VI

Non era più per Ermanno il caso di resistere, ma di amare. Anco se egli

avesse potuto opporsi alla corrente che lo trascinava, non lʼavrebbe

voluto. La lotta che tende a debellare la felicità, è lotta da stolto.

Ermanno accettava il suo bene senza esaminarlo, nè calcolarne la

durata; egli era felice, e per quanto gravi potessero essere le

conseguenze del suo disinganno, non valeva certo la pena che loro si

sacrificasse la gioja del presente.—Tutto ha fine in questo povero

mondo! e lʼuomo viene istintivamente predisposto a non curarsi di

questa legge fatale che pesa sui destini del creato.

Eppoi, havvi forse da farne meraviglia se in quel periodo di tutta

luce che si chiama giovinezza, lʼuomo ragiona più col cuore che

colla mente? Egli è solo allora che si spera ciò che si desidera; in

quellʼetà di aspirazioni ardenti, non si bada gran fatto agli ostacoli

che frappongonsi ad una meta prefissa.—Il senno e la ragione lasciano

libero passo ai voli della fantasia che nel suo giovanile entusiasmo

spiega arditamente le ali ad eccelse mire.—A ventʼanni lʼumile artista

che abita la soffitta, e mangia pan nero, vagheggia il sorriso della

dama che scorre i passeggi sdrajata in cocchio sontuoso; ronza con

ingenuità veramente rara sotto le finestre di un ricco palazzo per

incontrare lo sguardo di una giovinetta che sciupa tanto in guanti

quanto egli potrebbe guadagnarsi col lavoro assiduo di unʼanno.

Dal buco della sua soffitta egli ha il coraggio di palpitare per

qualsiasi nobile donzella, avrà anche il coraggio di amarla, e la

follia di sperare—Mormorate un poʼ allʼorecchio di quel povero

paria:—ma disgraziato, non vedi che ti colse la più strana delle

pazzie? Non pensi che fra te e quella giovinetta vi sta unʼabisso senza

fine? non pensi tu che sei povero, che dormi sulla paglia fra due cenci

di lenzuola, mentre ella riposa fra i morbidi velluti?—Nella tua casa

regna lo squallore, questa tua stamberga scarseggia financo di luce, ed

ella abita invece un palazzo immenso, ove i tappeti, la seta e lʼoro

sono profusi con tutto lo splendore—Non vedi che tu ora sei vittima

di un sogno, e che domani ridestandoti troverai amaro il tuo pane,

insipida la tua acqua, orrida la tua soffitta?»

Ebbene, egli maravigliato vi risponderà che ben poco gli cale di tutto

ciò, e ripigliando la sua miserabile esistenza proseguirà collo stesso

ardore a sperare.

Ecco come il più delle volte si ragiona in gioventù. Non è che col

frutto di una crudele esperienza imparata col volgersi degli anni che

ai cerca col dolce lʼutile; egli è solo nella prima giovinezza che

lʼuomo lascia libero sfogo agli slanci del suo cuore senza calcolo

dʼinteresse. Saranno follie, ma le sono dolci follie preferibili

mille volte alla rigida diffidenza delle anime volgari che passano

sotto i raggi ardenti del sole di gioventù facendosi scudo col freddo

raziocinio inspirato da un cuore senza vita—La soverchia ragione nei

primi anni di esistenza, non può essere che il frutto di ottusità

di mente, e dʼaridità di cuore—Meglio è ardere nel Vesuvio di

unʼillusione, che trascinare la vita fra fuochi fatui.

Malgrado che la notte fosse già di molto avanzata, tuttavia Ermanno non

seppe decidersi dʼandarsene a casa; egli aveva bisogno di abbandonarsi

alla foga deʼ suoi pensieri. Giammai la notte gli era parsa tanto

bella, giammai il freddo raggio della luna gli era sembrato così

malinconico—Errò per le vie della città senza darsi ragione della

strada che percorreva: Si pensa forse ove si vada allorchè la mente è

confusa ed eccitata da memorie soavi?

La mezzanotte era già trascorsa quando Ermanno giunse verso la sua

abitazione.—Alzando a caso gli sguardi alla finestra debolmente

rischiarata, vi scorse sua madre.

Ingrato, egli lʼaveva dimenticata!—La buona donna infatti era tutta

sconvolta per lʼinsolita assenza del figlio, ed invano aveva cercato

riposo; il timore che fosse avvenuto qualche malore a lui, la tenne

in una veglia angosciosa. Da due ore quella povera madre stava alla

finestra spiando sulla via, e palpitando ad ogni risuonar di passo.

Ermanno entrò in casa, e subito ella gli corse premurosa incontro per

sapere se fosse stato trattenuto da qualche incidente.

—Rassicurati madre mia, nulla mi è successo, rispose Ermanno

stringendole la mano, sono stato da Ramati....

—Così tardi?

—Che vuoi, non mi lasciavano mai; se avessi saputo che tu mi

aspettavi....

—Oh! non monta; temeva solamente.... non si sa mai di notte le strade

non sono troppo sicure.

—Or via calmati buona mamma, sclamò il giovane accarezzandola, va a

letto, va a riposarti che nʼhai di bisogno.

—Che hai Ermanno, chiese ella sorridendo, mi sembri di buon umore

stassera?

—Sì, non so perchè, ma sono tanto contento.

—Che Dio ti conservi sempre tale figlio mio?

Ermanno restò alzato ancora per qualche tempo sempre pensando alla

graziosa fanciulla che tante prove dʼamore gli aveva date in quella

sera felice; baciò più volte il fiore che ella gli aveva posto fra

le mani, indi lo collocò accanto ad un mazzolino di altri fiori

appassiti—La freschezza dellʼuno, ed il languore degli altri formavano

uno strano contrasto che non sfuggì allʼocchio di Ermanno—Poveri

fiori! Ieri ancora erano belli e rigogliosi, oggi il soffio della

materia passò sovrʼessi, ed eccoli collo stelo curvato; di quei

brillanti colori, di quel soave profumo appena rimangono pallide

vestigia.

Ecco il passato! Pensò Ermanno sospirando; ma il suo sguardo si

fermò allora sul fiore deposto ancor bello, ancor pieno di vita e di

freschezza. Fu un raggio di speranza che sperdè la malinconia che già

assaliva il povero giovane: Ecco il presente! gli mormorò una voce

interna, ed egli baciò anco una volta lo stelo profumato del fiore che

ridonavagli la speranza.

Andò a letto, si addormentò ed i suoi sogni furono una catena di rose

che si rivoltava in giri senza fine. Si addormentò felice, e si svegliò

felicissimo. Laura fu lʼultima parola della sera, e la prima del

mattino.

Durante la giornata però, fu spesse volte preda di mesti pensieri; nel

colmo dellʼebbrezza egli erasi dimenticato della prossima partenza di

Laura; ed appena se ne rammentò, il suo cuore gemette amaramente.

—E sarà vero chʼella debba allontanarsi, che non potrò più vederla?

pensava fra sè.

Ciò che mitigava alquanto il dolore della separazione era senza dubbio

la certezza di possedere lʼamore di lei; ma finora ella non glie

lo aveva detto; ed è tanto dolce il sentirsi dire che si è amato.

Dʼaltronde come trovare il tempo per strappare a Laura quella dolce

confessione? I cugini le erano sempre dietro—Due giorni ancora, e poi

ella partirebbe senza poter pronunziare la parola che doveva essere il

sostegno del povero Ermanno nei giorni di amarezza.

Andò alla sera da Ramati, ma senza frutto, vale a dire senza poterle

parlare da sola; non vi rimaneva che un giorno, lʼultimo. Alla vigilia

della partenza il povero giovane pensò con tutte le forze del suo

ingegno onde trovare un mezzo per parlarle; ma tutto fu vano, ed al

mattino di quel giorno disgraziato, egli aveva ancor nulla risolto.

Verso mezzogiorno gli nacque unʼidea che gli parve buona; prese il

cappello ed uscì frettoloso—Pochi minuti dopo egli entrava nel portone

di casa Ramati.

Salì le scale collʼanimo agitato dal timore e dalla speranza, e fu

introdotto da un servo che lo lasciò in anticamera dicendogli: Le

damigelle sono nel gabinetto da lavoro, il signor Alfredo è uscito col

padrone.

—Bene, rispose Ermanno, annunziami alle signorine.

Il servo eseguì, e poco dopo ritornò per dirgli che poteva passare.

Il salotto da lavoro era assai ben riparato dalla luce giacchè

entrandovi stentavasi a discernere gli oggetti; tanto è vero, che

Ermanno si arrestò sulla soglia mormorando confuso:

—Mille perdoni madamigella Letizia se....

Per tutta risposta sentì una mano che aveva stretta convulsivamente la

sua, ed una voce delicata e commossa che gli disse:

—Venga avanti signor Ermanno, la cugina Letizia è in giardino con mia

madre, non tarderà molto a venire. In così dire Laura, giacchè era ben

dessa, lasciò la mano di Ermanno per aprire un tantino le imposte onde

lasciarvi penetrare un poʼ di luce.

Ermanno sedette macchinalmente sulla seggiola ove ella lo aveva

guidato, ma allorchè si vide solo con lei, sentì che gli mancava il

coraggio di parlare; tutti i suoi proponimenti erano iti in fumo alla

sola vista della giovinetta, e stette per qualche tempo a contemplarla

senza far motto.

Laura rispose con un lungo sorriso al lungo esame elle ei fece sul di

lei volto; quel sorriso pareva unʼeccitamento a farlo parlare; nella

dolce espressione di quello sguardo che si fissava in lui, eravi

unʼaria sicura del perdono che poteva trovare per qualche parola troppo

azzardata.

Ermanno tentò una seconda volta di parlare, ma inutilmente; la parola

si ribellava sulle labbra. Eppure egli leggeva chiaramente nel placido

sguardo di lei che i suoi detti erano aspettati; in quel sorriso

languido eravi unʼespressione voluttuosa ed affascinante che altro non

poteva essere se non amore. Ma appunto lʼincontro di quelle pupille

mettevagli lʼanimo a soqquadro.

Laura ruppe per la prima il silenzio.

—Come mai, dissʼella, come mai caro signor Ermanno abbiamo la fortuna

di vederlo qui a questʼora? E sì dicendo si sedette a lui dappresso.

—Egli è madamigella, rispose Ermanno quasi balbettando, egli è che....

ella parte questa sera, non è vero?

—Ah pur troppo!

—E siccome non so se mi sarà possibile di venirla a salutare per

lʼultima volta....

—Come? chiese Laura con accento di collera, ella avrebbe cuore di non

venire alla stazione!... La sarebbe bella, e sì dicendo fece un gesto

così espressivo di dispetto, che Ermanno fu a poco per stringersela al

seno.

Vi fu un breve silenzio; la conversazione da bel principio erasi troppo

inoltrata perchè quei due cuori non palpitassero violentemente—Infine

Ermanno fattosi animo riprese con voce mesta.

—Dunque è proprio deciso?

—Oh! non me lo dica più, sclamò Laura, mi viene da piangere al solo

pensarci. Anzi ho già pianto stamane, e per tutta la notte non potei

chiudere occhio. Io prevedo che in quella brutta Milano morrò di

malinconia; si sta tanto bene qui in Brescia!... e dopo tutto per darmi

lʼestremo colpo, ella ha tanto cuore di dirmi _che forse stassera non

potrà neanche venire a salutarmi!_—Non potè proseguire, le lagrime le

bagnavano gli occhi, e si portò singhiozzando il fazzoletto sul viso.

—Mi perdoni, madamigella, rispose Ermanno tutto commosso a quelle

lagrime; mi perdoni. Io stesso non so più quel che mi dica, nè quel

che mi faccia; da due giorni ho una spina in cuore che mi fa molto

male; io non so ciò che succedette in me, ma è un fatto che oggi sento

di soffrire!—Ella partirà dunque, ed io me ne resto qui solo!... Oh

Laura, è inutile che io più oltre combatta per serbare il silenzio, non

posso più tacere—Mi perdoni se le dico che colla sua partenza ella

mi rapisce la pace, ma il mio dolore per il suo abbandono è troppo

grande e non saprei celarlo—che più? non seppi reggere allʼincertezza,

e venni qui a questʼora per sentirmi dire che ella serberà qualche

memoria di questi giorni, e penserà talvolta a questo infelice che

sente di perdere ogni bene in lei?

—Oh! sempre, sclamò Laura stringendogli la mano.

—Mi dica, proseguì egli, mi dica che nel suo cuore ella sente qualche

cosa per me, che nel lasciarmi prova alcun dolore. Ciò mi sarebbe di

gran conforto.

—Ermanno, signor Ermanno! E non sono per sè sole eloquenti queste

lagrime?—Oh! io sono ben infelice; se la certezza del mio dolore le

può arrecare qualche bene, lo sappia: Sì io soffro nellʼabbandonare

questa città, e tutto ciò perchè mi separo da lei che in sì poco tempo

ho imparato a conoscere; ma ora non voglio più piangere, ora sono

felice perchè ella pure si addolora per la mia partenza—Egli è ben

doloroso questo destino che ci condanna a vivere separati; perchè non

si può essere sempre là dove il cuore inclina? Perchè non si può sempre

stare con chi.... si ama!

—Grazie Laura, sclamò Ermanno stringendole ambe le mani, grazie per

queste parole che mi ridonano la vita—Mi prometta che ella penserà

qualche volta a me, ed io le giuro che non avrò memoria se non per lei,

che non avrò un palpito che non sia suo.

—Come potrei dimenticarlo! mormorò Laura.

Ermanno si strappò una medaglietta che teneva al collo, e presentandola

a Laura le disse:

—Eccole una mia memoria. Questa medaglia è ciò che io abbia di più

sacro; è di mia madre...

Laura la prese, la baciò, indi posela in seno; Ermanno proseguì:

—Mi permetta altresì che questa sera le consegni una mia lettera.

—Oh qual piacere!

—Con preghiera di non leggerla che al suo arrivo in Milano.

—Lo giuro.

—Ed ora a rivederci questa sera, ci saluteremo per lʼultima volta

collo sguardo, e col cuore!

Un bel sogno · 第 22 / 82 题