Non era più per Ermanno il caso di resistere, ma di amare. Anco se egli
avesse potuto opporsi alla corrente che lo trascinava, non lʼavrebbe
voluto. La lotta che tende a debellare la felicità, è lotta da stolto.
Ermanno accettava il suo bene senza esaminarlo, nè calcolarne la
durata; egli era felice, e per quanto gravi potessero essere le
conseguenze del suo disinganno, non valeva certo la pena che loro si
sacrificasse la gioja del presente.—Tutto ha fine in questo povero
mondo! e lʼuomo viene istintivamente predisposto a non curarsi di
questa legge fatale che pesa sui destini del creato.
Eppoi, havvi forse da farne meraviglia se in quel periodo di tutta
luce che si chiama giovinezza, lʼuomo ragiona più col cuore che
colla mente? Egli è solo allora che si spera ciò che si desidera; in
quellʼetà di aspirazioni ardenti, non si bada gran fatto agli ostacoli
che frappongonsi ad una meta prefissa.—Il senno e la ragione lasciano
libero passo ai voli della fantasia che nel suo giovanile entusiasmo
spiega arditamente le ali ad eccelse mire.—A ventʼanni lʼumile artista
che abita la soffitta, e mangia pan nero, vagheggia il sorriso della
dama che scorre i passeggi sdrajata in cocchio sontuoso; ronza con
ingenuità veramente rara sotto le finestre di un ricco palazzo per
incontrare lo sguardo di una giovinetta che sciupa tanto in guanti
quanto egli potrebbe guadagnarsi col lavoro assiduo di unʼanno.
Dal buco della sua soffitta egli ha il coraggio di palpitare per
qualsiasi nobile donzella, avrà anche il coraggio di amarla, e la
follia di sperare—Mormorate un poʼ allʼorecchio di quel povero
paria:—ma disgraziato, non vedi che ti colse la più strana delle
pazzie? Non pensi che fra te e quella giovinetta vi sta unʼabisso senza
fine? non pensi tu che sei povero, che dormi sulla paglia fra due cenci
di lenzuola, mentre ella riposa fra i morbidi velluti?—Nella tua casa
regna lo squallore, questa tua stamberga scarseggia financo di luce, ed
ella abita invece un palazzo immenso, ove i tappeti, la seta e lʼoro
sono profusi con tutto lo splendore—Non vedi che tu ora sei vittima
di un sogno, e che domani ridestandoti troverai amaro il tuo pane,
insipida la tua acqua, orrida la tua soffitta?»
Ebbene, egli maravigliato vi risponderà che ben poco gli cale di tutto
ciò, e ripigliando la sua miserabile esistenza proseguirà collo stesso
ardore a sperare.
Ecco come il più delle volte si ragiona in gioventù. Non è che col
frutto di una crudele esperienza imparata col volgersi degli anni che
ai cerca col dolce lʼutile; egli è solo nella prima giovinezza che
lʼuomo lascia libero sfogo agli slanci del suo cuore senza calcolo
dʼinteresse. Saranno follie, ma le sono dolci follie preferibili
mille volte alla rigida diffidenza delle anime volgari che passano
sotto i raggi ardenti del sole di gioventù facendosi scudo col freddo
raziocinio inspirato da un cuore senza vita—La soverchia ragione nei
primi anni di esistenza, non può essere che il frutto di ottusità
di mente, e dʼaridità di cuore—Meglio è ardere nel Vesuvio di
unʼillusione, che trascinare la vita fra fuochi fatui.
Malgrado che la notte fosse già di molto avanzata, tuttavia Ermanno non
seppe decidersi dʼandarsene a casa; egli aveva bisogno di abbandonarsi
alla foga deʼ suoi pensieri. Giammai la notte gli era parsa tanto
bella, giammai il freddo raggio della luna gli era sembrato così
malinconico—Errò per le vie della città senza darsi ragione della
strada che percorreva: Si pensa forse ove si vada allorchè la mente è
confusa ed eccitata da memorie soavi?
La mezzanotte era già trascorsa quando Ermanno giunse verso la sua
abitazione.—Alzando a caso gli sguardi alla finestra debolmente
rischiarata, vi scorse sua madre.
Ingrato, egli lʼaveva dimenticata!—La buona donna infatti era tutta
sconvolta per lʼinsolita assenza del figlio, ed invano aveva cercato
riposo; il timore che fosse avvenuto qualche malore a lui, la tenne
in una veglia angosciosa. Da due ore quella povera madre stava alla
finestra spiando sulla via, e palpitando ad ogni risuonar di passo.
Ermanno entrò in casa, e subito ella gli corse premurosa incontro per
sapere se fosse stato trattenuto da qualche incidente.
—Rassicurati madre mia, nulla mi è successo, rispose Ermanno
stringendole la mano, sono stato da Ramati....
—Così tardi?
—Che vuoi, non mi lasciavano mai; se avessi saputo che tu mi
aspettavi....
—Oh! non monta; temeva solamente.... non si sa mai di notte le strade
non sono troppo sicure.
—Or via calmati buona mamma, sclamò il giovane accarezzandola, va a
letto, va a riposarti che nʼhai di bisogno.
—Che hai Ermanno, chiese ella sorridendo, mi sembri di buon umore
stassera?
—Sì, non so perchè, ma sono tanto contento.
—Che Dio ti conservi sempre tale figlio mio?
Ermanno restò alzato ancora per qualche tempo sempre pensando alla
graziosa fanciulla che tante prove dʼamore gli aveva date in quella
sera felice; baciò più volte il fiore che ella gli aveva posto fra
le mani, indi lo collocò accanto ad un mazzolino di altri fiori
appassiti—La freschezza dellʼuno, ed il languore degli altri formavano
uno strano contrasto che non sfuggì allʼocchio di Ermanno—Poveri
fiori! Ieri ancora erano belli e rigogliosi, oggi il soffio della
materia passò sovrʼessi, ed eccoli collo stelo curvato; di quei
brillanti colori, di quel soave profumo appena rimangono pallide
vestigia.
Ecco il passato! Pensò Ermanno sospirando; ma il suo sguardo si
fermò allora sul fiore deposto ancor bello, ancor pieno di vita e di
freschezza. Fu un raggio di speranza che sperdè la malinconia che già
assaliva il povero giovane: Ecco il presente! gli mormorò una voce
interna, ed egli baciò anco una volta lo stelo profumato del fiore che
ridonavagli la speranza.
Andò a letto, si addormentò ed i suoi sogni furono una catena di rose
che si rivoltava in giri senza fine. Si addormentò felice, e si svegliò
felicissimo. Laura fu lʼultima parola della sera, e la prima del
mattino.
Durante la giornata però, fu spesse volte preda di mesti pensieri; nel
colmo dellʼebbrezza egli erasi dimenticato della prossima partenza di
Laura; ed appena se ne rammentò, il suo cuore gemette amaramente.
—E sarà vero chʼella debba allontanarsi, che non potrò più vederla?
pensava fra sè.
Ciò che mitigava alquanto il dolore della separazione era senza dubbio
la certezza di possedere lʼamore di lei; ma finora ella non glie
lo aveva detto; ed è tanto dolce il sentirsi dire che si è amato.
Dʼaltronde come trovare il tempo per strappare a Laura quella dolce
confessione? I cugini le erano sempre dietro—Due giorni ancora, e poi
ella partirebbe senza poter pronunziare la parola che doveva essere il
sostegno del povero Ermanno nei giorni di amarezza.
Andò alla sera da Ramati, ma senza frutto, vale a dire senza poterle
parlare da sola; non vi rimaneva che un giorno, lʼultimo. Alla vigilia
della partenza il povero giovane pensò con tutte le forze del suo
ingegno onde trovare un mezzo per parlarle; ma tutto fu vano, ed al
mattino di quel giorno disgraziato, egli aveva ancor nulla risolto.
Verso mezzogiorno gli nacque unʼidea che gli parve buona; prese il
cappello ed uscì frettoloso—Pochi minuti dopo egli entrava nel portone
di casa Ramati.
Salì le scale collʼanimo agitato dal timore e dalla speranza, e fu
introdotto da un servo che lo lasciò in anticamera dicendogli: Le
damigelle sono nel gabinetto da lavoro, il signor Alfredo è uscito col
padrone.
—Bene, rispose Ermanno, annunziami alle signorine.
Il servo eseguì, e poco dopo ritornò per dirgli che poteva passare.
Il salotto da lavoro era assai ben riparato dalla luce giacchè
entrandovi stentavasi a discernere gli oggetti; tanto è vero, che
Ermanno si arrestò sulla soglia mormorando confuso:
—Mille perdoni madamigella Letizia se....
Per tutta risposta sentì una mano che aveva stretta convulsivamente la
sua, ed una voce delicata e commossa che gli disse:
—Venga avanti signor Ermanno, la cugina Letizia è in giardino con mia
madre, non tarderà molto a venire. In così dire Laura, giacchè era ben
dessa, lasciò la mano di Ermanno per aprire un tantino le imposte onde
lasciarvi penetrare un poʼ di luce.
Ermanno sedette macchinalmente sulla seggiola ove ella lo aveva
guidato, ma allorchè si vide solo con lei, sentì che gli mancava il
coraggio di parlare; tutti i suoi proponimenti erano iti in fumo alla
sola vista della giovinetta, e stette per qualche tempo a contemplarla
senza far motto.
Laura rispose con un lungo sorriso al lungo esame elle ei fece sul di
lei volto; quel sorriso pareva unʼeccitamento a farlo parlare; nella
dolce espressione di quello sguardo che si fissava in lui, eravi
unʼaria sicura del perdono che poteva trovare per qualche parola troppo
azzardata.
Ermanno tentò una seconda volta di parlare, ma inutilmente; la parola
si ribellava sulle labbra. Eppure egli leggeva chiaramente nel placido
sguardo di lei che i suoi detti erano aspettati; in quel sorriso
languido eravi unʼespressione voluttuosa ed affascinante che altro non
poteva essere se non amore. Ma appunto lʼincontro di quelle pupille
mettevagli lʼanimo a soqquadro.
Laura ruppe per la prima il silenzio.
—Come mai, dissʼella, come mai caro signor Ermanno abbiamo la fortuna
di vederlo qui a questʼora? E sì dicendo si sedette a lui dappresso.
—Egli è madamigella, rispose Ermanno quasi balbettando, egli è che....
ella parte questa sera, non è vero?
—Ah pur troppo!
—E siccome non so se mi sarà possibile di venirla a salutare per
lʼultima volta....
—Come? chiese Laura con accento di collera, ella avrebbe cuore di non
venire alla stazione!... La sarebbe bella, e sì dicendo fece un gesto
così espressivo di dispetto, che Ermanno fu a poco per stringersela al
seno.
Vi fu un breve silenzio; la conversazione da bel principio erasi troppo
inoltrata perchè quei due cuori non palpitassero violentemente—Infine
Ermanno fattosi animo riprese con voce mesta.
—Dunque è proprio deciso?
—Oh! non me lo dica più, sclamò Laura, mi viene da piangere al solo
pensarci. Anzi ho già pianto stamane, e per tutta la notte non potei
chiudere occhio. Io prevedo che in quella brutta Milano morrò di
malinconia; si sta tanto bene qui in Brescia!... e dopo tutto per darmi
lʼestremo colpo, ella ha tanto cuore di dirmi _che forse stassera non
potrà neanche venire a salutarmi!_—Non potè proseguire, le lagrime le
bagnavano gli occhi, e si portò singhiozzando il fazzoletto sul viso.
—Mi perdoni, madamigella, rispose Ermanno tutto commosso a quelle
lagrime; mi perdoni. Io stesso non so più quel che mi dica, nè quel
che mi faccia; da due giorni ho una spina in cuore che mi fa molto
male; io non so ciò che succedette in me, ma è un fatto che oggi sento
di soffrire!—Ella partirà dunque, ed io me ne resto qui solo!... Oh
Laura, è inutile che io più oltre combatta per serbare il silenzio, non
posso più tacere—Mi perdoni se le dico che colla sua partenza ella
mi rapisce la pace, ma il mio dolore per il suo abbandono è troppo
grande e non saprei celarlo—che più? non seppi reggere allʼincertezza,
e venni qui a questʼora per sentirmi dire che ella serberà qualche
memoria di questi giorni, e penserà talvolta a questo infelice che
sente di perdere ogni bene in lei?
—Oh! sempre, sclamò Laura stringendogli la mano.
—Mi dica, proseguì egli, mi dica che nel suo cuore ella sente qualche
cosa per me, che nel lasciarmi prova alcun dolore. Ciò mi sarebbe di
gran conforto.
—Ermanno, signor Ermanno! E non sono per sè sole eloquenti queste
lagrime?—Oh! io sono ben infelice; se la certezza del mio dolore le
può arrecare qualche bene, lo sappia: Sì io soffro nellʼabbandonare
questa città, e tutto ciò perchè mi separo da lei che in sì poco tempo
ho imparato a conoscere; ma ora non voglio più piangere, ora sono
felice perchè ella pure si addolora per la mia partenza—Egli è ben
doloroso questo destino che ci condanna a vivere separati; perchè non
si può essere sempre là dove il cuore inclina? Perchè non si può sempre
stare con chi.... si ama!
—Grazie Laura, sclamò Ermanno stringendole ambe le mani, grazie per
queste parole che mi ridonano la vita—Mi prometta che ella penserà
qualche volta a me, ed io le giuro che non avrò memoria se non per lei,
che non avrò un palpito che non sia suo.
—Come potrei dimenticarlo! mormorò Laura.
Ermanno si strappò una medaglietta che teneva al collo, e presentandola
a Laura le disse:
—Eccole una mia memoria. Questa medaglia è ciò che io abbia di più
sacro; è di mia madre...
Laura la prese, la baciò, indi posela in seno; Ermanno proseguì:
—Mi permetta altresì che questa sera le consegni una mia lettera.
—Oh qual piacere!
—Con preghiera di non leggerla che al suo arrivo in Milano.
—Lo giuro.
—Ed ora a rivederci questa sera, ci saluteremo per lʼultima volta
collo sguardo, e col cuore!