CAPITOLO VIII.

(1881-1888.)

Matrimonio della figlia Beatrice. — Il Carducci alla Maulina.

— «La gatta non istà del suo meglio». — Gita a Volterra. — Il

banchetto alla società democratica e il banchetto al Collegio degli

Scolopii. — Visita a San Gimignano dalle belle torri. — «Sommaruga

vuole la mia pelle, e non me la paga.» — Edizioni definitive delle

poesie, _Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed Epodi_ nella collezione

elzeviriana Zanichelli. — _Confessioni e Battaglie_ nella edizione

Sommaruga. — _Nuove Odi barbare_. — Posto d’Ispettore Generale

degli studi classici. — L’ode _Scoglio di Quarto_. — Disturbo

nervoso. — Peregrinazione maremmana. — Debolezze e vertigini. —

Il Carducci in Carnia. — Candidatura alla deputazione nel Collegio

di Pisa. — _Davanti a San Guido_ ed altre poesie. — Pubblicazione

delle _Rime nuove_. — La cattedra dantesca a Roma. — Dante e

l’Italia ufficiale. — Rifiuto della cattedra dantesca. — Discorso

su Dante all’Università di Roma. — Discorsi su _Jaufrè Rudel_ e su

_Lo studio di Bologna_. — Il Carducci a Madesimo nell’agosto 1888.

— Dichiarazione nel _Resto del Carlino_.

Nella fine del capitolo precedente ho parlato della Maulina e di Carlo

Bevilacqua; e un po’ avanti accennai all’ode del Carducci per le nozze

della figlia Beatrice. Torniamo un po’ addietro, e ricolleghiamo con

quelli accenni le fila del nostro discorso.

Beatrice, la figlia maggiore del Carducci, andò sposa il 20 settembre

1880 a Carlo Bevilacqua, appartenente ad una famiglia di agricoltori

lucchesi, che aveva suoi possedimenti alla Maulina, dove dimorava,

coltivando da sè le sue terre. Uno de’ figli maggiori faceva il notaio

a Lucca. Carlo, laureatosi in matematiche a Pisa, aveva preso la via

dell’insegnamento, ed era professore nei licei governativi. In uno di

questi aveva avuto preside Ferdinando Cristiani, che gli fu occasione e

mezzo a conoscere la famiglia Carducci. Da qui il matrimonio suo con la

Bice. Professore nel 1880 al Liceo d’Arezzo, fu nell’ottobre del 1881

trasferito a Livorno nel Liceo presieduto da me.

Nell’agosto di quell’anno 1881 il Carducci andò alla Maulina a fare

la conoscenza della famiglia del genero; e là si trovò così bene, che

vi tornò poi nel settembre del 1882 e del 1883 a passare una parte

delle vacanze autunnali. Il 9 agosto del 1881, invitandomi ad andare a

trovarlo, mi scriveva: «Qui gente buona, semplice, laboriosa: mi pare

che mi rifarei fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra

questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e

schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza

vanno scalzi. Quanto pagherei a essere un di loro e a non essere io!

Io, se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente,

poteva essere così: un piccolo possidente e buon lavoratore de’ suoi

campi, e non uno che, per esempio, se la pigliasse con Mario Rapisardi.

Ah!»

Quella sana vita campagnuola che invidiava lo metteva spesso di buon

umore, cosa che gli avveniva di rado in città. Il 29, incaricandomi di

alcune imbasciate per sua moglie, che insieme con la figlia Lauretta

era da alcuni giorni ospite in casa mia a Livorno, mi scriveva: «Qui

stiamo tutti bene.... Carlo oziando e studiando algebra, il signor

Giuseppe (il padre) facendo nottata ai malati ed essendo un po’ malato

il giorno lui, gli altri lavorando più di me, che metto insieme lettere

del Guerrazzi e scrivo lettere mie. E tutti salutiamo te e i tuoi, e

l’Elvira e la Lauretta, a cui mandiamo dicendo tante cose. Veramente

la gatta (attenta l’Elvira) non manda a dir nulla e non istà del suo

meglio. Da che non c’è più l’Elvira, ella seguitava allegramente a

montar su i letti, su le tavole imbandite, a metter le zampe e il muso

nei piatti. Ieri assaltò la tavola ch’eravamo a pranzo: prima avanzò

lentamente una zampina, e con quel viso di scimunita guardava come se

non fosse affar suo; poi mosse anche l’altra zampina; poi un salto,

e fu in tavola; e prese un mezzo pollo arrosto; e via, via. La Bice

e la signora Carmelinda (la madre di Carlo) si misero a urlare, io a

ridere; Carlo le corse dietro con la bacchetta di faggio, le diè un

gran colpo sulla testa; e la gattina giù. Ahimè non ruberà più altro

nè dormirà più i suoi sonni sul letto dell’Elvira. In vano si provava

a salire sul letto della Bice. Ora andrà a dormire per sempre là dove

i gatti leggiadri e ladri riposano dalle smorfie ingannevoli e dalle

ruberie agili e dimenticano le bastonate e i calci umani e le fami

lunghe sofferte e i topi e i passerotti e i pulcini male desiderati e

studiosamente insidiati. Di’ all’Elvira che non pensi tanto a questa

gatta moriente, se non già morta, e mi mandi a dire a che ora sarà a

Lucca venerdì o quando verrà.» Un poscritto aggiungeva: «La gatta, in

quello che scrivo, è migliorata e si spera salvarla.»

*

* *

L’anno dopo (1882) il Carducci, prima d’andare alla Maulina, venne,

verso la fine di luglio, a Livorno, a vedere la figliuola ed il genero.

Io dovevo ai primi d’agosto recarmi a Volterra per una Commissione

d’esami, di cui facevano parte il Bevilacqua e Guido Mazzoni: proposi

al Carducci di unirsi a noi, ed egli, che non aveva mai visto Volterra,

accettò di buon grado. Partimmo il 2 agosto. Il Carducci durante il

viaggio ci raccontò che a Volterra suo padre, prima imprigionato, poi

relegato là, come sappiamo, pei moti del 1831, aveva conosciuto la

fanciulla che poi sposò.

Ci allogammo tutti insieme in una locanda; e nelle ore che noi della

Commissione avevamo libere s’andava insieme col Carducci a visitare

le cose più notevoli della città. Il Palazzo comunale, il Duomo, il

Battistero, il Museo etrusco e la Biblioteca furono le cose delle quali

egli si interessò maggiormente. Nella Biblioteca col suo fiuto felice

scavò un antico manoscritto di poesie del secolo XIV, che si trattenne

a studiare mentre noi facevamo gli esami. Comprò opuscoli di poesia

popolare dal famigerato tipografo Sborgi; fece ricerca, accompagnato

da noi, della casa dove aveva da ragazza abitato sua madre, e vide le

finestre dell’appartamento già occupato dall’orologiaio Celli padre

di lei. Riscontrammo insieme nella chiesa parrocchiale l’atto di

matrimonio del padre del Carducci, e si vide che le nozze non erano

state celebrate a Volterra, ma a Val di Castello, dove la sposa era

stata accompagnata da un suo fratello. L’atto di Volterra era soltanto

la dichiarazione delle nozze avvenute.

Oltre il Museo, dove il Carducci si trattenne a lungo, visitammo le

tombe sotterranee etrusche, che gli fecero una grande impressione,

tanto che disse voleva scriverci un’ode. La visita al Penitenziario,

dalla quale non potemmo liberarci, lo turbò e lo lasciò di cattivo

umore.

Per quanto desiderassimo di starcene da noi, non potemmo liberarci da

due banchetti, l’un dei quali faceva singolare contrapposto all’altro.

La Società democratica, della quale era Presidente il deputato radicale

conte Nicolò Maffei, e i Padri Scolopii, presso i quali avevamo dato

gli esami, vollero aver l’onore di sedere a mensa col poeta di Satana.

Al banchetto democratico il deputato Maffei fece, come di rito, un

brindisi al Carducci, del quale toccò, per iscancìo, qualche spruzzo

anche a me ed al Mazzoni. Il Carducci, ch’era stato chiamato dal Maffei

_il poeta della ribellione_, rispose poche ma buone parole, che al

Mazzoni, il quale ne serbò ricordo, pare fossero nel giornale locale,

che le riferì, colorite un po’ diversamente. Le parole, secondo il

ricordo del Mazzoni, furono, per ciò che concerne l’appellativo dato al

poeta, queste: «M’han qui chiamato il poeta della ribellione: ebbene,

io devo dire che oggi alla democrazia sono state aperte tutte le vie

legali e scientifiche; e ribelle sarebbe chi da qui innanzi tentasse

opporsi al suo logico e necessario progresso.»

Il banchetto agli Scolopii fu più in famiglia e perciò più giocondo.

Dove entra la politica c’è sempre qualche cosa che impedisce la libera

espressione dei sentimenti e dei pensieri. Quei Padri, fra i quali

c’era pure della brava gente, erano tutti lieti d’avere fra loro un

uomo famoso, ch’era pure uscito dalle loro scuole, e del quale alcuno

fra essi era in grado di apprezzare l’ingegno più dei soci della

Democratica.

Ripartimmo da Volterra la mattina del 9, col proposito già fatto di

andare a vedere, nel ritorno, San Gimignano, San Gimignano dalle belle

torri, che nessuno di noi conosceva.

Eran venuti, a piedi, da Livorno a Volterra, per farci una

improvvisata, un figliuolo mio con un amico, stato compagno del Mazzoni

al liceo. Il Mazzoni con questo amico vollero fare a piedi il viaggio

da Volterra a San Gimignano, per desiderio che avevano di vedere certe

miniere che si trovavano a mezza strada; perciò partirono prima: il

Carducci, il Bevilacqua ed io con mio figlio partimmo più tardi in

carrozza; e ci ritrovammo poi tutti quasi contemporaneamente a San

Gimignano.

San Gimignano sbalordì d’ammirazione il Carducci con le sue torri,

il carattere medioevale, gli affreschi del Ghirlandaio; vi ritrovò un

certo Ducci canonico, stato con lui alla Scuola Normale di Pisa, e si

fecero assai festa. Veduto tutto quello che c’era da vedere, la sera,

tutti in carrozza, s’andò a Poggibonsi, e di lì in treno a Livorno;

di dove poi il Carducci partì col genero e con la figliuola per la

Maulina.

*

* *

Alla Maulina il Carducci, nel 1881, s’era, fra le altre cose, occupato

della pubblicazione delle lettere del Guerrazzi, il cui primo volume

era uscito nel 1880 pei tipi del Vigo, e il secondo uscì poi in quello

stesso anno 1882.

Le altre occupazioni alle quali attendeva nei sei anni della sua

collaborazione ai giornali domenicali e alla _Cronaca bizantina_, erano

molte, erano tante, che a volte si sentiva stanco, e si meravigliava

lui stesso di resistere a così gran lavoro. Il 13 dicembre del 1883

mi scriveva: «In questo mese, amico mio, ho lavorato tanto, che, se

non sono ammattito, è un miracolo. Sommaruga vuol la mia pelle, e

non me la paga.» A parte le lezioni all’Università, che furono sempre

la sua principale occupazione e alle quali anche allora dedicava il

miglior suo tempo; a parte le gite a Roma per le adunanze del Consiglio

Superiore; a parte le altre faccende, fra le quali non indifferente

il segretariato della Deputazione di storia patria, che teneva fin

dal 1865; a parte tutto ciò, e le nuove poesie e prose che mandava ai

giornali, veniva preparando per lo Zanichelli le edizioni definitive

delle varie raccolte delle sue poesie in tanti volumetti elzeviriani;

raccoglieva e pubblicava, pure in un volume elzeviriano, nel marzo del

1882, le _Nuove Odi barbare_, con innanzi tradotta l’ode del Platen _La

Lirica_; e metteva in ordine quattro volumi di prosa per il Sommaruga.

Il volumetto elzeviriano dei _Juvenilia_ fu pubblicato nell’aprile

1880, quello dei _Levia Gravia_ nel settembre 1881, quello dei _Giambi

ed Epodi_ nell’ottobre 1882. In ciascun volume la raccolta delle poesie

era stata riordinata a rappresentare più esattamente e compiutamente

un determinato periodo dell’arte del poeta. I _Juvenilia_, che nella

prima edizione Barbèra erano 38 componimenti divisi in tre libri, e

nella seconda 43, divisi in quattro libri, nella edizione Zanichelli

furono quasi raddoppiati di numero e divisi in sei libri; essendo

state aggiunte nei due libri nuovi le rime politiche giovanili e le

satiriche in gran parte inedite. I _Levia Gravia_, che nelle edizioni

Barbèra comprendevano prima 44, poi 43 poesie, divise in quattro libri,

furono invece nella edizione definitiva ridotti a tre libri e di non

poco diminuiti, avendone l’autore tolto tutte le poesie composte avanti

il 1861 e dopo il 1867. I _Giambi ed Epodi_ raccolsero riordinate e

corrette tutte le poesie d’argomento civile e politico composte dal

1867 al 1872, così quelle dei _Decennali_ dell’edizione Barbèra come

le pubblicate nelle _Nuove Poesie_ della edizione imolese del Galeati.

Per ciascuno dei tre volumi l’autore scrisse una prefazione, ch’era

come un pezzo delle sue _Memorie_; e appunto col titolo _Dalle mie

memorie_ alcuni frammenti della prefazione ai _Levia Gravia_ e di

quella ai _Giambi ed Epodi_ furono, come abbiam visto, pubblicati nel

_Fanfulla della Domenica_ e nella _Cronaca bizantina_: la prefazione ai

_Juvenilia_ fu anche stampata nella _Lega della Democrazia_ di Roma del

19 aprile 1880, quando il volume stava per essere messo in vendita.

*

* *

Gli scritti di prosa che il Carducci ordinò per il Sommaruga furono le

tre serie di _Confessioni e Battaglie_ e un volume di _Conversazioni

critiche_. La prima serie fu pubblicata nel marzo del 1882, la seconda

ai primi del 1883, la terza e le _Conversazioni critiche_ nel 1884.

I tre volumi _Confessioni e Battaglie_ (il titolo felicemente trovato

compariva allora per la prima volta) comprendevano tutti gli scritti

di critica polemica e d’argomento più o meno personale che il Carducci

era venuto scrivendo da poco innanzi il 1870 fino al 1883, non esclusi

quelli già pubblicati nel volume dei _Bozzetti critici_ (ediz. Vigo),

cioè il _Secondo Centenario del Muratori, Polemiche sataniche, Due

manzoniani_ e _Critica e Arte_. A questi si aggiungevano la prefazione

alle _Poesie_ nella edizione Barbèra, le prefazioni ai _Juvenilia_,

ai _Levia Gravia_ e ai _Giambi ed Epodi_, il discorso politico agli

elettori di Lugo, le polemiche col Rizzi e coll’Alberti (_Novissima

polemica_), quelle col De Zerbi (_Tibulliana_) e col Rapisardi

(_Rapisardiana_), gli scritti _Eterno femminino regale, Risorse di San

Miniato al Tedesco, Ça ira_, ed altri minori, ma non meno importanti a

delineare intera la figura dell’uomo e dello scrittore, e dare compiuta

la misura della sua forza e della sua agilità come schermidore.

Qualcuno paragonò questi scritti a risuonanti e sfavillanti squadroni

di cavalleria che dove passano sbaragliano tutto ciò che si para

loro dinanzi; e il paragone è giusto. Non si dice con questo che

lo scrittore qualche volta non passi il segno; anzi si afferma

esplicitamente che lo passa più d’una volta; ma lo spettacolo di

quella balda fierezza, di quella risolutezza, rapisce e incanta. Ciò

che fa la gran forza di questi scritti polemici è, come già dissi

parlando di _Critica e Arte_, che l’autore dalle questioni personali

si solleva sempre ad alte questioni di letteratura. In un breve e

mirabile scritto della prima serie, pubblicato la prima volta in

un giornaletto di Bologna, il _Preludio_, in risposta ad un signor

A. F. che nel _Giornale della Provincia di Vicenza_ aveva fatto al

poeta, a proposito dell’_Ode per la morte di Eugenio Napoleone_, molti

complimenti e detto qualche insolenza, il Carducci dice: «i lettori,

spero, mi renderanno questa giustizia, che io non combatto mai per

dimostrare che io sono bello, buono, bravo; combatto per un’alta,

severa e morale idea che ho dell’arte e della critica, contro quelli

che dell’arte e della critica non hanno la stessa idea. E poi c’è chi

dice che io non sono idealista.» Parlai già del _Ça ira_ in prosa,

che fra gli scritti polemici del Carducci è certamente uno dei più

belli; ma tutti in generale sono splendida conferma di quella vecchia

sentenza, che uno scrittore non è mai tanto eloquente come quando parla

di sè. E il Carducci parla di sè non come un letterato che calcola

gli effetti delle sue parole, ma come un uomo che parla, che parla

semplicemente _ex abundantia cordis_. Ciò che il Giorgini disse della

poesia del Carducci, si può a più forte ragione dire della sua prosa. È

noto che egli non licenzia alla stampa mezza pagina che non abbia prima

meditata; ma tanta è la spontaneità e la naturalezza, tanto il brio

di alcuni dei suoi scritti polemici, specialmente dei più brevi, che

paiono improvvisati. Io non conosco nella nostra letteratura un’altra

raccolta di scritti che sia per tale rispetto paragonabile a questa.

Nel volume delle _Conversazioni critiche_ il Carducci raccolse, con

emendazioni ed aggiunte, dodici scritti, due dei quali pubblicati

nella _Nazione_ di Firenze fino dal 1861 e ’62 (_Per il Classicismo

e il Rinascimento; Il Buco nel Muro di F. D. Guerrazzi_); gli altri

pubblicati in altri giornali od altrove, dal 1867 al 1883: fra questi,

cinque sul Parini lirico ed uno sulla adolescenza e gioventù poetica

del Foscolo.

*

* *

Le _Nuove Odi barbare_, pubblicate, come ho detto, nel marzo del 1882,

erano venti, comprese _La Lirica_, tradotta dal Platen, e due odicine

tradotte dal Klopstock. Splendide tutte le originali; sopra tutte

_All’Aurora, Sirmione, Saluto italico. Alla Certosa di Bologna, A

Giuseppe Garibaldi_; assolutamente perfette, oltre l’ode per _Napoleone

Eugenio, Sogno d’Estate_ e _Per le nozze di mia figlia_.

Messe fuori le edizioni definitive delle poesie _Juvenilia, Levia

Gravia, Giambi ed Epodi_, il Carducci pensò fino dal febbraio 1885 a

riunire e pubblicare in un volume le poesie in rima, non comprese in

quelle tre raccolte, cioè quanto restava delle _Nuove Poesie_, toltine

i _Giambi ed Epodi_, e tutte le poesie in rima composte o finite dopo

il 1872. Sperava di pubblicare questo nuovo volume, col titolo di _Rime

nuove_, nel luglio di quello stesso anno; ma invece non potè fino al

giugno del 1887; troppe erano le poesie da finire che voleva mettere

nel volume, troppe le altre cose che aveva da fare. Attendeva alla

stampa di un nuovo volume di prose pel Sommaruga, _Vite e Ritratti_,

che rimase interrotto per la rovina del troppo intraprendente editore;

scriveva un saggio sull’_Inno della Risurrezione di Alessandro

Manzoni e di San Paolino d’Aquileia_, che fu pubblicato nell’_Archivio

storico per Trieste, l’Istria e il Trentino_; componeva e pubblicava

nella _Nuova Antologia_ il ritratto della contessa Serego-Alighieri

Gozzadini, che fu poi messo come prefazione alla Vita della egregia

signora;[55] curava la scelta e pubblicazione degli scritti di Alberto

Mario; rivedeva e correggeva insieme con Ugo Brilli il libro delle

_Letture italiane_ per le scuole ginnasiali; scriveva per la _Domenica

del Fracassa_ i _Colloqui manzoniani_ in risposta ad alcune critiche

dello Zumbini. E appunto in questo tempo gli ronzavano per la testa

delle poesie nuove che si doleva gli mancasse il tempo di scrivere.

*

* *

Nell’aprile del 1884 Ferdinando Martini, andato Segretario Generale al

Ministero della istruzione, ebbe l’idea di creare un Ispettore Generale

degli studi classici, e ne parlò al Carducci per sentire se sarebbe

stato disposto ad accettare quell’ufficio. Il Carducci me ne scrisse

chiedendomi il parer mio, e dicendomi che per più ragioni, a suo avviso

molto forti, dubitava di accettare. Io non so che gli rispondessi, ma

certo lo dovei sconsigliare, poichè egli riscrivendomi qualche giorno

dopo mi diceva: «Trovo giuste le tue considerazioni circa l’offerta

fattami. Del resto la vita di Roma non mi attrae: è troppo invadente:

non c’è da liberarsi da certi contatti che io non amo: non mi

lascerebbero neanche la libertà della solitudine o del ritiro, che in

Bologna ho secura.»

Certo il Carducci sarebbe stato un ottimo Ispettore degli studi

classici, e l’opera sua, se avesse potuto spiegarsi libera e piena nel

Ministero della istruzione, avrebbe potuto recare non poco giovamento

alle nostre scuole; ma probabilmente il Martini parlò della sua idea

col Ministro, ch’era allora il Coppino, e pensarono che togliere il

Carducci all’insegnamento superiore e ai suoi studi sarebbe stato

un danno per nessuna guisa riparabile; o forse bastò il rifiuto del

Carducci a fare che l’idea non avesse seguito.

Il Martini era ed è uno dei pochi uomini politici aventi conoscenze

esatte e idee sane intorno ai bisogni della istruzione. Se allora

dimise il pensiero di un Ispettore degli studi classici, non

modificò le sue convinzioni circa la necessità di un simile ufficio

nel Ministero; e tornato dopo otto anni alla Minerva in qualità di

Ministro, istituì l’Ispettorato Generale. Peccato che un uomo di così

fine penetrazione come lui, il quale doveva pur conoscere i suoi polli,

cioè i suoi possibili successori, non pensasse che fra questi ce ne

poteva essere uno che in fatto d’Ispettorato fosse nichilista.

*

* *

Cominciando da quell’anno 1884, il Carducci andò a passare i mesi

dell’estate sulle Alpi. Il 27 luglio mandandomi da Courmayeur l’ode

_Scoglio di Quarto_, mi scriveva: «Come ricordo del mio anniversario,

ti mando quest’ode, pensata, o, meglio, sentita a Genova, su ’l luogo,

scritta qui tra boschi d’abeti su la Dora. Non mai come in questi

giorni ho intesi i versi d’Orazio:

.... quae Tibur aquae fertile praefluunt,

Et spissae nemorum comae,

Fingent aeolio carmine nobilem.

Ma la mia solitudine è grandiosa più di quella d’Orazio, l’Alpi e la

Dora.» Soggiungeva che sarebbe rimasto a Courmayeur fino alla fine

d’agosto; che aveva intenzione di comporre tre altre odi; che ai primi

di settembre sarebbe tornato a Bologna, dove si dovevano fare le nozze

della sua seconda figliuola, la Lauretta.

Le nozze ebbero luogo invece tre anni più tardi, il 20 settembre 1887,

e la Lauretta con lo sposo rimase poi sempre in Bologna, vicino ai

genitori.

Nell’ottobre ci rivedemmo a Roma, dove io era stato trasferito

come Preside di Liceo, e dove egli veniva di frequente, come ho già

detto, per le adunanze del Consiglio Superiore e per altri incarichi

ufficiali.

In trenta anni da che ci conoscevamo non avevo memoria che il Carducci

fosse stato mai seriamente ammalato. La sua fibra forte e resistente

non si era mai risentita delle soverchie fatiche mentali; ma nel 1885

un leggero disturbo lo avvertì della necessità di moderare il lavoro

intellettuale e interromperlo col riposo e con gli esercizi del corpo.

Nel marzo, una mattina, mentre stava, secondo il solito, lavorando

nel suo studio, fu preso a un tratto da un intorpidimento del braccio

destro, che lo impressionò tristamente. Fu cosa passeggera; ma che gli

lasciò per qualche giorno un po’ di debolezza in tutta la persona,

specialmente al braccio. Io lo andai a vedere quasi subito, e lo

trovai non solo rimesso della lieve indisposizione, ma di buon umore

e tranquillo, che stava scrivendo una poesia; mi pare la sestina _Una

notte di Maggio_, pubblicata poi nella _Domenica del Fracassa_ il 17

dello stesso mese. Si recò pochi giorni dopo a Livorno a fare la Pasqua

con la figliuola; e di lì venne a Roma, che stava apparentemente bene.

Passando per la maremma sotto Castagneto pensò, e tornato a Bologna

scrisse il sonetto «Dolce paese onde portai conforme» pubblicato

nella _Domenica del Fracassa_ del 3 maggio. La visita di quei luoghi

dov’ei passò la sua fanciullezza gli destava sempre molti ricordi e il

desiderio di rivederli. Non c’era più stato da sei anni.

La prima volta che ci tornò, nell’aprile del 1879, era stato un

avvenimento. Si capisce; n’era partito ragazzo di tredici o quattordici

anni, vi tornava uomo fatto e poeta famoso. «Che cosa accadesse in

quel giorno a Castagneto, scrive un castagnetano e testimone oculare,

Averardo Borsi, io non saprei ridire efficacemente. Su per la salita

che dalla stazione della ferrovia conduce al paese, il Carducci —

pur tacendo il suo nome — aveva interrogato lungamente il postino,

chiedendogli notizie degli amici d’infanzia, dei luoghi, dei progressi

agricoli, delle condizioni del paese; e il postino rispondendogli

guardava lo strano personaggio e faceva mille supposizioni sull’esser

suo.

. . . . . . .

»Scese in mezzo al paese, tra una folla di sfaccendati, che

ammiravano la sua tuba dal pelo un po’ arruffato, e andò a cercare

mio padre. Mezz’ora dopo era circondato da un gruppo di amici, che lo

festeggiavano con quella semplicità schietta che è virtù del popolo

maremmano. Alla sera, mentre pranzava in casa mia, venne la banda, e

con la banda tutto il paese plaudente acclamante.»[56]

Quella volta il Carducci si trattenne poco a Castagneto; ma promise

di tornarvi; e ripassando di lì in via ferrata nell’aprile del 1885

dovè rammentarsi la promessa, perchè arrivato a Bologna scrisse al

Borsi: «Conto di fare una peregrinazione maremmana, cominciando da

Castiglioncello e terminando a Campiglia e San Vincenzo. Voglio proprio

rivedere uno ad uno i luoghi della mia prima età. E condurrò meco un

giovane romagnolo, che sarà mio genero.[57] Conto per un banchetto a

Donoratico.» Nel maggio andò. «E il banchetto ci fu, scrive il Borsi,

gaio, rumoroso, circonfuso di calore e di luce, lì all’ombra della

fiera torre, in un bosco fresco di lecciuoli e di giovani querce, fra

le quali al suono dell’_Inno di Garibaldi_, proclamammo la candidatura

politica del Carducci.»[58]

*

* *

Dopo i pochi giorni di riposo nel marzo, e salvo le brevi gite a

Livorno e a Castagneto, il Carducci era tornato al lavoro, come prima.

E non fu bene: ma chi avrebbe saputo o potuto imporgli un lungo e

assoluto riposo intellettuale?

A me, che gli chiedevo notizie della sua salute, rispondeva il 24

giugno da Bologna: «Bene non sto: ho tali debolezze e vertigini e

mancamenti di quando in quando che non mi piacciono. I medici dicono

essere esaurimento nervoso, e vogliono ch’io vada in montagna. Il

primo di luglio andrò a Desenzano per gli esami; e poi a Oropa, o

nella Carnia, a Pian d’Arta.» E il 29: «Domani parto per Desenzano,

dove starò fino al 13 o al 14, e poi andrò a Piano d’Arta, sopra

Tolmezzo, nella Carnia. Finiti gli esami, faresti bene a toglier su il

tuo sacco e venirtene anche tu. Ivi monti e valli e foreste di abeti

ed acque fredde e carne ottima e vin di Conegliano, e trote, il tutto

a sei lire il giorno. Non si spende poi nulla per quella gran cosa,

di essere lontani dagl’imbecilli e dai birbanti.» Alla metà di luglio

partì da Desenzano per Arta, «dove, scriveva, se mi troverò bene, starò

tutto l’agosto, facendo il meno possibile; cioè rivedendo soltanto le

stampe delle _Letture_ e il _Mazzini_ della signora Mario, e leggendo

probabilmente Sofocle. Mi pare di non aver più nulla nella testa.

Bisogna che mi rifaccia.» E arrivato a Piano d’Arta, mi scrisse il 21:

«Sono qui da domenica, e mi pare di starci bene, non ostante che anche

quassù abbia trovato dei poeti e delle donne ammiratrici. Io conto di

rileggere Sofocle, e guardare un po’ la storia di Carnia e la poesia

popolare friulana: senza far nulla non potrei stare; e il chiacchierare

con la gente mi farebbe venire l’estenuamento nervoso, anche se non

l’avessi.»

Frutto della sua dimora a Piano d’Arta furono le due poesie _In Carnia_

e _Comune rustico_.

Tornò a Bologna che si sentiva rifatto; e poi che la gita del maggio

a Castagneto aveva rinfiammato gli amori suoi per la Maremma, deliberò

di tornarci nell’ottobre, come aveva promesso, e persuase me a tenergli

compagnia. Arrivammo là il 18, egli da Livorno, io da Roma: la mattina

dipoi ci raggiunse, pure da Livorno, Leopoldo Barboni, il quale dieci

anni più tardi descrisse quella nostra scampagnata in un grazioso

libretto, _Col Carducci a Segalari_.[59]

*

* *

Ed ecco il Carducci un’altra volta in pericolo d’entrare a

Montecitorio. Sappiamo bene ch’ei ne aveva poca voglia, e che non gli

era dispiaciuto punto di esserne la prima volta stato messo fuori dalla

fortuna; e che dopo avea ricusato più volte le candidature offertegli.

Ma ora chi glie la offriva erano i suoi maremmani, quel popolo a cui

lo legavano tante memorie care, e glie la offrivano perchè andasse

a combattere quel governo di Agostino Depretis, ch’ei giudicava

esiziale alla patria. Con tutto ciò stette lungamente in dubbio

dell’accettare, e non si risolvè se non quando _un nobile amico e un

gran cittadino, Agostino Bertani, con l’ultima lettera ch’egli scrisse

poche ore innanzi la morte, lo sollecitò che accettasse_. «Obbedisco

(scrisse allora nella lettera _Al Comitato democratico elettorale del

Collegio di Pisa_ pubblicata nel _Resto del Carlino_ di Bologna del 9

maggio 1886) alla voce che mi viene d’oltre la tomba, obbedisco alla

voce che mi suona di riva al mio mare. E obbedisco alla voce, che

mi comanda dentro, del dovere. Però che io credo che questa non più

amministrazione giustamente costituzionale ma governo ostinatamente

personale danneggi e perverta l’Italia: sì che se il mio nome può

dare pur un minimo colpo al minimo dei puntelli di cotesta oppressione

barocca, vada pure il mio nome.» E il 19 maggio fece il suo discorso

agli elettori nel Teatro Nuovo di Pisa, discorso di aperta e fiera

opposizione al Ministero Depretis; ma nella elezione gli avversari

moderati ebbero il di sopra; e così anche questa volta il Carducci

fu salvo dal pericolo che la politica militante traendolo a sè lo

distraesse dagli studi. E fosse egli o non fosse entrato alla Camera,

la politica avrebbe seguitato, come seguitò, il suo poco patriottico e

meno morale _tran tran_. Nel 1883 egli avea scritto: _De malo in peius,

venite adoremus_. Il peggio non potea non venire: che cosa verrà dopo

il peggio che dura da tanto tempo vattel’a pesca.

*

* *

Nell’estate del 1886 il Carducci tornò sulle Alpi; il 28 luglio era a

Caprile, dove contava di trattenersi e si trattenne tutto agosto. Il

21 mi scriveva: «Io qua sono tra le vere Alpi: torrenti alpini veri,

al cui strepito mi addormento leggendo il _Riccardo III_ e la _Morte di

Cesare_ dello Shakespeare. Grandi, cioè strette e dirupate vie alpine;

ma ombreggiate di selve di abeti e larici, alla cui ombra _studio_

le Georgiche. Monti veramente stupendi: moli dolomitiche, che paiono

architetture di Titani che vogliano imitare a modo loro Michelangelo

e il Brunellesco: la Civetta, il Pelmo, la Marmolade: l’uno più bello

dell’altra: la Civetta, che io vedo, anzi che io ho, dinanzi alla mia

finestra, bellissima. Sento e penso molte cose; ma non ho voglia di far

versi, perchè oramai mi accorgo che la forma è inferiore al concetto, e

quello che imagino e sento immeschinisce prendendo a costringerlo nelle

parole o diventa falso. Riveggo con molta attenzione le _Letture_,

secondo volume nuovamente annotato, e le stampe delle _Rime nuove_. Ho

cercato di rifare alcuni versi.... altre poesie ho finite.»

Nell’ottobre tornò a Castagneto. Se gli amici maremmani si dolsero

della sua candidatura non riuscita, egli cercò persuaderli che ciò era

stato per lui un bene economico e morale, e che non perciò era meno

grato a loro della prova di amicizia che gli avevano data.

Tra le poesie finite a Caprile, o poco prima, o poco dopo, c’era quella

intitolata _Davanti San Guido_, rimasta interrotta fino dal 1874:

probabilmente ritrovò l’ispirazione per finirla nelle recenti sue

visite a Castagneto.

La selvaggia campagna maremmana ha lasciato una forte impronta nelle

poesie del Carducci. La terza parte dell’_Avanti avanti_, ch’è la

più bella e la sola veramente originale, il _Chiarone_, l’_Idillio

maremmano_, _Rimembranze di scuola, Sogno d’estate_ ed altre fanno

rivivere dinanzi alla fantasia del lettore la storia antica, i

vari aspetti della Maremma dai più orridi ai più sereni e ridenti,

e le forti impressioni che ne ebbe il poeta; ma la poesia che più

compiutamente rispecchia i suoi ricordi giovanili è certamente _Davanti

San Guido_.

Le altre poesie finite a Caprile erano probabilmente _Faida di

Comune, La Sacra di Enrico V_, l’_Intermezzo_ e il _Congedo_; le quali

apparvero per la prima volta intere nella prima edizione delle _Rime

nuove_, finita di stampare dallo Zanichelli il 20 giugno 1887. Con le

_Rime nuove_ restava compiuta e ordinata in quattro volumi (oltre i

due delle _Odi barbare_) la raccolta di tutte le poesie del Carducci:

1º vol. _Juvenilia_, 2º _Levia Gravia_, 3º _Giambi ed Epodi_, 4º _Rime

nuove_; nei primi due i tentativi e la preparazione, negli altri e

nelle _Odi barbare_ l’opera originale del poeta, che ora si presentava

al pubblico nella sua interezza.

*

* *

Il volume delle _Rime nuove_ si apriva con l’ode _Alla Rima_ e si

chiudeva con il _Congedo_, di cui furono pubblicate le prime tre strofe

nella _Cronaca bizantina_ del 16 dicembre 1882, col titolo _Che cosa

non è il poeta_. Le poesie, 97 in tutte, erano divise, senza la prima

e l’ultima, in otto libri: nel terz’ultimo il _Ça ira_, nel penultimo

traduzioni, o rifacimenti, dal tedesco, dallo spagnuolo, dal francese

antico; nell’ultimo l’_Intermezzo_, diviso in dieci capitoli.

Il poeta nella Prefazione ai _Giambi ed Epodi_ (1882) aveva detto:

«Queste rime non vanno oltre il 1872; e di comporne ancora di simili

non mi sento più in vena»; ma anche tre anni dopo, nel giugno del 1885,

scriveva:

Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,

E di tempeste, o grande, a te non cede:

L’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo

Suoi brevi lidi e il piccol cielo fiede.

E mandandomi il sonetto, in fine del quale era la data 186.... mi

scriveva: «Ci ho messo un po’ di data per dare ad intendere a me

medesimo, che oramai la ragione illumina e vince in me le torbide

collere e che non è più il tempo delle procelle.» Ma inutilmente

cercava egli di farsi questa illusione. Nell’anima sua c’era e rimaneva

sempre un fondo di scontentezza e d’irrequietudine, che ogni tanto

aveva bisogno di sfogo: e allora lo scrittore doveva pigliarsela con

qualche cosa o con qualcheduno, magari con sè medesimo e con le sue

idee; e guai allora a chi o a che gli capitava sotto! Non scrisse

più, è vero, poesie politiche: le sue bizze e le collere, alle quali

cercò sempre cagioni degne, le sfogò in prosa (nelle _Confessioni e

Battaglie_ delle quali abbiamo già parlato), e nell’_Intermezzo_, il

quale fu collocato in fondo alle _Rime nuove_, quasi un fuor d’opera.

Il poeta stesso dovè sentire che con le _Rime nuove_ legava poco; e

perciò nella edizione ultima delle Poesie gli assegnò un posto a sè, il

suo vero posto fra i _Giambi ed Epodi_ e le _Rime nuove_.

Quei critici dilettanti di cronologia, che, come il mio amico Mestica,

sudano molte camicie per disfare l’ordinamento ideologico nel quale

un grande poeta dispose i suoi versi, siano avvisati che renderebbero

un cattivo servizio al Carducci e farebbero addirittura contro la

volontà sua ristampando le sue poesie in un ordine diverso da quello

nel quale egli le ha volute. Della cronologia ne ha tenuto conto da sè

quanto gli è parso. Così fecero il Leopardi ed il Foscolo: i quali, se

tornassero al mondo, non sarebbero, credo, niente grati al Mestica del

riordinamento da lui fatto delle loro poesie.

Una cosa è da notare a proposito di tre poesie comprese nel penultimo

libro di _Rime nuove_, che sono _Il Passo di Roncisvalle_, pubblicata

la prima volta nella _Nuova Antologia_ (maggio 1881) e riprodotta in

una strenna livornese _L’Estate_ (agosto 1882), _Gherardo e Gaietta_

pubblicata nel _Fanfulla della Domenica_ (3 aprile 1881) e _La

lavandaia di San Giovanni_, pubblicata la prima volta nel primo numero

della _Rassegna settimanale_ del Sonnino (6 gennaio 1878),[60] poi

nella _Cronaca bizantina_ del 1º giugno 1882. In queste tre poesie, la

prima delle quali, _meglio che traduzione, è una ricomposizione epica

di su diverse redazioni di romanze spagnuole e portoghesi_, la seconda

è traduzione dal francese antico, e la terza dallo spagnuolo, il poeta

diede saggio di una nuova barbarie metrica, e discorse di essa le

ragioni in una breve introduzione alla seconda di coteste poesie. In

essa dice: «Fra un’ode barbara e l’altra, io mi provo anche a tradurre

delle romanze antiche francesi e spagnuole e dei canti popolari

tedeschi.»

. . . . . . .

«Certe traduzioni dal francese antico e dal tedesco le faccio in metri

che rispondano più esatto si possa agli originali. Alle assonanze

non ho ancora avuto il coraggio di spingermi; ma farò il possibile di

arrivarci presto. Tutto per procurare un piacere ai miei cari montoni

d’Arcadia: sono tanto graziose quelle bestioline, specialmente quando

diventano idrofobe.»

Alle assonanze si spinse più presto ch’egli stesso forse non pensava

quando scrisse queste parole; poichè il 12 dello stesso mese di aprile,

in cui uscì nel _Fanfulla della Domenica_ la romanza tradotta dal

francese antico, mi mandò una parte, e il giorno di poi il resto, della

romanza spagnuola _Il Passo di Roncisvalle_, ch’è appunto ad assonanze.

*

* *

Con legge del 3 luglio 1887 fu istituita dal Parlamento italiano una

cattedra dantesca nella Università di Roma. Non mai istituzione fu, a

giudicarne dai resultati, più inutile, a giudicarne dagli intendimenti,

più sbagliata di questa.

Quanto alla inutilità, basti il fatto che, dopo quindici anni che

fu istituita, la cattedra dantesca ancora non c’è. Come? Perchè? —

Forse in quindici anni il Governo non è stato capace a trovare fra i

letterati italiani uno degno di occuparla? Eppure non c’è stata mai

come in questi anni tanta abbondanza di lettori ed interpreti della

Divina Commedia. Anche, diciamolo, perchè è la verità; gli studi

sul nostro sommo poeta hanno oggi fra noi molti e degni cultori.

Come dunque? — Ma i savi governanti avevano istituita la cattedra

dantesca per darla al Carducci, e il Carducci non la volle. — Già, è

vero: i savi governanti volevano dare la cattedra al Carducci, perchè

ignoravano ciò che il Carducci aveva scritto su Dante: il che dimostra

quanto umile fosse la loro cultura.

Il povero Alighieri ebbe sempre poca fortuna coi politicanti

dell’Italia nuova: tutte le volte ch’essi vollero occuparsi di lui,

non ne imbroccarono una. Istituirono nel 1860 una cattedra dantesca

nell’Istituto Superiore di Firenze, per darla al buon Padre Giuliani, e

il meglio che poterono fare, quando egli morì, fu di lasciarla vacante;

celebrarono nel 1865 il centenario dantesco, e mai non furono dette e

fatte tante sciocchezze quante allora nel nome di Dante; istituirono

la cattedra dantesca a Roma, e (ciò che ancora è il meno peggio) la

cattedra dantesca, come abbiamo detto, non c’è; pensano ad inalzare

un monumento a Dante in Roma, e ci pensano dopo più di trent’anni che

l’Italia è a Roma, ci pensano dopo che l’Imperatore di Germania ha

voluto, e forse perchè ha voluto, che a Roma sorgesse una statua di

Goethe, ci pensano presentando un disegno di legge alla Camera nè più

nè meno che se si trattasse di mettere un nuovo balzello. L’Italia

ufficiale è stata sempre di una volgarità desolante, incapace di un

pensiero alto, di un sentimento generoso, di un forte entusiasmo; ed

anche, diciamo la dura parola, molto ignorante.

La cattedra dantesca fiorentina, finchè durò, fu una innocente

Accademia destinata a far passare qualche ora della settimana alle

signore che non sapevano come ammazzare il tempo. Tra le visite alle

amiche per fare un po’ di maldicenza, e un giro per via Tornabuoni e

via Calzaioli per dare un’occhiata alle ultime novità delle vetrine e

mangiare da Giacosa due pasticcini, mezz’ora di chiacchiere del Padre

Giuliani era una benedizione. Si arrivava all’ora del _déjeuner_ senza

avvedersene.

Ma il senno del nostro Parlamento volle alla cattedra dantesca romana

dare un significato e uno scopo politico, volle farne la bandiera e lo

scudo della unità d’Italia, una specie di baluardo contro l’invadente

clericalismo, una specie di pulpito, in permanenza, tuonante contro

le dottrine della Chiesa cattolica e del Vaticano. E per questa specie

di predicazione si scelgono come testo le opere dell’Alighieri che fu

profondamente cattolico, si va a prendere come espositore il Carducci

che conosce bene il suo Dante, che volle sempre essere un professore di

lettere, non un predicatore.

Combattere il clericalismo! Niente di più meritorio per un Parlamento

e per un Governo veramente italiani: e mille modi c’erano e ci sono

di combatterlo efficacemente con delle buone leggi, con una savia

amministrazione, e innanzi tutto coll’avere per guida nei propri atti

la rettitudine e la sincerità, non la menzogna e l’ipocrisia, che

sono le arti dei clericali. Ma credere di combattere il clericalismo

stipendiando un professore più o meno coscienzioso, il quale nel nome

di Dante vada espettorando due o tre volte la settimana, in un’aula

della _Sapienza_, delle declamazioni anticattoliche per eccitare la

gioventù a mangiarsi un prete a colazione e a desinare un gesuita, è

non solo una sciocca illusione, ma una mancanza di rispetto a Dante e

una offesa al professore onesto cui per avventura si offrisse quello

stipendio.

Per tutte queste ragioni il Carducci rifiutò la cattedra. E sia perchè

tutti quelli che l’avevano proposta e glie l’avevano offerta, avevano

inteso di fargli onore, sia perchè amici suoi rispettabili e degni

desideravano che l’accettasse, egli espresse il suo rifiuto in termini

molto cortesi, con una lettera ad Adriano Lemmi, che fu pubblicata

nella _Gazzetta dell’Emilia_ del 23 settembre 1887, e che ora può

leggersi a pag. 347 del dodicesimo volume delle Opere. E poichè la

cattedra era stata creata per lui, e per fare un po’ di _bum bum_,

nessun ministro di buon senso (e ce ne furono) ebbe poi il coraggio

di correggere l’errore della istituzione, o sopprimendo la cattedra,

o affidandone magari l’insegnamento a qualche valoroso dantista (e ce

ne sono anche fra i giovani), il quale illustrasse filologicamente,

criticamente, storicamente le opere dell’Alighieri. No, si voleva un

nome famoso e il _bum bum_. Per i rappresentanti dell’Italia ufficiale

ciò che importa sono le parole, non le cose. Mettere il poeta di Satana

a commentare Dante, contro il Vaticano. Ecco la gran trovata.

Dopo tutto ciò, il Governo nella relazione che precede il disegno di

legge per il monumento a Dante ha il coraggio di citare come un grande

atto dell’Italia nuova la istituzione della cattedra dantesca a Roma.

Nessuna meraviglia se di qui a quindici anni un’altra relazione per

un altro disegno del genere, citerà a gloria dell’Italia ufficiale la

legge del monumento a Dante, che (speriamo) non si farà.

Dante ha il suo busto al Pincio, e basta: che ragione c’è d’innalzarlo

all’onore d’un monumento in Roma, mettendolo alla pari di Marco

Minghetti e di Quintino Sella?

*

* *

Torniamo alla cattedra dantesca e al Carducci. Quella che ho detto

fu la ragione principale della sua rinunzia; ma ne ebbe anche altre.

Io pure, per il desiderio di averlo vicino, lo avevo consigliato di

accettare, dicendogli: «Quando avrai accettato, farai lezione di che e

come ti parrà.» Egli a dì 8 ottobre mi rispose: «Le ragioni che addussi

(nella lettera al Lemmi) erano per me validissime. Ma poi altre ne ho

d’ordine privato. Sono stanco, stanco, stanco, di fare il professore;

che non è poi un mestiere per cui abbia avuto mai vocazione.

Ricominciarlo a Roma, ora che son quasi vecchio e del tutto disilluso,

mi avrebbe fiaccato e reso più triste e scontento d’avere accettato.

Preferisco il pensiero solitario e gli studi laboriosi in biblioteca e

nel mio gabinetto alla comunicazione col pubblico, che insomma non amo.

E sono più selvatico e ombroso ora che non fossi da giovine. Avvezzo

come sono alla cattedra di Bologna, non posso contenere un’irritazione

nervosa, quando ci vado. Figurati quello mi sarebbe avvenuto a Roma.

Sarei morto arrabbiato prima del tempo. È inutile: quando devo andare

a presentarmi a un uditorio che non sia di giovani a me conosciuti,

mi pare che vengano a sentirmi come una prima donna, o a vedermi come

un ballerino, e mi vien voglia di trattarli come, a mio parere, si

meritano. Un po’ è paura, un po’ è superbia.»

Il buon Coppino, allora ministro, tanto per dissimulare il fiasco della

istituzione della cattedra dantesca, pensò di sostituirvi un corso

di letture, e pregò il Carducci di cominciarle lui. Il Carducci per

cortesia annuì, e fece la prima l’8 gennaio 1888. Le letture non ebbero

poi gran seguito, ma quella fu un avvenimento letterario di grande

importanza, al quale il Ministero dell’istruzione, l’Università romana,

e in genere il così detto mondo ufficiale, rimasero quasi interamente

estranei.

Il Carducci lesse il discorso _L’opera di Dante_, nel quale

riaffermando il suo concetto circa le idee politiche dell’Alighieri,

lo chiarì meglio, e quasi direi lo completò con queste parole: «Non

è il caso di cercare nelle massime monarchiche dell’Alighieri un

principio all’unificazione d’Italia, se non in quanto questa fosse

compresa nell’unità del Cristianesimo. L’amor patrio e l’idea nazionale

fiammeggiano nel sentimento che il poeta ebbe profondissimo delle

glorie e delle miserie d’Italia, nel sentimento dell’Impero come

istituzione romana, come diritto italico.»

. . . . . . .

«Il libro di Monarchia è l’ultima scolastica espressione del

classicismo politico medioevale; e cercarvi ciò che oggi dicesi lo

stato pagano e lo stato ateo sarebbe fare un’ingiuria all’Alighieri

secondo le sue idee. Ma gloriamoci — e non è poco — altamente,

sinceramente e securamente gloriamoci, che Dante è il maestro nostro

ed il padre nella conservazione della tradizion romana del rinnovamento

d’Italia, ch’egli fu il testimone e il giudice nei secoli, il più puro

e tremendo giudice e testimone, del malgoverno della gente di chiesa e

della necessità morale di averlo abbattuto.»[61]

*

* *

Due altri importanti discorsi fece in quello stesso anno (1888) il

Carducci; il dì 8 aprile la lettura su Jaufrè Rudel in Roma alla

Palombella, il 12 giugno la orazione su _Lo studio di Bologna_,

celebrandosi l’ottavo centenario di quella Università. Fu una festa

mondiale e nazionale al tempo stesso; mondiale perchè festa della

cultura alla quale partecipò tutto il mondo civile, nazionale perchè

Bologna in quel giorno, dopo 29 anni che vide cacciata l’ultima volta

e per sempre la signoria straniera, inaugurò il monumento a Vittorio

Emanuele, al fondatore con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi della

nazione italiana.

La parola del Carducci suonò alta e degna della solenne occasione.

«La gloriosa Superga, disse egli terminando, presso la tomba del re

de’ Sabaudi più doloroso aspetta invano il re più grande non pur

de’ Sabaudi ma dell’età nostra, il re che fu invocato e coronato

liberamente dal popolo italiano. Poi che Vittorio ebbe recato l’aquila

sua su ’l colle fatale ove Romolo cercò gli auspicii alla fondazione

dell’urbe, Roma, avvolgendo del suo divino amplesso nella morte il re

delle Alpi, lo depose, nel tempio di tutti gli dèi della patria, re

d’Italia e di Roma. Nessuna o pietà o empietà d’uomini ritoglierà più

dal Panteon Vittorio: nessuna o malignità o violenza di cose abbatterà

più in Roma la bandiera che dall’onta dei patiboli salì alla luce

del Campidoglio. Voi, Sire, fedele assertore di otto secoli di storia

italiana, Voi, interprete augusto e mantenitore sovrano del vóto di

tutto il popolo vostro, Voi, con parola che suona alta nel cospetto

del mondo, o Re, le diceste: Roma, conquista intangibile. Sì, o Re,

conquista intangibile del popolo italiano, per sè e per la libertà di

tutti.»

*

* *

Nell’agosto il Carducci tornò sulle Alpi: andò a Madesimo, di dove il

25 mi scriveva: «Io qua su faccio poco: cioè, faccio di grandi bagni

e di grandi passeggiate. Figurati che la mattina faccio la immersione

in una gran vasca, temperatura 6 gradi: circa le 4 pom. la doccia.

E così a forza di azione e reazione mi passo gran parte del giorno.

Azione e reazione che faccio sempre camminando. Poesie ne ho pensate,

ma non scritte: da prima, perchè faceva un gran freddo: nubi, acqua,

vento, neve: poi, perchè vado a zonzo...... Nelle ore d’intervallo o

passeggiando leggo Orazio, e cerco di rimandare a mente le odi che

avevo dimenticato. Leggo, per istudio, le odi di Klopstock: e sono

riuscito a dominare un poco quel difficil tedesco. Venendo a Bologna,

cerca di leggere attentamente la prima ode Klopst. _Der Lehrling der

Griechen_, dove ho difficoltà e dubbi.»

Io era solito andare quasi tutti gli anni nel settembre a Bologna a

passare alcuni giorni in compagnia del Carducci. Ci trovavo quasi

sempre qualcuno dei più antichi ed affezionati scolari suoi, Ugo

Brilli, Severino Ferrari, Tommaso Casini, che il Carducci invitava

spesso a desinare, e coi quali andavamo di tanto in tanto a fare

qualche passeggiata in campagna, e passavamo la sera alla bottiglieria

Cillario, od altrove, conversando molto animatamente. In quell’anno il

Carducci tornando da Madesimo aveva promesso di passare da Sondrio, per

vedere il vecchio amico Prezzolini ivi prefetto; io dovevo aspettarlo

a Bergamo per proseguire insieme per Bologna; ma non potei muovermi, e

ci rivedemmo a Roma agli ultimi di settembre, dove egli dovè recarsi

anche nei mesi successivi per le adunanze della Giunta del Consiglio

Superiore.

Il 15 dicembre fece pubblicare nel giornale il _Resto del Carlino_ di

Bologna questa dichiarazione:

«Per molte ragioni, inutili a esporre, sono dispiacente di esser

costretto a dichiarare anche una volta in pubblico, che io non posso

tenere carteggio letterario o didattico o politico di nessuna guisa,

all’infuori dei doveri d’ufficio e d’amicizia intima; per ciò solo,

che, se anche mi abbondasse la facilità di scrivere e la facoltà di

pagare un segretario, mi mancherebbe a ogni modo l’ozio e il tempo di

leggere: di che devo pregare i gentilissimi signori scriventi a me di

avermi per necessariamente scusato.

»Dello scrivere poi per la stampa, o del tenere discorsi, ho il

diritto, non avendo io mai usato di lavorare a commissione, di dire che

io scrivo e parlo quando mi pare e piace, e nessuna cosa o circostanza

o persona può persuadermi ad avere, per compiacenza, delle idee, quando

non ne ho e non voglio averne.»

Il Carducci sperava con ciò di liberarsi dalla noia di dover tutti i

giorni aprire e scorrere, almeno in fretta, una quantità di lettere

inutili e sciocche, alcune delle quali lo facevano talvolta andare

in bestia: ma la speranza fu vana. È il destino degli uomini famosi:

destino che pei degnamente famosi è una disperazione; per quelli altri,

i quali come i cantanti e le ballerine corrono i teatri in cerca di

applausi, può essere che sia una beatitudine.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 19 / 98 题