PROEMIO.

Feci la conoscenza personale del Carducci nell’estate del 1855. Lo

avea veduto tre anni avanti a San Giovannino delle Scuole Pie alle

lezioni di filosofia, dove andavo qualche volta benchè avessi terminati

l’anno innanzi gli studi. Egli entrò ch’era già cominciata la lezione,

entrò con passo ardito e franco e con la testa alta, e andò a mettersi

al suo posto nei gradi più bassi dell’anfiteatro. Io aveva sentito

parlare di lui con ammirazione dai suoi compagni di scuola, da alcuno

dei quali ebbi copia di qualche sua poesia, che mi parve molto bella.

Più tardi uno di quelli stessi compagni mi diede a leggere manoscritta

la canzone su Dante che il Carducci aveva composta nel 1854 per una

Accademia delle Scuole Pie, della quale dovrò parlare più avanti.

La canzone avea fatto un po’ di chiasso, specie fra i giovani, e ne

corsero delle copie manoscritte, una delle quali appunto fu data a

me. Io ne restai vivamente ammirato, e me ne crebbe il desiderio, che

già avevo, di conoscere di persona l’autore. Avevo fatta da poco la

conoscenza di Enrico Nencioni, stato condiscepolo del Carducci alla

scuola di retorica del Padre Barsottini, e suo amicissimo. Esposi

a lui il mio desiderio, ch’egli fu lieto di sodisfare. Il Carducci

faceva allora il secondo anno di studi alla Scuola Normale Superiore

di Pisa; ma veniva spesso nei giorni di vacanza a Firenze, dove aveva

parenti, presso alcuno dei quali andava ad alloggiare. Quando lo andai

a trovare in compagnia del Nencioni, egli abitava presso una zia, in

via Borgognissanti. Andammo di mattina (era di domenica) fra le nove e

le dieci. Egli era prevenuto, sapeva che io era un grande ammiratore,

anzi adoratore, del Leopardi, che amavo i classici, che facevo dei

versi, che ammiravo grandemente i suoi. Ci venne incontro in maniche di

camicia; ci demmo subito del tu, come s’usa fra giovani, si cominciò

a parlare di letteratura, si parlò del Leopardi, del Giordani; io

gli chiesi qualche cosa di suo, egli mi trascrisse lì per lì sopra un

grande foglio di carta gli ultimi due sonetti da lui composti, quello

che comincia _Poi che mal questa sonnacchiosa etade_ e l’altro _Ai

sepolcri dei grandi italiani in Santa Croce_; dopo di che ci lasciammo,

ed io me ne tornai lieto e contento come se portassi meco un tesoro.

Ci rivedemmo qualche volta nei giorni appresso in compagnia del

Nencioni, di Ottaviano Targioni Tozzetti, di Giulio Cavaciocchi e di

altri amici del Carducci e del Nencioni, che diventarono anche amici

miei. Egli tornò indi a poco a Pisa, poi andò a passare le vacanze

autunnali in famiglia a Pian Castagnaio, dove suo padre era medico

condotto; io dovei per ragione d’impiego andare ad Arezzo, dove stetti

fino ai primi del 1856. Avevamo promesso di scriverci: io fui il primo;

egli mi rispose da Pian Castagnaio il 4 settembre 1855, dicendomi

che là infieriva il colèra (il quale infieriva pure ad Arezzo), e

che aveva dovuto lasciare gli studi per curare gli ammalati. Fino dai

primi casi egli con un suo fratello ed altri due giovani senesi avean

prestato volontari l’opera loro; in seguito di che il Municipio aveva

composto di essi e di altri tre una commissione di assistenza gratuita,

incaricando lui della direzione.[Vedi note pag. 433]

Al riaprirsi dell’anno accademico 1855-56 il Carducci tornò alla Scuola

Normale; io ai primi del 1856 tornai, come ho accennato, a Firenze.

D’allora in poi le mie relazioni con lui e cogli altri amici fiorentini

furono continue, quasi giornaliere. Ma prima di proseguire, sarà buono

dire qualche cosa della infanzia e della prima giovinezza del poeta.

Il che farò, lasciando quanto più è possibile la parola a lui stesso,

e giovandomi delle testimonianze altrui. A questa parte della Vita

saranno dedicati i due primi capitoli: di ciò che narrerò negli altri

fui testimone io stesso. E poichè l’antica amicizia ha mantenuto fra

noi una corrispondenza epistolare che va senza interruzione dall’anno

1855 a questo in cui scrivo, attingerò, oltre che dalla memoria, da

questa specie di domestico archivio ciò che mi parrà conferir meglio a

delineare viva e vera la figura dell’uomo e dello scrittore.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 5 / 98 题