CAPITOLO I.

(1835-1854.)

Ricordo d’infanzia: «Via, via, brutto te.» — La famiglia Carducci

e il padre del poeta. — I primi anni e i primi studi a Bolgheri

e a Castagneto. — La famiglia Carducci a Firenze e Giosue alle

Scuole Pie. — Giosue a retorica dal Padre Barsottini — Il Carducci

e il Nencioni. — Passione di Giosue pei libri. — Il primo passo.

— Il Carducci a Celle. — Primi sonetti satirici. — Accademia

dei Risoluti e Fecondi. — Canzone del Carducci su Dante letta

all’Accademia.

«Io della mia infanzia, scrive il Carducci, non ho memorie nè belle nè

buone nè curiose.

«Il mio più antico ricordo mi pone subito, ahimè, _in relazione con un

essere dell’altro sesso_, come si direbbe con la lingua d’un certo uso,

che, secondo i manzoniani, dovrebbe anche essere la lingua del buon

gusto. Mi ritrovo in un luogo nè bello nè brutto — forse un giardinetto

presso la casa ove nacqui, — a una giornata nè di primavera nè

d’inverno nè d’estate nè d’autunno. Mi pare che tutto, cielo e terra,

sopra, sotto, e d’intorno, fosse umido, grigio, basso, ristretto,

indeterminato, penoso.

«Io con una bambina dell’età mia, della quale non so chi sia o chi sia

stata, dondolavamo, tenendola per i due capi, una fune; e mi pare che

così dicevamo o credevamo di fare il serpente. Quando a un tratto ci

si scoperse tra i piedi una bella bodda: è il nome, nel dialetto della

Versilia, d’un che di simile al rospo.

«Grandi ammirazioni ed esclamazioni di noi due creature nuove su

quell’antica creatura.

«Le esclamazioni pare fossero un po’ rumorose. Perchè un grave signore,

con gran barba nera e con un libro in mano, si fece in sull’uscio a

sgridarci, o meglio a sgridarmi. Non era mio padre: era, seppi molto

tempo dopo, un marito putativo d’una moglie altrui alloggiata per certo

caso ivi presso.

«Io brandendo la fune, come fosse un flagello, me gli feci incontro

gridandogli: Via, via, brutto te!

»D’allora in poi ho risposto sempre così ad ogni autorità che sia

venuta ad ammonirmi, con un libro in mano e un sottinteso in corpo, a

nome della morale.»[1]

Questo aneddoto mostra già nel fanciullo una delle qualità più

caratteristiche dell’uomo. Perciò l’ho messo qui, affinchè sia come il

battesimo della vita del nostro poeta.

*

* *

Il piccolo ribelle nacque il 27 luglio dell’anno 1835 alle ore 11 di

sera in Val di Castello, frazione del comune di Pietrasanta, da Michele

Carducci e Ildegonda Celli. Gli furono dati all’atto del battesimo,

ch’ebbe luogo due giorni dopo, i nomi di Giosue, Alessandro, Giuseppe,

essendo compare un suo zio Natale Carducci.[Vedi l’atto di nascita

nelle note a pag. 434]

La famiglia Carducci, stabilita da gran tempo fra Serravezza e

Pietrasanta, discendeva dai Carducci di Firenze; e il nonno del

poeta, Francesco Giuseppe, andava orgoglioso di tale discendenza, e

si compiaceva molto, nella intimità della famiglia e degli amici, di

evocarne le gloriose memorie. Ma quelle memorie, troppo lontane, non

ebbero alcuna influenza sui suoi sentimenti politici: e nemmeno la

familiarità sua col poeta repubblicano Giovanni Fantoni, di cui era

grande ammiratore. Egli era e rimase un fedele suddito del Granduca

di Toscana; e come tale odiò le novità e le rivoluzioni. Il padre

del poeta invece, il dottore Michele, avea nel sangue l’istinto della

battaglia e della libertà. Fin da scolare prese parte alle cospirazioni

politiche, fu carbonaro, e dei pochi Toscani che pei fatti del 1831

patirono relegazione e prigionia. Quando gli nacque il primo figliuolo

Giosue, egli a Val di Castello era medico di una società francese che

aveva assunto l’escavazione di certe miniere di piombo argentifero,

poste tra Val di Castello e Serravezza. Ma o fosse l’indole sua

irrequieta, o che non gli piacesse, o non gli convenisse, l’ufficio

presso la società mineraria francese, o che, come altri dice, gli desse

fastidio la sospettosa vigilanza della polizia, ben presto abbandonò la

Versilia per la maremma toscana, e verso il 1838 andò medico condotto a

Bolgheri, frazione di Castagneto, e feudo dei Conti della Gherardesca.

*

* *

Tra Bolgheri e Castagneto la famiglia Carducci passò ben undici anni,

che il poeta chiama la sua _triste primavera_ e dei quali parla egli

stesso così: «Mio padre era un manzoniano fervente.... Ridottosi a

vivere in condotta in uno dei più oscuri paeselli della maremma, viveva

coi contadini, e, nelle ore di riposo o di sosta, con alcuni pochi

libri di storia e letteratura che, oltre i non pochi dell’arte sua,

aveva raccolti ed amava. Figuravano tra questi bellissime le opere del

Manzoni, con i giudizi del Goethe, le analisi critiche del Fauriel, i

commenti del Tommaseo; e quei volumi, rilegati con certa pretensione di

lusso, mostravano impressi nelle costole a oro certi fregi che rendean

figura come di casette con due alberetti davanti. Io, ragazzo di circa

dieci anni, credevo che quella fosse la canonica di Don Abbondio;

e leggevo e rileggevo _I promessi sposi_. Perchè fino a quattordici

anni non ebbi quasi altro maestro che mio padre, il quale altro non

m’insegnava che latino; ma, un po’ per l’indole sua, un po’ per i

doveri di medico, mi lasciava molta libertà e molto tempo per leggere.

«E io insieme alle opere del Manzoni lessi l’_Iliade_, l’_Eneide_, la

_Gerusalemme_, e la _Storia Romana_ del Rollin, e la _Storia della

Rivoluzione Francese_ del Thiers; i poemi con ineffabile rapimento,

le storie con un serio oblio di tutto il resto: e, aiutato da qualche

conversazione di mio padre con certi amici ed ospiti, per ragazzo ne

intendevo anche troppo. Invasato così di ardore epico e di furore

repubblicano e rivoluzionario, io sentivo il bisogno di traboccare

il mio idealismo nell’azione; e per ciò in brigata co’ miei fratelli

e con altri ragazzi del vicinato organizzavo sempre repubbliche, e

repubbliche sempre nuove, ora rette ad arconti ora a consoli ora a

tribuni, pur che la rivoluzione fosse la condizion normale dell’essere,

e cosa di tutti i giorni l’urto tra i partiti e la guerra civile.

«La nostra repubblica consisteva di ragunanze tumultuose e di battaglie

a colpi di sassi e bastoni, con le quali intendevamo riprodurre i

più bei fatti de’ bei tempi di Roma e della rivoluzione francese.

In coteste rappresentazioni, del resto, il rispetto alla storia non

era certo spinto a quegli eccessi pedanteschi che soglion guastare o

raffreddare l’effetto vivo drammatico. Che benedette sassate applicai

un giorno a Cesare il quale era su ’l passare il Rubicone! Per quel

giorno il tiranno dovè rifugiarsi non so dove con le sue legioni,

e la repubblica fu salva. Ma il dì appresso Cesare mi colse in una

macchia, affermando sè essere Opimio e quello il luco delle furie:

invano io protestai contro l’anacronismo e per la mia qualità di

Scipione Emiliano: egli mi fece togliere in mezzo da’ suoi cretensi

come un Gracco qualunque e flagellare, mentre io chiedevo che almeno

rispettasse la storia lasciandomi libero di farmi uccidere al mio

schiavo. Come picchiavano e rideano quei cretensi! Me ne vendicai, per

altro ed in breve, e storicamente, quando, presa d’assalto una rimessa

che facea da Tuileries, stimai bene di lasciar libero il corso al furor

popolare su gli svizzeri prezzolati di Luigi XVI.

«Ma il rumore di questi grandi fatti giungeva qualche volta alle

orecchie del mio manzoniano padre, il quale allora, nulla commosso

dalle mie oneste ferite, mi condannava pur troppo a lunghe prigionie;

in mezzo alle quali egli di quando a quando riappariva per rivedermi

il latino, e mi lasciava tre libri su ’l tavolo, dicendomi serio ed

asciutto: — Leggete qui, e persuadetevi che il _taratantara_ classico

non è più per questi tempi. — I tre libri erano: la _Morale cattolica_

di Alessandro Manzoni, i _Doveri dell’uomo_ di Silvio Pellico, e

la _Vita di San Giuseppe Calasanzio_ scritta da certo padre Tosetti

(parmi) del secolo passato.

«Che idea fosse quella del manzoniano mio padre di dare a leggere la

_Morale cattolica_ a un ragazzo, io non so: so che d’allora in poi per

un gran pezzo morale cattolica e frati, doveri dell’uomo e santini,

furono per me la stessa cosa; e odiai, odiai quei libri, d’un odio

catilinario. Essi mi rappresentavano la mortificazione, la solitudine,

la privazione di libertà e d’aria e di combattimento, la fame delle

grandi letture, un nuovo carcere tulliano. Trovavo uno sfogo ad

affacciarmi alla finestra, declamando la parte di Guglielmo de’ Pazzi:

Soffrire, ognor soffrire? altro consiglio

Darmi, o padre, non sai? Ti sei tu fatto

Schiavo or così che del mediceo giogo

Non senti il peso e i gravi oltraggi e l’onte?

Dispetto! i cretensi e gli svizzeri eran sotto la finestra, e ridevano,

e mi gettavano pomi.»[2]

Queste battaglie e le letture non erano i soli svaghi del selvatico

fanciullo, dice il Borgognoni: «e’ si teneva in casa e allevava

con grande amore una civetta, un falco e (imaginate!) anche un

lupacchiotto.» Ma il padre, cui tutto ciò non andava a genio, «un

bel giorno ammazzò il falco e regalò a un tale di Livorno il lupo.»

Giosue ne fu così addolorato, che «scappò di casa e passava le giornate

intere errando pei boschi in riva al mare e su pei colli cretacei.»[3]

Aveva intorno a dieci anni; e cominciò fin d’allora a sentirsi tentare

dalla smania di far versi; scrisse prima alcune ottave sulla presa di

Bolgheri, poi alcune terzine sulla morte di Cesare e un sonetto per la

morte della sua civetta. In questo tempo essendoglisi messa addosso

una febbre maremmana, che gli durò due anni, il padre (che stava

allora a Bolgheri), per vedere di guarirlo, lo mandò a Castagneto in

casa d’un collega. Qui Giosue, sentendosi pienamente libero, cominciò,

dice il Borgognoni, a farla da uomo; si legò in amicizia con un tale

Alessandro Scalzini repubblicano, e nella casa di lui spiegava ai molti

che accorrevano a sentirle, le poesie del Giusti, che allora andavano

attorno manoscritte. Fu richiamato a casa dal padre nel 1846; ma due

anni dopo, nella primavera del 1848, tutta la famiglia si trasferì a

Castagneto, e Giosue vi riprese la vita di prima. «Allorchè, scrive

il Borgognoni, fu affisso a Castagneto il bollettino che annunziava

lo statuto largito da Carlo Alberto, il Carducci ci scrisse sotto col

lapis:

Esecrato Carignano

Va il tuo nome in ogni gente,

con quanta approvazione dello Scalzini non è da chiedere. Seguì in

quei giorni una dimostrazione nel paese. Se non che non si vedeva bene

dove la dimostrazione andasse a parare. Allora il Carducci persuase lo

Scalzini e i suoi a levare il primo grido: _Abbasso tutti i re! viva la

repubblica!_ Lo Scalzini gridò, tutti gridarono: la dimostrazione era

riuscita.»[4]

*

* *

Intanto il padre, che, uomo libero e battagliero, come s’è detto,

avea preso parte fin dal principio ai moti del 1848, e tal parte

che ben presto la dimora di Bolgheri non gli parve più sicura per

lui, aveva trasportato le sue tende a Castagneto; ma anche qui non

potè durare lungamente. In quelli anni gli umori e le voglie erano

così diverse e divise, che un uomo poco prudente correva rischio

d’attaccare lite ad ogni momento. Dovè dunque l’anno dipoi, al tempo

del governo provvisorio del Guerrazzi, abbandonare anche Castagneto:

andò come medico _interino_ a Laiatico, ma ci stette ben poco,

costretto a fuggire dalla reazione moderata toscana, che ivi lo colse.

I contadini, dice il Borgognoni, lo costrinsero a baciare un busto in

gesso di Leopoldo II, e lo bastonarono anche, pare, un pochino. Egli

allora riparò a Firenze, dove avea parenti da parte della moglie,

dove gli era più facile passare inosservato, e dove poteva provvedere

meglio all’educazione dei figliuoli. Ben presto la famiglia andò

a raggiungerlo, e si allogarono in una povera casa in fondo di via

Romana, segnata del n. 1843. I figliuoli, che allora eran tre, Giosue

di 14 anni, Dante di 13, Valfredo di 8, furono subito messi alle Scuole

Pie.

Il corso classico secondario si compieva allora in tutte le scuole di

Toscana in sei anni; tre anni di grammatica (1ª, 2ª, 3ª grammatica), un

anno di umanità e due di retorica. Per quelli che volevano proseguire

gli studi, c’era un corso di scienze (filosofia, matematiche, fisica)

che durava un anno. Giosue fu inscritto nel maggio 1849 alla classe di

_umanità_, i due fratelli a classi inferiori. Era maestro di umanità

un Padre Michele Benetti, uomo colto e studiosissimo di Dante e dei

classici antichi, dei quali aveva, con un discorso a stampa, preso le

difese contro il Padre Ventura, che giudicava pericoloso lo studio

di essi nelle scuole. Non pare ch’ei facesse speciale attenzione al

Carducci: e si capisce; egli avea una classe di 62 scolari parecchio

indisciplinati; e il Carducci era stato da lui poco più di tre mesi.

Ma nei registri, che ancora si conservano, il maestro aveva notato che

il giovinetto era «assai bene istruito», e perciò fra gli scolari «da

passarsi», e che aveva tenuto una condotta _irreprensibile_.

Dei 62 scolari del Benetti soli 8 avevano in quell’anno ottenuto la

nota di _irreprensibile_; ed i 62 erano all’esame ridotti 43, avendone

il maestro dovuti espellere 8 e costringere altri a ritirarsi, per

gravi ragioni d’indisciplina. Ciò che dimostra, osserva il Padre E.

Pistelli, alla cui cortesia devo queste notizie,[5] che gli scolari

d’oggi non sono peggiori di quelli d’allora. «Io, soggiunge il

Pistelli, in 22 anni d’insegnamento ho dovuto espellere uno scolaro

solo.» Gli esami furono dati dal 21 al 31 agosto; e il Carducci

fu approvato con queste classificazioni: nei due latini scritti

_mediocre_, nella spiegazione a voce di Virgilio (_En._, l. V)

_ottimo_, nei precetti di letteratura _bene_, nella sfera armillare

_mediocre_, nella storia toscana _bene_.

«Da vecchio il Benetti, dice il Pistelli, parlava sempre dei suoi

scolari, e ne aveva avuti, a Firenze, a Cortona, a Siena nel Collegio

Tolomei, una infinità. Ma non ho memoria d’avergli sentito ricordar

mai il Carducci. Era uomo molto pio e scrupolosissimo, e forse non

ricordava volentieri chi in quegli anni era chiamato il cantore di

Satana.»

*

* *

Mentre Giosue stava per finire la scuola di _umanità_, il padre ebbe

per un momento l’idea di farlo entrare nel Liceo Militare e ne fece

domanda; ma poi, quale ne fosse la ragione, abbandonò quell’idea; e

terminate le vacanze scolastiche, il giovane riprese i suoi studi alle

Scuole Pie.[Vedi le note a pag. 434]

Il corso di retorica durava ordinariamente due anni, e il Carducci

li fece tutti due (1849-50, 1850-51). Era maestro il Padre Geremia

Barsottini, «anima ardente e, a quei giorni, liberale», dice il

Pistelli; un buono e brav’uomo davvero, dalla figura maestosa e

imponente, che contrastava in modo singolare con la sua faccia sempre

piena di sorriso e le sue maniere cortesi e carezzevoli. Era amato

e stimato, non pure dagli scolari, ma da tutta la cittadinanza; ebbe

fama di valente oratore; e di un suo volume di versi, un po’ rugiadosi

e sdolcinati, che piacevano molto alle signore, furono fatte più

edizioni. Pubblicò anche un’antologia omerica «Le bellezze d’Omero»,

e fu studioso dei classici; ma era e si mantenne sempre romantico.

Perciò il Carducci, che pure gli volle bene, non lo tenne mai per un

modello di insegnante; e perciò egli, per quanto sentisse l’ingegno del

Carducci, gli preferì il Nencioni, romantico come lui.

Nel primo anno di retorica il Carducci ebbe tra i condiscepoli Torquato

Gargani, ma non il Nencioni; il quale, per quanto appare dai registri,

fu con lui soltanto il secondo anno (1850-51).

Pel passaggio dal primo al secondo anno di retorica non c’erano esami.

Negli esami alla fine del secondo anno il Carducci fu approvato con

queste note: prosa italiana, _bene assai_; versione scritta dal latino,

_ottimo_; versione dal classico a voce, _bene_; versione scritta

dall’italiano in latino, _ottimo_; precetti, _ottimo_. L’esame di

greco, ch’era libero, il Carducci non lo diede. Se l’esame del Carducci

fu buono, quello del Nencioni fu migliore, avendo egli avuto la nota

di _ottimo_ anche nel latino orale, e di _bene_ nella prosa italiana,

senza l’_assai_, che attenua. Del qual fatto è, secondo il Pistelli, da

cercare la ragione nell’essere il Nencioni romantico come il maestro.

Non bisogna credere però che il buon Barsottini non avesse nei due

anni ch’ebbe sotto di sè il Carducci, misurato tutto il valore di lui.

Attesta il Pistelli nelle sue note di avere una sola volta parlato

del Carducci al Barsottini, quando questi era vecchio e malato; e il

Barsottini gli disse: «Ha mantenuto tutto quello che prometteva, ed era

tanto!»

Io poi ricordo. S’era negli anni fra il 1865 e il 1870: il Carducci,

venuto da Bologna a Firenze a passare alcuni giorni, era con me in

via Larga, non lungi da San Giovannino. A un tratto ci viene incontro

il Padre Barsottini, con la faccia illuminata da quel suo sorriso

gioviale, che pareva volere abbracciare e proteggere le persone

colle quali egli parlava. Si fermò, prese per le mani il Carducci, e

guardandolo affettuosamente, non senza un po’ di soggezione, gli disse:

«Bravo il mio Giosue, tu sei diventato un gran professorone.» Più che

nelle parole, c’era nel tuono della voce e in tutta l’espressione del

viso del buon frate la sodisfazione del maestro che diceva fra sè: Ed

io l’ho avuto scolare! Non parmi che il Carducci rispondesse con molta

espansione alla espansione del maestro; egli era allora la bestia nera

dei moderati toscani; e ciò lo metteva subito di cattivo umore tutte le

volte che s’incontrava con qualche toscano non dei pochissimi (cinque o

sei) suoi intimi. A me quell’incontro fece molto piacere; e ne serbai

viva memoria. Non credo che il Carducci abbia poi riveduto più il

Barsottini.

Per essere ammesso al corso di scienze il Carducci dovè l’anno appresso

(1851-52) dare un esame di aritmetica, nel quale fu approvato; e si

inscrisse alle lezioni di geometria, di fisica e di filosofia. Di

geometria e di filosofia era insegnante, o, come allora dicevano,

_lettore_, il Padre Celestino Zini, che fu più tardi direttore delle

Scuole Pie, e morì arcivescovo di Siena; di fisica, il Padre Filippo

Cecchi, che avea fin d’allora buon nome fra gli scienziati e che poi

s’acquistò fama per lavori importanti di meteorologia e di fisica. Nel

registro del Padre Zini il Carducci è notato _irreprensibile_ per la

condotta, _notabile_ per il profitto; ma nella colonna della frequenza

è scritto: «_quasi_ assiduo»: nell’esame fu approvato _a pieni voti

e pluralità di plauso_, come risulta dall’attestato che conservasi

nell’archivio della R. Scuola Normale Superiore di Pisa.[Vedi le note a

pag. 435]

Gli anni dal 1850 a tutto il 1852 furono i tre anni che il Nencioni

passò, come dice nel suo _Consule Planco_, «in continua compagnia, in

fraterna comunanza di studj e di affetti»[6] col Carducci.

Alla _quasi_ assidua frequenza alle lezioni di filosofia può servir

di commento il fatto accennato dal Borgognoni,[7] e confermatomi

dagli stessi Carducci e Nencioni, delle grandi passeggiate che i

due amici andavano a fare insieme pei colli di Firenze, saltando la

scuola. Anche mi raccontarono come essi, specialmente il Carducci,

per fare imbroncire il buon Padre Zini, lo aspettassero talora alla

porta dell’aula, quando usciva od entrava, e gli esprimessero la loro

ammirazione per la filosofia del Leopardi, dicendogli all’orecchio: —

Padre Zini, evviva il Leopardi. — Naturalmente il buon frate attribuiva

alla inesperienza e al bollor giovanile queste scappatelle, e pur

rimproverandole le compativa.

*

* *

«Quante cose, dice il Nencioni nello scritto che sopra ho citato,

potrei raccontare della vita domestica e scolastica del Carducci!»

Giacchè anche lui, come il Gargani, ci ha abbandonati innanzi tempo, e

a me non è dato supplire che in piccola parte alla copia di notizie che

loro avrebbero potuto dare sulla prima giovinezza dell’amico nostro,

riferirò qui due pagine dello scritto del Nencioni, note certamente a

molti, ma che tutti rileggeranno volentieri.

«Mi par di vederlo ancora, a scuola di retorica, un sabato che si

doveva spiegare qualche frammento di classico latino _ad libitum_,

escir dal suo posto, traversare impettito e fiero la scuola, e presso

la cattedra del maestro levarsi di tasca con meraviglia di tutti noi

un libriccino in carta pecora, un vecchio elzeviro, e cominciare a

leggere.... Era un Persio _senza note_. Stupore nella scolaresca, e

un certo imbarazzo nel nostro buono e bravo maestro, Padre Geremia

Barsottini. — Lesse, costruì, tradusse, commentò, franco, preciso,

sicuro, e se ne tornò al suo posto fra un silenzio d’ammirazione. —

Da quel giorno fu il dittatore della scuola. Lo vedo ancora arrivare

le mattine d’inverno quasi sempre in ritardo, in giacchetta di panno

turchino con bottoni d’ottone, con berrettino militare, senza paletot,

senza mantello, senza sciarpe, sfidando i geli, come Souvarow.

«L’adolescenza e la prima gioventù del Carducci sono state veramente

spartane: quelli anni così ridenti per tutti, furon per lui anni di

sacrifizj, di perseveranza, di lavoro ostinato, di dignitosi silenzi,

di nobili e alteri rifiuti. E conosco una povera casa in Firenze, in

fondo di via Romana, che fu testimone di giornaliere ignote lotte,

— consolate solo dalle pure gioje della poetica ispirazione, da

entusiasmi di ammirazioni artistiche, dalla lettura di qualche libro

prestato — povera casa dove il Carducci ha scritto i primi suoi versi,

le Odi oraziane, — e che a me ha insegnato più e meglio di tutti i

palazzi Strozzi e Farnese, che cosa sono le realtà e le idealità della

vita.

«Legato a lui fin d’allora di fraterna amicizia, gli procuravo dei

libri — ed ebbi così la fortuna di fargli conoscere alcuni poeti

stranieri, lo Schiller, fra gli altri, — e di italiani il Leopardi;

i cui Canti (vecchia edizione Piatti) da me prestati al Carducci,

destarono nel futuro poeta delle _Odi barbare_ un vero fanatismo.

Ricopiò, mi rammento, più della metà del volume; e il _Bruto Minore_,

e la _Saffo_, gli imparò subito a mente. — _Guido Mannering_ e altri

romanzi dello Scott, il _Guglielmo Tell_, alcune scene del _Fausto_,

lo colpirono vivamente fin d’allora: di Byron, a quel tempo, ammirava

più la vita che le poesie (è vero che lo leggeva tradotto in barbara

prosa). Lamartine non gli andò mai giù. Gli scritti clandestini di

Giuseppe Mazzini, che riceveva da un suo stretto parente, lo facevan

ruggire.... Anche l’_Ortis_ è un libro su cui l’ho visto fremere e

piangere.

«Cosa singolare! i libri di erudizione, particolarmente filologica,

erano per lui letture gradite, e avidamente cercate, quasi quanto

i poeti. Mi ricordo che dopo avere nitidamente trascritto, con una

diligenza da benedettino, le sue imitazioni da Orazio — una quarantina

di _odi_, di cui due solamente sono restate negli _Juvenilia_, — egli

cedè volentieri il volumetto manoscritto, in baratto con una vecchia

edizione del _Malmantile_ annotato dal Biscioni, e tornò a casa

glorioso e trionfante col grosso polveroso volume, prezioso per lui più

per le note erudite che per l’arguto testo fiorentino.»

A proposito della sua passione pei libri il Nencioni mi raccontò che il

giorno che egli riuscì ad avere, non so se comperate o donategli, le

poesie del Foscolo, per le quali spasimava da lungo tempo, tornando a

casa, salì in ginocchione la scala che dall’uscio di strada conduceva

diritta al povero quartiere, e giunto nella stanza dov’era sua madre,

presentatole il libro, volle s’inginocchiasse a baciarlo. La mattina

di poi, quando il Gargani andò da lui, lo trovò non ancora finito

di vestire, che gli veniva incontro, e lì in cima alla scala, senza

lasciarlo entrare, gli lesse ad alta voce, commentando con le sue

ammirazioni, una gran parte dei _Sepolcri_.

*

* *

Nell’anno 1852, mentre _studiava, o a dir meglio_ (sono sue parole)

_non studiava affatto filosofia dagli Scolopii_, il Carducci _fece

il primo passo verso il numero dei più, cioè degli uomini stampati_.

«Lo feci presto, dice, e da buon italiano, con un sonetto, un sonetto

d’occasione, e quale occasione! per i coristi del Teatro di Borgo

Ognissanti, o salvo il vero, della Piazza Vecchia.... Stavo vicino di

casa in via Romana con Emilio Torelli stampatore, e già dei fedeli, dei

veramente e onestamente fedeli, di F. D. Guerrazzi. Egli mi chiese il

sonetto. Come dir di no a un democratico del ’48, che aveva tale una

franca impostatura tra di soldato e di ciompo (egli fu capitano dei

municipali, e sua madre era piemontese), e portava sempre uno smisurato

cappello o di felpa o di paglia, all’ombra delle cui grandi ale poteva

riparare una cospirazione? Diedi il sonetto; e fu stampato, anonimo.

Non me ne ricordo, ma ci doveva essere qualche frase di Armonide

Elideo, o, meno arcadicamente, d’Angelo Mazza.

«Il vero primo passo per altro, e questo con la ferma intenzione di

peccare, solamente non seguìta dall’effetto, lo avevo mosso qualche

mese innanzi. In quegli anni io scrivevo sempre: ammiravo il bello

da per tutto, cioè non capivo nulla. Ebbi in una giornata di luglio

il coraggio di mettere assieme in tutti i metri che mi corsero per la

testa (nessun barbaro: allora, al più, rifacevo alcaiche sul modello

del Fantoni) una novella romantica. L’intitolai _Amore e Morte_. C’era

dentro un po’ di tutto — un torneo in Provenza — e il rapimento della

regina del torneo fatto da un cavaliere italiano vincitore — e una

fuga con dialoghi al lume di luna tra gli abeti — e il fratello della

vergine non più vergine che raggiungeva gli amanti in Napoli — e un

duello — e la morte del vago — e la monacazione della vaga — e un

successivo impazzamento — e l’annessa morte dopo la confessione in

Endecasillabi

Catullïani

Dolci per facili

Modi toscani.

(ROSSETTI, _Veggente in solitudine_.)

. . . . . . .

Ricordo.... due strofe, quando la regina del torneo posava una

ghirlanda su ’l capo del vincitore, che s’era tratto l’elmo:

Qui la bella di Tolosa

Del baron gli occhi fisò,

Poi tremante e vergognosa

Chinò gli occhi e sospirò.

Ma una fiamma al roseo volto,

Una fiamma le salì

Quando il nero crin disciolto

Fra le dita errar sentì.

«Finita che ebbi la novella verso le quattro di sera, e il caldo era

grande (come scrivevano i vecchi cronisti), pensai a farla stampare.

Perchè no? Leggevo stampati tutti i giorni tanti versi che mi parevano

peggio dei miei. L’abate Stefano Fioretti pistoiese compilava allora

certo foglio teatrale e letterario, intitolato non ricordo più se

l’_Arpa_ o il _Liuto_ o il _Trovatore_ o il _Menestrello_, o quale

altro de’ nomi d’oggetti di spogliatoio melodrammatico che usavano

ancora su quegli sgoccioli del romanticismo. Mi manca il tempo e la

serenità dell’animo a raccogliere e rendere i tratti di ciò ch’era

allora l’abate toscano: non prete del tutto, ma nè men secolare: molto

arcadicamente o romanticamente letterato: il cappello lungo; cravattina

simulante il collare sotto al solino imbiancato co ’l turchinetto;

abito moderatamente talare tenuto aperto per lasciar vedere una

catenella d’argento a mezzo la sottoveste abbottonata fin molto in

su; tutto in nero, s’intende; nero ed argento; in argento legate

possibilmente le lenti, pomo d’argento o d’altro metallo biancheggiante

nella canna d’India; infine andatura un po’ solenne, ma con passi di

minuetto e naso all’aria. Il Fioretti del resto era persona piacente,

e galantuomo, e buon compagno: aveva l’ufficio del giornale in un de’

vicoli che rameggiano da via Calzaioli. Salgo le scale con grande

trepidazione; il direttore non c’era, c’era la governante, o la

cameriera, o la nipote; non so in somma che cosa fosse precisamente. Il

che mi piacque, non mica per la cameriera o governante o nipote — che

era del resto un bel pezzo di ragazza, tipo fiorentino del Ghirlandaio

un po’ volgarizzato — ma io, figuratevi, ero troppo fresco dell’_Amore

e Morte_ e della mia creazione di Gilda. Mi piacque perchè così potei

scrivere una lettera al direttore (a parlare mi sarei imbrogliato), con

la quale gli lasciavo e raccomandavo la mia novella: sarei tornato il

giorno dopo per la risposta. Tornai; e il piacente abate con squisita

cortesia mi fece capire che la mia novella era troppo lunga e troppo

letteraria per un foglio come il suo.

«Rividi poi, circa il 59, e più volte, l’abate Fioretti; e finimmo

buoni amici. Mi dava o mi mandava certe sue cantate storiche. Una mi

ricordo: _Gli Orti Oricellari a tempo dell’ultima cacciata dei Medici

da Firenze_, fu musicata dal Mabellini per i parentali a Niccolò

Machiavelli celebrati in Pistoia la sera del 26 luglio 1863. E me ne

ricordo un’aria a più voci tra Palla Rucellai, il Machiavelli figliolo

e Zanobi Buondelmonti.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 6 / 98 题