IX.

Tratti orografici della Persia occidentale. — Aridità del paese. — Modi

di irrigazione. — Carattere della vegetazione. — Agricoltura persiana.

— Mulini e villaggi. — Combustibile e viveri. — Clima. — La vita nelle

steppe.

La massima parte della Persia è costituita da un sistema di altipiani

collegati colla grande regione centrale del deserto salato, come

propagini irregolari che da questo grande deserto tutt’all’ingiro

si espandono negli spazj rimasti fra i gruppi di monti, i loro

contraforti, e le diramazioni di questi. Nella parte che abbiamo

percorsa, estremo lembo occidentale di quell’immensa regione, compreso

fra le provincie Caspiche, l’Armenia ed il Kurdistan, si può osservare,

nella distribuzione delle montagne e degli altipiani, un certo ordine

predominante. Volendo ora esprimere la cosa in termini assai generali,

si può dire, che la via dall’Armenia russa a Teheran segue una serie

di piccoli altipiani successivi, a gradinate, limitati lateralmente

da due principali sistemi di monti, e rotta da sbarre trasversali, che

formano precisamente i limiti de’ gradini. I confini naturali di questa

regione della Persia, que’ confini che sono tracciati dalle linee di

separazione delle aque, sono a maggior distanza, e veramente si devono

fissare, al lato est e nord, nella linea della Catena contornante il

gran bacino del Caspio, nel Bagrukuh, nel Mokaleschkuh, nell’Elburz; al

sud-ovest nella linea congiungente le scaturigini dei varj confluenti

del Tigri. Lo spazio compreso fra queste due estreme linee laterali,

può considerarsi come un’unità geografica omogenea; è un sistema

di altipiani aridissimi, suddiviso e intersecato dalle numerose

diramazioni di altri monti, nella distribuzione de’ quali si può vedere

ancora una certa regolarità. Un sistema di cui i punti culminanti sono

l’Ararat, il Sahand, e l’Elavund, attraversa longitudinalmente questa

regione della Persia, press’a poco paralella al suo limite occidentale,

e per un certo tratto della sua lunghezza, separa le aque defluenti al

Caspio, da quella che si versano nel gran lago salato di Urmia. Una

grande sbarra, che è un prolungamento dell’Antitauro, taglia questa

regione di traverso, nella direzione prossima di un circolo paralello,

e concorre a formare il limite sud del bacino dell’Arasse; questa

sbarra si estende dal Maschukkuh al gran cono del Savalan. Più al

mezzogiorno una seconda sbarra montuosa è quella formata dal Kaplankuh

e dall’Agdagh, che separa l’Aserbeidjan dall’Irak. Ancora più al sud la

via battuta passa a ridosso di un’altra sbarra trasversale così poco

sporgente da esser appena sensibile; quella che separa le aque del

Zendjanrud da quelle dall’Abhar. Lo stampo di queste grandi divisioni

è pure seguito dagli scompartimenti secondarj interni. Il viaggiatore

il quale per Erivan, Marend, Tauris, Mianeh, si dirige a Teheran, trova

che il suo cammino è per valli longitudinali comprese fra due catene;

quella a sinistra, piuttosto regolare e continua, quella a destra,

or più or meno discosta, irregolare e spezzata. Al piede di queste

due catene laterali, e ad esse parallele, scorrono, come antemurali,

colline per alcuni tratti interrotte, per maggiori tratti continue, e

dalle quali di quando in quando si distaccano piccoli contraforti che

si perdono subito nel piano.

Per renderci ragione della particolare fisionomia del paese, è d’uopo

ora che ci facciamo un’idea della particolare condizione delle sue

montagne, e sovratutto della lunga catena che lo separa del bacino

del Caspio. La catena che dal Bagrukuh si continua nell’Elburz,

aperta soltanto per dar passaggio al Sefidrud, e che circoscrive

all’oriente ed a settentrione la Persia occidentale, non presenta nella

distribuzione de’ suoi rami laterali quell’ordine che in generale

si osserva nelle altre grandi catene del globo, non siegue quella

conformazione tipica, la quale si esprime così chiaramente per mezzo

del paragone colla spina dorsale di un pesce. Essa rivolge verso

gli altipiani dell’Aserbeidjan e dell’Irak, non già una successione

di valli trasversali aperte, ma una serie di muraglie continue

longitudinali, che limitano valli secondarie pure longitudinali,

versanti le loro aque dal lato opposto della catena principale, dal

qual lato soltanto scendono, per la china di numerose valli trasverse,

rivoli e fiumicelli alpini, che dopo breve tragitto vanno a farsi

inghiottire nel Caspio. Quasi tutte le aque di questa grande catena che

dal Bagrukuh si prolunga nell’Elburz, si versano fuori del gran sistema

di altipiani della Persia occidentale, ed ecco la principiale e per sè

medesima evidente causa dell’estrema aridità di questo immenso paese. I

venti continui, gli ardori estivi, una siccità regolarmente continuata

per sei lunghi mesi dell’anno, fanno il resto.

È difficile il trasfonder in chi non l’ha aquistato co’ suoi proprj

occhi un concetto adequato della tristezza, della desolazione di

questo paese; tanto più difficile in quanto che si ha da vincere la

prevenzione dell’antica potenza della Persia, dell’idea di grandezza

e di sfarzo che ciecamente è in noi associata alla parola geografica

_Oriente_. I piani, le colline, le montagne, tutto è sterile,

aridissimo, tristamente monotono da Erivan a Teheran, e questo ancora

non è che l’anticamera del deserto! Grigio è il terreno, uniformemente

costituito da tritume marnoso: grigio è il verde delle erbaccie che

uniformemente lo rivestono, rare, ispide, spinose, crepitanti sotto i

passi, senza un albero, senza un arboscello; grigie del color naturale

della loro sostanza che è il fango delle steppe, sono que’ gruppi

di topinaje cadenti e corrose che hanno nome di villaggi. Non v’ha

conforto allo sguardo che nelle macchie verdeggianti disseminate qua

e là, rare e distanti nello sterminato miserissimo fondo generale del

quadro, oasi disseminate nel deserto, laddove qualche zampillo d’aqua,

qualche fiumicello permetta la coltura del terreno e lo sviluppo

della vegetazione arborea. E qui si vede la lotta industre, pertinace,

mirabile, de’ Persiani contro una ribelle natura. Il terreno, per la

sua composizione minerale, sarebbe dapertutto attissimo alla coltura;

e la causa perenne, costante, indomabile, della sua sterilità, è il

difetto d’aqua. Fra i pochi fiumi che hanno un nome nella geografia

della Persia, pochi ancora sono quelli che meritano questo onore; ed

anzi, sulla strada che abbiamo percorsa, di tali non trovammo che i più

grossi affluenti del Sefidrud: gli altri sono poveri rigagnoli che,

dilatati e decomposti fra le ineguaglianze d’un letto sassoso, vanno

a perdersi fra le ghiaje del deserto, per di più soggetti a grandi

magre estive. Tutti scorrono generalmente in solchi troppo profondi

per poterne derivare canali alla coltivazione delle steppe; e tuttavia

lunghi serpeggiamenti di verzura, spiccanti fra il tetro colore del

paese, segnano all’occhio del viaggiatore il corso naturale di queste

aque. Ove il loro letto si dilati alquanto, là, raccolte e governate

in canaletti, ristagnano in risaje, o circoscrivono e fecondano campi,

giardini, ombrosi boschetti.

Nell’economia delle aque, il povero agricoltore persiano, avrebbe

ben poco da imparare dagli stessi più industriosi popoli d’Europa.

Torturato e spremuto da rapaci esattori, inaffia di sudore i solchi

della messe non sua, e con opera dura, paziente, eppure spesso delusa,

va raccogliendo di lontano il tesoro sotterraneo di qualche venuccia

d’aqua, a magro compenso di quella che il cielo gli rifiuta e che

l’arso terreno gli chiede inesorabilmente.

Fin da’ primi nostri passi nelle steppe della Persia dovetti fare

attenzione a certi cumuli di terra di forma conica, aventi alla

sommità una sorta di cratere, in molti ostrutto, in altri aperto, come

la bocca di un profondo pozzo, allineati in lungo ordine perdentesi

nell’orizzonte. Ognuna di queste linee di coni, non male rassomiglianti

a colossali _talpiere_, dalle radici dei monti si protende nel piano,

e segna la direzione di un canale sotterraneo, che raccoglie le poche

filtrazioni profonde per comporne un canaletto, il quale infine,

sgorgando dall’estremo cumulo come da un antro, si versa direttamente

sui vicini campi. I coni stessi non sono altro che materiale gettato

fuori di tratto in tratto, onde aprire sotterra un corso all’aqua.

In alcuni luoghi ho visto lavoratori intenti a questi scavi, traendo

coll’argano dalla bocca dei pozzi il materiale che altri, educato

alla scuola delle talpe, andava mano mano esportando nel progresso

sotterraneo. La profondità della scarsa vena dell’aqua, e la rozzezza

degli strumenti di lavoro alla quale supplisce la pazienza dei

Persiani, sembrano le cause che fanno ai Persiani preferire questo

sistema a quello dei canali aperti. Queste linee di coni che si

incontrano di quando in quando negli altipiani della Persia, terminano,

come ho detto, ad un antro, dal quale esce un rivoletto d’aqua limpida

e fresca. Qualche volta questo rivoletto si versa in un piccolo stagno

artificiale, circondato di salici, e dal quale l’aqua si diparte per

varj rami alle campagne circostanti. Da questi canali artificiali

dipende la vita dei poveri villaggi sparsi nelle steppe, lontani da

corsi di aque naturali. Che se, come pure accade, la vena dell’aqua

accumulata a sì gravi stenti e con sì pertinace lavoro, venga a mancare

col tempo, ed il canale sotterraneo si renda asciutto, la misera

popolazione del villaggio è obligata a trasportar altrove i suoi

penati. Noi abbiamo infatti incontrato sul nostro cammino più di un

villaggio affatto deserto e rovinato per siffatta cagione.

Io non so veramente se alcuno non abbia mai suggerito ai Persiani un

altro sistema assai più razionale, e che potrebbe cambiare affatto

la condizione di intere provincia; voglio dire lo scavo di pozzi

artesiani. Quanto si può scorgere nella direzione dei rilievi e degli

avvallamenti dell’Elburz, nella disposizione delle roccie stratificate

a’ piedi delle cime nevose di questa catena, infonde le più legitime

speranze sulla riescita d’una simile impresa. L’esempio che fu coronato

d’un così prospero successo nel Sahara algerino, non potrebbe andar

a vuoto nelle steppe della Persia, e qui centuplicherebbe da sè per

quell’intelligeuza, quella destrezza, quella ostinazione al lavoro che

rende i persiani così superiori ai turchi ed agli arabi.

La vegetazione rada e stentata che dalle steppe degli altipiani, si

continua sul dosso arrotondato delle colline e ne’ ritagli fra le nude

roccie a’ piè delle montagne, ritrae il suo particolare carattere da

alcune forme predominanti di piante, fra le quali devonsi annoverare

in prima linea specie di cinaree (_Carduus, Cousinia, Cirsium,

Centauræa_), di salsole, di astragali, di senecionidee (_Achillæum,

Pyrethrum, Artemisia_), di euforbie, di edisaree (_Onobrychis,

Athagi_), di asfodelee, di silene e di lepidii. Non un albero, non

un arboscello nè al piano nè al monte! L’impressione non fugace ma

costante e ponderata che ha produtto in me l’aspetto generale del

paese percorso, è questa; non trovarsi per sì grande estensione,

fin dove l’occhio può giungere, un solo albero che non sia piantato

dall’uomo. A mio senso questa espressione può esser presa alla lettera,

ed è giustificata dalla disposizione sempre visibilmente artificiale

degli alberi stessi. Dapertutto, ove l’uomo ha trovato un po’ d’aqua,

elemento di che la natura è stata così avara all’Asia occidentale,

alla desolazione della steppa succede la più florida vegetazione. Quasi

ogni villaggio è ombreggiato da alberi fronzuti, addensati, in filari,

in boschetti, ora all’aperto ora nei chiusi, è circondato da frutteti

arruffati ma rigogliosi, da ajuole verdeggianti, da campi ubertosi,

bruscamente contornati nel deserto. Gli alberi che maggiormente

abbondano sono i pioppi, i salici ed i platani, e tra i fruttiferi, i

gelsi, i pomi, i ciliegi, i pruni, gli albicocchi, i cui rami cadenti

al peso delle frutta mature, trovammo quasi dovunque traboccare e

pendere all’infuori de’ muricciuoli di fango che ricingono i giardini.

Una pianta estesamente cultivata è pure l’_Eleagnus hortensis_, il

cui frutto farinoso, rassomigliante ad una giuggiola, vedesi in gran

copia ne’ _bazar_, col nome di _ssedschit_. Lungo il letto dei fiumi

si cultiva il riso, ne’ campi raramente il sesamo, più communemente

il ricino, ma per assai maggior estensione il frumento e l’orzo; e

quest’ultimo serve di principale foraggio ai cavalli. A tal fine,

l’orzo mietuto è sul campo stesso tagliuzzato da grandi coltelli

circolari, giranti sul loro asse messo in moto da cavalli, dopo di

che, raccolto fra reti di corda, si porta all’abitazione. Altre piante

diffusamente cultivate in Persia, sono i poponi e specialmente i

cocomeri; ma questa cultivazione richiede un terreno bene innaffiato. I

cocomeri sono uno de’ principali prodotti di questo paese non solo, ma

anche delle provincie caspiche della Russia, ed è veramente incredibile

il consumo che ne viene fatto. Si può dire che per tre mesi dell’anno,

il nutrimento principale de’ Persiani consiste di questo frutto, assai

più succulento e dolce che in Europa, ed il quale dappertutto si trova

in gran copia ed a prezzo vilissimo.

I Persiani sono ghiotti di frutta zuccherine; i loro mercati ne

rigurgitano, e sì grande è le loro abondanza in alcuni luoghi, che

se ne lascia perfino infracidire una gran parte sul terreno. Le

piantagioni di gelsi, relativamente rare in questa parte della Persia

ch’è al sud dell’Elburz, non danno altro produtto che nei frutti,

essi pure assai più dolci che fra noi. Si cultiva anche la vite, ma

questa soltanto presso la città od i più grossi villaggi, ed in modo

affatto particolare, imposto dalle condizioni del clima e dalla penuria

assoluta di legno da pali. I ceppi della pianta sono allineati in

aperta campagna sulle scarpe di grandi solchi irrigati con gran cura,

ed i tralci si estendono liberamente sul terreno a guisa delle zucche.

L’uva che se ne raccoglie è della più bella e della più gustosa che dar

si possa, affatto immune da ogni traccia di crittogama (_Ooidium_),

mentre ne sodo invasi, fino alla completa distruzione dei grappoli

anche in questo paese, i rari pergolati dei giardini. Non si fa vino

in Persia che in assai scarsa quantità, e dai soli Armeni, e questo

vino, forte, disaggradevole, non conviene a palati europei, apprezzanti

appena, ed allora come cosa eletta, quello rinomatissimo di Schiraz.

Da quando in quando, lungo i pochi e miseri fiumi della Persia, si

incontrano mulini, i quali sono di uno stile tutto particolare. Si

presentano come casipole con mura di sassi quasi senza cemento, erbosi

per l’umidità naturale del luogo; di forma prismatica quadrata, senza

finestre, con una sola porticina d’accesso. L’aqua vi è condotta per un

piccolo canale di legno che trapassa nel suo mezzo il tetto, formando

con questo un angolo di circa 45.° Nulla traspare dal di fuori del

mecanismo della macina. Si può facilmente vedere quanto debba costare

ai Persiani il trasporto del grano da’ sili di sua produzione, talvolta

per distanze enormi, ai pochi mulini qua e là disseminati; sì pochi da

non comprendersi come mai possano bastare ai bisogni della popolazione.

Ma ciò che si comprende ancora meno si è come nessuno abbia mai

pensato a rivolgere al servizio de’ mulini un altro motore naturale,

costantemente attivo per tutta l’estensione del paese, voglio dire i

venti che soffiano senza posa.

I villaggi sono labirinti di muricciuoli di fango, dai quali appena

sporgono gli alberi de’ giardini, e le miserabili abitazioni interne,

costrutte dal medesimo materiale, fango, con tettoje piane, che

nelle notti estive, servono di letto. La struttura di questi sucidi

tugurj è studiata in modo da fare il massimo risparmio possibile di

legno e di ferro, da escluderli quasi affatto; quindi le porte e le

finestre sono misurate per numero e per dimensioni al più stretto

bisogno. È inutile il ripetere che le finestre sono tutte rivolte ne’

cortiletti interni o nei giardini. Ad una certa distanza i villaggi

passerebbero inosservati, confusi col colore generale del terreno, ove

la loro presenza non fosse invece tanto chiaramente indicata dalle

piantagioni d’alberi. La grande scarsità di combustibile, fa sì che

il cemento calcareo ed i mattoni cotti siano cose di lusso, fin nelle

città, riserbate ai bazar ed alle moschee. Una strana singolarità è

pur questa, che mentre in Europa i villaggi più floridi sono lungo

le principali vie di communicazione, in Persia è perfettamente il

contrario. Lungo quelle linee, che si dicono strade principali, perchè

più battute dai viandanti, i villaggi hanno in generale l’aspetto della

più squallida miseria, mentre negli angoli più segregati da queste

linee, si trovano i villaggi più popolosi e fiorenti, per quanto la

floridezza è conciliabile colla natura del paese. La ragione di questa

dissonanza è semplicissima. Le vie delle caravane sono pur quelle più

frequentemente battute dalle truppe, dai numerosi cortei dello Schah e

de’ grandi personaggi, i quali, lungi dal lasciare sul loro passaggio

i benefizi del commercio e della vita sociale, impongono ai villaggi

contribuzioni gravissime. È anzi costume, quando lo Schah onora

della sua augusta presenza le provincie del suo vasto impero, che gli

anziani dei villaggi, prossimi al supposto suo cammino, gli si rechino

incontro con offerte anticipate e spontanee, e con felicitazioni di un

prospero viaggio contenenti l’implicito voto che i villaggi, de’ quali

sono rappresentanti, siano risparmiati. Noi stessi non siamo sicuri

di non aver portato con noi qualche piccolo carico di imprecazioni

dai villaggi ove il nostro _mehmendar_ doveva fare le proviste per la

nostra caravana. Rimando ad altra occasione qualche aneddoto curioso su

questa materia.

La povertà estrema della vegetazione arborea, relativamente

all’estensione del paese, toglie si può dire affatto l’uso della legna

come combustibile, ed obliga i Persiani a rivolgere a tal uso lo sterco

de’ cameli e de’ bovini. Veramente questa industria è commune alla

massima parte dell’Asia occidentale, ed all’Egitto, anche in provincie

ove non sarebbe tanto strettamente imposta dalla necessità. A tal fine

lo sterco, commisto collo strame fracido delle stalle, è impastato

a mano sotto la forma di larghe focaccie, e queste sono distese ad

essiccare sulle aje dei villaggi, e perfino, a crescerne l’ornamento,

sui muri delle abitazioni: al qual lavoro attendono particolarmente le

donne. Mi fu assicurato che tal sorta di combustibile dà buon fuoco. In

pochi luoghi soltanto, come, per esempio a Tauris, si accatasta legna

da ardere, e quasi esclusivamente per uso dei pochi Europei che vi

hanno stanza. La somministrazione della legna al consumo giornaliero

nella cucina, non doveva essere la minore delle cure di chi provedeva

ai bisogni della nostra caravana.

Malgrado le tanto sfavorevoli condizioni fisiche della Persia, il tenue

prezzo del lavoro e l’abondanza del bestiame, fanno sì che le derrate

di prima necessità per la vita materiale vi abondino, e siano a prezzi

molto più miti che in Europa. Frutta, riso, pane, polli, montoni, si

trovano ad ogni villaggio di qualche entità, a poco danaro ed in copia.

Il pane è sotto forma di grandi fogli che si fanno cuocere prestamente

e male, impastandoli sulle pareti dei forni, e si pongono in vendita

ne’ bazar su grandi piani inclinati, irti di chiodi. Questi fogli ci

hanno le tante volte servito di tovagliolo, di piatto e di cibo nel

tempo medesimo.

Le esposte condizioni naturali del paese, la sua latitudine, la sua

altezza sul livello del mare, rendono ragione del suo clima. L’inverno

è lungo, rigidissimo nella parte più elevata, appena raddolcentesi alla

posizione di Teheran; e gli abitanti ne approfittano per ammassare

provigioni di ghiaccio; conforto inestimabile a chi, al pari di noi,

viaggia la Persia nei mesi più caldi dell’anno. La breve primavera

è caratterizzata dalle pioggie, il cui benefizio però è rapidamente

disperso dai venti, i quali alla loro volta rattemperano gli effetti

de’ raggi solari in estate, e rendono le notti sarei per dire fredde.

Chi percorre queste contrade nella bella stagione non deve tanto

premunirsi contro il caldo estivo, inferiore alle communi prevenzioni,

quanto contro i salti giornalieri di temperatura, come quello,

per esempio, che accadde a noi di provare, passando da un mattino

sufficientemente fresco, ad un calore meridiano di 34° R. all’ombra. I

venti e il debole potere irradiante del terreno fanno sì che, malgrado

la serenità delle notti, la rugiada sia insensibile, e non dia compenso

alcuno alla vegetazione della mancanza completa della pioggia durante

la stagione estiva. Questa lunga, costante arsura, ed il carattere mite

delle pioggie in primavera ed in autunno, sono appunto tali condizioni

naturali da permettere ai Persiani di costruire le loro case in fango

che altrimenti, all’impeto delle pioggie temporalesche sarebbero in

breve tempo stemperate. Uno spettacolo, si può dir quotidiano, che

l’aridissimo terreno delle steppe percosso da’ cocenti raggi solari

produceva al nostro sguardo, era la fata morgana, spesse volte di

effetto sorprendente.

Rimettendo a miglior occasione le cose da me osservate sulla fauna

della Persia occidentale, vorrei pure dare un po’ di maggior effetto

all’abbozzo che ho rapidamente tracciato della fisonomia del paese,

coll’aggiungervi qualche macchietta caratteristica di esseri animati.

Il silenzio e la quiete del deserto regnano nelle steppe, ed i pochi

animali che vi si incontrano, per la mutezza e pel colore, armonizzano

con quella squallida natura. Il grigio terreo di varie gradazioni,

ora uniforme, ora screziato, è il color generale del loro vestito;

un colore che, volendo poetizzare la frase, direbbesi il colore della

steppa. Scarsissimi sono i mammiferi naturali a questi luoghi: appena

qua e là, stando in agguato, si può vedere qualche spermofilo, qualche

criceto, muovere cauti passi attorno alla sua tana, o nelle prime ore

del matino sorprendere ancora qualche topo saltante _(Dipus)_. Poche

specie di uccelli sono i principali animatori di queste apriche e

sterili lande; e sono specie appartenenti ai due generi delle massajòle

_(Saxicola)_ e delle alcate, o pernici del deserto _(Pterocles)_.

Dapertutto, non appena il sole scaldi il terreno, guizzano come folgori

fra le erbaccie singolari forme di lucertole (_Eremias, Ophiops, Agama,

Phrynocephalus_). Se a questo elenco aggiungiamo la locuste, di poche

specie ma in numero strabocchevole di individui, avremo bastantemente

compiuta l’idea generale del regno delle steppe. La scena è alquanto

più animata alle falde dei monti, da lepri, da qualche branco di capre

selvatiche, da pernici, da grossi lucertoni (_Stellio_), e fra gli

scogli il silenzio è rotto dal sommesso sibilo degli ortolani, e dalla

sonora nota del peciotto di Siria. Presso i terreni cultivati, presso

i boschetti ed i frutteti de’ villaggi, anche la vita animale spiega

d’improviso un carattere affatto differente, nella maggior varietà

delle forme ed eleganza de’ colori. Da queste oasi tutt’all’ingiro

roteano per l’aria sciami innumerevoli di storni rosei, e colombi e

vespieri e gazze marine: ogni passo ne’ campi fa svolazzare branchi di

allodole e di calandre: varie specie di falchi si concentrano pure in

questi luoghi, ove la preda è ad essi più abondante e più facile.

Numeroso è il grosso bestiame domestico in Persia, e per quella che

Darwin ha chiamato elezione naturale, le sue diverse razze si sono

perfettamente accomodate al carattere generale del paese. Il loro

stomaco ha imparato a digerire anche il fusto legnoso delle erbe

delle steppe, e così alla mancanza di pingui pascoli supplisce la

sterminata estensione de’ magri. Queste razze sono le medesime delle

quali ho fatto cenno parlando della Georgia; ed anche qui prevalgono

numericamente le pecore dalla coda adiposa, che formano la base del

nutrimento animale per tutta la Persia, e per di più somministrano la

lana finissima de’ bei tessuti di Mesched e di Kerman. Nella stagione

estiva gli armenti lasciano le stalle, e sono guidati al pascolo libero

in luoghi di elezione per entro le montagne, od anche nelle più ime

valli, non richiedendosi altro, a costituire un pascolo, se non qualche

ruscello poco discosto, ove abbeverare le povere bestie. Numerosissime

mandre di pecore pascenti sugli arsi pendii delle colline e de’ monti,

custodite da pastori nomadi attendati, sono fra i più communi incontri

in queste solitudini. Non parlo de’ cameli che sono qui nel loro regno

naturale, fatti, si direbbe quasi, a bella posta per le steppe, e le

steppe per essi. Anche i buoi ed i bufali trovano il loro sostentamento

per molti mesi dell’anno in questa magra pastura, alla quale si

abbandonano pure i cavalli ed i muli delle caravane, col rinforzo di

qualche giornaliera razione di orzo.

L’incontro di una caravana era una distrazione tutt’altro che

frequente, ma si può dire giornaliera, e sempre gradita per la sua

originalità orientale. La lunghissima fila di cameli procede a passo

lento e misurato, al suono grave del sonaglio appeso al collo di

alcuni ripartiti nella loro schiera con certo ordine, come ne fossero

i regolatori, senza che per altro questo apparente uffizio tragga seco

una diminuzione del carico enorme e voluminoso per tutti. Questo carico

consiste in prima linea di quella specie di tabacco (_tombeki_) che

si consuma così estesamente nel _narghileh_ turco, fratello germano

del _kalian_ persiano, ed in seconda linea di cotone. Ad ogni caravana

trovasi unito un certo numero di passaggeri, e la cosa più curiosa a

vedersi sono i _kegiavé_ ne’ quali oscillano, in cadenza co’ passi del

mulo, certi involti di tela grossolana azzurra a larghe pieghe, con un

pannilino bianco pendente al davanti, che vogliono dire donne persiane.

Questi pochi tratti della fisonomia generale della Persia occidentale

servano ad ajutare la mente del cortese lettore, che avrà la pazienza

di seguire, nelle pagine successive, la processione dell’ambasciata

italiana.

Note di un viaggio in Persia nel 1862 · 第 15 / 40 题