SANT’ABBONDIO.

Nitido il cielo come in adamante

D’un lume del di là trasfuso fosse,

Scintillan le nevate alpi in sembiante

D’anime umane da l’amor percosse.

Sale da i casolari il fumo ondante

Bianco e turchino fra le piante mosse

Da lieve aura: il Madesimo cascante

Passa fra gli smeraldi. In vesti rosse

Traggono le alpigiane, Abbondio Santo,

A la tua festa: ed è mite e giocondo

Di lor, del fiume e degli abeti il canto.

Laggiù che ride de la valle in fondo?

Pace, mio cuor; pace, mio cuore. Oh tanto

Breve è la vita ed è sì bello il mondo!

Questi due sonetti, composti nell’agosto e nel settembre 1898, sgorgano

dalla medesima vena limpida e piena, dalla quale balzarono negli anni

dal 1870 al 1880 i più bei sonetti delle _Rime nuove_; ambedue sono

pervasi da un senso intimo di malinconia che s’insinua quasi non visto

in mezzo alla descrizione delle incantevoli scene alpine che il poeta

ha dinanzi. Col primo si ammonisce di por da banda i suoi versi, troppo

povera cosa di fronte alla grande poesia della natura, la quale pure va

a perdersi nel nulla; col secondo si rimprovera i tumulti dello spirito

che gl’impedirono di godere quanto avrebbe potuto le gioie del mondo.

Il poeta sente che gli anni incalzano; che bisogna dire addio a molte

belle e buone cose; che gli amici, i parenti, se ne sono andati, se ne

vanno; che il verno si avvicina; e pure quanta freschezza nelle parole

e nei suoni che esprimono quei suoi sentimenti! Perchè dunque il poeta

non dovrà seguitare a scrivere ancora dei versi?

Ahimè, non seguitò. Dopo quel volume la voce del poeta, insino ad oggi,

non si è più fatta udire.

*

* *

Egli, come già dissi, tornò a Madesimo anche nel luglio del 1899.

Vi andò qualche giorno dopo di lui un suo scolare, Alfredo Panzini;

che, pregato da me, scrisse pel fascicolo di maggio della _Rivista

d’Italia_ del 1901, dedicato al Carducci, una breve notizia della vita

del maestro suo in quei luoghi. Non dispiacerà ai lettori che io ne

riferisca qui qualche brano:

«Il Carducci in quell’anno, e credo anche prima, abitava a _Villa

Adele_ e faceva i suoi pasti alla tavola comune nell’_Albergo della

Cascata_; modesto albergo di montagna, dovè c’è pulizia, buona cucina

e nulla più. Unica distinzione al poeta, il posto di capo tavola: al

suo giungere un saluto amichevole è sempre dato ed è reso: soltanto il

giorno del suo anniversario (cade il 27 di luglio), qualche applauso e

qualche altra modesta onoranza.

»L’anno che vi stetti io, oltre all’applauso, ci furono due righe

semplicissime firmate da tutti gli ospiti della _Cascata_, e un gran

bel mazzo di fiori di giardino.....

»Il buon Ciocca (il padrone dell’albergo) aveva anche preparato la

galanteria di un bel dolce, e noi si era ormai giunti a quello, e il

Carducci non veniva. Del resto nessuna meraviglia; a Madesimo pochi

furono i giorni che lo vidi arrivare insieme agli altri commensali.....

»Arrivò in fine; scoppiò l’applauso; egli vide i bei fiori, la lettera

e ci ringraziò, ma non fece alcun discorso.....

»Il Carducci fece in fine sturare alcune bottiglie di eccellente vino

di Valtellina augurando salute a tutta la compagnia: noti e ignoti

bevvero.

»Anche questo è costume abituale in quel dì, almeno così mi dissero i

frequentatori di Madesimo.

»Il Carducci arriva tardi sì a colazione che a pranzo, semplicemente

perchè lavora.... Nel tempo che ci rimasi io, lavorava più di otto ore

al giorno. Non dico che facesse bene, ma era così.

»La mattina si sottopone lietamente alla doccia gelida, poi viene la

passeggiata, poi al tavolo....

»Al pomeriggio la cosa si ripete con la semplice inversione che, prima

viene il lavoro, poi qualche volta una seconda doccia, poi la reazione

passeggiando.

. . . . . . .

»A Madesimo, dopo colazione, si attardava un poco insieme agli altri

ospiti presso il limitare dell’albergo.

»Non ho visto al Carducci fumare che il modesto sigaro toscano, e

soltanto dopo il pasto e non mai fra il giorno. Se lo prepara a suo

modo, cioè non tagliandolo a metà, ma mozzandolo più che spuntandolo

dall’un lato e dall’altro; poi più che accenderlo lo brucia per un buon

pezzo, ed aggradisce molto se altri gli si presta.

»Seduto presso l’uscio, il Carducci tenta di fumare; la gente intanto

va, viene, si siede lì presso, lo saluta, gli rivolge la parola, se

vuole: egli risponde a tutti.....

»Ma è inutile: il sigaro toscano, a dispetto di tutte le cure, non vuol

andare, non va. Il Carducci ha tollerato abbastanza: fa un piccolo atto

d’impazienza e getta il maligno fumaiuolo lungi da sè.

. . . . . . .

»L’ottimo Ciocca (che è corso apposta sino a Chiavenna per veder modo

di accontentare il Carducci) accorre col mazzo dei toscani ed offre

la scelta, imprecando alla Regìa con termini che il rispetto pel suo

illustre amico non sa frenare.

»Qualche ospite offre altri sigari: egli ringrazia e ricusa.

. . . . . . .

»Non lo si rivede che sul vespero.»

Quel lavoro continuato di più che otto ore al giorno, specie dopo

il disturbo che il Carducci aveva avuto nel 1885, e dopo i fenomeni

d’esaurimento nervoso provati più volte alcuni anni di poi, fu certo

una imprudenza. Alcuni dicono anche che, quando si fa la cura dei

bagni freddi, l’attendere a lavori mentali faticosi e prolungati è

pericoloso. Ma egli non lo sapeva, non ci pensava. Probabilmente

credeva che gli effetti di quella cura pronti e immediati gli

rinforzassero la fibra lì per lì tanto da permettergli di lavorare

a suo agio. E aveva portato con sè un carico di lavoro assai grave,

tanto grave, che a momenti se ne sentiva come oppresso. Il 26 agosto

mi scriveva: «Caro amico, quanto ho da fare anche quassù! Figurati

una prefazione alla ristampa dei _Rerum Italicarum Scriptores_ del

Muratori.» Oltre questo lavoro, aveva, credo, in animo di compiere lo

studio su gli Scritti di Alberto Mario, scelti e curati da lui, che

doveva uscire in fronte al secondo volume, già pronto da tempo. Il

primo era stato pubblicato fino dal 1884.

Tornò a Bologna ai primi di settembre con la prefazione al Muratori

quasi finita (mancava l’ultimo capitolo, che scrisse più tardi): ma lo

studio sul Mario, la prima parte del quale era stata pubblicata nella

_Nuova Antologia_ fino dal 1897, non era andato innanzi. E la illustre

vedova di Alberto, a cui tardava veder pubblicato quel secondo volume,

chiese al Carducci facoltà di pubblicarlo con la sola parte del proemio

già fatta, e nel 1901 lo mandò fuori.

*

* *

A quelli che videro il Carducci dopo il ritorno da Madesimo egli parve

un po’ affranto e di umore non lieto: evidentemente non stava bene:

la cura climatica, paralizzata ne’ suoi effetti dall’eccessivo lavoro,

non aveva prodotto il benefizio degli anni innanzi. La mattina del 25

settembre, a Bologna, appena alzatosi da letto e fatto il solito bagno,

ebbe un nuovo disturbo nervoso, pel quale rimase impedito specialmente

nel braccio e nella mano destra. Fu messo a letto e curato; e il male

apparve subito non grave. Appena potè moversi, andò in campagna ad

Ozano dal suo collega professor Gandino, indi a Firenze dal dottore

Luigi Billi; e le cure della scienza e dell’amicizia gli alleviarono il

male. Il 20 ottobre mi scriveva facendo alcune proposte circa il modo

di provvedere al suo insegnamento (io era allora nel Ministero alla

Direzione della istruzione superiore); e la lettera finiva: «_Intendi

me’ ch’io non ragiono_, perchè sono tardo a pensare, e scrivo colla

mano d’altri. Per me andrebbe benissimo se potessi riacquistare in

breve l’uso della mano. E ti dico che spero di arrivare a fare qualche

lezione.»

D’allora in poi andò sempre lentamente migliorando, e potè riprendere i

suoi lavori e fare, anche, come sperava, qualche lezione; ma (ciò che

più lo ha turbato e lo turba) non potè riacquistare pieno e spedito

l’uso della mano destra, onde è obbligato a dettare, o a scrivere

lentamente col lapis.

Nell’estate del 1901, tornando a Madesimo, si era proposto, dissero

alcuni, di riprendere e finire la _Canzone di Legnano_; ma, quale si

fosse la ragione, il proposito, se veramente lo fece, rimase senza

effetto. Nè ha scritto altre poesie. Ha scritto invece delle prose,

ed ha atteso e attende con molta alacrità a proseguire e compiere

l’edizione delle _Opere_.

Delle Poesie lo Zanichelli mandò fuori nel dicembre del 1901 una

edizione di tremila copie, in un solo volume di oltre mille pagine;

la quale fu una festa per molta gente; per tutti gli uomini del tempo

nostro che giunti alla vecchiaia serbano ancora vivi gli affetti e gli

entusiasmi della loro giovinezza, e per tutti quelli che, giovani nel

decennio dal 1870 al 1880, sentirono in pieno l’influenza del poeta

dei _Giambi ed Epodi_, delle _Rime nuove_ e delle _Odi barbare_. La

nuova gioventù, fatta eccezione di pochi, non credo che gusti davvero

le poesie del Carducci, benchè il poeta ad essa prediletto ed i suoi

seguaci, quando leggono in pubblico i loro versi, non dimentichino di

propiziarsi l’uditorio con un inno di gloria al grande maestro.

L’edizione delle Poesie fu esaurita in pochi giorni, tanto che lo

Zanichelli dovè subito metter mano ad un’altra di cinquemila copie.

Il volume delle Poesie, quanto al contenuto, riproduce esattamente

i due volumi (VI e IX) delle _Opere_, nell’ordine stesso, cioè

_Juvenilia, Levia Gravia_, Inno _A Satana, Giambi ed Epodi, Intermezzo,

Rime nuove_; poi le _Odi barbare_ (ultima edizione in un volume), il

volumetto _Rime e Ritmi_, ed in fine la prima parte della _Canzone

di Legnano_, che non era stata mai compresa in nessuna delle tante

raccolte parziali delle _Poesie_. Ciò nella prima edizione. La seconda

ha in più due sonetti, che erano stati dimenticati nella prima e nella

edizione delle _Opere_, un’_Appendice_ di cinque brevi componimenti,

che il poeta non aveva creduto o non si era ricordato di comprendere in

nessuna delle precedenti raccolte, e quattro facsimili.

Delle _Opere_ sono usciti, nel febbraio del 1902 il vol. XI, contenente

la serie terza ed ultima di _Ceneri e Faville_, nel giugno dello

stesso anno il vol. XII, contenente la serie seconda di _Confessioni e

Battaglie_, e nel gennaio di quest’anno 1903 il vol. XIII, contenente

la prima parte degli _Studi su Giuseppe Parini_ sotto il titolo _Il

Parini minore_.

La serie terza di _Ceneri e Faville_ comprende gli scritti minori del

Carducci dal 1877 al 1901, raccolti col medesimo metodo e coi medesimi

intendimenti degli scritti delle due prime serie; e sono, come essi,

testimonianze importanti dell’ingegno, dell’animo e dell’operosità

dell’autore; tanto più importanti, quanto si riferiscono all’ultimo

periodo della sua vita. Ci sono i brevi discorsi detti al Senato, fra

i quali coraggioso e nobilissimo quello per Candia; i discorsi _Per

il decennale dalla morte di Mazzini, Per lo scoprimento del busto di

Giacomo Leopardi a Recanati_; lo scritto per la morte di Vittore Hugo,

che il Carducci scrisse a mia richiesta per la _Domenica del Fracassa_;

e mandandomelo mi scriveva: «Eccoti quello che ho scritto singhiozzando

a tratti come un bambino.» Ci sono le relazioni per le prove d’italiano

su la licenza liceale, per la gara tra i licenziati d’onore dai licei,

su i programmi e le istruzioni per l’insegnamento dell’italiano nelle

scuole classiche; alcune relazioni alla Deputazione di storia patria;

alcune recensioni; e un’altra quantità di piccoli scritti d’occasione,

che tutti hanno la loro importanza per chi voglia conoscere a fondo

l’uomo e lo scrittore.

Ma importanza molto maggiore hanno gli scritti della seconda serie

di _Confessioni e Battaglie_; la maggior parte dei quali illustrano e

spiegano i sentimenti politici dell’autore e la condotta di lui come

cittadino negli ultimi trent’anni dopo il 1870.

Nella prima serie l’autore raccolse, come sappiamo, quasi tutti gli

scritti maggiori dei tre volumi sommarughiani, quelli più specialmente

ai quali meglio conveniva il titolo di _Confessioni e Battaglie_; e ne

lasciò fuori alcuni pochi di minor mole; coi quali appunto comincia la

seconda serie. Gli scritti di questa, quasi tutti brevissimi (pochi

superano le cinque o sei pagine, due soli le venti), sono riuniti

sotto varie rubriche, secondo la materia che trattano. Le rubriche

sono ventitrè: fra le più importanti quelle che raccolgono gli scritti

per Garibaldi, per Alberto Mario, per Guglielmo Oberdan, per Francesco

Crispi, per le accapigliature del Carducci coi socialisti, per le

dimostrazioni degli studenti radicali contro il Carducci, e per le

onoranze del giubileo. Se ne togli gli scritti riuniti sotto la prima

rubrica _Schermaglie di letteratura_, che sono i pochi rimasti fuori

dalla raccolta sommarughiana, tutti gli altri non erano stati mai

stampati in nessun volume, e la maggior parte di essi, disseminata

e dispersa in foglietti e giornali politici e letterari, era oramai

impossibile a trovare. Ugo Pesci in un articolo, pubblicato nel

_Giornale d’Italia_ del 10 giugno 1902, ha rilevato egregiamente

l’importanza di questo secondo volume di _Confessioni e Battaglie_; dal

quale s’impara, egli scrive, «che il Carducci ha sempre considerato le

cose politiche con serena obiettività ed imparzialità; che quantunque

non gli sia mai stata conferita da alcun partito la laurea d’uomo

politico, si trovano facilmente ne’ suoi scritti giudizi e sentenze di

un vero statista; e che la pretesa sua incoerenza politica in realtà

non esiste, anche quando può lasciarla supporre un qualche scatto del

gran cuore del poeta.»

Il vol. XIII, _Il Parini minore_, ha poco di nuovo; ma tutti gli

scritti compresi in esso e già pubblicati sono stati, come il Carducci

usa sempre, riveduti e corretti per questa edizione. Aprono il volume

due scritti, che videro la luce nella _Nuova Antologia, Il Parini

principiante_ (Fasc. 1º gennaio 1886), _L’Accademia dei Trasformati

e G. Parini_ (Fasc. 16 aprile e 1º maggio 1891), lavoro quest’ultimo

rimasto incompiuto; seguono i cinque scritti, che sotto il titolo

_Pariniana_ furono già raccolti nel volume _Conversazioni critiche_;

poi quattro scritti sui sonetti del Parini, il primo dei quali fu

pubblicato nel giornale _Natura ed Arte_ del 15 dicembre 1894, il

secondo e il terzo nella _Nuova Antologia_ del 16 settembre e del

16 dicembre 1900; il quarto ed ultimo è inedito. Chiude il volume un

_Saggio di bibliografia pariniana_.

Gli ultimi tre scritti di questo volume non sono i soli pubblicati dal

Carducci dopo che fu colpito dalla malattia.

Nel 1899, prima ch’egli andasse a Madesimo, era uscito nel fascicolo

16 maggio della _Nuova Antologia_, col titolo _Tragedia falsa e uomo

vero_, lo studio sulla _Ecerinide_ di Albertino Mussato da lui composto

per la edizione che di quella tragedia curava, pei tipi Zanichelli,

Luigi Padrin. Il volume della _Ecerinide_, con lo studio del Carducci,

fu poi finito di stampare nel novembre e pubblicato con in fronte la

data del 1900.

Una delle prime cose delle quali il Carducci si occupò appena in

grado di rimettersi al lavoro, fu il compimento della prefazione

ai _Rerum Italicarum Scriptores_, della quale lasciò pubblicare

due saggi (nella _Nuova Antologia_ del 1º maggio e nella _Rivista

d’Italia_ del 15 maggio 1900), e che indi a poco uscì intera nel primo

fascicolo della importante pubblicazione. Nello stesso anno 1900

attese in collaborazione con Severino Ferrari, alla pubblicazione,

pei tipi Zanichelli, delle Rime di Bartolomeo Del Bene per le nozze

Albicini-Binelli.

Gli ultimi due lavori del Carducci sono l’importante studio _Dello

svolgimento dell’Ode in Italia_, pubblicato nei fascicoli 1º e 16

gennaio 1902 della _Nuova Antologia_, e il saggio di traduzione e

commento delle Odi di Orazio (i primi tre Epodi) pubblicato nel

fascicolo del 16 dicembre di quell’anno nello stesso periodico.

L’autore delle _Odi barbare_ volle, in arte, mantenersi fedele fino

all’ultimo ai suoi primi amori.

*

* *

Accennai nel capitolo V ad una raccolta di _Canti carnascialeschi_

alla quale il Carducci stava lavorando nel 1864 per un editore di

Milano, e ad una di _Ballate_ per la _Collezione di antiche scritture

italiane inedite o rare_ incominciata intorno a quel tempo dall’editore

Nistri di Pisa. Quelle due raccolte facevano parte di un grande lavoro

sulla poesia semipopolare dei primi secoli, che il Carducci aveva

vagheggiato fino dagli anni più giovani, pel quale aveva messo insieme

molti materiali anche prima d’andare a Bologna, e del quale seguitò

ad occuparsi poi sempre con grande amore pure dopo il 1864. Ma non

ne pubblicò che due brevi saggi: nel 1871 le _Cantilene e ballate,

strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV_ (Pisa, Nistri), e nel

1896 le _Cacce in rima dei secoli XIV e XV_ (Bologna, Zanichelli).

Avendo io chiesto al Carducci qualche notizia intorno a quel suo

lavoro, che sapevo quanto gli stava a cuore e quante fatiche gli era

costato, egli mi rispose il 25 aprile 1902 così: «Ahimè! Tu mi inviti

a dire quel che ho più desiderato, quello su cui ho più lavorato e

quello che speravo dover essere l’ultimo lavoro da compiere nella

mia vecchiaia. I Canti carnascialeschi editi e inediti sono tutti

pronti con le varianti per la stampa. Speravo finire la mia carriera

poetica come Uhland, dando una edizione critica delle Canzoni a ballo

semipopolari del ’300 e ’400, e ne ho invero preparato una gran massa.

Ho quasi finito i Sirventesi italiani, curiosissima e rara raccolta.

»Se io, invece di attendere alla stampa delle opere mie, avessi energia

ed attività per lavorare sulla poesia semipopolare dei primi tre secoli

(sirventesi, ballate, madrigali, canti carnascialeschi, ec.) e vi

potessi lavorare con i criteri della filologia critica e non coi metodi

pedanteschi di oggi, i miei voti sarebbero compiuti.

»Altro dei miei indirizzi letterarii avrei vagheggiato nel

Rinascimento. Le opere latine e italiane di Francesco Maria Molza so

come andrebbero fatte, e ho messo insieme moltissime carte inedite

pescate per le biblioteche anche di Roma: ma non ne potrò condurre a

fine nulla. Eccoti quel che ti posso dire fin qui.»

È da augurare non solo che queste fatiche del Carducci non vadano

perdute, ciò di che non v’ha oramai più nessun pericolo, ma che le cure

ch’egli deve alla stampa delle opere sue e le condizioni di salute

gli lascino tempo e modo di compiere con l’aiuto (che certo non gli

mancherebbe) di qualche suo valoroso discepolo, quel lavoro col quale

egli si proponeva di chiudere la sua carriera poetica.

Con tale augurio mi è caro affrettarmi al fine di queste memorie, nelle

quali tutto potrà mancare fuorchè l’affetto per l’amico e l’amore della

verità che non può scompagnarsi da quello, quando è sincero.

*

* *

Nel 1901, essendo compiuto il quarantesimo anno dell’insegnamento del

Carducci, gli studenti pensarono di dargli qualche segno di onoranza.

Era un pensiero affettuoso, facilmente spiegabile e commendevole dopo

il malore che aveva colpito il loro maestro.

Questi, avutone sentore, si affrettò a pubblicare nella _Gazzetta

dell’Emilia_ del 17 marzo la seguente dichiarazione:

«Che gli studenti pensino di ricordare i quaranta anni

dell’insegnamento da me impartito in questo studio, l’ho caro; anche

per il modo del ricordo non rumoroso. Se non che giornali e lettere e

fin poesie vengono a minacciarmi di quel che oggi dicesi _giubileo.

Giubileo_, secondo un sacro scrittore, significa anno di quiete

perfetta; nel quale la Chiesa promette remissione delle colpe a chi

compia certi atti di penitenza. Ora sono io in istato di far penitenza?

Ne dubito. Di più fra l’un giubileo e l’altro devono intercedere,

secondo la legge mosaica, cinquanta anni: ridotti dalla legge cristiana

a venticinque. Ma per me sono appunto cinque anni che fu celebrato

un giubileo. Ripeterlo a così breve termine eccederebbe ogni facilità

d’indulgenza. Veramente e brevemente: ringrazio di cuore, ma mi trovo

in tal disposizione di spirito e di corpo che ogni menomo romore, reale

o metaforico, ne turba la quiete; senza la quale non potrebbe essere

_giubileo_.»

Inutile. Oramai che la parola _giubileo_ era stata buttata là, la

gente che s’era messo in testa di farlo lo volle fare. Non credo

che la quiete del Carducci ne rimanesse turbata; poichè tutto si

ridusse a un discorso letto da Giuseppe Picciola nella sala del Liceo

Musicale di Bologna il 13 maggio, sotto gli auspicii degli studenti

dell’Università, e a qualche telegramma che in quei giorni fu inviato

al poeta. Egli rispose cortesemente ai telegrammi di S. M. la Regina

madre e del Presidente del Consiglio; ma del giubileo, fatto contro la

sua volontà, non si mostrò niente sodisfatto.

Invece ebbe l’anno dipoi una grande sodisfazione per l’atto generoso

e gentile di S. M. la Regina madre, che, acquistando la biblioteca di

lui, della quale gli lasciò l’uso, ne assicurò la conservazione.

Quarantacinque anni fa in un accesso di classico furore egli sognava

di farsi dopo morte bruciare sopra un rogo di legna di pino insieme a

tutti i suoi libri. Oggi gli sorriderà, credo, un pensiero migliore: il

pensiero che, passato questo vento di follia presuntuosa, che trascina

la gioventù odierna a cercare gl’ideali dell’arte e della vita al di là

del buonsenso e del bene, le giovani generazioni avvenire cercheranno,

curiose e riverenti, i libri ov’egli studiò, le carte ove depose il

frutto de’ suoi studi, per iscoprirvi il segreto di quella grande arte

che non sa scompagnare dal culto della bellezza il culto della virtù e

della patria.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 34 / 98 题