(1892-1902.)
Il Carducci al Senato. — Studi e lezioni sul Parini. — La _Bicocca
di S. Giacomo, La guerra, Il Cadore_. — Lezioni all’Università su
l’Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano. — Ultimo
Ministero Crispi. — Polemiche crispine. — Onoranze al Carducci
per il giubileo del suo magistero. — Il Nencioni scrittore. —
La paroletta misteriosa di un lucherino. — Malattia e morte del
Nencioni. — Il Carducci presidente della Commissione per gli
scritti inediti del Leopardi. — Studi leopardiani. — Morte di Carlo
Bevilacqua. — _Rime e Ritmi._ — Due degli ultimi sonetti. — Il
Carducci a Madesimo nel luglio del 1899. — La prefazione ai _Rerum
Italicarum Scriptores_ del Muratori. — Nuovo disturbo nervoso. —
L’edizione delle poesie complete in un volume. — I volumi XI, XII
e XIII delle _Opere_. — Lavori riserbati dal poeta agli ultimi anni
della sua vita. — La biblioteca del Carducci.
I doveri d’insegnante e il bisogno di non trascurare i suoi studi e
lavori letterari non consentirono al Carducci di prendere viva parte
ai lavori del Senato. Nel 1892, essendo Ministro della istruzione il
Martini, prese una volta la parola per difendere da non giuste accuse
le nostre scuole secondarie, ed in particolar modo gli insegnanti di
esse; a proposito dei quali disse: «Possano quei degni insegnanti
che da tanti anni lavorano come martiri e sono pagati come....
non oso esprimere il termine del paragone.... che sono ballottati
irrisoriamente di promessa in promessa, di riforma in riforma, e per
giunta tenuti in sì mediocre concetto dai più; possano una buona volta
veder rialzate le loro sorti, possano sentirsi tenuti dalla nazione nel
concetto che meritano. Se ciò non avverrà, e presto, sarà incagliato
pure quel progresso che certo oggi è nelle scuole; verrà a raffreddarsi
la fiducia che molti, io avanti tutti, ora hanno in un fulgido avvenire
della scuola e della coltura italiana. Perchè, in fine, pretendere che
giovani, uscendo dopo tante spese dall’Università a vent’anni, debbano
essere pronti a spendere con entusiasmo la migliore età in divulgare
fra gente svogliata le letterature di Omero di Virgilio di Dante,
a insegnare la storia universale, compresa la geografia, e tutta la
filosofia, e tutta la matematica, e tutta la fisica, e, di più, tutto
che piaccia aggiungere a un ministro di buona volontà; e ciò con la
speranza di arrivare quando che sia ad avere cinque lire al giorno;
onorevoli colleghi, questa è una pretesa che si fonderebbe su una
iniquità sociale.»[70]
Dopo queste ed altre sante parole in difesa della coltura classica,
approvate calorosamente dall’alto consesso, e rimaste poi, come accade,
senza nessun effetto, il Carducci per un pezzo non si fece più vivo.
I soli discorsi di qualche importanza che disse più tardi in Senato
furono, se non erro, quello dell’aprile 1897 per Candia, e quello del
marzo 1899 per la convenzione universitaria di Bologna, stampati nel
volume XI delle _Opere_.
Le frequenti gite a Roma non impedirono al Carducci di attendere con
l’usato zelo alla sua scuola. Ma nel 1893, cominciando a sentirsi un
po’ stanco, chiese ed ottenne per aiuto quel suo antico e valoroso
discepolo, che già conosciamo, Severino Ferrari, degno e per
l’affetto al maestro, e per la larga cultura, e per l’ingegno vivo, di
proseguirne l’opera e gli intendimenti.
Nei quaranta anni di magistero universitario il Carducci tornò più
volte, com’è naturale, su gli stessi argomenti; ma non rifece mai una
sola volta i medesimi corsi. L’argomento era lo stesso, ma il corso era
interamente nuovo, era cioè il risultato di studi e ricerche nuove, che
compivano quelle del corso o dei corsi precedenti. Fino dal 1874-75
egli aveva fatto un corso sulle poesie del Parini; aveva poi negli
anni 1881-82-83 scritto alcuni articoli sul Parini pel _Fanfulla della
Domenica_, per la _Domenica letteraria_ e per la _Nuova Antologia_, che
raccolse con emendazioni ed aggiunte sotto il titolo _Pariniana_ nel
volume delle _Conversazioni critiche_ (Sommaruga, 1884). Nel febbraio
del 1886 fece alcune lezioni sul Parini, il Boileau, il Pope; e nel
1888 un corso compiuto e larghissimo sul poema _Il Giorno_: onde trasse
in gran parte la materia per altri scritti sul poeta lombardo; fra i
quali capitalissimo il libro _Storia del «Giorno» di Giuseppe Parini_
edito dallo Zanichelli nel 1892.
Se con questo libro egli aveva esaurito i suoi studi sul poema
pariniano e detto intorno ad esso l’ultima sua parola, era ben lontano
dall’aver compiuto le sue ricerche e formulati i suoi giudizi intorno a
tutta la poesia pariniana. Tornò perciò ad essa con un corso di lezioni
sulle odi nell’anno scolastico 1890-91; e poichè l’intero anno non
gli bastò a compiere il corso come lo intendeva lui, lo ha ripreso e
terminato nell’anno scolastico 1901-902.
*
* *
Nonostante il lavoro della scuola, le molte occupazioni officiali
e le molte distrazioni per le frequenti sue gite a Roma, gli ultimi
dieci anni del secolo passato non furono letterariamente poco operosi
nella vita del Carducci; nè la sua vena poetica accennò a stanchezza o
languore.
Il 22 agosto 1891 il re Umberto passò in rivista le truppe italiane
presso la Bicocca di San Giacomo, e il Carducci, pigliando occasione
da questo fatto, scrisse e pubblicò nel settembre l’ode che prende
nome da quel luogo rimasto celebre nella storia politica e militare
del Piemonte per gli avvenimenti dei quali fu teatro. Due mesi più
tardi, al tempo del famoso congresso per la pace, scrisse un’altra
ode, _La guerra_, che fece un po’ di scandalo fra i radicali, i quali
lo accusarono di avere adulterato il pensiero di Carlo Cattaneo,
perch’egli aveva messo come epigrafe ai suoi versi le proprie parole
con le quali esso Cattaneo attesta la necessità storica della guerra.
Un’altra accusa non meno strana fu fatta a quell’ode, d’essere cioè una
poesia dinastica; il qual fatto dimostra semplicemente che, quando nel
giudicare di un’opera d’arte c’entra la passione politica, il buonsenso
se ne va a spasso.
Nell’estate del 1892 il Carducci andò a Pieve di Cadore; di lì ad
Auronzo, e da Auronzo a Misurina, dove si trattenne circa due settimane
solo. In Cadore trovò conoscenti ed amici, che gli furono compagni
e guida a visitare quei luoghi che vedeva per la prima volta. Volle,
com’egli usa sempre, essere informato di tutto; si procurò delle buone
guide, lesse una storia del Cadore; e la statua del Tiziano, ch’è
nella Piazza di Pieve, e una piccola lapide lì presso rammentante
l’eroismo di Pietro Calvi, gl’ispirarono insieme agli altri ricordi e
al grandioso e al pittoresco dei luoghi, una delle più belle odi da lui
composte in questi ultimi anni; l’ode intitolata _Cadore_. La scrisse
nei giorni della breve dimora a Misurina, e la pubblicò nel settembre,
tornato a Bologna. A Pieve di Cadore pubblicò egualmente nel 1892, a
spese di quel Municipio, le _Antiche laudi cadorine_ con una prefazione
datata del 15 agosto.
Nel luglio del 1893 andò a villeggiare a Castiglione de’ Pepoli in
Provincia di Bologna; di lì venne a Roma pei lavori del Senato; e
terminati questi, andò per alcuni giorni sulle Alpi. Nell’ottobre
fu in Mugello, a Pilarciano presso Vicchio, ospite dell’amico Luigi
Billi; poi, fatta una corsa a Roma, tornò a Bologna. Quivi riprese i
suoi studi, facendo all’Università un corso su Vittorio Alfieri e le
tragedie di soggetto romano e italiano (l’anno innanzi aveva fatto un
corso sul teatro latino nei secoli XIV e XV), e scrivendo i Saggi sul
_Torrismondo_ e su l’_Aminta_ del Tasso, che furono pubblicati, prima
nella _Nuova Antologia_ del gennaio, del luglio e dell’agosto 1894, e
poi nel terzo volume delle Opere minori del Tasso curate dal Solerti.
Il 27 dicembre mi scriveva: «Io sto bene, anche perchè studio assai e
assai tranquillamente.»
Dopo quell’anno nell’estate tornò sempre sulle Alpi; nel 1894 a
Madesimo; nel 1895 a Courmayeur, dove scrisse le due brevi poesie
_L’Ostessa di Gaby_ e l’_Esequie della guida_; e nei quattro anni
successivi a Madesimo.
Di poesie, dopo il _Cadore_, non scrisse, o almeno non pubblicò altro
fino al 1895. Nel gennaio del 1895 pubblicò l’ode _Alla figlia di
Francesco Crispi_ (nel giorno delle sue nozze), che dal livore politico
fu fatta segno, non solo a sciocche e maligne critiche, ma a ignobili
scherzi da parte di giornalisti, che pur professavano, o almeno avevano
professato fino allora, la più alta ammirazione e il più gran rispetto
al poeta.
*
* *
È noto in qual modo cadesse nel novembre del 1893 il Ministero
Giolitti; e come, incaricato della formazione del nuovo gabinetto
l’onorevole Zanardelli, egli lo avesse composto; nè altro mancasse
al suo, come dicono, insediamento che l’approvazione del Re. Già i
nuovi Ministri ricevevano i telegrammi di congratulazione de’ loro
innumerevoli amici, che in questa occasione diventavano anche più
innumerevoli; già quelli che gustavano per la prima volta la voluttà
dell’alto ufficio avevano ordinata al sarto la montura, o uniforme che
s’abbia a dire; già dai piccoli impiegati dei Ministeri (i quali in
generale, salvo quelli dei gabinetti, si rallegrano di ogni cambiamento
di ministri) si aspettava con impazienza la presentazione delle nuove
Eccellenze; quando, che è, che non è?, corre la voce che il ministero
zanardelliano era stato un aborto, e che il Re aveva dato incarico
della formazione di un altro gabinetto all’onorevole Crispi.
Il Crispi lo formò e tale che prometteva di essere forte e duraturo.
La infelice prova fatta dal gabinetto Rudinì prima, da quello Giolitti
poi, il fiasco dell’onorevole Zanardelli, e la conosciuta energia
e tenacia dell’onorevole Crispi, che pareva il solo uomo capace di
dominare la situazione difficile e pericolosa, in che il Ministero
Giolitti aveva lasciato il paese, davano tutte le apparenze della
forza al nuovo gabinetto; ma erano anche in sostanza i germi della
sua debolezza. Tanto che, se potè durare due anni e qualche mese, potè
perchè il suo capo si impose quasi alla Camera e la tenne gran tempo
chiusa; ma durò in mezzo all’imperversare di una tempesta, che pareva
doverlo sommergere ad ogni istante.
Tutte le furie dell’ira erano rivolte in ispecial modo contro il
Presidente del Consiglio. Non c’è esempio, credo, nella storia
parlamentare di una opposizione tutta fatta di diatribe e di
contumelie, in gran parte personali, come quella che imperversò sul
capo dell’onorevole Crispi negli anni 1894 e 1895.
È noto il triste episodio del plico Giolitti, di cui si valsero pei
loro fini quelli stessi fra gli oppositori che mostravano disgusto per
l’atto del deputato di Dronero; è nota la ferocia degli attacchi coi
quali l’onorevole Cavallotti perseguitò in tutti gli atti della vita
il suo antico compagno di fede. Quanto alla stampa di opposizione,
i complimenti di che essa onorava tutti i giorni il Presidente del
Consiglio si possono compendiare in queste parole di Guglielmo Ferrero:
Crispi fu il _peggior ribaldo che abbia governato l’Italia in questo
secolo_, e il suo Ministero _il più disonesto, scellerato e pazzesco
governo che si sia visto, questi ultimi cinquant’anni, nell’Europa
civile_.
Inutile dire come di ciò fosse addolorato e disgustato il Carducci;
il quale non potè lasciar passare senza qualche parola di protesta
le gravi ingiurie che piovevano sul capo dell’illustre suo amico. Il
31 dicembre 1894 gli mandò questa lettera di saluto pel nuovo anno:
«Caro grande amico, — Nulla oggimai Vi manca di ciò che per lo più è
toccato ai sommi cittadini nella storia dei popoli; nè dopo salva la
patria, l’ingratitudine di quelli che Vi invocavano; nè, dopo il colpo
dell’assassino, l’aggressione di quelli che voi amaste e beneficaste.
La procella selvaggia nè anche risparmiò il giovine capo della figlia
presso le nozze. Serena e calma, in mezzo e sopra questo osceno
infuriare di malvagità faziose e ambiziose, la vostra forza. Salute e
rispetto. G. C.»
E quando pochi giorni dopo, il 10 gennaio 1895, la figlia del Crispi fu
sposa, il Carducci pubblicò l’ode nuziale cui ho già accennato, nella
quale sono questi versi:
innalza, o bella figlia,
Innalza al padre in faccia
Gli occhi sereni e le stellanti ciglia.
Ei nel dolce monile
De le tue braccia al bianco capo intorno
Scordi il momento vile
E de la patria il tenebroso giorno.
Ne l’amoroso e pio folgoreggiare
De gli occhi in lui levati
L’ampio riso rivegga ei del suo mare
Ne’ dì pieni di fati
Quando novello Procida,
E più vero e migliore, innanzi e indietro
Arava ei l’onda sicula:
Silenzio intorno, a lui sul capo il tetro
De le borbonie scuri
Balenar ne i crepuscoli fiammanti;
In cuore i dì futuri,
Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!
L’accecamento dei nemici del Crispi arrivò a negare la parte ch’egli
aveva avuta, principalissima e determinante, nella insurrezione
siciliana e nella spedizione dei Mille, e ad accusare il Carducci di
avere con quei versi fatto ingiuria, egli, pure _studioso severo_ della
storia, alla verità. A ciò il Carducci non potè tenersi, e rispose
nella _Gazzetta dell’Emilia_ del 21 e 25 gennaio e del 1º febbraio
1895, dando ai detrattori del Crispi una severa lezione di storia
e di onestà, che terminava con queste parole: «Deh quanto mi fate
compassione, o ragazzi vecchi! Ma la colpa non è vostra. Può darsi che
voi sappiate le genealogie dei Faraoni o che siate simbolisti. Ciò sta
bene a buoni bizantini.»
Tutti i brevi scritti del Carducci che si riferiscono al Crispi e
al secondo suo Ministero, sono raccolti nel dodicesimo volume delle
_Opere_ pubblicato nel 1902.
*
* *
Colla fine dell’anno accademico 1894-95 avendo il Carducci compito
trentacinque anni del suo insegnamento universitario, i colleghi e la
città intera deliberarono di celebrare con solenni onoranze il giubileo
del suo magistero. Il pensiero di ciò era sorto qualche anno prima,
fin da quando il Carducci nel 1887 ricusando la cattedra dantesca
nella Università di Roma, aveva dato la maggior prova che per lui si
potesse del suo affetto a Bologna. Si sarebbe voluto fare il giubileo
nel 1890, dopo i trent’anni di magistero. Ma il bisogno e il desiderio
che le feste riuscissero veramente grandi e solenni, portò la necessità
di ritardarle. Non si trattava delle solite onoranze ad un professore
illustre di un illustre Ateneo; Bologna volle e seppe mostrare ch’ella
sentiva tutta la grandezza dell’uomo, del cittadino, del maestro che
si voleva onorare, maestro non di una scuola, non di una provincia, ma
dell’Italia; volle mostrare che si sentiva orgogliosa di avere nutrito
e cresciuto nel suo seno il poeta della nazione risorta. Si costituì
un Comitato dei più autorevoli cittadini, presieduto dal Sindaco di
Bologna, il quale preparasse degnamente le feste pei primi dell’anno
1896.
La gran festa ebbe luogo il 6 febbraio alle ore 2 pom. nella sala
maggiore dell’Archiginnasio, sede dell’antico studio di Bologna.
La città tutta era presente nelle sue rappresentanze più degne. Con
quella solenne dimostrazione essa volle confermare in faccia al mondo
quello che già si sapeva, che cioè il tumulto indegno del marzo 1891
fu l’opera di pochi dissennati, alla quale la città era perfettamente
estranea. Erano accorsi intorno al maestro alcuni de’ suoi più diletti
scolari, il Pascoli, il Mazzoni, il Ferrari, il Casini, e altri ancora.
Il Sindaco, dopo un discorso degno veramente dell’alta occasione,
consegnò al Carducci il decreto con cui egli era nominato cittadino
onorario di Bologna, e la medaglia d’oro per lui coniata, a
commemorazione della festa. Dopo di che parlarono brevemente il Preside
della facoltà di lettere, Francesco Bertolini; il professore di lettere
latine, G. B. Gandino, e il Sindaco di Pietrasanta, venuto a presentare
al festeggiato una pergamena con gli omaggi e gli augurii de’ suoi
concittadini. Per ultimo il senatore conte Pier Desiderio Pasolini,
con un nobile atto, non compreso nel programma della festa, offrì con
acconce parole al poeta un ramoscello colto da un alloro che cresce
vicino alla tomba di Dante in Ravenna.
A tutti rispose il Carducci ringraziando con un breve discorso nel
quale versò tutto l’animo suo grande e buono; discorso che è ristampato
nel vol. XII delle _Opere_, e che dovrebbero rileggere e meditare tutti
i giovani che si sentono nati a fare qualche cosa nel mondo.
A questa, che fu la solennità principale, altre due se n’aggiunsero. La
Regia Società di Storia Patria, di cui il Carducci è presidente, volle
fargli una speciale dimostrazione di onore, offrendogli in una pubblica
tornata accademica, tenuta il 13 febbraio, una pergamena miniata, a
testimonianza della gratitudine per gl’insigni servigi da lui resi
per oltre sei lustri all’Istituto. E gli studenti della facoltà di
lettere, prima che cominciassero le feste ufficiali, ebbero il pensiero
affettuoso di offrire al maestro un albo contenente i ritratti di
quanti gli erano stati discepoli dall’anno 1860 in poi; e glie lo
offersero il 24 gennaio.
Il Carducci rispose loro: «Grazie, il pensiero è gentilissimo. È di
farmi rivivere nei miei giovani anni, dei quali certo la miglior parte
è quella che passai stando coi giovani.... Della parte della mia vita
spesa con voi certo non ho da pentirmi, non ho da farmi rimprovero,
se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che
fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me
non troppe cose certo avrete imparato, ma io ho voluto ispirar me e
innalzar voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita,
spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il
dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità
che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza
che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustizia che alla gloria.
Questo vi ho sempre ispirato e di questo non sento mancarmi la ferma
coscienza.»[71]
*
* *
Dopo le onoranze del giubileo, un grave dolore percosse in quell’anno
medesimo l’animo del Carducci; la morte del suo vecchio amico Enrico
Nencioni, avvenuta il 25 agosto 1896 all’Ardenza presso Livorno. E
quando quattro anni più tardi, nella primavera del 1900, ammiratori ed
amici del morto si apprestavano ad inaugurarne la tomba nel Cimitero di
San Felice a Ema, il Carducci inviò questo telegramma: «In memoria di
Enrico Nencioni manda sincere e dolenti parole chi sin dall’anno 1849
gli fu amico fedele, e ne ammirò l’ingegno e il naturale poetico; ed
ebbe poi dalla sua letteratura molteplici e preziosi documenti.» Fino
dal 1871 nella prefazione alle sue poesie (edizione Barbèra) aveva
scritto di lui: «Sentirei d’essere ingrato se non ricordassi almeno a
me stesso quanto io debbo al fraterno ingegno di Enrico Nencioni, che
mi fu sin dai primi anni aiutatore, coll’ardor suo e coll’esempio, al
culto di ciò che è bello in ogni forma.»
Questa benefica influenza della consuetudine col Nencioni la provarono
più o meno tutti gli amici suoi che si occuparono di lettere. E
debbono in parte averla provata quei molti che lo conoscono soltanto
per aver letto i molti scritti che negli ultimi quindici anni della
sua vita pubblicò in giornali e riviste. Il Nencioni è uno scrittore
estremamente, come oggi dicono, suggestivo.
Leggendo qualche suo articolo o nella _Nuova Antologia_, o nel
_Fanfulla della Domenica_, o nella _Domenica letteraria_, o in qualche
altro giornale, a me pareva di sentirlo discorrere come quando andavamo
insieme a passeggiare per ore ed ore alle Cascine o in Boboli, due
delle sue passeggiate favorite; o mi pareva di leggere una sua lettera,
una di quelle lettere nelle quali versava dall’animo pieno le vive
impressioni delle sue svariate letture.
Dissi già com’egli cominciasse la professione di scrittore dopo i
quarant’anni. Da ciò, credo, deriva quello che è il principale difetto
de’ suoi scritti, qualcosa cioè di non bene consistente e, direi quasi,
non completo; e da ciò quella grande qualità che compensa largamente
il difetto; una freschezza quasi giovanile di impressioni rese con
molta sincerità ed ingenuità. Il Nencioni, più che un vero e proprio
scrittore, è quello che i Francesi chiamano _causeur_; un _causeur_
pieno di brio, di spirito, di coltura, coltura facile, leggera, e
tuttavia ammirabile; un _causeur_ che non vi secca mai, che state
sempre volentieri a sentire, anche quando, come qualche volta gli
accade, si ripete, o ripete ciò che innanzi han detto il Sainte-Beuve o
altri stranieri.
I tre anni (dal 1880 al 1883) che egli passò a Roma nel modesto
quartierino di Via Goito furono, credo, dei suoi più felici. Ed oh
quanto gli dispiacque di lasciare quel quartierino, di lasciare Roma!
Nè avrebbe certo pensato a cambiare, se non erano le paurose necessità
del futuro; e non ci pensò senza dolore. Ma a quella età, con la natura
sua semplice e ingenua, e con la nessuna abilità d’intrigare, e di
farsi della _réclame_, come poteva egli sperare di procacciarsi co’
suoi scritti una posizione sicura per il resto della vita?
Fortunatamente l’amicizia di Ferdinando Martini gli venne in aiuto,
ottenendogli nel 1883 dal Ministro Baccelli un posto d’insegnante
nell’Istituto magistrale femminile di Firenze. A Firenze ebbe poi
un’altra cattedra all’Istituto della SS. Annunziata. Si trattava in
ambedue le scuole di insegnare letteratura a delle giovinette, ed
era ciò a che il Nencioni si sentiva chiamato; si trattava di avere,
come si dice, assicurato il tozzo per la vecchiaia; cioè assicurato
_sicut in quantum_, perchè s’egli avesse dovuto lasciare l’insegnamento
prima d’aver diritto a pensione, avrebbe probabilmente dovuto morire
d’inanizione, come il nostro buon amico Telemaco Signorini pittore, o
andare a finire in uno spedale.
Ma la fortuna (questa volta non sotto la forma di un deputato
influente, ma sotto quella di un semplice lucherino) gli risparmiò
l’una e l’altra cosa. Un giorno mentre passeggiava pel Colle di San
Miniato col suo giovine amico Ettore Zoccoli, _un lucherino guizzando
a volo quasi gli sfiorò i capelli lasciando nell’aria una paroletta
misteriosa_. Quella paroletta, dice lo Zoccoli, parve un segno di
elezione. «Dieci mesi dopo Enrico Nencioni era morto.»[72]
Io amo molto gli uccelli, che sono, come il Leopardi dice, le più
liete creature del mondo; ma confesso all’egregio Zoccoli che quel
lucherino lo avrei mandato volentieri a farsi benedire; perchè in somma
quel segno di elezione si tradusse in una penosa malattia, che fece
soffrire orribilmente l’amico nostro e lo condusse alla tomba all’età
di cinquantanove anni, quando egli sognava di fare chi sa quante altre
passeggiate per il Viale dei Colli, di scrivere chi sa quanti altri
articoli di letteratura inglese, di comprare e leggere chi sa quanti
altri libri, di conversare chi sa quante altre volte col suo amico
Zoccoli e con me!
Il 13 luglio 1895 mi scrisse: «Da sette mesi son malato di _nevralgia_
di petto. Ho molto sofferto. Ho creduto di non ti riveder più — e ho
pensato spesso a te con l’antico affetto, e un intenso desiderio di
riabbracciarti. Ora sto _assai meglio_. Scendo in giardino, cammino,
mangio con buon appetito — e la terribile insonnia è scemata: ma
non son guarito: e i disturbi nervosi ogni tanto si riaffacciano a
tormentarmi. Già il Carducci, che mi ha visto più volte, ti avrà detto
tutto.» Pur troppo; e sapevo da lui che la malattia era irrimediabile.
Da che il Nencioni era tornato a Firenze, io andavo spesso a trovarlo,
e passavamo insieme delle mezze giornate piacevolmente. Ma dopo ch’egli
fu attaccato dalla terribile malattia, le mie visite a lui doventarono
per me un tormento. Egli conservava intera la sua vivacità di spirito,
credeva che il suo male presto sarebbe passato, parlava di mille
disegni che voleva colorire; ed io doveva secondare i suoi discorsi
e fingere di partecipare le sue illusioni. Nell’ottobre del 1895 lo
andai a trovare in compagnia d’altri amici in una villetta al Poggio
Imperiale. Mi fece una gran festa: s’illudeva di star meglio e d’essere
in via di guarigione. Poco dopo tornato a Firenze, mi scrisse: «Vo
sempre migliorando — tanto che ho potuto riprendere le lezioni ai due
Istituti. Ma non posso dirmi ancora guarito. Ho sempre qualche leggero
accesso, e i dolori nevralgici alle braccia e alle mani, che a giorni
mi tormentano molto.... Quanto fui felice di rivederti! e quanto mi
dolse di vederti solo per pochi minuti, e in compagnia di altri....
Avrei bisogno di star con te una settimana intera, tante son le cose di
ogni genere che avrei da dirti e da domandarti.»
Il miglioramento fu pur troppo più apparente che sostanziale, e di
breve durata. Quando lo rividi alcuni mesi dopo nella sua casa di
Via Maggio, era ridotto in così tristi condizioni che appena poteva
parlare, ed era niente più che l’ombra del Nencioni di una volta.
Lo lasciai con un triste presentimento; e non lo rividi più. Nè il
Carducci nè io non potemmo avere la dolorosa sodisfazione di dare
all’amico l’ultimo addio e di accompagnarlo alla tomba!
*
* *
Nel marzo del 1897 fu pubblicato, per cura di alcuni amici del
Nencioni, un primo volume di scritti di lui, _Saggi critici di
letteratura inglese_ (Firenze, Successori Le Monnier), al quale doveva
fare la prefazione il Carducci; ma, quale si fosse la ragion vera
(probabilmente gli mancò il tempo), se ne cavò allora con poche parole,
promettendo la prefazione pel secondo volume. «Non voglio preoccupare
il luogo qui in questo primo volume: mi parrebbe quasi villano, e certo
men pietoso, parlare prima dell’amico: rileggendo di lui mi voglio
mantenere l’illusione che quella voce soave dalle colorite e forti
inflessioni, come io la ho ancora negli orecchi, ancora si conquisti e
assoggetti l’attenzione. Lasciamolo prima parlare lui, il caro morto.
Io verrò poi.»
Se non che nel 1898 gli stessi amici, senza niente dirne al Carducci,
mandarono fuori il secondo volume, _Saggi critici di letteratura
italiana_ (Firenze, Successori Le Monnier), con uno scritto del
D’Annunzio di due anni innanzi.
Il Carducci in quell’anno era stato nominato presidente della
Commissione per la pubblicazione dei manoscritti del Leopardi
appartenuti al Ranieri. Dall’esame di essi prese occasione a tornare
sopra i suoi studi su la poesia leopardiana; e nei primi dell’anno
diede alla _Rivista d’Italia_ (fascicoli del 15 febbraio e del 15
marzo) due articoli su _Le tre canzoni patriotiche di G. Leopardi._
Il 29 giugno, celebrandosi a Recanati il centenario della nascita
del Leopardi, pubblicò un notevole studio su tutta la poesia del
Recanatese: _Degli spiriti e delle forme nella poesia di Giacomo
Leopardi_. Allo studio aggiunse, emendati e accresciuti, gli articoli
su _Le tre canzoni patriotiche_. Ed allo scoprimento del busto del
poeta nella grande aula del palazzo comunale di Recanati pronunziò in
nome del Ministro della pubblica istruzione, che lo aveva incaricato
di rappresentarlo, il breve ispirato discorso che leggesi nel volume XI
delle _Opere_.
In occasione delle feste leopardiane fu anche dato in luce il primo
volume degli scritti inediti con una prefazione di esso Carducci;
il quale, a compimento de’ suoi studi leopardiani, avea nell’anno
stesso delle feste fatto all’Università un corso di lezioni su Giacomo
Leopardi.
In mezzo a questi lavori lo colse improvvisamente nel dicembre del
1898 un altro grave dolore, la morte del genero suo Carlo Bevilacqua,
il quale in ancor florida età gli lasciava vedova con cinque figli la
sua Bice.[73] Corse a Livorno a prendere la figliuola e i nipoti, li
portò a Bologna, e li collocò vicino a sè, provvedendo come potè meglio
alla sistemazione della piccola famiglia, sì che non le mancasse nè il
sostentamento nè la educazione.
*
* *
Sulla fine del medesimo anno 1898 raccolse in un volumetto elzeviriano,
sotto il titolo _Rime e Ritmi_, tutte le poesie da lui scritte dopo
le _Rime nuove_ e le _Terze Odi barbare_. Il volume fu finito di
stampare il 15 dicembre, ma comparve in pubblico con la data dell’anno
dipoi. Oltre le poesie da me accennate, ne comprendeva altre poche,
composte fra il 1896 e il 1898, durante la dimora del poeta nelle
Alpi, alcune delle quali furono pubblicate nella _Nuova Antologia_ del
16 novembre 1898 sotto il titolo _Idilli alpini_. Sono da aggiungere
a queste l’ode _Alla città di Ferrara_, composta nell’aprile del
1895 per il centenario del Tasso, le terzine _Pel monumento a Dante
in Trento_, composte nel settembre del 1896, l’ode _La chiesa di
Polenta_, pubblicata nel luglio del 1897, e l’ode _Alle Valchirie_
per la morte dell’imperatrice d’Austria, composta nel settembre del
1898 e pubblicata nella _Rivista d’Italia_ del 15 ottobre successivo.
Le terzine pel monumento a Dante attestano che i sentimenti del
poeta verso le provincie irredente erano ancora quei medesimi che gli
dettarono nel gennaio del 1879 _Saluto italico_ e negli anni dal 1882
al 1886 gli scritti su Guglielmo Oberdan; le odi _A Ferrara_ e _La
chiesa di Polenta_ sono le ultime due grandi odi storiche composte dal
Carducci, degne di chiudere la gloriosa serie delle _Odi barbare_.
Il volume _Rime e Ritmi_ è dedicato ad una signorina con questi versi:
O piccola Maria,
Di versi a te che importa?
Esce la poesia,
O piccola Maria,
Quando malinconia
Batte del cor la porta.
O piccola Maria,
Di versi a te che importa?
e si chiude malinconicamente con questo congedo:
Fior tricolore,
Tramontano le stelle in mezzo al mare
E si spengono i canti entro il mio core.
Scrivendo questi versi il poeta era certamente sotto il peso di un
triste presentimento; e pure egli aveva composto allora allora due
sonetti freschissimi d’ispirazione giovanile: