Ritorneremo ad Ermanno che abbiamo lasciato triste e malinconico per
la partenza di Laura.—Egli passò come dicemmo la notte sul balcone
abbandonato aʼ suoi pensieri, ed allʼalba solamente si scosse per
andarsene al riposo. Cercò invano unʼora di sonno essendo troppa la
folla delle idee che gli facevano ressa nella mente. Allʼindomani si
alzò molto abbattuto, e sua madre, premurosa come sempre, che aveva
scoperta sulla di lui fronte la traccia di un affanno, lo interrogò in
mille guise senza che egli volesse dirle ciò che lʼopprimeva.—La buona
donna non seppe darsene pace, era troppo avvezza a vedere la serenità
sul volto del figlio per istarsene tranquilla a quellʼimprovviso
cambiamento.
Ermanno era per natura pochissimo robusto; la sua tempra troppo
delicata, le forze sciupate dal lungo studiare in unʼetà in cui è
necessario muoversi ed agitarsi.—Di più egli era stato più volte
ammalato gravemente, e lʼultima malattia gli aveva lasciato la traccia
di un pallore costante.
È facile immaginarsi la costernazione di quella povera donna nel
vederlo tanto malinconico; ella temeva che ciò fosse causato da qualche
indisposizione, epperciò non cessava di esortarlo a consigliarsi col
medico; ma ohimè la scienza non sa ancor guarire queste afflizioni di
cuore!
Passarono alcuni giorni senza che Ermanno desse un segno di
miglioramento, e non si potrebbe ridire il dolore di quella buona
donna nel leggere nello sguardo del figlio le tracce di una crescente
desolazione.
Ermanno comprese i timori di sua madre, e talvolta sforzavasi al
sorriso, ma il cuore di una madre non si può ingannare, e quel sorriso
era maggior strazio per colei che ne conosceva lʼamarezza.
Alcuni giorni dopo la partenza di Laura, Alfredo si recò da Ermanno, e
lo sorprese appunto mentre stava abbandonato sul seggiolone in preda
alla sua mestizia.
—Buondì, mamma Alvise, sclamò Alfredo stringendole la mano, la salute
è buona?
—Oh! per me, non cʼè male, rispose ella sospirando; ma Ermanno soffre.
—Oh diavolo! Che hai trovato di male?
—Non ci badare sai, rispose Ermanno alzandosi, la mia buona mamma si
ficcò in testa che io debba essere malato, e non cʼè caso di farla
ricredere.
—Voglia il cielo figlio mio che mʼinganni! Ma è un fatto che per
esser sempre col broncio e di pessimo umore, bisogna aver qualche
indisposizione.....
—Ma no, tuttʼaltro, non mi sono mai trovato tanto bene.
A tal risposta alquanto asciutta, la madre abbassò sospirando il capo,
e riprese il suo lavoro.
—Meno male, sclamò Alfredo, la cosa infine non è tanto seria, e
speriamo che fra qualche giorno tutto sia finito.—E volgendosi ad
Ermanno soggiunse: Sono venuto da te, perchè ho molte cose a dirti.
Prima di tutto mia cugina ha scritto, e fu un vero miracolo la sua
sollecitudine; è tanto pigra!
Ermanno al sentire che Laura scrisse provò un indefinibile turbamento,
e temette a bella prima che quellʼingenua giovinetta avesse fatta
qualche imprudente confidenza; era ansioso di sapere ciò che
ella aveva scritto, ma in faccia ad Alfredo ostentò la più grande
noncuranza.—Alfredo proseguì:
—Scrisse una lunghissima lettera a mia sorella, nella quale
rammaricava la sua partenza da Brescia. È tanto carina quella
fanciulla: e come scrive bene; ti farò vedere la lettera, cʼè da
leggere per unʼora.—Ella cʼincarica di farti i suoi più _distinti
saluti_, sono sue parole, e ti prega di non dimenticare la famosa
romanza che le hai promesso.
—Ah! è vero, sclamò Ermanno come se si ricordasse appena allora.
—Oh! mostro, tu eri capace di dimenticartene! Decisamente di voi
altri artisti cʼè poco da fidarsi; ma tu la farai ad ogni costo questa
romanza.
Mamma Alvise non lavorava più. Appena sentì parlare della cugina di
Alfredo fissò gli sguardi scrutatori sul volto del figlio; unʼidea
le era balenata alla mente. Il cuore dʼuna madre non sʼinganna mai,
e per quanta indifferenza abbia ostentata Ermanno, ella indovinò
perfettamente quale fosse la causa di tanta mestizia. Egli aveva potuto
ingannare lʼamico, ma non la madre.—Di questa scoperta la buona donna
ebbe a rallegrarsi, e pensò che trattandosi non dʼaltro che dʼun poʼ
dʼamore, non aveva a temerne serie conseguenze, confidando nel facile
rimedio del tempo.
Alfredo continuò:
—Figurati con quanta ansietà ella attende quella musica.
—Hai ragione, rispose Ermanno, sempre con fare indifferente; nella
settimana mi accingerò.
—Vʼha di più riprese Alfredo, la cuginetta ti prega anche a nome di
sua madre di non dimenticarti di scrivere a Paolo per quei ritratti.
—Va bene.
—Articolo quarto, lʼintera famiglia Ramati, ti prega di recarti
presto a Milano, ed incarica me di trascinarviti ove tu non voglia
accondiscendere.
—Ne riparleremo poi, grazie tante.
—Quinto ed ultimo, la zia ti saluta particolarmente; ho finito.
Era tempo, giacchè Ermanno non ne poteva più, temendo ad ogni momento
che Alfredo ne dicesse qualcuna grossa; e solo quando costui ebbe
terminato sentì allargarsi il cuore.
—Oh! mi dimenticava di unʼaltro articolo: sclamò Alfredo: mia sorella
ti pregherebbe di volerle continuare il corso di lezioni sospeso da
qualche tempo, non si sa il perchè.
—Madamigella Letizia ha tutte le ragioni; verrò....
—Ed ora ho finito. Ricordati dunque della romanza, di Paolo e di mia
sorella.
—Ma sì, mio Dio, non sono uno smemorato!
—Quanto meno, non dai saggio di buona memoria, rispose Alfredo.—Esci?
—Sì, disse Ermanno; ho due lezioni da dare.—Egli ne aveva abbastanza
di essere sulle spine; fermandosi più oltre lʼamico poteva venir fuori
con qualche altra storia, ed in faccia a sua madre ciò gli sarebbe
dispiaciuto assai.
Uscì con Alfredo che lo accompagnò per poco, e quando Ermanno fu solo
sì abbandonò alle riflessioni.—Laura si ricordava di lui, lo aveva
nominato, e con prudenza; chissà quale impressione aveva fatta in lei
la sua lettera! forse la poverina ne aveva pianto.
Ma fra tutto eravi una cosa che non permettevagli di gioire della buona
memoria che ella serbava di lui. Egli sperava che Laura dopo quella
lettera gli avrebbe scritto una parola almeno; ella conosceva il suo
indirizzo, nè ignorava certo che una sua lettera gli avrebbe fatto un
gran bene. E perchè dunque non scriveva?
Per una damigella, se riesce difficile il ricever lettere, non lo è
tanto lo scriverne; un pretesto qualunque basta per mandare alla posta
un bigliettino. Tuttavolta per iscusarla, tentava di persuadersi non
essere conveniente che una ragazza scrivesse ad un giovinotto, ma tale
riflessione valeva assai poco—Quando si ama davvero si pensa forse
alle convenienze? Ecco la sua logica.
—Quale reticenza può mai assalire una giovinetta, nello scrivere
una lettera che può formare la felicità di un uomo?... Perchè quel
silenzio, ella lo amava dunque sì poco da non poter superare dʼun grado
le convenienze sociali?
A tali pensieri Ermanno si sentiva oppresso e passeggiava agitato
e convulso; sensibilmente lʼidea predominante divenne quella che
lʼaffetto di Laura fosse passeggiero, e fu preso da tale sconforto che
ricadde tosto nella sua tristezza.
Lo sfogo nel cuore di un amico è gran sollievo, ma Ermanno ne aveva un
solo in Brescia, ed appunto con quello non poteva confidarsi—Paolo era
a Milano.... Ricordando Paolo, si sovvenne pure della lettera che aveva
promesso di scrivere per invitarlo a passare in casa Ramati.—Ritornò a
casa, ed ecco la lettera diretta allʼamico.
Caro Paolo,
«Ti scrivo sotto una triste impressione.—Da alcuni giorni mi pesa al
cuore una rilassatezza sconfortante; da alcuni giorni sono assalito da
tutte lo noie, oppresso dai più crudeli pensieri.—Chi mai lo avrebbe
detto? Poco tempo fa io ti scrissi lʼultima mia lettera collʼanimo
pieno di felicità e di speranza, in allora non aveva unʼidea che non
fosse un sorriso: lʼarte e mia madre erano il mio mondo, viveva di esse
e per esse; ed ora mio buon amico, tutto è cambiato!
«Titubai qualche giorno a darti sì triste novella, ma infine non so
più reggere al peso di tanti dubbi, ed ho bisogno di sfogare la piena
dellʼamarezza che mi tormenta.—Permettimi dunque, mio caro Paolo, che
nel tuo seno io volga un riflesso deʼ miei dolori.
«Lʼamore; quellʼeterno sentimento che da tutti i secoli agita i poveri
mortali, quel misterioso senso a cui nulla resiste, incatenò me pure ad
una vana illusione.—Mi sono opposto con tutte le forze, mi armai di
tutta la mia abnegazione per combatterlo, ma indarno; io caddi e passai
anima e corpo sotto lʼimpero del vincitore.—Ecco come.
«Ti ricordi di Alfredo Ramati nostro amico fin dallʼinfanzia? Fu egli
involontaria cagione di tutto. Alcuni giorni fa, venne qui in Brescia
una sua cugina che abita in Milano; e per farle cosa grata, Alfredo
mʼinvitò a casa sua per fare un poʼ di musica.—
«Puoi figurartelo, vi andai; non so negar nulla a quel caro Alfredo
che mi ama sinceramente.—Vi andai, ma io non avrei mai creduto di
lasciare la mia pace in quella casa; non so dirti come, ma il fatto è
che nella stessa prima sera, mi sentii stranamente commosso. Ritornai
allʼindomani, e.... cosa vuoi che ti dica amico mio: Laura è una
creatura celeste, e sono certo che appena la vedrai, ti piglierà
desiderio di disegnare quella figurina sì delicata e gentile.—
«Per abbreviare; in capo a tre o quattro giorni mi accorsi di esser
perdutamente innamorato di quella fanciulla; la fatalità volle che essa
pure divida i miei sentimenti; è tanto ingenua che mal seppe celarmi
il suo segreto.—Oh! non lʼavessi mai scoperto! Lʼuomo è decisamente
troppo ardito nelle sue aspirazioni, e non so come mai ho potuto
concepire una sì strana follia; come mai unʼamore così insensato venne
ad impossessarsi di me!
«Io aveva in mio soccorso la più salda ragione, ma ciò valse a
nulla.—Ora essa è partita da sette giorni trovasi in Milano, da sette
giorni, capisci la noia e lo sconforto mi tormentano, e questo povero
mio cuore non ha più pace.—Lʼimmagine di quella giovinetta, le sue
carezze, i suoi sorrisi mi rimasero impressi in quello slancio della
fantasia che si chiama lʼanima.
«Dopo tutto; non è egli un sogno, un sogno molto, ma molto lontano da
ogni ombra di realtà! Eppure io lo vagheggio questo sogno come una
cara speranza.—Mio buon amico, tu più che nol sii ti ostini a parer
scettico; ebbene sacrifica per poco il tuo sistematico dubbio e credi,
credi che soffro, credi che amo. Che lʼidea del mio dolore tenga
lontano dal tuo labbro il sorriso dellʼironia; non tutti sono forti,
ed io ne dò chiara prova, io che mi sono smarrito nello sguardo di una
fanciulla che ora per frutto dʼinesperienza crede dʼamarmi, e domani
forse mi dimenticherà.
«Già prevedo il triste fine di questo episodio di amore; lo prevedeva
prima ancora che il mio cuore ne subisse lʼinfluenza, e nonpertanto non
seppi ritrarre il piede, ed eccomi vittima di una follia che io stesso
deploro senza cercarvi rimedio.
«Si può forse amare unʼessere lontano? Dal canto mio sì, perchè nella
continua lotta dellʼesistenza vidi cadere mille speranze deluse,
perchè io posso isolarmi moralmente dalla società per dedicarmi in
secreto al culto di una memoria; perchè io non temo più il fascino
lusinghiero del mondo.—Ma per lei la cosa corre ben diversa; giovane,
nuova alle emozioni della vita, ne vagheggia le dolcezze; bella e ricca
si accuserà un giorno di essere stata ben sciocca a cercare la luce
nelle tenebre. Al primo sorriso di qualche elegante della capitale
si scorderà dellʼoscuro artista che vive nel fondo di una provincia.
Nellʼappariscenza dei saloni brillanti a cui le danno largo accesso
i suoi pregi, e la sua dote, le svaniranno dalla memoria, financo le
mie sembianze, ed un giorno forse incontrandomi cercherà nelle sue
reminiscenze per rammentarsi dove e quando mi abbia veduto.
«È doloroso a dirsi! e non pertanto mi abbandono alla corrente per ciò
solo che non avrei nè la forza nè la volontà di ritirarmi; mi abbandono
al mio sogno, assaporandone tutte le illusioni.—Chissà che un giorno
io non mi svegli guarito! Lo spero perchè questa guarigione mi è
necessaria; perchè ho bisogno della mia pace per istudiare, giacchè
lʼarte oramai non ha per me più nessun conforto.
«Lʼamore immenso della mia povera madre mi lascia ancora un vuoto
nellʼanima. Io la veggo questa buona donna addolorarsi per la
mia mestizia; ella teme che io sia malato, epperciò mi usa mille
attenzioni; la sua vita è di affannarsi per cercarmi qualche conforto;
ma io non le dirò mai la causa del mio male. Ella sarebbe gelosa di
colei che le invola tanta parte del mio affetto.— .....................
«Passo ora alla seconda parte della mia lettera. Nel breve soggiorno
che fecero Laura e sua madre in Brescia ebbimo occasione di parlare
di te, e la stessa madama Ramati mi pregò di scriverti onde invitarti
a passare da lei per alcuni ritratti.—Il signor Ramati, che forse tu
conoscerai abita in via...
—Unisco le mie alle loro preghiere, e sono certo che non mancherai
dʼandarvi: credo inutile dirti che se farai il ritratto di Laura, ne
desidero ardentemente uno schizzo.
«Mi raccomando dunque a te, e perdonami se alle volte ho potuto colla
presente, non dirò annoiarti, ma involarti un tempo prezioso. Reciproca
confidenza fu il patto di nostra amicizia, e nel tuo cuore io rinvenni
sempre un tesoro di conforti; tu invece non ne abbisogni, sei felice,
e che il cielo ti conservi quella felicità come te lʼaugura con tutta
lʼanima il tuo