandò Aloise.
--Perchè! oh bella! perchè sono forte.
--Forte! forte, con una donna che si ami?
--E dàlli! ma io l'amo in quel tal modo che già t'ho detto, e senza
perdere il lume della ragione, come chi so dir io. Non cascherà? Stia
ritta a sua posta, e arrivederci nella valle di Giosafat! Ella mi va a
genio, lo sai; ma tienti bene in mente che non darò nei gerundii, che
non finirò per lei, nè al camposanto, nè all'ospedale de' pazzi.
--Beato te!
--E tu, dimmi, non hai fatto lo stesso, alla perfine? Non ti sei forse
consolato?
--Io?...--esclamò Aloise con impeto. E già era per uscire di riga; ma
ravvedutosi in tempo, sorrise malinconicamente, e diè ragione
all'amico.--Sicuro; anch'io, sebbene mi sia costato una grossa fatica.
Sento ancora un po' di bruciore; ma passerà anche questo tra breve.
--Farai bene. Sorridi, Aloise, rallègrati: tu sei nato vestito. La
Usodimare è invaghita di te.
--Eh via!
--Ho detto male; dovevo dir cotta e stracotta. Ella ancor ier l'altro
si lagnava di non vederti più spesso; ella giura per te, non sa parlar
che di te. Amala, Aloise; amala.... e credila, come dicono tutte le
lettere, all'ultimo verso.
--Pazzo!
--Savio, Aloise! Ricòrdati che m'hai paragonato più volte ad uno dei
sette Savi della Grecia.--
Con queste chiacchiere era finita la colazione. Pochi minuti dopo, i
due amici, tornati in sella, galoppavano alla volta di Genova.
Colà giunti, il Pietrasanta tolse commiato da Aloise, per andare a
mutar d'abiti. Aloise, nel dipartirsi da lui, non ebbe cuore di
annunziargli che andava quel giorno medesimo alla Montalda, temendo
che l'amico avesse a leggergli, tra una parola e l'altra, il suo
disperato proposito; ma gli strinse più e più volte la mano, e gli
disse:
--Enrico, tu sei un ottimo giovane; ti auguro ogni
fortuna.
--È una tratta sulla Monterosso, questa!--aveva risposto il
Pietrasanta.--Corro a presentarla oggi stesso al vezzoso banchiere.--
Come Aloise fu solo, le forze che lo avevano sostenuto fino allora lo
abbandonarono a un tratto.
--Va, uomo felice;--diss'egli tra sè, in quella che saliva
faticosamente le scale del suo quartierino;--segui pur la tua strada!
Tu hai ragione; la vita è come ognuno la vede. L'aspetto delle cose,
le forme, i colori, non sono essi dentro di noi? Qual meraviglia se
Enrico scorge la vita colorata di rose? E in fondo in fondo, non
potrebbe ella esser tale davvero? È il cuore, il cuore, questo viscere
malnato, che c'intorbida ogni cosa, che ci matura gli affanni, che ci
scompiglia lo spirito. Pure, Enrico non è senza cuore; la sua amicizia
per me, così divota, così salda, così sollecitamente operosa, ne fa
buona testimonianza. Ma egli è fortunato; a lui soccorre un senso
arcano, che io non ebbi nascendo, per correre sicuramente questo gran
mare. Possa questo senso durargli, condurlo sano e salvo a quella età
che più non teme patimenti morali!--
Mutati i panni, poichè quella corsa lo aveva fradicio di sudore e di
polvere, Aloise voleva partir subito alla volta della Montalda. Ogni
cosa era all'ordine; le sue carte bruciate, i suoi libri riposti, il
suo quartierino di via Balbi poteva paragonarsi ad una casa rimessa a
nuovo pur dianzi. Solo un rotolo di musica, legato da un nastro nero,
stava in mostra su d'un tavolino. Perchè un nastro nero? Aloise lo
aveva messo la sera innanzi, senza pure badarvi. Quando gli venne
sott'occhi, fu per cambiarlo; ma tosto mutò di proposito. Non è forse
giusto? pensò. Ella lo riceverà questa sera.
Quel rotolo intanto aveva attratto la sua attenzione. Rimase un pezzo
seduto sopra un divano a guardarlo. Quella era musica della marchesa
Ginevra, che egli aveva presa qualche tempo innanzi, per leggerla al
cembalo, e che voleva restituirle. Ma, guardando quel rotolo, gli
venne in mente che forse era male mandarlo pel servo. Avrebb'egli
fatta la commissione quel giorno medesimo? Non l'avrebbe dimenticata,
per avventura?
Così pensando, si alzò e prese il rotolo per portarlo egli stesso. Due
sere innanzi, se i lettori rammentano, egli era stato dalla marchesa,
e aveva fatto giuramento di non rimettere il piede in sua casa. Ma gli
parve che la cortesia dimandasse il sacrificio di quella sua prima e
troppo asciutta deliberazione. __Noblesse oblige__.
Fortificato contro la sua coscienza, che lo accusava di debolezza,
uscì allora di casa. Erano le due dopo il meriggio. Quando fu dinanzi
al palazzo Vivaldi, la coscienza parlò un tratto più forte, ed egli
ebbe vergogna di sè; la persona aveva già accennato a voltarsi per
infilare il portone, ma i piedi lo condussero oltre. Andò fino alla
Posta; ma giunto al cominciamento della piazza, gli vennero veduti da
lontano il Riario, il Cigàla, ed altri suoi conoscenti, raunati a
crocchio in un luogo donde avrebbero potuto scorgerlo, se egli fosse
andato più in là. Tornò indietro sollecito; passò di bel nuovo rasente
al palazzo Vivaldi, e questa volta poi v'entrò a dirittura. Salì le
scale, giunse all'uscio padronale del primo piano, e stese la mano
alla nappa del campanello. Ma qui ancora la coscienza gli disse:
codardo! Scese da capo, e per andarsene senz'altro. Ma non era anche
giunto all'ultimo scalino, che un dubbio lo assalse. Dalle finestre,
qualcheduno, affacciatosi a caso, non aveva potuto vederlo ad entrare?
Non si sarebbero fatte le meraviglie che non fosse salito? E queste
meraviglie non avrebbero condotto a svariate congetture, allorquando
si fosse finalmente risaputo quello che era ancora di là da venire?
Scuse, pretesti, e non altro. Diffatti, risalendo, egli sentiva il
bisogno di aggiungere: Alla perfine, io debbo vederla ancora una
volta; anco se trista, ella è pur stata la stella di questa mia vita.
Suonò finalmente; ma stettero molto, innanzi di aprirgli, di modo che
egli ebbe tempo a pentirsi di essersi condotto a quel punto.--Che vado
a fare? Ella non si cura di me. La vedrò; patirò mille morti in pochi
istanti; dovrò divorare in silenzio altre lagrime.... Oh, se
tardassero ancora! potrei tornarmene via.
Mentre egli meditava in tal guisa la fuga, udì un rumore di passi
nell'anticamera. Poco stante l'uscio si aperse, e comparve nel vano un
valletto della marchesa.
--Illustrissimo!--disse il servo, inchinandosi.--
--È in casa la marchesa?--dimandò Aloise, entrando nell'anticamera.
--No, illustrissimo, e nemmeno Sua Eccellenza il padrone. Sono
partiti, or fanno due ore, per alla volta di Quinto.--
Aloise ebbe al cuore un'orribile scossa.
--O come?--chiese egli turbato:--Così
all'improvviso?
--Sì, illustrissimo; ier sera è avvenuta una disgrazia. È morto qui
sopra un casigliano di Sua Eccellenza; la cosa ha fatto senso al
padrone, e la signora marchesa ha voluto andarsene questa mattina per
tempo, per levarlo di qua. Son rimasto io nel palazzo, per dar sesto
ad alcune faccende.--
Il cuore di Aloise si riempì d'amarezza. Partita! E il consiglio è
venuto da lei!
Contenendosi a stento, trasse di tasca il taccuino; ne cavò un
biglietto di visita; gli fece, secondo l'usanza, un orecchio
nell'angolo, e lo diede, insieme col rotolo di musica al servitore,
perchè fosse consegnato alla marchesa Ginevra.
--È il fato che lo vuole!--esclamò, discendendo per la seconda volta
le scale, e questa volta da senno.
Un'ora dopo, Aloise partiva per la Montalda. Il cielo gli parve buio;
la città era orbata di Ginevra, della sua unica luce.
La carrozza, che lo aspettava al portone della sua casa, era scoperta.
Egli fece chiudere i mantici, poichè fortunatamente era un landò, e vi
si rannicchiò dentro, tutto tremante di freddo, sebbene uno splendido
sole riscaldasse l'aria come in un giorno di estate.
--Comanda altro, Eccellenza?--gli chiese il suo servo, che stava
ossequiosamente ritto al predellino.
--No; rimango alcuni giorni in campagna. Bada alla casa, e se verrà il
marchese Pietrasanta, obbedisci a lui come ad un altro me stesso.
Avanti, cocchiere; ho premura.--
Il cocchiere stimolò i cavalli con uno scoppiettìo di lingua e con un
altro di frusta, e la carrozza si mosse rapidamente sul selciato, non
tuttavia quanto avrebbe voluto Aloise. Tanto era egli smanioso di
finirla!