I.

Di ciò che avvenne e di ciò che non avvenne la notte del 29 giugno.

Il cuore parla, ma la ragione giudica; quello si abbandona sovente

agl'impeti generosi del sangue, questa non può sempre seguirlo ed è

costretta a frenarlo, tal volta con un asciutto consiglio, tal altra

con un gelido sarcasmo. Povera ragione! la chiamano fredda e severa,

laddove essa non è che sincera. Se ella potesse! figuratevi se non

farebbe anch'ella le sue brave pazzie!

Poco innanzi il suo colloquio con la dolce Maria, il nostro Lorenzo

Salvani era triste, ma risoluto. Desideroso di finirla con una vita

increscevole, già si vedeva il petto squarciato dal piombo di una

mischia notturna; egli era il primo a correre innanzi e il primo a

cadere. Ma innamorato di Maria, ma dopo di averle detto: «vi amo e non

ho nessuna voglia di morire» che avrebb'egli fatto? Come si

sarebb'egli sottratto a quel destino che si era, stiam per dire,

foggiato colle sue mani medesime? Era egli uomo da ritrarsi dal fare,

e, per diserzione o per fiacchezza d'opere, sacrificare all'utile suo

la vita degli altri? No, certo; Lorenzo era uno di quegli uomini i

quali, quando hanno detto a sè stessi: «farò la tal cosa» gli è come

se l'avessero giurato davanti a centomila testimoni; così stando le

cose, che sarebbe avvenuto? Il contrasto del nuovo desiderio

coll'antico proposito, era evidente, irrimediabile.

Al turbamento che ciò doveva produrre nell'animo suo, si aggiunga la

commozione destatagli in cuore dalla novità di quel dialogo. Egli non

aveva mai veduto Maria sotto l'aspetto di una donna che potesse un

giorno esser sua. Se nella riposata scioltezza di una disputazione

estetica, gli avessero chiesto qual donna gli paresse meglio

agguagliare il concetto della somma bellezza, egli avrebbe senza

titubanza risposto: Maria; nè diversamente avrebbe pensato in quel

tempo che il suo cuore cedeva a quella ebbrezza di sensi, che fu

l'amor suo per la bionda Cisneri. Ma quella sua opinione era un

sentimento ingenuo, che non andava ad alcuna conseguenza. Avvezzo a

proteggere fraternamente quella fanciulla, venuta nella sua custodia

per la sequela dei domestici eventi, egli non vedeva, non poteva

onestamente vedere in lei che una sorella. E se i casi non fossero

sopraggiunti imperiosi, urgenti, a strappare dalle vergini labbra di

lei una di quelle parole che l'uomo, anco il più chiuso in se stesso,

non può non intendere, una di quelle parole che gli rischiarano il

cuor d'una donna ed il suo ad un tempo, egli sarebbe andato innanzi

nella vita senza pensarvi mai, o senza ardire di pensarvi, chè in

simili casi è tutt'uno. Ma la gran parola era detta, ed era stata una

gran luce in due cuori. Egli amava Maria, come Maria amava lui. E non

poterle dire: vivrò! e dover proseguire un vano disegno ch'egli aveva

abbracciato nel fermo proponimento di cercarvi la morte!... La

fatalità lo ravvolgeva, lo stritolava nelle sue innumeri spire.

Almeno, a breve conforto tra tanti affannosi pensieri, avesse avuto

fede nella rivolta! Ma non l'aveva, e le ore che passò con Giorgio

Assereto, innanzi di recarsi al suo posto di combattimento, non fecero

altro che scorarlo di più. L'amico Assereto, come sanno i lettori, che

lo conoscono un tratto pe' suoi ragionamenti con Lorenzo sul terrazzo

della salita di San Francesco d'Albaro, era un pessimista. Ora, i

pessimisti, di cento ne indovinano novantanove. Un proverbio dice:

«pensa la peggio e l'indovinerai» e i proverbi, ha detto un

grand'uomo, sono la sapienza dei popoli.

Il nostro pessimista, adunque, non si riprometteva nulla di buono da

quella rivolta, generosa ma pazza. Imperocchè, diceva egli, non ci

avevano mano tutte le classi sociali, nè una intieramente; che pure

sarebbe stata fortuna. La forma costituzionale appariva a troppi una

guarentigia di libertà cittadine, una promessa d'indipendenza

nazionale, segnatamente alla gran moltitudine degli svogliati e dei

timidi. I pochi volenterosi erano poi tali ad opere, come apparivano a

ciance? Chi ti assicura (incalzava l'Assereto) che tutti i tuoi uomini

saranno al posto loro? Questa congiura che avete ordita, più la volto

e la rivolto, meno la scorgo efficace. Hai giurato? Va; ma bada a'

piedi, che non incespichi. Trabocchelli ce ne saranno di molti per

via, ma più ancora disinganni!

Così turbato dalla sua ragione e sconfortato dalle argomentazioni

dell'amico, andava Lorenzo al suo posto di combattimento, in una

viuzza del sestiere di Prè, alle otto di sera del 29 di giugno.

Qui verrebbe a taglio un po' di storia dei casi del 29 di giugno, i

quali, che noi sappiamo, non furono mai partitamente narrati. Ma oltre

che ciò condurrebbe noi fuor de' confini assegnati al genere del

nostro racconto, quel tentativo, per metà venuto fuori, per metà

rimasto nel limbo delle buone intenzioni, si mostra irto di grandi e

diremmo quasi insuperabili difficoltà.

Agevolmente si racconta la storia degli eventi fortunati; qui i

materiali abbondano, essendoci gloria per tutti, e lo storico non ha

altra molestia che quella di variare in cento guise la forma delle

lodi e di adagiarle in ordinati periodi. Meno agevole torna il narrare

gli eventi sfortunati, laddove tutti gli attori del dramma mirano a

scagionarsi di questo o di quel fatto che condusse a male il negozio,

e non si sa sempre cui credere; ognuno volendo cavarsi d'impaccio col

rovesciar la broda sugli altri, si riesce il più delle volte ingiusti.

Difficilissimo poi, per non dire impossibile addirittura, narrar casi

non interamente avvenuti, dove il fatto riescirebbe sovente a

schiarimento del non fatto, e questo a sua volta di quello, e dove,

mancando il sostegno delle autentiche relazioni, occorrerebbe

inventare di pianta.

Non scriveremo adunque un capitolo di storia, chè tanto e tanto le

nostre lettrici torcerebbero la bocca, e noi avremmo punizione, non

premio, di una ingrata fatica. In quella vece, e per quel tanto che

possa giovare alla chiarezza del nostro racconto, faremo di stringere

molte cose in brevi parole.

Da chi venisse il disegno non è ben noto. I più, fidandosi alla

consuetudine di siffatti rivolgimenti, lo ascrivono a Giuseppe

Mazzini, padre dimostrato d'ogni moto rivoluzionario che dal 1833 al

1857 nascesse in Italia. Uomini che furono testimoni e parte nei casi

del 29 giugno, ci asseriscono in quella vece che il disegno nacque tra

le classi artigiane della nostra città, e l'illustre agitatore ne fu

fatto consapevole solamente più tardi, quando non parve più tempo da

indugi. Comunque ciò sia, certo si è che il Mazzini fu in Genova, e

che soltanto dopo la sua prima venuta, la quale precedette di alcuni

mesi il tentativo, fu posto mano alla costituzione d'un comitato

segreto, mezzo di artigiani e mezzo di cittadini di altre classi, il

quale raccogliesse denaro, armi ed uomini, e in ogni miglior modo

provvedesse al buon esito dell'impresa.

Questa, poi, doveva esser cominciata simultaneamente in più luoghi

della penisola, a Genova, a Livorno, a Napoli, e fors'anco altrove. In

Genova aveva da venire il Mazzini in persona, e venne diffatti. In

Livorno, i volenterosi di quella città dovevano pigliarsi il carico

d'ogni cosa, e pareva bastassero. In Napoli dicevasi esser gli animi

disposti ad ogni sbaraglio; tutto quel reame essere quasi una

polveriera; ma occorrere una scintilla di fuori che andasse a mettervi

il fuoco.

E la scintilla partì da Genova, il giorno 25 di giugno. Un drappello

di animosi, la più parte fuorusciti napoletani, s'imbarcano sul

__Cagliari__, vapore della società Rubattino che scioglie dal nostro

porto alla volta di Cagliari e Tunisi. In alto mare s'impadroniscono

del legno, e scambio di toccar la Sardegna, voltano la prua sull'isola

di Ponza, nelle acque napoletane; liberano con audacissimo colpo i

condannati politici che laggiù teneva custoditi il Borbone, e vanno

quindi a sbarcare sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro; dove non

trovano quel che si ripromettevano nel generoso rapimento del loro

amor patrio; dove la piccola falange è combattuta, dispersa, e il

prode suo capitano Carlo Pisacane, suggella col proprio sangue una

delle più belle pagine del martirologio italiano.

Diamo ora un'occhiata a Livorno. Anche colà aveva a cominciar la

rivolta. E diffatti nel pomeriggio del 30 di giugno, cittadini armati

la rompono in tre luoghi della città, cioè a dire sulla piazza del

Voltone, alla Pina d'oro, e nelle vie San Giovanni e Reale. Lo sforzo

maggiore è sulla piazza del Voltone, dove è la gran guardia del

presidio; ma gli animosi non superano i duecento, e sono respinti. La

zuffa è impegnata; si combatte per le vie, si fa fuoco dalle finestre

delle case circonvicine. Miglior esito ha un assalto del popolo contro

un altro corpo di guardia; intanto molti gendarmi che percorrono la

città sono finiti a stilettate; ma il primo colpo, e il più rilevante

è fallito; il presidio, rafforzato in tempo, mette gran nerbo di

soldatesche sulla piazza del Voltone: gli sbocchi delle vie sono

poderosamente occupati. Due colpi di cannone dànno il segnale di

chiudere le porte e di impedire anche l'uscita dalla parte del mare. E

la carneficina incomincia: quanti cittadini durano a combattere,

quanti sono colti nelle case coll'armi alla mano o in atto di

resistenza, tanti son trascinati sulla via e moschettati senza

misericordia. La è giustizia sommaria, nè per condannare il prigione

occorrono prove. A mezzanotte il governatore Bargagli può scrivere al

ministro Landucci in Firenze che «l'ordine è ristabilito» e sette ore

dopo, nella mattina del 1^o luglio, il general Ferrari da Grado

mandare all'eccellentissimo personaggio anzidetto un nuovo telegramma

nel quale si dice:--Qui tutto è tranquillo; la popolazione va pei

fatti suoi.--Tuttavia, la vittoria era costata cara al governo

granducale, che non ardì contare i suoi morti.

A Genova, siccome abbiamo già detto più volte, l'impresa doveva esser

tentata nella sera del 29 di giugno. Ora, perchè in parte fallisse e

in parte non giungesse nemmeno alla prova dei fatti, non diremo noi

contemporanei. Certo non può dirsi che fosse sventata dalla vigilanza

del governo, il quale anzi fu colto alla sprovveduta, e poteva essere

sopraffatto dalla novità di un assalto notturno. Vagamente, così in di

grosso, sapeva: fors'anco nella mattina era stato avvertito, e gli

erano stati additati alcuni depositi d'armi; ma di sicuro non

conosceva i particolari del tentativo. Se li avesse conosciuti,

avrebbe saputo che ad un assalto per le vie della città doveva

rispondere un assalto dei forti principali che la signoreggiavano, nei

quali altro non era che uno scarso numero di soldati, tolti da uno dei

quattro, e molto assottigliati reggimenti che allora presidiavano la

città, insieme con un battaglione di bersaglieri. E se questo disegno

non gli fosse stato ignoto, certo si sarebbe adoperato in tempo a

sgominarlo, e avrebbe cansato lo scorno, che gli derivò al cospetto

dell'universale, di vedersi pigliare impunemente un forte, e tentar la

scalata di un altro, sul culmine della cinta fortificata di Genova.

Se dobbiamo aggiustar fede alle testimonianze del processo che fu

fatto dipoi per questa congiura, essa fallì principalmente per la

scarsezza del numero. Molti a gridare dapprima; pochi ad operare

nell'ora convenuta. Laonde, se nella parte alta della città, vogliam

dire ai forti, fu tentata l'impresa, nella parte bassa si può asserire

che v'ebbero apprestamenti, non cominciamento di lotta.

Fu detto poscia che il segnale della pugna dovesse esser dato da un

colpo di cannone, il quale accennasse al popolo congiurato essere gli

uomini suoi padroni del forte Sperone. Ma se da questo evento

dipendeva il cominciar della lotta, perchè non raddoppiare, triplicare

il numero degli assalitori, e assicurare l'esito di quel colpo di

mano? Perchè nei pressi di San Pantaleo, dov'era il nerbo degli uomini

a ciò destinati, ebbero a trovarsi in quaranta, o poco più, i quali,

saliti fin sotto le mura del forte, dovettero al primo allarme

sbandarsi?

Il forte Diamante, di assai minore rilievo, cadde in potere dei

congiurati per un felicissimo stratagemma. Il guardarme che lo aveva

in custodia, teneva fondaco di vino e amava la gente allegra. Da

parecchie settimane avea preso la consuetudine di andar lassù una

brigatella di buontemponi, i quali entravano nel cortile, bevevano,

giuocavano alle pallottole, o ballavano al suon dell'armonica, insieme

coi pochi soldati del presidio. La sera del 29 erano, o, per dire più

veramente, fingevano d'essere alticci dal vino, e non avrebbero mai

detto d'andarsene. Senonchè, era l'ora di chiudere, e il guardarme li

condusse al cancello. Colà, fanno ressa intorno alla sentinella;

intanto una mano di compagni che stavano appiattati di fuori, balzano

dall'aperto ingresso nel cortile, disarmano la sentinella, intimano ai

soldati la resa, in nome del governo provvisorio. Il drappello di

presidio è disarmato e chiuso in un camerone; il sergente Pastrone che

vuole opporsi alle forze soverchianti e gridare, è steso a terra da un

colpo di pistola; i congiurati sono padroni del forte.

Ma dallo Sperone non giunge alcun segnale; dalla città sottoposta

nemmeno. Uno di loro è mandato fuori a chieder novelle; ma, sia che

egli ne porti di tristi, o non torni neppure, il fatto sta che le

speranze svaniscono, e sul primo romper dell'alba i vincitori

abbandonano la preda e si disperdono lungo i sentieri che conducono al

basso.

Che era egli avvenuto in città? Pare che si aspettasse il segnale

dallo Sperone: ma il segnale, per quelle ragioni che abbiamo già

dette, non era venuto. Intanto l'autorità governativa, posta

sull'avviso, aveva schierato i suoi battaglioni nelle vie principali,

dintorno al palazzo Ducale, e nei pressi del Municipio. Anche la

Darsena era validamente munita. Frattanto, numerosi drappelli di

soldati percorrevano le strade, e carabinieri e guardie di pubblica

sicurezza andavano frugando qua e là, e mettendo le ugne addosso a

quanti avessero aria sospetta. Parecchi depositi d'armi e luoghi di

ritrovo erano stati accennati all'autorità governativa, che fu

sollecita, sebbene senza ordinatezza di concetto, a mettere i suoi

segugi in moto, e per tal guisa le venne fatto di ghermire al varco

moltissimi giovanotti, e poscia fucili, polvere, con altri arnesi di

guerra.

Niente era più possibile. La rivolta era soffocata sul nascere; le sue

membra divise avrebbero tentato invano di ricongiungersi. Il disegno

del comandante del presidio (se pure può dirsi che un vero disegno ci

fosse) infelicissimo, laddove il popolo avesse potuto ingaggiar la

battaglia, riusciva ottimo a dividere le forze, a togliere l'unità di

comando, a sbigottire i centri particolari della rivolta.

E ogni cosa ebbe fine. Gli uomini raccolti per menar le mani,

abbandonarono i luoghi di ritrovo, e ognuno cercò di provvedere a se

stesso. L'illustre agitatore, che, nel segreto di un quartierino

presso la Nunziata, stava attendendo (argomentate con quale ardore

febbrile) che la gente incominciasse, ebbe in quella vece il triste

annunzio che tutto volgeva alla peggio. Sperò un tratto, ma invano,

che le cose potessero ancora mutarsi; ma poco stante egli medesimo era

costretto ad uscire dal suo nascondiglio, che poteva essere, che già

forse era scoperto. E ne uscì infatti, con quella temerità tutta sua,

che gli aveva già tante volte giovato nella sua vita fortunosa,

andando a riparare oltre l'Acquasola, accanto al teatro Diurno, nella

casa ospitale di un gentiluomo suo concittadino; dove i carabinieri

andarono inutilmente due volte a cercarlo, due volte ponendo le mani

sopra un letto tra le cui materasse egli era stato allogato; due volte

rimovendo un monte di biancheria allora allora insaldata, mentre una

giovine donna, impavida e sorridente (benedette Inglesine, non ci

siete che voi per uscirne con tanta bravura), seguitava col suo ferro

a stirare.

I casi del 29 giugno del 1857 misero in chiaro un doppio errore, della

rivoluzione e del governo ad un tempo; della rivoluzione, che lasciò

fuggirsi il quarto d'ora della vittoria, aspettando un segnale, e si

vide in rotta senza pure aver combattuto; del governo, che fu còlto

all'impensata, non ebbe vera notizia del tentativo se non tardi, ed

anche questa manchevole.

Si disse dai lodatori ad ogni costo che l'autorità sapeva tutto, ma

che non volle sgominare i disegni dei rivoltosi, poichè mirava a

coglierli tutti quanti in una retata. Ciò non è punto da credersi,

perchè la retata non diede alcun frutto. Altri (e furono di parte

clericale, che allora osteggiava il governo piemontese, come quegli

che non voleva essere nè carne nè pesce, nè soffocare ogni germe di

rivoluzione a pro' degli altri governi italiani, nè gittarsi alle

imprese più arrisicate con suo danno gravissimo), altri accusarono il

governo di sapere ogni cosa, ma di aver lasciato correre, perchè i

tentativi di Livorno e di Napoli, dai quali avrebbe potuto cavare un

costrutto, non andassero falliti. L'invenzione fece capolino su pei

diarii della sètta; ma parve più acuta che verisimile.

Ed ora torniamo al nostro racconto. Abbiamo lasciato Lorenzo Salvani

che si recava al suo posto di combattimento, sulle otto di sera, in

una viottola del sentiero di Prè.

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 7 / 68 题