Dove si legge come andasse a finire l'impresa di Lorenzo Salvani.
Il nostro giovinotto era stato poco dianzi dal capo della rivolta, ed
aveva avuto un lungo colloquio con esso lui, tanto per indettarsi
d'ogni cosa che avesse a fare, quanto per istabilire i modi più adatti
a collegare l'impresa col centro dell'azione, e poterne avere, ad ogni
occorrenza, consiglio od aiuto.
Per ciò che si riguardava a lui, comandante di quella perigliosa
fazione, egli doveva andarsene al suo ritrovo di Prè. Colaggiù avrebbe
trovato cento uomini, con armi e munizioni giusta il bisogno, parte
raccolti al pianterreno di una casa a lui già nota, parte in uno
stambugio, o cantina, o stalla che fosse, di rimpetto alla casa
anzidetta, donde, per la strettezza del vicolo, avrebbe potuto
agevolmente, e senza pericolo, comunicare ad ogni ora, ad ogni
istante, con essi.
Questi cento uomini posti sotto il comando di Lorenzo, erano divisi in
due drappelli, ad ognuno de' quali erano assegnati due uffiziali,
scelti tra i più animosi e tra i più esperti dallo stesso Salvani. Il
primo drappello, che doveva esser raccolto al pianterreno della casa
sovraccennata, era guidato da due ottimi popolani, il Martini ed il
Fresia, uno dei quali aveva fatto le campagne del 1848 e 1849, e
l'altro, di fresco uscito dal servizio militare, conosceva benissimo
il fatto suo. Al secondo drappello era preposto un Nava, lombardo,
anch'egli prode soldato e un Doberti, genovese, giovine, adolescente
quasi, ma ardito e volenteroso che nulla più. Seguivano i capi
squadra, che non istaremo a nominare, i quali ripetevano il loro grado
e l'ufficio da cotesto, che eglino avevano, ciascheduno per sè, tirati
nell'impresa e raccolti a manipolo gli amici.
Il tentativo della Darsena doveva cominciare al segnale convenuto per
l'azione simultanea di tutti i centri particolari della rivolta in
città. E il modo in cui questo tentativo aveva ad esser condotto, non
è da raccontarsi in queste pagine. Basti sapere che, oltre ai mezzi
consueti della guerra, c'era un sottil stratagemma, immaginato da
Lorenzo ed approvato dai capi; i quali, poi, facevano assegnamento
sopra altri spedienti e fortunate combinazioni, che nemmeno s'hanno a
dir qui a guerra finita, anzi neppure cominciata.
Nell'andare al ritrovo e dovendo passare per le vie più popolose di
Genova, Lorenzo si stupì di non veder più gente del consueto a
passeggio. Gli pareva che a quell'ora sull'imbrunire, e con tutta
quella carne in pentola, dovesse notarsi in città maggior brulichio di
persone. Ma tosto si fece a pensare che, essendo già forse tutti gli
uomini più deliberati al loro posto, quella tranquillità delle vie
poteva essere un buon segno; e con questo pensiero in mente giungeva
nel vicolo, dov'era la meta del suo viaggio. Colà gli avvenne come ai
destrieri generosi, che l'odor della polvere da cannone li scuote, li
rinfranca, li rende più baldi. La lotta era imminente; il pericolo
incominciava: Lorenzo rizzò alteramente il capo, e l'animo suo si
riebbe, si fece pari all'altezza dei casi.
Dopo avere sbadatamente alzati gli occhi e sbirciata una scritta,
entrò difilato in un andito buio. Esperto come era del luogo, si
inoltrò con passo sicuro fino alla svolta di una parete: trovò
brancicando un uscio, e bussò leggermente due volte.
Chi è?--gli fu chiesto di dentro.
--Patria!--rispose sommesso, accostando le labbra alla commettitura
dell'imposta collo stipite.
A quella parola, magica come il famoso Sesamo di Ali Babà nelle
__Mille e una notte__, l'uscio si aperse, e il Salvani entrò
prontamente nel vano.
--Il comandante!--disse una voce.
--Ah, siete voi, Martini? Buona sera! I nostri uomini ci saranno già
tutti, a quest'ora....
--Magari ci fossero i due terzi, ed anco la metà, che sarebbe tanto di
guadagnato!--rispose il Martini.--Io ci ho il sospetto che molti siano
dal notaio a far testamento, e non giungano che a pappa fatta.... se
pure non sarà una frittata.--
Quest'ultima parte del periodo, il Martini se la tenne tra' denti, e
noi la riferiamo, tanto per dipingervi l'uomo. __Ex ore tuo te
judico__, dice il proverbio latino. Il Martini, come le sue parole
dimostravano, era un capo ameno, se altro fu mai, sempre ricco di
facezie, strambotti ed altre piacevolezze, anche nei momenti più
gravi; vero tipo di popolano genovese, col suo ingegno naturale e non
senza una certa coltura letteraria, frutto di buona volontà, anzichè
di studi fatti. Aveva trentacinque anni; era scapolo; aveva combattuto
in Lombardia, ed era giunto al grado di sottotenente nella difesa di
Venezia; tornato in patria, aveva ripigliato il suo antico mestiere di
bottaio, e cacciava innanzi i cerchi a colpi di mazzo, colla medesima
ilarità, colla medesima lena operosa, con cui s'era guadagnato il
cerchio di filo d'argento, intorno alla fascia della sua berretta da
volontario. Nè tra il pialletto, la spina, il mazzo, il cocchiumatoio
e gli altri ferri dell'arte sua, dimenticava la politica, vero ed
unico ferro, stiam per dire, dell'anima sua. Nelle ore d'ozio, leggeva
sempre; si metteva quotidianamente in corpo l'__Italia del Popolo__,
il __Movimento__, e quant'altri fogli stampati gli capitassero sotto
le mani; nè soltanto li leggeva, ma vi faceva le sue chiose, e se mai
lo scrittore gli usciva di riga, avevate a sentirlo, come lo pettinava
colla sua lingua! Ma quando, per contro, gli andava a' versi una cosa,
non c'era santi a levargliela di testa, e si sarebbe buttato nel
fuoco, se ciò fosse bisognato a provare che aveva ragione. Pensava col
suo capo, insomma, se talvolta operava secondo il cenno degli altri.
Nella rivolta, verbigrazia, egli c'era, non tanto perchè questa gli
piacesse, o gli sembrasse sicura, quanto perchè molti succianespole,
diceva egli, molti ciarloni, buoni a nulla, non parlavano d'altro che
di menar le mani, ed egli voleva vederli un po' da vicino, i larghi
promettitori, e fare a chi lavorasse più sodo. Il Salvani, severo,
scarso di parole, gli era piaciuto; nè meno era piaciuto egli, col suo
carattere schietto ed aperto, al Salvani, che anzi lo aveva voluto
della sua banda, e suo primo uffiziale.
Alle parole del Martini, Lorenzo aveva crollato il capo e dimenate le
labbra.
--Diamine!--esclamò egli, dopo una breve pausa.--E quanti sono?
--Qui venticinque, ed Ella fa ventisei. Là di rimpetto, or fanno tre
minuti, erano diciotto. Ora ventisei e diciotto, se bene ho imparata
l'aritmetica, fanno quarantaquattro, e da quarantaquattro a giungere
sui cento, mancano ancora cinquantasei.--
Lorenzo si fece scuro in volto, e in cambio di dimenar le labbra, come
aveva fatto prima, le morse, in un impeto di suprema amarezza.
--Per fortuna,--diss'egli poscia, quasi volesse ingannar se
medesimo,--non sono appena le otto e mezzo, e gli amici possono
capitare da un momento all'altro.
--Sì, aspettiamoli, questi veri Italiani!--soggiunse il Martini,
accompagnando la sarcastica frase con un moto ondulatorio del suo
atletico torso.--Ah, comandante! Noi in Italia, sia detto con sua
licenza, siamo di gran chiacchieroni, col nostro __Elmo di Scipio__
irrugginito e coi nostri __giuriam!__ dove non si mette altro che il
fiato. E la veda, non mi fa mica meraviglia che siamo così pochi alla
posta. Io n'ero così certo, come della esistenza del figlio unico di
mia madre. Ma, per l'anima del Ferruccio, e di tanti altri
valentuomini che si citano così spesso e volentieri, io sono
stupefatto di non veder qui certi ammazza sette e storpia quattordici,
che gli sapeva mill'anni di far le schioppettate, ed erano sempre lì a
spingere, a tacciar gli altri di mala voglia. Se mi cascano sotto
l'ugne, questi figli di Bruto....
--C'è il Garasso?--chiese Lorenzo, che metteva i nomi dove il Martini
non aveva messo altro che gli epiteti.--E il Dellaquinta e il
Gasperini, ci sono?
--Neanche l'odore!--rispose il buon popolano.--Già, del Garasso ho
sempre dubitato, io, e metterei la mano sul fuoco che egli è una spia.
--Che cosa dite, Martini?
--So quel che dico, e glielo ripeterò a lui, e gli romperò anche il
grugno, se ardirà farsi vivo. Quanto agli altri due, non ci hanno
altro peccato che la vanità, ed è questa che li fa uscire in tante
smargiassate. In fondo son disperatacci che vorrebbero aver quattro
soldi, e farebbero patto di non metter più elmi di Scipio, nè giurar
morte ai tiranni, per tutto il tempo di lor vita.
--E il Tarlati, e il Geremia?
--Oh, ci sono, questi due, ci sono; ma il primo, mogio mogio, s'è
accovacciato nella paglia e dorme dalla paura; il secondo è ubbriaco
fradicio, e non fa che rompere il capo alla gente. Lo senta; grida
come un dannato.--
E accostandosi ad un uscio semichiuso, donde giungeva ai due
interlocutori dell'anticamera un suon confuso di gente raunata, lo
spalancò gridando:
--Zitti là, che vi farete sentire di fuori! Ecco
il comandante!--
Lorenzo Salvani entrò allora in una stanzaccia male rischiarata da una
lucerna a beccucci, posata nel mezzo d'una gran tavola d'osteria, e da
due o tre moccoli di candele steariche, piantati nel collo di
altrettante bottiglie vuote. Lucerna e candele avevano tanto di
moccolaia fungosa, che dava assai più fumo che luce, nè certo aiutava
a diradare la nuvola fitta che l'assiduo fumar delle pipe aveva
formata sulle teste dei congregati. I quali sedevano, in numero di
quattordici o quindici, intorno alla tavola, piena stipata di fiaschi,
bottiglie, bicchieri, picce di pane e fette di salame qua e là distese
su brandelli di carta. Altri parecchi dormivano della grossa sdraiati
lungo le pareti, sopra alcune bracciate di paglia, e se n'udiva il
russo accompagnare le voci avvinazzate dei più verbosi seduti.
Un altro dormiva a gomitello, su d'un angolo della tavola, non udendo
lo strepito che gli si faceva alle orecchie; due o tre altri
comparivano dal vano dell'uscio di una camera vicina, dov'erano le
armi, in atto di sperimentare lo scatto dei fucili, o le lame delle
sciabole, che erano là dentro in quantità. E le voci alte e fioche dei
seduti, l'acciottolìo de' bicchieri, lo strepito delle armi e il russo
de' dormenti, facevano una babilonia da non dirsi a parole.
All'apparire di Lorenzo tutto quel frastuono cessò.--Il
comandante!--fu la parola che corse sommessamente lungo le sponde
della tavola.
--Il comandante?--ripetè, ma più alto, una voce fessa e impacciata dal
vino.--Viva il comandante, e si beva alla sua salute!
--Zitto, Geremia!--gridò il Martini.--Tieni la tua parlantina per
questa notte.
--O come, sor tenente? voi togliete la libertà della parola?--chiese
con un ridevole strascico di frasi il poco biblico Geremia.--Non siamo
qui radunati per salvare la libertà, noi? La libertà è libera, io
dico; viva la libertà! Parlo bene, o parlo bene?--
Il comandante, a cui era rivolta questa burlesca domanda dell'ubbriaco
(e lo dimostrava il gesto di Geremia, che accostava militarmente la
palma rovesciata dalla mano alla visiera del caschetto), rispose
asciuttamente:
--Sì, avete ragione; ma se fate chiasso fin d'ora, darete la sveglia
ai nemici, e non si potrà più far nulla, per questa povera libertà.
--Ben detto! ha ragione il comandante!--soggiunsero molte voci.
--Ma, io dico....--balbettava Geremia.--Io dico che l'uomo....
--È ubbriaco!--proseguì un altro, daccanto al beone, dandogli sulla
voce.
--Ubbriaco io? io che ho bevuto appena tre bicchieri di vino?
--Bevine un quarto,--interruppe il Martini,--e falla finita. Se ti
garba, potrai andar sulla paglia, a tener compagnia al Tarlati, che
russa come un contrabasso.--
In quel mentre si udì picchiare all'uscio. Il Martini andò ad aprire,
colle solite cautele. Erano altri cinque che giungevano al ritrovo.
--Trentuno!--disse il tenente.--Vuol forse Ella che io vada a dare
un'occhiata agli altri, nella cantina di rimpetto?
--Sì, da bravo. Martini, andate!--
E ciò detto, Lorenzo si diede a passeggiar per la camera, dopo aver
accettato dalle mani di uno della brigata un bicchiere di vino, del
quale non bevve altro che un sorso. Poco stante, fu di ritorno il
tenente.
--Orbene?
--Ventiquattro laggiù, e con questi trentuno, cinquantacinque in
tutto.
L'animo di Lorenzo s'era già acconciato a questa mala sorte; epperò il
giovane comandante non si fermò a fare altre malinconiche
considerazioni sulla scarsezza del numero. Entrato in una cameretta
attigua, insieme col Martini e col Fresia, chiamò i sott'ufficiali
presenti all'appello, per far la nota dei congregati e dividere, come
si poteva la meglio, le squadre. Erano smilzi manipoli, ma bisognava
contentarsi. Quanto agli uomini che ancora potevano giungere innanzi
l'ora della mischia, Lorenzo comandò che dovessero entrare nelle
squadre meno numerose.
Non dissimilmente si adoperò nella casa dirimpetto, dov'erano
uffiziali il Nava e il Doberti. Intanto, i seduti a desco e i dormenti
sulla paglia furono chiamati a star su, salvo tre o quattro che, non
potendo reggersi pel vino cioncato, sarebbero stati d'impaccio anzi
che d'aiuto ai compagni; e si venne alla distribuzione delle armi e
delle cartucce.
Parecchi si lagnavano che i fucili fossero grami. E certamente
avrebbero potuto essere migliori. La più parte eran a martellina,
colla pietra focaia; lo scatto in alcuni era troppo duro, e a far
battere il cane sulla martellina occorreva il pollice di Alcide; in
altri non c'era verso che volesse stare sulla tacca di riposo: tutti
avanzi di botteghe di armaiolo, eredità di guardia civica, notevoli a
vedersi per le fascette e i guardamani di ottone.
--Ma questi son cassoni, non fucili!--diceva uno.
--Che cassoni?--soggiungeva un altro.--I cassoni son buoni da ardere,
e questi non farebbero fuoco neanco a scaldarli in un forno.
--Ci vuol pazienza, amici!--diceva Lorenzo, che incominciava a
perderla.--Voi sapete che la rivoluzione non è ricca; i fucili buoni
potrete guadagnarveli là, dove andremo; ce ne sono di eccellenti.
--Cattivo soldato,--aggiungeva il Martini,--cattivo soldato quegli che
si lagna del suo fucile, quando ci ha una baionetta da poterci
innestare!--
In questi ragionamenti e in queste operazioni, erano giunte le dieci.
E segnale nessuno! Parecchi incominciavano a mormorare. Che si fa? che
si aspetta? Lorenzo aspettò ancora una ventina di minuti; poi,
chiamato a sè uno dei più impazienti, lo mandò, con un suo biglietto,
a chieder notizie al quartier generale.
--Vado e torno!--aveva detto il messaggero. Ma un quarto d'ora passò;
passò mezz'ora; suonarono finalmente le undici; e il messaggero, che
s'era veduto andare, non fu visto tornare. Egli aveva fatto come il
corvo dell'Arca.
Allora il comandante fece quello che aveva fatto Noè; aspettò un altro
poco, e pregò il Martini che volesse andar lui. Questi almeno sarebbe
tornato.
Frattanto i capisquadra duravano gran fatica a trattenere i loro
uomini. Taluni più chiassosi (gente di malavoglia, diceva il Martini)
se la pigliavano coi capi della rivolta, sbraitavano contro i vili che
non erano venuti al ritrovo, e bestemmiavano, sacramentavano d'esser
stati traditi.
--Le bestemmie non colmano il vuoto;--diceva Lorenzo.--Cinquanta
uomini volenterosi e gagliardi ne valgono cento. Quanto a ritardo,
sapremo tra poco che cos'è; del resto, se avete voglia di fare, io ne
ho quanto voi, e nasca quel che sa nascere, appena tornato il Martini,
usciremo noi, la romperemo da soli!--
Queste parole calmarono gli spiriti più irrequieti; che anzi, parecchi
incominciarono a dire sommessamente che non c'era gusto a muoversi da
soli, e, mentre tutti gli altri se ne stavano colle mani alla cintola,
andare a morte certa pel loro bel muso. E questa fu in breve
l'opinione di tutti. Ma non ardivano parlarne ad alta voce; il
comandante, a cui forse non era sfuggito quel nuovo giro dei loro
pensamenti, s'era fatto scuro nel volto come un'imposta chiusa; egli
andava accarezzando con troppo amore il calcio della sua rivoltina,
che portava nelle tasche della giacca, e bisognava star zitti. Ma
allora fu un'altra scena; chi si doleva dell'aria soffocata di quel
pianterreno, ermeticamente chiuso; chi si rimetteva a bere, per
guadagnarsi la fortuna dei quattro o cinque, lasciati sulla paglia a
dormire. I meno vergognosi, poi, imitavano gli scolaretti che non
sanno durarla con un'ora di lezione, e chiedevano, per una ragione o
per l'altra, di uscire.
Finalmente fu picchiato all'uscio; era il Martini che tornava da far
l'ambasciata, e, come la colomba dell'Arca, portava un ramoscello
d'olivo. Il colpo era fallito; non c'era più nulla a tentare.
La cosa parve strana a Lorenzo, che fu sollecito a chiamare in
disparte il suo luogotenente, e a farsi raccontare ogni cosa per filo
e per segno. Il Martini era andato senza risico, passando pei vicoli,
e cansando le vie principali, fin dove gli aveva accennato il
comandante. Colà egli non aveva potuto abboccarsi col capo, che stava
a stretto colloquio con altri. Per contro, aveva parlato con taluni
dello stato maggiore (e ne citava i nomi) dai quali aveva udito che
non c'era più rimedio: che lo Sperone non s'era potuto prenderlo: che
il presidio era tutto in armi, ed occupava militarmente le vie della
città; che finalmente non c'era più nulla a fare, e ognuno pensasse a
cavarsela.
A Lorenzo non bastavano quelle notizie. Non che dubitasse del Martini,
o che avesse fede nella possibilità del tentativo; ma, con una sì
grave malleveria sulle spalle, voleva sincerarsi del contr'ordine, co'
suoi occhi, colle sue orecchie medesime. Però, ceduto il comando
all'ottimo popolano, e ordinato che la gente non si movesse dal posto,
salvo il caso di suprema necessità (del resto il luogo aveva due
uscite, l'una per l'andito che i lettori conoscono, l'altra dalla
porticina d'un orto attiguo) uscì da quella casa per andare a sua
volta al quartiere generale.
Verissima in ogni parte la relazione del luogotenente; il colpo era
fallito. E ciò saputo dalla bocca istessa dei capi, Lorenzo rifece con
pronto passo la sua strada, per andare a sciogliere i suoi, che lo
aspettavano. Passato speditamente per la via del Campo e la porta dei
Vacca, entrò nella via lunga ed angusta di Prè, dove già tutte le
botteghe erano chiuse da un'ora, ed egli non si abbattè in anima nata,
salvo in qualche ubbriaco, che proseguiva in lunedì il tripudio vinoso
della domenica.
Così giunse alle spalle del palazzo reale; andò oltre; ma quando fu
presso al vicolo, nel quale aveva a commettersi, gli ferì
improvvisamente l'orecchio un rumore di passi, e uno strepito d'armi.
Era di sicuro un drappello di soldati. Tornare indietro e giuocar di
calcagna? No certo, sebbene fosse quello il più savio consiglio. E i
compagni? non doveva egli andare a cercarli, e, se erano scoperti,
partecipare alla loro sorte? La sua deliberazione fu pronta: impugnò,
senza cavarla tuttavia di tasca, la sua rivoltina, e affrettò il passo
per entrare nel vicolo.
Ma egli aveva a mala pena svoltato l'angolo, che si udì gridare sul
volto:
--Alto là!--
E innanzi che avesse potuto misurare la gravità del pericolo, si vide
attorniato da un manipolo di soldati.
--Dove va Ella?--chiese il sergente che comandava la squadra.
--Pe' fatti miei;--rispose asciutto Lorenzo.
--Ah diamine, Sal....! siete voi?--gridò, balzando fuori a quelle
parole del giovine, un uffiziale che era rimasto alcuni passi
indietro.
--Nelli di Rovereto!--sclamò Lorenzo, ravvisando il capitano.
--Sì, per l'appunto, Nelli di Rovereto, che naviga in questi paraggi
per comando del suo generale, e non avrebbe a lodarsene punto, se il
caso non lo facesse imbattere in un volto d'amico.--
Ciò detto, il capitano si volse al sergente, che si era tirato in
disparte co' suoi, per concedere alcuni minuti di riposo, mentr'egli
stava ragionando con quel suo conoscente.
--E adesso a noi;--proseguì, tirando Lorenzo sull'angolo della
strada.--Dove andate così frettoloso, mio buon Salvani?
--Passeggiavo; lo vedete.
--E avevate paura (scusate, dico paura, così, per modo di dire) e
avevate paura dei ladri?
--Perchè?--dimandò stupefatto il Salvani.
--Perchè,--soggiunse, abbassando ancora la voce, il Rovereto,--perchè
vi siete armato della vostra rivoltina, che vi fa un gomito traditore
nella falda della giacca.
--Credete che fosse proprio paura dei ladri?--chiese Lorenzo,
sorridendo.
--Non vi dirò quel che io credo, come voi non mi direste quello che è.
Smettiamo dunque un simile discorso; e andate, che io non voglio
trattenervi.
--Grazie!--rispose Lorenzo, stringendogli fortemente la mano. E fece
per andar oltre; ma il capitano lo trattenne ancora.
--Intendiamoci, Salvani; non per di qua. Tornate indietro, e sarà
meglio per tutti.
--Non posso; o lasciatemi passare, o fatemi
arrestare senz'altro.--
Il buon capitano, che amava molto Lorenzo, avendolo conosciuto prode e
gentil cavaliere in quella occasione che i nostri lettori rammentano,
stette alquanto sovra pensiero; quindi, mettendo amorevolmente le mani
sulle braccia di lui, e guardandolo fisso in volto, gli chiese:
--Che cosa sperate oramai?
--Nulla!--disse il Salvani.
--Dunque?...
--Dunque lasciatemi andare per di là, dove ho alcuni amici da vedere;
e sarà, ve lo giuro, senza pericolo per la causa alla quale servite.
--Lo credo; ma se fosse, come io penso, con pericolo vostro?...
--Che importa? Non badate a ciò, e lasciatemi
andare.
--Dovunque vi piacerà, salvo al numero __otto__.
--Che?--esclamò il giovine, piantando a sua volta gli occhi in viso
all'amico.--Voi sapete....
--Ogni cosa. So, verbigrazia, che laggiù non trovereste più alcuno,
salvo una mezza compagnia di soldati che custodisce le porte, e una
mano d'altri personaggi, meno riguardosi coi loro avversari politici,
i quali vanno rovistando dappertutto, per trovare una carta.... che
non c'è.
--Ah!--disse Lorenzo.--E gli amici miei....
--State di buon animo!--interruppe il Nelli.--L'uffiziale di pubblica
sicurezza aveva fatto male il suo piano di battaglia, e ha assalito il
nemico senza chiudergli la ritirata. Io m'ero avveduto bensì
dell'errore; ma non era affar mio. L'intento del soldato era di
sgominare da questo lato i vostri disegni, e questo io l'ho fatto.
Sono entrato per l'androne, mentre i vostri sgattaiolavano dalla parte
del giardino; ho atterrato l'uscio, e sono anche stato il primo a
metter il naso in una certa cameretta, su d'un certo tavolino....
--Proseguite!
--Dov'era un certo foglio di carta.... una specie di ruolino di
compagnia.
--L'avevano dimenticato!--disse Lorenzo con accento di dolore.
--Sì, ma gli è caduto in mia mano, e mi servirà per accendere
Biancolina, una eccellente spuma di mare, che consola i miei ozi
pomeridiani.
--Grazie!--soggiunse Lorenzo, respirando;--grazie, non per me, ma per
gli altri!
--Che diamine!--disse di rimando il Nelli.--Siamo amici, o non siamo?
Io fo il soldato e non lo sgherro; combatto, non lego. Se vi avessi
incontrati in armi, avrei comandato il fuoco; il resto non mi
risguarda, e se c'è un amico di mezzo, mi adopero a salvarlo. Ma
badate, Salvani; voi siete accennato a palazzo Ducale come uno dei
capi della rivolta; si citava appunto il tentativo della Darsena come
una impresa che doveva esser guidata da voi. Perciò, come addetto al
comando generale, ho scelto di venire da questa parte, e la fortuna,
che ama i soldati, quando non fa buscar loro una palla in petto, mi ha
usato cortesia da gentildonna. Or dunque, io vi consiglio a non
tornare in casa vostra, questa notte. Avete amici a cui chiedere
ospitalità? andate da essi; io non vi ho veduto, non vi conosco.--
E finita la sua orazione, il cortese capitano profferse la mano, in
atto di commiato, al suo avversario.
--Voi avete un cuor d'oro, signor Rovereto!--disse il Salvani,
stringendo quella mano tra le sue.
--Che! che! Se foste voi ne' miei panni non fareste lo stesso? Non
imitereste l'esempio di que' due amici dell'antichità, che,
incontratisi in campo, si strinsero le destre, in cambio di uccidersi,
e barattarono le armature? Glauco e Diomede! Bei nomi! E i tempi in
cui vivevano di tali valentuomini, ora si chiamano barbari!
--Siete tutti classici, quest'oggi!--notò, sorridendo, il Salvani.--Il
Pietrasanta, stamane, pensava all'Eneide; voi questa sera mi citate
l'Iliade. Il fatto è che gli uomini generosi e cortesi sono di tutte
le età, e niente c'è di nuovo sotto il sole, nemmeno la tolleranza
scambievole delle opinioni, che ha in voi un così nobil campione.
--Ah, Salvani, Salvani, se comandassimo noi?
--Che cosa fareste, se comandaste voi, Rovereto?
--Io?... Vorrei anzitutto che non ci fosse più un palmo di terra
italiana, dove rimanessero tirannelli a dividere, e forestieri a
comandare.
--Mi accorgo che vorreste aver me per capo della
maggioranza.
--E mio collega al ministero! Che bella cosa si annunzierebbe alla
nazione! Un ministero Rovereto Salvani.... Diamine! mi pare che
rimangano molti portafogli senza titolare.
--O dove lasciate il Montalto, il Pietrasanta e
l'Assereto?
--Avete ragione, perdinci! Saremmo cinque ministri, e i portafogli
d'avanzo li terremmo noi stessi per interim. Sarebbe il ministero di
San Nazaro, che varrebbe in fin dei conti come tanti e tant'altri.
Ottima pensata! ho da sognarne, stanotte! Ma noi,--proseguì ridendo
come un pazzo, il capitano,--stiamo qui a ciaramellare, come se
avessimo tempo da buttar via. Statemi sano: io torno ai miei uomini.
--Addio, dunque, e ancora una volta, grazie!
--Zitto là; ne parleremo domani. Buona notte!--
E il Nelli, data una giratina sui tacchi, si allontanò speditamente,
alla volta del suo drappello, che aveva avuto dieci o quindici minuti
di riposo, in cambio di cinque.
Anche Lorenzo si mosse dal canto suo per andarsene. Ma dove? A casa
non era prudente consiglio tornare; perciò gli parve acconcio di
andare a chiedere ospitalità presso l'amico Assereto, dal quale
avrebbe avuto novelle di casa sua.
Ma l'Assereto quella notte non aveva tenuto fede a' suoi lari, e
Lorenzo fu accolto amorevolmente dalla famiglia di lui, che lo
introdusse in una linda cameretta, daccanto a quella dell'assente.
Rimasto solo, il giovine si lasciò andare bocconi sulla sponda del
letto, colle ginocchia a terra, ringraziando il Nume ignoto che lo
serbava in vita e in libertà.
Egli non pensava a se stesso in quel momento, lo sapete; pensava a
Maria.