IV.

Qui si racconta di Goffredo Rudel, come per amor si morisse.

Si ricordano i nostri lettori della visita che fece Aloise alla villa

Vivaldi, allorquando l'amico Pietrasanta lo condusse a fare la prima

passeggiata di convalescenza là dalla parte di Nervi? Se essi non

hanno dimenticato quella gita campestre, rammenteranno ancora che,

innanzi di uscir dalla villa, e quando il giardiniere aveva additato

l'albo dei visitatori, Aloise di Montalto si era fatto sollecito a

pigliar la matita, e, dopo avere rivolta un'occhiata d'intelligenza al

compagno, aveva scritto sull'albo due strani nomi: __Goffredo Rudel__

e __Percivalle Doria__.

Di questa bizzarria il Pietrasanta aveva chiesta la ragione all'amico;

e questi gli aveva risposto con un'altra, ripetendo una frase detta da

Enrico al giardiniere, quando erano per rimettersi in carrozza: «i

nostri noi viaggiano nel più stretto incognito».

Ma perchè, tra tanti nomi posticci che potevano venirgli in mente,

egli era andato a cercar proprio que' due nomi storici? Perchè

all'innamorato senza speranze pareva di scorgere una certa somiglianza

tra la sua infelicità e quella famosa del poeta provenzale. Un

trovatore, poi, ne tirava un altro, e tra i nomi di trovatori da poter

mettere accanto al primo, gli era balenato alla fantasia quello di un

genovese; però aveva aggiunto Percivalle Doria, come pseudonimo di

Enrico Pietrasanta. Si noti che mezz'ora innanzi il giardiniere,

conducendoli sotto l'albero di sughero, aveva accennato ad una Corte

di amore; si aggiunga che Aloise, a que' tempi, secondo l'uso di tanti

innamorati, leggeva assiduamente il Leopardi e il Petrarca. Ora, dal

cenno del giardiniere e dai versi del Petrarca, ai trovatori, al

Rudel, non c'era altro che un passo, e ad Aloise tornava in mente ciò

che aveva scritto messer Francesco nel suo __Trionfo d'amore__.

Gianfrè Rudel, che usò la vela e il remo

A cercar la sua morte....

Dopo quel giorno, molte cose erano avvenute, ed Aloise era introdotto

solennemente in casa Torre-Vivaldi. La sua prima visita alla marchesa,

dopo ch'ella era in villeggiatura, gli aveva fatto ricordare, non

senza un pochino di trepidanza, i due nomi scritti sul libro, e

l'altro inciso sulla tavola di lavagna; ma s'era poscia raffidato nel

pensiero che i primi dovessero rimanere ignorati, confusi com'erano

tra tanti altri forestieri e visitatori d'ogni risma, e l'altro celato

sotto il tappeto, che era sempre disteso sulla tavola di lavagna, in

quelle ore che la marchesa usava passare in quel suo luogo prediletto.

Una volta aveva tremato davvero, ma non al tutto di sgomento. Egli

era, con altri, vicino alla signora, e il discorso era per l'appunto

caduto su quella rustica tavola, che il marchese Antoniotto avrebbe

desiderato mutare in un'altra di marmo.

--No, essa m'è troppo cara così!--aveva esclamato la marchesa.

Ma il subitaneo timore e il dubbio dolcissimo di Aloise erano tosto

svaniti. La marchesa, proseguendo, aveva narrato com'ella non volesse

mutar nulla in quel luogo. La disposizione d'ogni cosa, la

consuetudine di andarvi a passare le calde ore del giorno, il nome

istesso di Corte d'amore, rimontavano alla sua bisavola, a quella

«__celebrata--Per ingegno e beltà Tullia divina__» siccome l'avea

cantata un poeta famoso del suo tempo. Agli orli di quella tavola si

erano appoggiate le crespe rigonfie della sua veste di broccato; su

quel piano s'era posato il suo ventaglio piumato, il suo occhialino,

il suo libro; quella rozza lastra era sacra; sacri i rozzi sedili

fatti di quel medesimo schisto nericcio, sorretti da scabri

pilastrini; nient'altro di nuovo ci aveva da essere, salvo l'aggiunta

dei sedili di maiolica, poichè i primi non sarebbero bastati alle

geniali adunanze dei visitatori moderni.

Tornando ad Aloise, egli, poichè Ginevra niente aveva detto, o

lontanamente accennato, s'era facilmente condotto a credere che non si

fosse addata di nulla. E inoltre, come avrebbe ella potuto

rintracciare in quei muti segni la mano di lui? Il giardiniere, nel

quale s'era imbattuto due volte, non aveva mostrato di raffigurarlo;

oltre di che, non avrebbe potuto affermare chi, dei tanti forestieri,

avesse scritto que' nomi. E li aveva forse pur letti? In queste

argomentazioni s'era chetata l'apprensione di Aloise, ed egli non ci

pensava già più.

Ma bene, per contro, ci pensava Ginevra, come potrebbe dimostrarvi una

lettera di lei alla Roche Huart, scritta ne' primi giorni del giugno,

e già debitamente copiata da padre Bonaventura nel noto volume delle

Opere di santo Agostino.

Volete leggerla? Tanto, per udire la continuazione dei lieti ragionari

e la vita del trovatore Rudel, che qualcheduno si farà pure animo a

raccontare, ci sarà sempre tempo, e noi, cronisti patentati, non ve ne

faremo perdere neanche una sillaba.

È tempo, d'altra parte, che vi diciamo qualche cosa intorno al cuore

della marchesa Ginevra, che fu una delle più notevoli donne della

nostra generazione, in quella guisa che è una delle più importanti nel

viluppo di questa veridica storia. Già minutamente ve l'abbiamo

dipinta nella prima parte del libro, nè abbiamo tralasciato di

accennarvi le egregie doti del suo intelletto; del cuore abbiamo detto

soltanto che ancora non aveva dato segno di vita, così restando ella

una donna della quale non si capiva un bel nulla. Tentiamo ora di

capirne qualcosa; la lettera è qui:

«Sono finalmente nella mia tranquilla dimora di Quinto, dove mi è dato

di respirare, di vivere. Sei mesi di agitazioni, di feste, di cure, di

molestie parigine, non fanno anche a te, mia bellissima, desiderare la

quiete della tua Bretagna? Le veglie, i teatri, le visite, le mille

cure della città, opprimono me pure, m'infastidiscono per cinque o sei

mesi colla monotona sequela dei loro trabalzamenti, e mi fanno parere

cento volte più bella, più cara, questa mia vita campestre. Vivo in

città, come il fiore nell'aria soffocata d'una stufa; qui torno

all'aperto, dove il tepore è sano, dove la luce ravviva.

«Anche quassù s'alternano le visite e i passatempi; ma questi non sono

comandati dalla consuetudine; la mia mente li trova e li varia a sua

posta; quelle poi si ristringono a un picciol numero di famigliari,

uomini sempre, e spesso adoratori molesti, ma sotto la comportabile

maschera dell'ossequio, o della amicizia.

«Uomini! stirpe volgare, la cui ammirazione ti rimpicciolisce, il cui

amore ti offende! Io non so intendere, per verità, come ci possano

essere di così stolte donne, le quali commettano il cuore, la vita

loro, al facile, insolente entusiasmo di un uomo. Or vedi che cosa

avviene, sotto i nostri occhi, ogni giorno. Perchè una donna è giovane

e bella (ardisco scrivere in tal guisa a te, mia bellissima, che m'hai

guastata colle tue lodi e che solevi chiamarmi la tua __petite madone

italienne__), si ascrivono a debito di ammirarla, di farle intendere

in mille modi, non escluso quello della persecuzione, che ella ha

l'altissimo onore di piacer loro non poco. Perchè questa donna ha un

marito, tal volta severo e uggioso, tal altra maturo d'anni e logoro

di cuore, eccoli tosto ad arrogarsi il diritto di amarla e di sperare

che li ami. Questa è villania, insulto universale e continuo, che

ognuna di noi è costretta a patire, e la più parte ne godono; tanto è

vero che la servitù ci ha invilito lo spirito!

«Mi chiedi del Montalto, se continua a fare il malinconico. Sì, mia

bellissima, continua, e va peggiorando; ma ti giuro che tutto ciò mi

dispiace. Io lo stimavo assai più, allorquando, scrivendoti della mia

prima comparsa di donna in questa società genovese, ti accennavo

com'egli fosse il solo che non avesse cercato di farsi presentare a

me, e in teatro, mentre tutti gli sguardi erano rivolti alla tua

__petite madone italienne__, egli solo ostentasse di volger le spalle.

Fui curiosa di conoscerlo, questo bizzarro giovinotto, del quale tutti

erano, e sono ancora, invaghiti; e ciò forse ha potuto darti di me un

concetto disforme dal vero. Egli è venuto, come sai, alla mia veglia

annuale di congedo, e mio marito se n'è innamorato come tutti gli

altri, egli che non va pazzo per alcuna cosa al mondo. Ma di lui ti ho

già parlato a lungo, e di tutti i suoi amori colla politica: laonde

non ti sarà difficile indovinare che la sua amicizia pel Montalto ha

le sue radici nella ragion di Stato, che a noi donne mette i brividi

addosso. Per fartela breve, il giovine amico è già venuto tre volte a

Quinto, e mio marito vorrebbe vederlo ogni giorno. Intanto, sai che

scoperta ho fatto io? Potrei dartela alle cento, alle mille, come

madama Sevignè nella sua famosa lettera, che ci hanno fatta leggere

tante volte in collegio, e tanto non la indovineresti. Figurati che

quel suo contegno, quella sua arcana severità, nascondevano un antico

affetto. E per chi? Per la madonnina italiana.

«Il primo giorno della mia villeggiatura, vado a salutare la Corte

d'amore della marchesa Tullia, e quella tavola di lavagna che sai.

Sull'orlo di quella tenera lastra di pietra che cosa trovo? Inciso il

mio nome, __Ginevra__. Tutto ciò mi dà molto da fantasticare. Chi è

stato? Vo a squadernare l'albo dei visitatori della villa. Son tutti

nomi di Francesi, di Tedeschi, d'Inglesi, e di persone ignote. Ma

l'incisore del mio nome, dico tra me, ha da essere uno del nostro

ceto, e che mi conosca per bene. Ora io non so raccapezzarmi tra i

nomi scritti nell'albo; due soli mi tengono dubbiosa, due nomi strani,

due nomi d'antichi trovatori, Goffredo Rudel e Percivalle Doria.

Piglio lingua dal giardiniere. Il brav'uomo si ricorda della venuta di

due gran signori, giovani ambedue; l'uno pallido, biondo e svelto

della persona, taciturno e infermiccio in apparenza; l'altro di capel

bruno, spigliato nei modi, chiacchierino e sempre in moto. Sono

certamente costoro che hanno lasciato quei due nomi nell'albo; il

giardiniere ha notato che s'era negli ultimi giorni di febbraio, e

sulla pagina c'è appunto scritta la data di quel mese. Essi visitarono

la villa per ogni verso; ma, il biondo, che pareva stanco, non era

andato più oltre della prateria, e, mentre il compagno scendeva nella

grotta, era andato a sedersi presso la tavola di lavagna. Ci siamo, ho

detto tra me; l'ignoto incisore è il giovine biondo.

«Ma ciò non bastava ancora; ho cavato le parole di bocca al

Pietrasanta, l'amico inseparabile del Montalto, e lì, tra mille

chiacchiere sbadatamente fatte, ho potuto sapere che egli era stato,

in un tempo non molto lontano, a visitare la nostra villa. Non ho

chiesto di più, per non metterlo in sospetto; ma il mio dubbio s'è

fatto certezza; il tenue filo della mia logica mi ha guidato a questa

scoperta: Aloise di Montalto aveva un segreto, e questo segreto lo ha

confidato ad una tavola di lavagna, credendola muta. Ma oramai non

parlano anche le tavole?

«Scriva a suo talento, il signorino: cada egli pure ed affoghi nella

consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non

ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la

prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuore di Ginevra.»

Di questa lettera, come dell'altre scritte prima e poi alla

viscontessa di Roche Huart, come, a farla breve, di tutto ciò che

pensasse la bella Ginevra, nulla poteva sapere Aloise. Però, argomenti

il lettore come rimanesse sgomentito a quella improvvisa dimanda della

marchesa, intorno ai due trovatori. Un fulmine, caduto a ciel sereno,

non lo avrebbe scosso più forte. Per un tratto rimase muto; e fu

ventura che altri parecchi gli fossero compagni, ai quali la domanda

era rivolta come a lui; se no, impacciato come un pulcino nella

stoppa, non avrebbe trovato niente da dire, e, quel che è peggio, il

rossore lo avrebbe tradito.

Primo a rompere il silenzio fu il Cigàla, che rispose candidamente di

non conoscere que' due personaggi. Il piccolo Riario fece una ugual

confessione; altri due si strinsero nelle spalle; perfino il De' Carli

tartagliò le sue quattro parole di scusa. Il Pietrasanta stette duro,

come se la cosa non lo risguardasse punto, e se la cavò mandando una

languida occhiata alla marchesa Giulia, che si fece tutta rossa nel

volto. Ma i lettori non facciano sospetti temerarii; la marchesa

arrossiva facilmente, perchè a ciò la traeva il suo color naturale.

Restava Aloise; ma, in quella che gli altri parlavano, il nostro

giovine s'era fatto un cuor da leone. Non si diventa prodi, se non

guardando in faccia il pericolo. Cotesto occorre in battaglia, e molti

che leggono ne avranno fatto sperimento in sè stessi. Chinar la testa

una volta al sibilar delle palle, conduce a chinarla per sempre;

mettersi al riparo dietro un ciglione, persuade a non trarne più fuori

la testa; e l'occasione, che potrebbe fare dell'uomo un eroe, la

occasione se ne va, lasciando il soldato nella sua codarda postura.

Aloise aveva veduto il suo segreto scoperto; ma, tocco sul vivo, aveva

pure considerata in un batter d'occhio la sua condizione disagiata, e

fatto il proposito di uscirne. Però, a mala pena ebbe il marchese

Onofrio tartagliate le sue scuse, volse lo sguardo animoso a Ginevra,

e le disse:

--Orbene, se gli amici non la sanno, vedrò di raccontarvela io; ma

quella soltanto di Goffredo Rudel, che l'altra del Doria non l'ho

presente ora.

--Ci contenteremo di quella;--rispose Ginevra.

--Incomincio, dunque; ma badate, signora, che è

lunga.

--Oh, non ve ne date pensiero; il tempo è tutto

nostro.

--Aloise,--bisbigliò il Pietrasanta all'amico,--ero venuto per

parlarti di un negozio....

--Me ne parlerai più tardi!--interruppe Aloise, con un accento che non

isfuggì al fine udito della marchesa Ginevra.

E mentre tutta la nobile brigata si raccoglieva ad udirlo, Aloise, non

senza arrossire un tantino, così incominciò la la narrazione:

--«Goffredo Rudel, signore di Blaia, è uno dei primi trovatori di cui

facciano menzione le cronache di Linguadoca. Da giovine, amò, o

credette di amare, una Guglielmetta di Benagues, viscontessa guascona,

la quale doveva essere una gran lusinghiera, e amica del numero tre,

poichè le piaceva tenere a bada, nel medesimo tempo, lui Goffredo,

Elia Rudel suo cugino, e Savary di Mal Leone.»

--Povera viscontessa!--interruppe Giulia.--Non sareste per caso un po'

crudele con lei?

--No, marchesa, imparziale. «Narra la storia che in una conversazione

tra la dama e i tre gentiluomini anzidetti, ella sapesse diportarsi

per modo che ognuno di loro, uscendo di là, si tenne il prediletto di

lei. Infatti, venuti a disputa, si chiarì che a Goffredo avea data una

dolcissima occhiata; ad Elia una eloquentissima stretta di mano; a

Savary aveva premuto il piede, sotto la tavola. Così narra

Nostradamus, ed io lo ripeto, per dimostrarvi in che guisa Goffredo

Rudel si allontanasse da lei. Per ventura, quell'amore del giovine per

la Guascona, era un capriccio, uno scherzo, non già un affetto

profondo....»

--Non amano tutti ad un modo i signori uomini?--chiese argutamente

Ginevra.

--La storia di Goffredo Rudel vi dimostrerà il contrario;--soggiunse

Aloise,--ed io vado innanzi senza paura. «Fatto esperto da quel primo

disinganno, Goffredo Rudel non volle metter più la sua fede fuorchè in

nobili cuori. Ora i nobili cuori erano rari al suo tempo tra le donne,

e per lunga pezza il signore di Blaia visse soltanto per l'amicizia,

nè altro ebbe a celebrare ne' suoi versi che questa. Il signore

d'Agoult era l'amico suo, e il castello dell'amico lo trattenne a

lungo tra le sue mura ospitali. Ma giunge in Provenza il conte

Goffredo Plantageneto, fratello a Riccardo Cuor di leone, re

d'Inghilterra, e nella breve dimora fatta al castello di Agoult,

s'innamora cosiffattamente del gentile poeta, che lo vuole con sè alla

corte d'Inghilterra. Il trovatore si schermisce; ma il signore

d'Agoult, liberale com'era, nè volendo rimandare scontento un così

potente barone, prega a sua volta l'amico di cedere allo invito del

conte Goffredo. Ed ecco i due Goffredi, il principe e il trovatore, in

viaggio, alla volta d'Albione.»

--Dell'__avara Albione__!--tartagliò il De' Carli.

--Ma non avara di lusinghe pel nostro provenzale;--soggiunse il

Cigàla.--Egli certamente avrà fatto dar volta al cervello di molte

__ladies__!

--Può darsi;--soggiunse, continuando, Aloise:--«Quel che avvenisse

alle dame inglesi non so; ma posso starvi pagatore che Goffredo Rudel

non n'ebbe il cuore commosso, e in quella vece s'accese del più

gagliardo affetto che uomo sentisse mai, per una donna la quale egli

non aveva mai vista, per la contessa di Tripoli, la quale viveva nella

sua corte, sulle spiagge di Soria. Innamorarsi di veduta, è cosa

agevole e naturale; innamorarsi d'udita, è cosa strana, che molti

stenterebbero a credere. Ma che volete? Udendo dai pellegrini, che

tornavano da Terrasanta, narrare i pregi della contessa, celebrare la

prestanza delle forme, la soavità dei modi, l'ingegno acuto, e virtù

d'ogni maniera che la facevano superiore all'altre dame del suo tempo,

il povero trovatore tanto se ne invaghì, che non ebbe più pace. E

certo quel suo insolito e strano amore diventava la favola di tutta la

corte d'Inghilterra, se le canzoni che egli scriveva in lode della

lontana sua dama, della sconosciuta beltà, destando l'ammirazione

universale, non avessero fatto tacere il sarcasmo.»

--Voi pure ammettete,--interruppe Ginevra,--che fosse strano non poco,

questo amore d'udita?

--Non lo nego; sebbene, a que' tempi, la cosa poteva parere meno

bizzarra. Le cronache provenzali ci hanno conservata una tenzone tra

due poeti, Gerardo e Peronetto, intorno alla quistione, chi più ami la

sua dama, se il presente o l'assente, e chi più possente amore

introduca, o il cuore o gli occhi.

--Questione difficile!--notò il Pietrasanta.--Che ne pensate voi,

signora?

--Io tengo per gli occhi;--rispose arrossendo la Giulia, a cui la

dimanda era rivolta.

--E voi?--chiese il Cigàla, alla Torralba.

--Pel cuore;--rispose la soave Maddalena.

--Ed io per tutti e due!--sbruffò il lezioso De'

Carli.

--Ma come fu sciolta la questione, allora?--chiese Ginevra, per dar la

parola di bel nuovo al narratore.

--Non saprei dirvelo. Le cronache raccontano che fu portata innanzi

alla corte d'amore di Pierafuoco e di Signa; ma non ci recano la

sentenza che ne fu data. So bensì che in quella tenzone poetica, tra

molte buone ragioni ed esempi per l'una parte e per l'altra, c'era una

strofa che vi traduco così: «Tutti gli uomini di perfetto giudizio

conoscono molto bene che il cuore ha signoria sopra gli occhi, e che

gli occhi non servono punto nelle cose d'amore, se il cuore non

acconsente; laddove, senza gli occhi, il cuore può francamente amare

una cosa che giammai non abbia veduta, siccome avvenne al signore di

Blaia.»

--L'esempio non scioglie la questione!--disse

Ginevra.

--È un circolo vizioso!--aggiunse il De' Carli.

--Ma via,--ripigliò la marchesa,--continuate la vostra storia, signor

Aloise, e perdonate le interruzioni troppo frequenti a un uditorio

curioso ed attento.

--«Infiammato sempre più dal desiderio di veder la contessa, Goffredo

deliberò di andarsene pellegrino in Terrasanta. Un suo dilettissimo,

anch'egli buon trovatore, Bertrando di Alamannone, fu pronto, come

suol dirsi, a tenergli bordone, e ambedue fecero il disegno

d'imbarcarsi a quella volta. Doleva di quella partenza al

Plantageneto, che usò d'ogni suo potere per distogliere il suo

protetto da quel faticoso viaggio. Ma nulla valse; e finalmente,

ottenuta licenza dal conte, il Rudel monta in nave coll'amico. Eccoli

in viaggio, alla scoperta dell'ignota bellezza. Il vento fischia nel

sartiame; la tempesta assale il naviglio; il masso di Gibilterra

torreggia spaventoso frammezzo alle brume; Goffredo Rudel non ode il

fischio del vento; non bada ai marosi che invadono la coperta, e canta

dolcemente d'amore. Udite la canzone ch'egli ha composto nel tragitto,

temendo di non poter subito parlare alla contessa, anzi d'aversene a

tornare con suo estremo dolore, dopo un sì lungo e pericoloso viaggio:

<i>Irat et dolent m'en partray.

S'yeu no vey est amour deluench

Et ne say qu' ouras la veyray,

Car son trop nostras terras luench.</i>

«Ma scusate; senza badarvi, la recitavo nel testo provenzale, non

rammentando che l'avevo tradotta.

«Corrucciato, dolente, io partirò,

Se pria non vegga l'amor mio lontano,

E non so quando mai lo rivedrò,

Chè nostre terre son troppo lontano!

«Quel Dio che quanto viene e va creò,

Che vita diede a quest'amor lontano,

Mi dia conforto al cor, perchè pur ho

Speranza di vederti, amor lontano!

«Signor, per vero e per leale io dò

L'amor che porto a lei, così lontano:

Giacchè per un sol gaudio che n'avrò,

N'ho mille affanni, tanto son lontano!

«Già d'altri amori ormai non gioirò,

Se di te non gioisco, amor lontano;

Chè donna pia leggiadra esser non so,

In alcun luogo, prossimo, o lontano!

«L'amore è stato paragonato ad una lama che, troppo a lungo rinchiusa,

irrugginisce e corrode la guaina. Al misero Goffredo, quell'amore

fortissimo per una donna ignota, compresso per così lunga stagione nel

profondo del cuore, aveva turbate, distrutte, le fonti della vita. I

venti contrarii, le stazioni forzate nei porti del Mediterraneo, tutto

concorreva ad accrescere i disagi del tragitto; laonde il desiderio di

giungere si tramutò in febbre, e colla febbre si svolsero in breve ora

i segni dell'interno struggimento di quelle membra affralite. La nave

non aveva anche oltrepassata la punta estrema di Sicilia, che già

l'infermo non era più in grado di muoversi dal suo giaciglio, e i

governatori del legno pensavano di averlo tra pochi giorni a

seppellire nei gorghi del mare.

«--Almeno vivessi io tanto da vederla una volta!--andava ripetendo

l'infermo al cortese amico, che passava i giorni e le notti al suo

fianco, studiandosi di consolarlo. Veder la contessa e poi morire, era

il suo pensiero assiduo, incessante, e, diremo anzi, la sua agonìa.

«La nave giunse finalmente nelle acque di Soria, in vista di Tripoli.

Trascinatosi a stento sul cassero di poppa, Goffredo Rudel salutò le

bianche torri della sospirata città, che parevano accostarsi a lui

sulla liquida superficie, e non volle smuoversi da quella

contemplazione fuorchè per scendere a riva. Ma un tanto sforzo lo

aveva stremato; e quando, a gran fatica di braccia amorevoli, calato

in uno schifo, fu condotto a terra più morto che vivo, parve

necessario portarlo immantinente allo spedale dei pellegrini, dove si

credette che in quella notte medesima dovesse render l'anima a Dio.

--Poveretto!--esclamò la pietosa Torralba.

--«In tali distrette--proseguì Aloise--Bertrando di Alamannone fu

sollecito a recarsi presso il conte di Tripoli. Ma il conte Raimondo

non era in città, sibbene ai confini della sua vasta contea, per

abboccarsi con un messaggero del Saladino, al quale egli, cristiano,

doveva più tardi riuscire di così valido aiuto nella conquista di

Gerusalemme. Vide in quella vece la contessa e n'ebbe le più oneste

accoglienze che sperar si potesse. E allorquando egli ebbe detto a

quella nobile dama com'egli fosse giunto in compagnia del signore di

Blaia, la cui fama era pervenuta fino a lei, insieme coi suoi versi

d'amore per essa (perchè allora le canzoni dei trovatori correvano il

mondo, in quella stessa guisa che oggidì corrono i libri dei più

famosi scrittori) e come il gentil trovatore fosse ridotto in fin di

vita, ella fu presa da così forte turbamento che la costrinse a

sorreggersi sulle braccia delle sue ancelle, per non cadere come corpo

morto sul pavimento.

«La donna che sa d'essere amata, è facilmente pietosa (almeno così

dicono): e la contessa di Tripoli sentiva nei canti celebrati di

Goffredo Rudel e nella fama che del suo affetto correva da più anni in

Europa e sulle spiaggie di Palestina, di essere la più amata tra tutte

le donne della cristianità. Epperò, tornata in sè stessa, non volle

mettere indugio a vedere il morente, e corse, volò, in compagnia di

Bertrando, allo spedale dei pellegrini.

«Allorquando dalle labbra dell'amico, che era corso innanzi, udì

Goffredo che la sospirata donna gli era già tanto vicina, non seppe

resistere a quella grande allegrezza, e uscì per tal modo fuori de'

sensi, che fu da Bertrando creduto morto senz'altro.

«--Ahimè,--gridò la contessa di Tripoli, entrando nella cameretta e

vedendo quella pallida fronte supina sul capezzale--che questa mia

infausta bellezza ha ucciso il più gentil cavaliere che al mondo

fosse!--

«E corsa alla sponda del letto, ov'egli giaceva, strinse quella mano

che pendeva prosciolta sul ruvido copertoio, e recatasela alle labbra,

la baciò amorosamente più volte.

«Al tocco di quelle labbra, tornò in sensi, riaperse gli occhi il

moribondo, e vide finalmente, ahi troppo tardi! quella immagine

divina. Un'aria di supremo contento gli si diffuse sul volto; la sua

mano strinse dolcemente quella di lei; i suoi occhi si affisarono

estatici sul bianco viso, sul collo, sugli omeri, e sulla persona

tutta quanta di quella gentile, quasi non volessero perdere un

lineamento, un contorno, di tanta bellezza. Così guardandola, e

palpitando, raggiando verso di lei con tutte le forze stremate

dell'anima sua, notò Goffredo le lagrime che le sgorgavano copiose

dagli occhi.

«--Madonna,--diss'egli allora, con un filo di voce, e traendo a sè,

come gli veniva fatto, quella maravigliosa persona,--qui, qui, presso

a me, ve ne prego, che quelle dolcissime lagrime non vadano perdute!

«--State di buon animo, messere!--soggiunse ella, accostando la sua

alla faccia di Goffredo, per modo che i suoi capelli ricadenti gli

sfiorarono le guance e l'alito della sua bocca scese come una divina

ambrosia a rinfrescargli le labbra;--Voi risanerete, e la nostra corte

udrà ammirata i nuovi versi di un sì gentil trovatore.--

«A queste parole della contessa di Tripoli, Goffredo crollò

malinconicamente la testa sull'origliere.

«--No, madonna,--ripigliò;--io mi sento morire. Solo la speranza di

vedervi una volta, mi ha serbato questo soffio di vita. Addio,

madonna; io non mi dolgo ora della morte, ora che vi ho veduta. Il mio

labbro ha bevute le vostre lagrime; il mio cuore le porterà nella

tomba.--

«Furono le ultime parole di Goffredo Rudel, che poco stante,

felicissimo nella morte, com'era stato infelicissimo in vita, esalava

lo spirito tra le braccia della donna adorata. La quale compose la

salma di lui in una ricca ed onorevole sepoltura di porfido, su cui

fece intagliare alcuni versi in lingua arabica, a ricordo di un così

grande amatore.

«E i versi tutti che Goffredo Rudel aveva composti in lode di lei,

fece trascrivere in lettere d'oro e serbò gelosamente con sè. Ma, da

quel giorno, mai più la contessa di Tripoli fu veduta con faccia

lieta. Visse ancora, ma soltanto per ricordare quel giorno, quell'ora,

in cui avea conosciuto, e perduto ad un tempo, il signore di Blaia.

«Il codice dei trovatori che si conserva a Roma, nella biblioteca

Vaticana, racconta che la contessa di Tripoli, come potè farlo

liberamente, si chiuse in un monastero. Tutti gli altri cronisti

narrano che non tardasse molto a seguir nella tomba l'uomo che era

morto d'amore per lei.»

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 10 / 68 题