Al n. XIX mancano nell’autografo, evidentemente per una svista, le
_Rime nuove_, che io perciò mi sono permesso di aggiungere.
Varie considerazioni si possono fare intorno a questo elenco: prima
di tutte, che quando l’autore lo compilò aveva in animo di compiere
alcuni lavori o farne dei nuovi, dei quali gli è mancato il tempo o
l’opportunità; seconda, che la disposizione organica da dare ai suoi
scritti è per lui lavoro di molta importanza, il quale perciò va
soggetto a molte mutazioni, prima di esser compiuto. Questo così per
le prose come per le poesie; ciascuna serie delle quali corrisponde a
uno speciale ordine di studi, di pensieri, di fatti nei diversi periodi
della vita dello scrittore. Naturalmente alcune mutazioni avvenute
nella disposizione delle prose dipendono dal fatto che all’autore
accadde di comporre alcuni lavori ai quali da prima non aveva pensato.
Il volume, annunziato nell’elenco come il primo della serie, ed
annunziato pure come il primo di quelli in corso di stampa dal
Sommaruga fino dal 1884, non è ancora uscito; anzi non è neppure
annunziato come di prossima pubblicazione nella edizione delle _Opere_
fatta dallo Zanichelli, della quale sono stati pubblicati fino ad
oggi ben tredici volumi. Ma dopo i tre primi, pubblicati nel 1889,
l’edizione andò rallentando; nei nove anni che seguirono furono
pubblicati soltanto sette volumi; e dopo la pubblicazione del volume
X nel gennaio 1898 vi fu una sosta di quattro anni, ora fortunatamente
cessata.
*
* *
Dei dieci volumi pubblicati nei nove anni dal 1889 al 1898 otto
comprendono le prose e due le poesie. I volumi delle prose sono: I.
_Discorsi letterari e storici_, II. _Primi saggi_, III. _Bozzetti e
scherme_, IV. _Confessioni e Battaglie_, V e VII. _Ceneri e faville_
(serie 1ª e serie 2ª), VIII. _Studi letterari_, X. _Studi saggi_
e _Discorsi_. I volumi delle poesie sono: VI. _Juvenilia_ e _Levia
Gravia_, IX. _Giambi ed Epodi_ e _Rime nuove_.
Nella distribuzione degli scritti in questa raccolta completa delle
opere l’autore ha tenuto conto al tempo stesso della materia e della
forma. I volumi I, II e VIII (salvo nel I i due discorsi _Lo studio
di Bologna_ e _Per la morte di Garibaldi_ e le _Relazioni di Storia
patria_) sono tutti formati di studi letterari, con questa distinzione,
che il primo comprende gli studi in forma di _discorsi_, il secondo
quelli in forma di _saggi critici_, l’ottavo i veri e propri _studi
letterari_ in forma di dissertazioni. Tre di questi, insieme coi cinque
discorsi _Dello svolgimento della letteratura nazionale_, che ora sono
nel I volume, componevano gli _Studi letterari_ pubblicati dal Vigo nel
1874 e ripubblicati nel 1880. Il volume X, che comprende scritti vari
anche di forma, ma per la maggior parte letterari, può considerarsi
come una appendice ai tre volumi degli studi di letteratura italiana.
Nel volume I ai cinque discorsi _Dello svolgimento della letteratura
nazionale_ sono aggiunti i discorsi _Pel monumento a Virgilio, L’opera
di Dante, Alla tomba del Petrarca, Ai parentali del Boccacci_, e _Del
rinnovamento letterario in Italia_, che ne formano il complemento e la
illustrazione, contribuendo a fare di esso il volume letterariamente
più importante e più originale di tutta la raccolta delle prose.
Come il volume degli _Studi letterari_ del Vigo conteneva il primo
nocciolo, per così dire, degli scritti letterari del Carducci raccolti
nei volumi dei quali abbiamo parlato, così il volume dei _Bozzetti
critici e discorsi letterari_, pubblicato dallo stesso Vigo nel 1876,
conteneva il primo nocciolo degli scritti di critica e polemica,
che, con l’aggiunta dei più importanti e nuovi dai tre volumi di
_Confessioni e Battaglie_ del Sommaruga, formarono i volumi III e IV
delle opere complete, _Bozzetti e scherme_ e _Confessioni e Battaglie_.
Nei _Bozzetti e scherme_ furono accolti cinque scritti dal volume del
Vigo, su _La Dora_ del Regaldi, su _La vida es sueño_ del Calderon,
_Goffredo Mameli, Il secondo centenario del Muratori_ e _Di certi
giudizi intorno al Manzoni_; gli ultimi due dei quali erano stati
riprodotti nelle _Confessioni e Battaglie_, edizione Sommaruga. Due
soli scritti del volume del Vigo, _Polemiche sataniche_ e _Critica e
arte_, riprodotti pure nel volume del Sommaruga, trovarono posto nel IV
delle _Opere_. Ad essi furono aggiunti undici scritti dalla raccolta
sommarughiana di _Confessioni e Battaglie_, quelli ai quali più
propriamente si conveniva questo titolo; e così con altri tre nuovi,
_Ricordo d’infanzia_, la prefazione al _Libro delle prefazioni_,[62]
e il _Discorso agli elettori di Pisa_, questo volume IV raccolse tutti
gli scritti nei quali l’autore parla di sè, della sua vita e dell’arte
sua, dagli anni primi al 1886, e combatte pei suoi ideali di scrittore
e di cittadino.
I volumi V e VII, _Ceneri e faville_, raccolgono gli scritti minori
di argomento vario, letterari, politici e semipolitici, sparsi
dall’autore in giornali, ed opuscoli, ma sopra tutto in giornali, e
perciò difficilissimi a trovare. Il volume V contiene la prima serie
di tali scritti dal 1859 al 1870; il VII la seconda dal 1871 al 1876.
Naturalmente queste, che l’autore chiama _misere bricciche_, non
hanno letterariamente l’importanza degli scritti maggiori raccolti
negli altri volumi; ma sono anch’esse nobili e preziose testimonianze
dell’animo e dell’ingegno dell’autore, e perciò tutt’altro che inutili
alla piena conoscenza dell’uomo e dello scrittore.
I due volumi delle poesie, VI e IX, pubblicati, uno nel maggio 1891,
l’altro nel maggio 1894, comprendono tutte le poesie in rima già
raccolte nei quattro volumi della collezione elzeviriana, _Juvenilia,
Levia Gravia, Giambi ed Epodi, Rime nuove_ (edizioni definitive), non
senza qualche aggiunta e mutazione di posto a qualche componimento.
*
* *
Le _Odi barbare_ seguitarono e seguitano ancora a rimaner fuori dalla
raccolta delle _Opere_. Dopo le _Nuove_ pubblicate nel 1882, egli era
venuto componendone altre, di alcune delle quali abbiam fatto cenno:
_Su Monte Mario_ e _Alessandria_ pubblicate nella _Domenica letteraria_
del 1882, _A Gino Rocchi_ nella _Cronaca bizantina_ del 1883, _Presso
l’urna di Percy Bysshe Shelley_ nella _Domenica del Fracassa_ del 1884;
_Scoglio di Quarto_ mandata a me nel luglio del 1884 da Courmayeur con
l’annunzio che stava scrivendone altre due (le quali erano _Courmayeur_
e _Il liuto e la lira_). Oltre queste, altre ne aveva cominciate,
fra le quali _Miramar_, di cui compose, come già dissi, le prime sei
strofe nel luglio del 1878, e che fu compiuta soltanto nel settembre
1880, poco innanzi alla pubblicazione del terzo volumetto delle _Odi
barbare_, finito di stampare il 31 ottobre del detto anno.
Le odi comprese in questo terzo volume erano venti, e tutte
dello stesso valore delle prime e delle seconde. Qualcuno accennò
scioccamente a crepuscolo e decadenza del poeta. L’accenno dimostrava
soltanto che chi lo faceva aveva ammirato le prime e le seconde
_Odi barbare_ senza avere conscienza vera del loro valore poetico.
Se qualche cosa era da notare nelle ultime, era solo una maggiore
perfezione della forma: l’ispirazione, la fantasia, il sentimento
erano alla medesima altezza. Certamente l’ode per Napoleone Eugenio
era e rimarrà sempre una delle più belle, ma _Miramar, Presso l’urna di
Percy Bysshe Shelley_ e _Scoglio di Quarto_ sono degnissime di starle
accanto. Già, secondo me, parlando delle _Odi barbare_, non si dice
bene a dire, queste son più belle di quelle altre; sono, specialmente
le terze, tutte egualmente belle; il loro piacere più o meno potendo
dipendere dall’argomento, dalla disposizione d’animo di chi legge e
da tante altre circostanze. A voler giudicare equamente le terze _Odi
barbare_ in confronto delle prime e delle seconde, bisogna leggerle nel
volume del luglio 1893, ove le odi dei tre periodi sono tutte insieme
raccolte e diversamente ordinate in due libri. Da questo ordinamento,
ch’era (si direbbe) nella testa dell’autore fin da quando egli le
veniva sparsamente componendo, tutte le odi acquistano maggior valore
e un più largo significato, illustrandosi l’una l’altra e formando
un tutto armonico di una bellezza e di una potenza di pensiero e di
fantasia meravigliose. Per esempio, quella piccola, ma stupenda, ode
di quattro strofe, intitolata _Colli toscani_, giustamente ammirata
dal Tomaselli,[63] quanto non acquista messa, come ora si trova, dopo
_Sogno d’estate_ e innanzi l’altra _Per le nozze di mia figlia_! Nelle
cinquantadue odi, quante sono tutte insieme, vive un intero mondo
poetico, che dalle evocazioni storiche grandiose e fatali, dai ricordi
commoventi e fecondi di meditazioni, dalle glorie e dagli eroismi
antichi e nuovi della patria, alle rivendicazioni della giustizia,
alle considerazioni filosofiche sulla vita e sul mondo, ai sentimenti
e agli affetti della famiglia, santificati in una divina comprensione
della natura, raccoglie quanto di più nobile ed alto può innalzare e
infiammare un cuore umano. Che cosa sono di fronte a questo piccolo
volume di poco più di 160 pagine i molti volumi di vaniloqui poetici,
dove vampeggia qua e là una imagine, talora veramente bella, talora
stramba e bislacca, in mezzo ad una affaticante virtuosità di parole,
che gl’imbecilli chiamano linguaggio degli Dei?
*
* *
Nel luglio del 1890 il Carducci pubblicò l’ode barbara intitolata
_Piemonte_, che i monarchici esaltarono molto (forse più del giusto), e
che i repubblicani _con goffa barbarie_ chiamarono «una riabilitazione
di Carlo Alberto a base di Garibaldi»: nel 4 dicembre dello stesso anno
fu nominato Senatore.
Alla sua assunzione alla Camera vitalizia il Governo, impersonato
allora nell’on. Crispi, il quale, andava lieto e superbo della stima
e dell’affetto che gli dimostrava il Carducci, aveva pensato fino
dall’anno innanzi, ma la nomina dovè essere rimandata, perchè il
Carducci non aveva ancora quei tanti anni di accademico che sono
richiesti per essere tenuto degno di entrare nell’alto consesso.
Di lì a due mesi, quando nessuno se l’aspettava, il Ministero Crispi
cadde.
Era ne’ primi giorni di febbraio del 1891. Un antico scolaro del
Carducci, il dottore Innocenzo Dall’Osso, che, consapevole della
misera condizione fatta dall’Italia agli insegnanti, aveva preferito
alla professione di professore quella di negoziante di tortellini,
trovandosi di passaggio a Roma, si incontrò con Ugo Brilli suo
antico compagno d’Università ed allora professore al Liceo Mamiani
di Roma. Naturalmente parlarono del loro antico maestro, che appunto
di quei giorni trovavasi in Roma; il Dall’Osso espresse il desiderio
di vederlo; e il Brilli, accontatosi con Edoardo Alvisi, allora
bibliotecario della Casanatense, e con altri amici comuni, propose,
ciò che fu subito accettato da tutti, di fare una cena, alla quale
sarebbero invitati il Carducci, il Dall’Osso e pochi altri.
La cena (nella quale, si intende, dovevano primeggiare i tortellini)
fu fissata per le ore 6 alla trattoria _La torretta di Borghese_,
in piazza Borghese, dove era cameriere un giovinotto di Bologna
soprannominato _Barzilai_, entusiasta del Carducci. Eravamo fra gli
invitati Luigi Lodi ed io. Quella sera, se non isbaglio, pioveva,
una di quelle pioggie fini, insistenti, noiose, che a Roma, quando
cominciano, pare non vogliano finir mai. Io arrivai in compagnia
del Brilli e dell’Alvisi. Il Carducci c’era già. Mi presentò il suo
ex-scolaro: gli altri, già arrivati, li conoscevo. In breve la comitiva
fu quasi al completo: mancava soltanto il Lodi. Mentre si aspettava
che i camerieri annunziassero pronta la cena, una conversazione animata
empiva di lieto romore la stanza. Il Carducci era di bonissimo umore,
e faceva con me sue facete e malinconiche considerazioni intorno
alla fortunata condizione del suo scolaro negoziante di tortellini
in confronto di tanti altri che trascinavano miseramente la vita in
qualche città delle isole, insegnando latino e greco a ragazzi che
non avevano nessuna voglia d’impararlo. All’annunzio che i tortellini
erano in tavola, ci precipitammo tutti nella sala da pranzo; e il lieto
romore andò sempre crescendo mentre ciascuno cercava il suo posto.
Cominciarono a sfilare le portate dei tortellini, cucinati in tutte
le guise; cominciarono e non finivano; come non finivano le lodi dei
commensali a così squisite minestre. Il pranzo procedeva allegramente,
e lo sfilare dei vassoi di tortellini era finito, quando a un tratto
comparve il Lodi, il cui posto accanto a me era rimasto vuoto. Entrò
dicendo che veniva dalla Camera con una strabiliante notizia: — Il
Ministero Crispi stava cadendo: forse era già caduto: egli Lodi aveva
lasciato la Camera in votazione: l’appello nominale aveva già superato
la metà dei presenti, e il Ministero si trovava in minoranza: nel qual
caso, osservò il Lodi, l’esperienza insegna che i più di quelli che
restano voteranno contro: avrebbero votato in favore se non avessero
avuto la sicurezza che il Ministero era spacciato. —
Naturalmente il Lodi, che allora scriveva in un giornale di
opposizione, era tutto sodisfatto; però, sapendo quanto il Carducci
fosse affezionato al Crispi e quanta ammirazione avesse per lui, cercò
di contenersi. Nè risparmiò titoli poco onorevoli a quelli onorevoli
che, avendo fino allora sostenuto il Ministero, ora che lo vedevano in
procinto di cadere gli si erano voltati contro. Ma la sodisfazione che
gli si leggeva nel viso traspirava, starei per dire, dai pori stessi
delle sue parole, se anche di biasimo ai vincitori. E qualche motto di
disapprovazione per il Crispi gli uscì pure di bocca.
Alle prime parole del Lodi il Carducci rannuvolatosi gridò: — Non è
possibile. — Quando poi dal seguito del racconto capì che la cosa
era vera, ruggì: — Vigliacchi; è l’unico uomo di stato che possa
governare l’Italia, e tenerne alto il nome: vigliacchi. — E ruotando
gli occhi fiammanti d’ira, e fissandoli di tratto in tratto sul Lodi,
pareva volesse stritolarlo, annientarlo col solo sguardo. Qualcuno,
non mi ricordo chi, si provò a gittare qualche parola che temperasse
l’effetto prodotto nell’animo del Carducci dall’improvvisa notizia;
io, che lo conosco bene, mi tacqui sapendo che qualunque parola poteva
affrettare lo scoppio della burrasca, invece di scongiurarlo; e, ad
ogni nuova osservazione o risposta del Lodi, m’aspettavo di vedere il
Carducci balzare in piedi ed avventarglisi contro. Dovette accorgersi
anche il Lodi che non era prudente seguitare la conversazione su
quell’argomento, e, non mi ricordo se col pretesto di tornare alla
Camera, o con altro, levatosi da tavola se ne andò.
L’allegria, rotta a quel modo, non fu più possibile rannodarla. Il
Carducci rimase cupo e muto per tutto il resto della serata. E la
tempesta sconvolse non soltanto la nostra piccola comitiva, ma tutto
lo stabilimento. Il padrone, che aveva sperato di farsi con la nostra
cena un po’ di _réclame_, ne rimase più sconcertato di tutti: faceva
di tratto in tratto capolino alla porta e guardava il Carducci; ma
vedendolo sempre più nero e adirato, tornava indietro e respingeva con
bel garbo gli avventori che dalle altre sale si affollavano verso la
nostra, per desiderio di vedere il poeta. Il povero _Barzilai_, che
aveva fatto del suo meglio per adornare la sala e la tavola, ed aveva
perfino trovato dei fiori freschi, rari in quella stagione, rimase
tutto dolente che nessuno li avesse apprezzati.
La cena finì in mezzo ad un silenzio di tomba: quando uscimmo (pioveva
sempre) avevamo l’aria di gente che torna da un funerale. S’andò al
Caffè Morteo in Via Nazionale: nè fu possibile per istrada calmare il
Carducci, il quale andava brontolando fra sè e sè e mettendo di quando
in quando a mezza voce qualche esclamazione. Pareva che avesse perduto
fino la conoscenza delle persone, perchè più d’una volta si fermò per
istrada domandando al Brilli: — Ma chi è colui là? — Ed era uno dei
nostri commensali.
La sera dopo, il Dall’Osso invitò ad una cena più ristretta alcuni dei
medesimi amici, per far sentire loro i suoi tortellini. Il Carducci era
più calmo, ma non aveva ritrovato il buonumore che gli è abituale in
simili occasioni: pareva impensierito, triste, come se fosse sotto il
peso di una grave sciagura.
L’ammirazione e l’affetto del Carducci per il Crispi erano d’antica
data: si collegavano e si confondevano con la storia del risorgimento
d’Italia. Ora poi le testimonianze di stima e di amicizia che ne aveva
ricevute nei tre anni e mezzo circa ch’egli era stato al potere, lo
avevano maggiormente stretto a lui. E dopo ch’egli fu caduto, non si
lasciò sfuggire occasioni, anzi andò cercandole con ogni studio, per
dimostrargli sempre maggiormente la sua devota affezione. Forse non
pensò neppure che ciò avrebbe potuto procurargli qualche fastidio per
parte di quei radicali, che già da un pezzo (dall’ode alla Regina in
poi) lo accusavano disertore ed apostata del loro partito; o se ci
pensò, si sentì forte e sicuro nella coscienza di adempiere ciò che
stimava un dovere.
*
* *
Dopo la nomina a Senatore, il Carducci venne anche più spesso a Roma.
Della sua vita romana in questo ultimo periodo scrisse con reverente
affetto Mario Menghini. «A Roma (il Carducci) cambia notevolmente di
abitudini (le abitudini sue a Bologna sono già note ai lettori). Si
alza verso le otto se è d’inverno, verso le sette se d’estate.... ed
esce per andare al Senato, da quando è senatore. Gli anni avanti era
solito rintanarsi nella Biblioteca Casanatense, dove il fedele Alvisi
(bibliotecario) teneva a sua disposizione una stanzetta per studiare.
Anche in Senato il luogo prediletto dal Carducci è pur sempre la
biblioteca. Colà, curvo sul tavolino, legge, prende appunti, corregge
prove di stampa, scrive lettere: insomma è sempre alle sue occupazioni
preferite.... Ma il cannone di mezzogiorno lo toglie dai suoi studi;
egli vuole andare a mangiare e attende con impazienza il nostro
giungere. Perchè posso dire che a Roma il Carducci ha sempre appetito,
un appetito formidabile; ed ama la cucina casalinga, e, non meno del
Chianti, il vino dei Castelli romani.»[64]
Finchè rimasero a Roma, il Brilli e l’Alvisi furono i due che col
Menghini andavano abitualmente a prendere il Carducci alla Casanatense
o al Senato per condurlo ed essergli compagni a colazione. Nella
trattoria giungevano poi, se non c’erano già, altri compagni; spesso
Cesare Pascarella, Vittorio Fiorini, Policarpo Petrocchi (ora morto
improvvisamente e immaturamente); più di rado, perchè non sempre
libero, Francesco Torraca. Io ci andavo quando potevo. Qualche impronto
riusciva talvolta ad intrudersi, con fastidio di tutti, nella piccola
brigata. Ciò bastava a mettere di malo umore il Carducci; il quale a
tavola, in buona e ristretta compagnia, è sempre allegro ed espansivo;
ma appunto perciò bisogna che la compagnia sia piccola e d’intimi.
Le trattorie preferite dal Carducci erano in generale di quelle dove
si mangia alla buona e si spende poco. Negli ultimi anni «il ritrovo
abituale, scrive il Menghini, era una piccola trattoria in via dei
Sabini.... che aveva il pregio di preparare dei desinari salubri a poco
prezzo. L’onesto proprietario era orgoglioso di servire il Senatore
(così chiamava sempre il Carducci): e credo che nessuno sia stato più
intelligente di lui nel soddisfare i gusti, modestissimi del resto, del
nobile avventore. La tavola era sempre coperta di biancheria di bucato,
e sempre adornata di fiori.
»Il convegno però delle grandi occasioni, quando il Carducci poteva
godere più di due ore di libertà, era il Castello di Costantino, la
famosa trattoria che sta a cavaliere del _gran monte plebeo_; luogo
veramente incantevole, che ha di fronte il Palatino e ai tre lati le
Terme di Caracalla e Monte Mario. La tavola allora era più numerosa, i
discorsi più vari e meno intimi.»[65]
La sera il Carducci soleva mangiare in casa, presso la famiglia d’uno
dei due o tre amici dei quali accettava in Roma l’ospitalità. Quando
era da me, le sere ch’eravamo soli si divertiva, dopo pranzo, a
giuocare a briscolone col più piccolo dei miei figliuoli, rallegrandosi
molto e facendo le più sonore risate quando gli accadeva di vincere.
Non gli mancavano inviti a pranzo fuori, ch’egli soleva accettare se
di persone a lui simpatiche. Fra i più graditi erano quelli di Adriano
Lemmi, dal quale passavamo (io gli era sempre compagno) delle serate
piacevolissime. C’era sempre un’eletta di brave persone, serie senza
musoneria, fra le quali e durante il pranzo e dopo si intavolavano
animate discussioni, di storia, di arte, di politica.
Io aveva conosciuto il Lemmi fino dal 1885 poco dopo la mia venuta
a Roma. Lo trovavo quasi tutte le sere alla Birreria Morteo in Via
Nazionale in un piccolo crocchio di amici, coi quali passava volentieri
qualche ora conversando. Gli ero stato presentato da un professore
del mio liceo, Florestano Tano; ed egli, sapendomi amico del Carducci,
amicissimo suo, m’aveva fatto la più cordiale accoglienza. Nei primi
tempi il crocchio alla birreria era ristrettissimo: ne facevano
parte, oltre il Tano, Luigi Castellazzo, l’autore del _Tito Vezio_
ed ex-condannato dell’Austria, Ettore Socci non ancora onorevole, e,
quando era in Roma, il Carducci. Veniva qualche volta, ma di rado,
Ulisse Bacci; vennero più tardi, ma anch’essi saltuariamente, Felice
Cavallotti e il conte Luigi Ferrari, ucciso poi così miseramente a
Rimini. Forse dimentico qualcun altro.
Il Lemmi, che conosceva gli uomini politici più autorevoli, tanto
quelli ch’erano al potere, quanto quelli che c’erano stati o aspiravano
ad andarci, era sempre fornito di notizie, e dirigeva e presiedeva, per
così dire, le nostre conversazioni. Le quali, aggirandosi generalmente
sui fatti del giorno, si capisce ch’erano spesso vive e romorose.
Data la qualità e notorietà delle persone, era naturale che quelle
conversazioni eccitassero la curiosità dei frequentanti la birreria.
Onde accadde che dai tavolini vicini al nostro qualcuno prestasse
attenzione ai nostri discorsi, e che qualcuno anche, non invitato, ci
mettesse bocca. Ciò, se non poteva piacere a nessuno di noi, a lungo
andare dispiacque molto al Lemmi; il quale dopo qualche tempo cessò
di venire alla birreria, invitando alcuni dei più intimi a prendere il
ponce o la birra in casa sua. E di tanto in tanto, quando il Carducci
era a Roma, ci invitava anche a desinare.
Rammento fra quelli che avemmo più spesso commensali il generale Sani,
il dottore Achille Ballori, l’onorevole Filippo Mariotti, Ulisse Bacci.
Vennero qualche volta anche l’onorevole Fortis, il conte Luigi Ferrari,
la signora Jessie White Mario, Guido Mazzoni.
In casa Lemmi non c’erà pericolo che la conversazione languisse. Chi
pensava a tenerla desta era il signor Adriano, come alcuni di noi lo
chiamavamo. Con i suoi settant’anni e più egli aveva una vivacità e una
freschezza di spirito più che giovanili. La sua vita fortunosa, la sua
amicizia con gli uomini che prepararono il risorgimento nazionale, dei
quali egli fu anche il compagno d’azione e il cassiere, fornivano alla
sua memoria una quantità inesauribile di fatti e di aneddoti ch’egli
non si stancava di raccontare. Nelle discussioni sopra qualunque
argomento egli aveva sempre le idee sue personali, che non erano quasi
mai quelle degli altri, che spesso anzi erano opposte a quelle degli
altri; e le sosteneva con una tenacia non di toscano, ma di ligure,
e con una energia e vivezza di linguaggio veramente mirabili. Quando
il suo oppositore era un dei più giovani, ad esempio il Bacci, di cui
aveva molta stima ed al quale era molto affezionato, l’intercalare
col quale cominciava, interrompendolo, la sua risposta, era questo: —
Scusi, lei non capisce niente. — Ma nessuno s’impermaliva o si lasciava
sgomentare; e le repliche fioccavano vive, magari pungenti. Quando
poi per l’ora tarda i convitati si disponevano a partire, lasciando
interrotta l’ultima discussione, rimaneva in tutti il desiderio
di riprenderla al più presto, non per conchiudere, ma per rimanere
ciascuno, s’intende, con la propria opinione.
Il Lemmi, amico del Crispi fin da quando giovani cospiravano insieme,
gli era sempre rimasto fedele, e si trovava perfettamente d’accordo
col Carducci nell’apprezzare l’opera di lui come uomo di Stato e capo
del governo. Aveva perciò veduto anch’egli con dispiacere la crisi
del febbraio 1891, e giudicava anch’egli molto severamente la condotta
della Camera in quella occasione.
Indipendentemente dalle qualità personali che facevano caro il Lemmi
al Carducci, questa conformità d’idee rispetto al Crispi stringeva
sempre più i legami della loro stima ed affezione reciproca. E, com’è
naturale, si trovavano d’accordo nel sentirsi tanto più legati al
Crispi ora ch’egli era in disgrazia.
*
* *
Fin da quando il Carducci pubblicò l’ode a Margherita di Savoia, i
monarchici andavano vantando che il poeta della repubblica era stato
guadagnato alla monarchia dalla graziosa Regina. Fin d’allora i
repubblicani lo accusarono, come abbiam visto, di aver disertato la
parte loro.
Il Carducci aveva anche, come pure abbiam visto, fatte nel 1888 e 1889
due conferenze alla Palombella in presenza della Regina, la seconda
delle quali (_La Poesia e l’Italia nella quarta crociata_) terminava
con un grazioso saluto a Sua Maestà; ed aveva nelle _Terze Odi
barbare_, pubblicato una nuova ode alla Regina, _Il liuto e la lira_.
In tutto ciò niente di strano; e niente di strano nel fatto che il
poeta nel marzo del 1891 invitasse il Crispi a fare da padrino a la
bandiera che le signore di Bologna avevano ricamata per il Circolo
monarchico universitario; niente di strano, dico, dopo ch’egli aveva
_confessato francamente_ in quali circostanze e per quali ragioni fosse
avvenuta quella che poi chiamarono la sua _evoluzione_.
La quale più tardi spiegò anche più chiaro con queste parole: «Io,
di educazione e di costumi repubblicano (all’antica), per un continuo
svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto
e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la
quale credo ormai fermamente possa l’Italia mantenersi unita e forte:
oltre di che mi professo affezionatamente devoto alla grande civiltà e
umanità di Umberto I.»[66]
Il Crispi, non poeta, ma semplicemente uomo politico, si era anche
lui di repubblicano convertito a monarchico dicendo: «La monarchia ci
unisce, la repubblica ci dividerebbe», e nessuno ci aveva trovato a
ridire, benchè in fondo a quel mutamento stesse la nobile ambizione
di salire al governo, mentre in fondo all’evoluzione del Carducci non
c’era nessuna ambizione e nessun vantaggio di nessun genere.
Tenuto poi conto della grande stima che il Carducci faceva del Crispi,
come cittadino e come uomo di Stato, può anche essere che nella sua
evoluzione avesse pure influenza l’esempio di lui. La ragione del poeta
e dell’uomo di Stato era in fin dei conti la medesima.
Dunque niente a ridire, per le persone ragionevoli e spregiudicate, sul
mutamento dell’uno come su quello dell’altro.
Ma è naturale che i repubblicani condannassero severamente,
brutalmente, il Carducci; per questa ragione sopra tutte, che la
perdita di lui era pel partito una gran perdita. Morti Garibaldi e
Mazzini, morti Mario e il Cattaneo, divenuti ministri della monarchia
il Cairoli ed il Crispi, non rimaneva se non che il poeta della
democrazia e della repubblica passasse anche lui armi e bagaglio al
partito monarchico.
I moderati toscani avevano rimproverato al Carducci di avere rinnegato
la Canzone a _Vittorio Emanuele_ e la _Croce di Savoia_ per inneggiare
alla repubblica; ma per la gioventù romagnola il Carducci era soltanto
il poeta di Satana e dei _Decennali_, il poeta di Monti e Tognetti e
del Cairoli, della _Commissione araldica_ e di _Versaglia_.
La gioventù romagnola fra il 1870 e il 1875 era quasi tutta
repubblicana; è quindi naturale ch’essa facesse del Carducci il
poeta suo prediletto. Però nei decennio dal 1875 al 1885 molti di
quei giovani, avviatisi a diventare uomini maturi, avevano per lo
svolgersi degli avvenimenti politici rimesso molto del loro ardore
repubblicano; ed erano quindi in grado di meglio intendere e di
giudicare più serenamente l’opera del Carducci poeta e cittadino. La
gioventù nuova non era invece in questo caso: al partito repubblicano
era venuto a poco a poco ad aggiungersi il socialista; ed a Bologna
ambedue riguardavano naturalmente con odio e con disprezzo il circolo
monarchico universitario.
I giovani, si sa, portano l’ardore della gioventù nella professione
delle loro idee; essi sono, e debbono sempre essere, perchè giovani,
eccessivi in tutto. Di ciò meno che altri può meravigliarsi il
Carducci. Essi naturalmente non accettarono la giustificazione che il
poeta diede dell’avere scritta l’ode _Alla Regina_: se avessero saputa
la storia, probabilmente avrebbero pensato che Barnave pagò con la
testa l’aver sentito pietà di Maria Antonietta quando l’accompagnò nel
triste ritorno a Parigi.
Altri tempi ed altri avvenimenti, coi quali non è dato istituire
confronti. Sta bene. Ma insomma l’autore dei _Giambi ed Epodi_ aveva,
dopo le odi e le lodi alla Regina, celebrato Carlo Alberto, ed aveva
accettato la nomina a senatore: e quasi ciò non bastasse, si apprestava
a fare da padrino, in luogo del Crispi, alla bandiera del Circolo
monarchico universitario.
Questo per gli studenti repubblicani e socialisti fu il colmo. E
la sera del 10 marzo 1891, dopo una conferenza commemorativa del
diciannovesimo anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un
centinaio di giovani, fra i quali parecchi studenti, si recò alla
casa del Carducci sulle Mura Mazzini, per fargli una dimostrazione
ostile. La turba dei dimostranti prendendo da Via San Stefano per Via
del Piombo, fu, come accade, ingrossata dai soliti curiosi, tanto che
quando giunse dinanzi alla casa del poeta era di circa trecento. Il
Carducci non era in casa. I dimostranti si sfogarono gridando _abbasso_
e fischiando e poi se ne andarono.
Il giorno di poi essendosi sparsa la voce che gli studenti monarchici
volevano fare una controdimostrazione in favore del Carducci quando
egli recavasi all’Università a far lezione, gli studenti radicali,
in numero di circa cinquecento, si radunarono verso le ore due
nell’Università, e non appena il professore comparve incominciarono a
fischiare e gridare _abbasso_. Egli, come se ciò non lo riguardasse,
si fece largo tra i fischianti, ed entrò nell’aula per fare la
sua lezione. Dietro di lui entrarono in massa i dimostranti; egli,
apparentemente calmo, sali la cattedra avendo intorno alcuni studenti
e studentesse di filologia, ed accingevasi a fare lezione, quando
ricominciarono le grida di _abbasso_ ed i fischi. Impedito di far
lezione dal baccano che andava sempre crescendo, egli, acceso un
sigaro, si mise a fumare, non senza prima aver risposto a quelli che
gridavano: «È inutile che gridiate _abbasso_, la natura mi ha messo in
alto; dovreste piuttosto gridare _a morte_.» E poichè ai fischi e agli
_abbasso_ si aggiunsero le grida di _cretino, vigliacco, buffone_, ed
altre più gravi ed atroci ingiurie, egli _montò ritto in piedi sur una
tavola che era dinanzi alla cattedra, per meglio esporsi ai fischi e
per ricevere in pieno petto gli oltraggi_. Ciò irritò maggiormente i
dimostranti, i quali divenuti tanti energumeni _si ruinarono contro
la tavola, fracassarono le lampade, mandarono in pezzi più assi de
la cattedra_, e rintuzzarono il professore con gli studenti e le
studentesse che gli s’erano stretti intorno, _tra la cattedra e il
muro, tanto che la respirazione diveniva ogni momento più difficile e
la stretta era non senza pena e pericolo_.[67] Una signorina svenne e
fu salvata per la finestra, un’altra n’ebbe intormentito un braccio,
un’altra ci rimise il mantello. Erano sopravvenuti durante il tumulto
i professori Pelliccioni e Ciaccio, l’economo dell’Università cav.
Damiani e Olindo Guerrini, ma non erano riusciti a calmare quei
furibondi, nè a persuaderli a sgombrare l’aula, poichè il Carducci
aveva dichiarato ch’egli era in casa sua e non sarebbe uscito se non
l’ultimo di tutti. Sopravvenne in fine il professore Albertoni, il
quale, come socialistoide, fu accolto da una ovazione dei dimostranti;
ma neppure egli riuscì a persuaderli a sgombrare. Se ne andarono
quando vollero, cioè quando capirono che tanto il professore non se ne
andava, ed erano forse stanchi di quella, come il Carducci la chiamò,
_prolungata esercitazione nelle imitazioni animalesche_.[68]
Usciti i dimostranti, uscì anche il Carducci insieme coll’economo
Damiani. Fu fatto salire in una vettura e accompagnato a casa. Gli
studenti e una parte dei dimostranti, che aspettavano fuori, seguirono
la carrozza, quelli acclamando il professore, questi seguitando a
oltraggiarlo. Fu detto che uno dei dimostranti, aggrappatosi alla
carrozza tentò di colpirlo; ma il poeta con un telegramma da Genova
alla _Gazzetta dell’Emilia_ affermò che nessuno aveva portato la
mano sopra di lui. Il _Resto del Carlino_ però disse che nel suo
interrogatorio il Carducci non aveva escluso di essere stato minacciato
e percosso, ma aveva soggiunto che ciò sarebbe avvenuto in seguito a
sua provocazione.
La mattina del 13 gli studenti monarchici prepararono in piazza
Vittorio Emanuele una dimostrazione in onore del professore.
Naturalmente i radicali, saputolo, si riunirono anch’essi per
controdimostrare; e gli uni applaudendo e gli altri fischiando,
per i Portici del Pavaglione e via Farini, si spinsero fino in via
del Piombo, alla casa del Carducci, dove giunti si azzuffarono, si
strapparono una bandiera e ne ruppero l’asta. Il Carducci, ch’era a
Genova, vide il Verdi, andato a cercarlo, e di tutto gli parlò fuor che
del successo in Bologna; tanto poco ci aveva il pensiero.
*
* *
Il fatto della prima dimostrazione (le altre non furono che una
conseguenza naturale di quella) fu deplorevole, ma i precedenti da me
narrati lo spiegano. Il ministro Villari, parlandone alla Camera disse:
«Quando assistiamo a fatti come quelli di Bologna, dove impunemente si
insulta l’uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli
che insultano il loro padre.» Nobili parole che furono una giusta
condanna del fatto indegno.
Gli studenti radicali in un foglietto stampato si giustificavano
dicendo: «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo
fischiato il disertore di una bandiera.» Dal loro punto di vista essi
avevano in apparenza ragione; ma avevano torto nella sostanza. Per
ammirare il poeta e il letterato bisognava comprenderlo; ed essi non lo
comprendevano: essi vedevano nel Carducci il poeta del loro partito; ed
il Carducci era ben altro; era un poeta superiore a tutti i partiti.
Gli studenti radicali di Bologna commettevano lo stesso errore nel
quale erano caduti i monarchici moderati, che dopo il 1860 accusavano
di defezione l’autore della Canzone _A Vittorio Emanuele_ e della
_Croce di Savoia_. La ragione dell’errore l’accennava il Carducci
stesso con queste parole dirette al ministro Villari: «Il Ministero
della pubblica Istruzione volle fare in piccol tempo troppe scuole
e troppi professori in un paese che non poteva nè dare tanto, nè
portare tanto.»[69] Insomma la ragione era l’ignoranza. Con ciò non
intendo negare che parte, e principalissima parte, nel fatto, avesse
la passione politica, la quale è sempre bestiale; ma credo che, se gli
studenti radicali avessero veramente (cioè comprendendolo) ammirato il
poeta, non avrebbero fischiato in lui ciò ch’egli non era e non fu mai,
il disertore di una bandiera. La sua bandiera, ch’egli non disertò mai,
fu sempre una sola, la bandiera della nazione, la bandiera italiana.
Che dopo l’ode alla Regina i suoi ideali politici non erano affatto
mutati basterebbero a dimostrarlo, se non lo dimostrasse tutta la
vita e tutta l’opera sua, le odi _A Giuseppe Garibaldi_ e _Scoglio
di Quarto_ e i sonetti _Ça ira_. Mentre i repubblicani lo accusavano
di avere rinnegato i suoi antichi ideali, i monarchici lo accusavano
d’inneggiare ai sinistri e sanguinari apostoli della Rivoluzione
francese.
Nei giorni dei tumulti e in quelli che seguitarono il Carducci non
perdè mai la sua calma e la sua serenità di spirito. Attendeva ai
suoi studi come se niente fosse avvenuto: si occupava allora del
Goldoni, intorno al quale aveva in animo di comporre una corona di
sonetti. Furono scritti in quel tempo i quattro che poi pubblicò per
le nozze della figlia di Ferdinando Martini. Nè si preoccupava affatto
del ricominciare le lezioni: e quando una quindicina di giorni dopo
le ricominciò, tutto procedè tranquillamente. Uno dei suoi antichi
scolari, che assisteva alla prima lezione, mi diceva: «Nessuno avrebbe
potuto immaginare quel giorno che circa un mezzo mese prima dentro
quell’aula si era venuti alle vie di fatto ed era mancato poco che non
si fosse versato del sangue.»