Il nostro ingresso nell’impero dello Schah. — Scacciamento del
dragomanno. — Modi di viaggiare in Persia. — Le stazioni postali
ed i caravanserai. — Veicoli. — Il nostro accampamento. — Ordine
delle marcie. — Forma dall’accoglienza persiana. — Dare per avere. —
Sicurezza delle strade.
Varcammo l’Arasse alla spicciolata, per adattarci alla capacità della
sconquassata barcaccia che intrattiene sul fiume il governo persiano,
geloso di conservare le difficoltà del passaggio dal territorio russo
sul suo proprio. Il nostro immenso bagaglio ci aveva già in gran parte
preceduti il giorno inanzi, e ci aveva del pari preceduti il nostro
dragomanno Mehrab. Alla sponda destra del fiume stava aspettandoci
uno sciame di soldati e di _ferrasch_[25], gli uni tenenti a mano i
cavalli che dovevamo inforcare pel decoro della cerimonia, gli altri
per farci scorta d’onore. Montati in sella, fummo subito classificati
secondo il nostro valore relativo nell’equitazione. L’alta e la
bassa e la nessuna scuola in confusa miscela, resero discretamente
scompigliata la nostra fila, e quando la voce del comando dei più
esperti incominciava già ad ottener qualche successo, il breve tratto
che ci separava dall’accampamento era già percorso. Kuli Khan stava
aspettandoci, colla sua scorta, in tenuta di parata. Uditi e ricambiati
i complimenti d’uso, scendemmo di cavallo, ed entrammo nella gran
tenda, ove si dovea compiere la seconda parte delle formalità del
nostro ricevimento. Seduti in cerchio su vecchi sedili sgangherati,
ripresero i complimenti e incominciò la circolazione da una bocca
all’altra dell’indispensabilissimo _kalian_, mentre i servi si davano
gran moto a versarci thè, caffè, _sherbeth_, e ad offrirci sovra enormi
bacili di legno frutta e confetture. Così fu fatta definitivamente la
consegna delle nostre persone al _mehmendar_.
Resi liberi infine, ci affrettammo a svestirci dell’uniforme, a
riprender il nostro abito di fatica, ad assettare i nostri particolari
bagagli, a tutto disporre pel nuovo sistema di viaggio che doveva
incominciare all’alba del domani. Principal cura doveva esser la scelta
de’ cavalli, appropriata al nostro vario grado di sicurezza in sella,
essendo nella nostra schiera i due estremi, cavalcatori di prima forza,
ed altri pei quali tutta la pratica precedente non andava al di là
di qualche asinata campestre. I forti, da buoni fratelli, ajutarono
i deboli, anche con un’istruzione accelerata nelle più fondamentali
norme dell’equitazione. Noi eravamo sufficientemente provisti di selle
europee: i cavalli, buoni in generale, sebbene di forme poco eleganti,
provenivano, per offerte che si dicevano spontanee, dalle scuderie
delle primarie autorità di Tauris.
Mentre la maggior parte della comitiva attendeva a questa importante
bisogna, il ministro Cerruti occupato nella sua tenda alle più generali
disposizioni pel viaggio, aveva dovuto muovere qualche rimbrotto al
nostro dragomanno Mehrab, per la sua trascuratezza in eseguire gli
ordini ricevuti. Costui che non avrebbe avuto l’ardire di alzar gli
occhi in faccia ad un’autorità persiana di secondo ordine, era già
guastato dal trattamento affabile e benevolo ch’aveva ricevuto da
noi, e trascese fino a stancare la longanime pazienza del ministro,
e ad accendere il giusto sdegno di uno de’ nostri che trovavasi
presente. Non appena la notizia di questo fatto si diffuse nella
nostra brigata, fu unanime la deliberazione di pregare il commendatore
Cerruti a liberarsi di quell’uomo, dal quale non era più sperabile
utile servigio. Il signor Mehrab, immediatamente e lautamente pagato,
ripassò l’Arasse, per ribattere pochi giorni dopo le nostre orme, ed
accagionare alla missione nuove importunità in Tauris, cessate con
nuovo sacrifizio di danaro. La mancanza del dragomanno stipendiato
non ci fu punto sensibile. Il turco è la lingua parlata per tutto
l’Aserbedjan, e si spende molto bene anche al di là, e questa lingua,
non punto straniera ad alcuni membri della missione, ed allo stesso
ministro, era profondamente conosciuta dal console Bosio, che ben di
buon animo si lasciò acclamare dragomanno ufficioso.
L’effetto di questo malaugurato incidente fu presto mandato in fumo:
la giornata sarebbe stata ancora condita di una discreta dose di
buon umore generale, se il vento, già molesto dal mattino, non fosse
divenuto impetuoso verso la sera, travolgendo densi nembi di arena, e
minacciando ad ogni istante di travolger insieme anche le tende. Ma i
Persiani sanno, e dovemmo imparare anche noi, che con questo elemento
bisogna far conti giornalieri; epperò tutti i congegni delle tende sono
diretti a sfidarlo, ed i nostri _ferrasch_ affaccendati attorno ai nodi
ed ai piuoli, ci assicurarono l’asilo per la notte.
L’ordine che mi sono prefisso in queste note, esige ora che io descriva
il modo di viaggiare in Persia. I semplici privati ottengono facilmente
dal governatore di una provincia qualunque un firmano, e col firmano
una piccola scorta della quale è capo un così detto _golam_, sorta di
guardia nazionale a cavallo, che provede per via a tutti i bisogni
del viaggiatore, e sovratutto all’alloggio per la notte in qualche
abitazione privata; ma le persone rivestite di un carattere publico,
gli ambasciatori de’ sovrani esteri, hanno a guida un _mehmendar_ ed
una scorta più numerosa, e devono subire le noje di lunghi cerimoniali
e di regali enormemente passivi ad ogni stazione principale. Se
l’ambasciata è poco numerosa, come fu dal 1860 al 1861 l’ambasciata
prussiane, di sole quattro persone, gli alloggiamenti sono presi
ne’ villaggi o nelle città che si incontrano sul cammino; in caso
differente, come appunto fu il nostro, il ricovero ad ogni fermata è un
piccolo villaggio improvisato di tende.
Non occorre il dire che solo veicolo possibile in Persia è il cavallo.
Ora su tutte le linee più battute si trovano di tratto in tratto
stazioni di posta, nel linguaggio del paese chiamate _tschaparkhané_,
ove si effettua il cambio dei cavalli, ed ove pure si trova disponibile
qualche cella oscura e sudicia pel riposo, un _samovar_ ed un kalian,
per quella forma di ristoro di cui ogni viaggiatore sente maggior
bisogno in Persia. Ogni _tschaparkhané_ si distingue da un piccolo
cortiletto chiuso fra mura di fango, nelle quali mura sono scavate
piccole nicchie che servono di mangiatoja pei cavalli; una stanza
terrena, ed un’altra superiore alla porta di entrata, costituiscono
quasi dovunque i soli quartieri per gli alloggiamenti.
Oltre i _tschaparkhané_, i quali sono d’ordinario ne’ villaggi, od a
questi molto vicini, s’incontrano in Persia i _caravanserai_, grandi
edifizj, alla costruzione dei quali hanno proveduto con particolar
cura i varj Schah che si sono succeduti nel dominio del paese, od
alcuni di que’ pochi ai quali i Schah permettono arricchirsi, e per
animo pietoso, o, più di soventi, per un contratto interno colla
propria coscienza, vogliono lasciare ai posteri qualche memoria di sè.
Questi edifizj sorgono nella solitudine delle steppe, fra le maggiori
tratte da un villaggio all’altro, e sono una vera providenza pei
viandanti. La loro forma di grandi recinti quadrati, con tronchi di
torre ai quattro angoli, ed un’unica grande porta di accesso, li fa
rassomiglianti a piccoli forti. Ve n’ha che sono costrutti in mattoni
cotti, con un certo gusto architettonico, primeggiando quelli edificati
da Abbas il grande, ma non ve n’ha alcuno che non porti le traccie
del tempo e dell’estrema incuria de’ Persiani; e non rari sono quelli
affatto rovinati ed abbandonati. Nell’interno di questi caravanserai,
ai quattro lati del recinto, sono allineati grandi archi a guisa di
casematte, che servono di stanza ai viaggiatori. Non ci mancarono
occasioni per far conoscenza pratica di questi sucidi asili, ed a suo
tempo darò, all’abbozzo che ne ho fatto, qualche tocco di chiaroscuro.
Ho detto che solo veicolo in Persia è il cavallo; questo per la commune
de’ viaggiatori, cioè per uomini, ed uomini sani. Il commendator
Cerruti ha voluto tentare l’impossibile, e vi è riescito, facendo
trascinare al seguito della caravana due vetturaccie, pel caso che
alcuno di noi cadesse ammalato per via, o per qualche altro accidente
imprevisto: e realmente questa misura ci salvò da gravi imbarazzi in
più di una circostanza. Sebbene non siano in Persia strade propriamente
dette, la natura del paese renderebbe agevole il viaggiare in vettura,
ove si accomodassero i burroni che di quando in quando tagliano la
solita via delle caravane. Più di una volta ci trovammo nella necessità
di far portare le carrozze attraverso passi impraticabili. — Due altre
forme di veicoli indigeni sono particolarmente ad uso delle donne e de’
malati. L’una è il _kegiavé_, sorta di gabbie appajate ed equilibrate
sul dorso di un mulo; l’altra è il _tartaraval_, lettiga chiusa, su due
stanghe legate a due muli, l’uno al davanti, l’altro al di dietro.
Secondo la condizione della perfetta reciprocità, era stato stabilito
che tutte le spese del nostro viaggio, dall’Arasse a Teheran, fossero
a carico del governo persiano; e questo ci aveva muniti di un doppio
sistema di tende, in tal modo che, mentre uno ci serviva di ricovero,
l’altro viaggiava su muli alla stazione del giorno seguente, ove
tutto l’accampamento doveva trovarsi già disposto al nostro arrivo.
Questo accampamento era diviso in due parti, una per noi, l’altro pel
_mehmendar_ e pel suo seguito. Fra le tende minori che ci servivano
di stanza, sorgeva la tenda principale funzionante come sala di
ricevimento e sala da pranzo, adobbata da un grande baldacchino interno
in tessuto serico di Tauris. Sul pavimento erano distesi grossi feltri
stampati a disegni con discreta eleganza, e nella tenda maggiore uno di
que’ tappeti che per la tessitura, la vivacità e la solidità de’ colori
non hanno rivali in Europa. Nell’interno di questa tenda stava disposta
in tre pezzi malamente connessi una vecchia tavola che aveva servito
da chi sa quanti anni alle ambasciate europee, ed all’intorno sedili
scarsamente sufficienti.
Le tende erano sempre erette in prossimità di qualche villaggio. Che
se il nostro modo di viaggiare, le provigioni delle quali eravamo
forniti, potevano anche emanciparci da questa vicinanza, una necessità
assoluta era per noi qualche rivolo, qualche canale ove attinger aqua,
e questi si incontrano in Persia così rari e distanti, da determinare
necessariamente la posizione di ogni luogo abitato ed abitabile anche
temporaneamente. I servi che avevano la cura di preparare il nostro
accampamento, non mancavano mai di scavare presso la tenda principale
un apposito bacino rettangolare, della profondità di un metro
all’incirca, e di guidarvi dal vicino canale un filo d’aqua.
Una forte compagnia di mulattieri era stata assoldata dal governo
persiano pel trasporto dell’immenso materiale della nostra caravana.
Come già avevamo dovuto far nel tragitto per le provincie caucasiche,
i nostri bagagli erano divisi in due parti: i materassi e gli involti,
cogli oggetti di uso giornaliero, viaggiavano con noi; le valigie
e le casse più pesanti erano confidate a’ mulattieri che partivano
separatamente da ogni stazione, precedendo di cinque o sei ore la
caravana. Rimando ad altra occasione l’assolvere un debito di coscienza
verso questi uomini duri alla fatica, intelligenti, sobrj, che sono i
_tscharvadar_ o mulattieri persiani.
L’ordine delle nostre marcie fu discusso a Diulfa tra il commendatore
Cerruti, forte della sua responsabilità, della sua esperienza in altri
lunghi viaggi, ed il professor Lessona, che riuniva alla conoscenza
pratica del clima dell’Oriente, alla fiducia di noi tutti, il carattere
ufficiale di medico della missione. La stagione estiva nel suo corso
ascendente, l’idea preconcetta degli ardori canicolari della Persia,
che però trovammo nel fatto maggiore della realtà, suggerirono la
misura di viaggiare dalle ultime ore della notte alle prime del
mattino. La bontà di questa disposizione, che trovò da principio
qualche animo restio, fu messa fuori di dubio in due circostanze dalla
prova comparativa dell’ordine invertito. Per tal maniera noi giungevamo
alla novella stazione verso le nove del mattino; era presto preparata
la colazione, alla quale succedeva qualche ora di riposo spontaneo e
prescritto, dopo il quale i naturalisti ed i cacciatori mettevansi in
moto fino all’ora del pranzo. La fibra ritemprata in questa vicenda
delle ore diurne, apriva ne’ più giovani e più vivaci della nostra
brigata la vena del buon umore, ed i nostri crocchi sotto la tenda
s’animavano di racconti, di dispute ora scientifiche ora scherzose,
di commenti alle scene persiane delle quali eravamo testimonj, tanto
che le veglie serali si prolungavano fino a dimenticare che il sonno,
al quale era pure riserbato il trionfo finale della giornata, ci
doveva essere inesorabilmente misurato. Verso le due di notte, ad
un cenno del vigile nostro capo, i servi, dato di piglio a bacini
di rame, passavano da una tenda all’altra a batterci la diana nelle
orecchie ed a farci trasalire sui nostri materassi. Superato più o meno
sollecitamente, secondo la varia tempra individuale, questo momento
della nostra vita giornaliera, il più duro e nello stesso tempo il
più comico, raccolte fra i barcollamenti di un sonno tenace le nostre
robe, cercato a tentoni fra l’oscurità e l’intricato cordame delle
tende il nostro cavallo, eravamo finalmente in sella. Alcuni fra i
migliori cavalcatori della brigata, portando un lampione all’estremità
di un’asta, ed intuonando in coro passabilmente stuonato una canzone
napoletana, mettevansi a dare ordine e moto alla caravana. La quale
s’avviava in lunga fila, preceduta da due fantaccini delle milizie
dello Schah, portanti a mano una mazzuola, e seguita dai nostri servi
europei, dalla schiera de’ _ferrasch_, e dal codazzo dei muli carichi
dei nostri materassi, delle masserizie di cucina, e dei piccoli
bagagli. Nella nostra propria fila s’immischiavano il _mehmendar_
ed alcune persone del suo seguito, due delle quali erano per noi di
particolare importanza: l’_abdar_ ed il _kaliandar_. Quello portava
al mezzo la sella due enorme bissaccie contenenti in bottiglie
metalliche una provigione di aqua, questo teneva in mano un _kalian_
munito di lungo tubo di cuojo, e sospeso alla sella un fornello con
carboni ardenti, necessarj ad alimentare la consumazione del delizioso
_tombeki_. Il posto a fianco del _kaliandar_ era in generale il più
disputato ed il più ricambiato fra buoni amici. Un cavallo d’onore
(_Jedäk_), riccamente bardato, era condotto a mano da un palafreniere
dietro la persona del ministro, come cavalcatura di parata negli
ingressi solenni, sebbene anche in queste circostanze il ministro non
abbandonasse il cavallo di viaggio.
Di quando in quando staccavansi dalla nostra fila cavalieri persiani,
ambiziosi di darci una prova del loro valore nell’equitazione colle
bizzarre e grottesche movenze della _fantasia_, nelle quali non ebbimo
a notare che una sola cosa: l’assoluta inferiorità dei Persiani
in confronto de’ Georgiani e dei Tartari. Noi stessi di quando in
quando ci prendevamo il gusto di spinger il cavallo alla corsa,
sopravvanzandoci l’un l’altro, e così, fra esercizj equestri, e
ciancie e canzoni, si rompeva la noja e la trista solitudine di quelle
interminabili steppe.
Dopo una marcia di sei o sette ore, giungevamo alla nuova stazione,
che il biancheggiar delle tende faceva discernere a distanza; lì ci
attendevano i salamelecchi, i complimenti, i doni delle autorità dei
vicino abitato, più o meno sperticati e solenni a norma della relativa
importanza di questo. La popolazione maschile si affollava a farci ala,
descrivendo col culmine del berettone, al nostro passaggio, grandi
archi di cerchio, mentre le donne, schierate dietro i muricciuoli
di fango, ci sbirciavano dai trafori o dai lembi dei pannilini
che tenevano stretti al volto, tanto più tenacemente, quanto più
scarse e grinzose erano le mani, strumenti allora non di modestia o
superstizione persiana. Presso le città, fra la gente che ci veniva
incontro, distinguevasi sempre qualche _dervisch_ seminudo, trafelante,
dagli occhi spiritati, che brandendo un’accetta, in tuono fra il
supplichevole ed il minaccioso, con esclamazioni selvaggie, mettevasi
a seguire dappresso il nostro ministro, finchè non era mandato in pace
con qualche elemosina.
All’ingresso delle principali borgate o delle città, tenevasi pronto
nel mezzo della via un uomo premente col ginocchio un montone,
armata la destra di coltello, e coll’altra mano torcendo il collo
del povero animale, per quindi scannarlo ai piedi del cavallo del
capo dell’ambasciata. Questa costumanza, contro la quale protestò
invano l’animo sensibile del commendatore Cerruti, è senza dubio
una tradizione continuata da’ templi biblici, una forma primitiva di
offerta ospitalità.
I doni che ci venivano recati su grandi bacini di legno, consistevano
ordinariamente in latte naturale, latte acido, miele, frutta, citrioli,
alle quali cose s’aggiungevano, nelle città, pacchi di thè, pani di
zuccaro, ed un profluvio di insipide confetture. Ne avevamo soventi
in tale esuberanza da distribuirne largamente a tutte le persone del
nostro numeroso seguito, perchè ne’ luoghi principali, ove hanno sede
autorità diverse, ciascuna di questa ci portava il suo tributo. Ma
sotto l’aspetto della cortese liberalità cova la gatta; l’apparenza
del dare copre l’avidità, connaturale ai Persiani, del ricevere ad
usura. Questi doni venivano tosto ricambiati non già nella misura del
loro intrinseco valore, ma in ragione del grado della persona alla
quale erano presentati. Un piatto di citriuoli che sarebbesi pagato
pochi schahi sulla piazza, acquistava il valore di alcuni _tomani_ pel
semplice atto dell’offerta ad un ministro di un sovrano europeo.[26]
Le ambasciate diplomatiche non si impegnano mai in un viaggio nella
Persia, senza aver prima ben notate a taccuino, non soltanto la
formalità dell’etichetta orientale, ma anche la distribuzione dei
presenti, ed in questa faccenda le tradizionali costumanze sono
insegnate da un’ambasciata all’altra con tanta fedeltà, da rendere
inutili trattative ufficiali col governo persiano, e da lasciare così
il carattere della spontaneità più naturale a ciò che in sostanza è una
vera tariffa. Senza contare i paoli imperiali, i zecchini olandesi, i
tomani, che il nostro ministro doveva giornalmente distribuire a destra
ed a manca, molte casse del nostro complicato bagaglio contenevano
donativi consistenti particolarmente in armi di lusso, ed erano mano
mano alleggerite, ad ogni visita ufficiale di qualche importanza.
Intorno alla sicurezza personale de’ viaggiatori in Persia, le nostre
idee hanno dovuto modificarsi d’assai da quel che erano al momento
della partenza. Uno straniero non percorre questo paese senza un
firmano, che è quanto dire senza la protezione visibile del governo,
e di un governo al quale non manca una certa idea indeterminata,
colorita di qualche utile ricordo, della potenza dell’Europa, geloso
delle apparenze almeno di un ordine interno, ed anche animato da un
certo punto d’onore verso coloro ai quali accorda l’ospitalità. Un
attentato contro la roba o la vita di un europeo innocente, amico e
come tale riconosciuto, sarebbe subito punito colle pene più strane,
per giustizia sommaria. Nè v’è a temere da parte delle popolazioni
alcuno di que’ terribili scoppj di fanatismo maomettano che hanno
fatto spargere tanto sangue cristiano nella Siria. Un persiano potrà
rifiutarvi da bere nella sua scodella, gettare subito a terra con
disprezzo quella che per caso avesse toccato il vostro labbro; tirarvi
dietro le spalle, con mano timida e furtiva, qualche sassata; ma non
ardirà mai far di più. Il governo, in questa tutela de’ viaggiatori,
è generalmente obbedito, e se qualche corriere, anche in epoca
recente, fu svaligiato ed ucciso, lo fu per ordine segreto del governo
stesso, il quale poi dovette fare le finte più ostentate di ricercare
i colpevoli. La pompa colla quale procedeva la nostra caravana, la
sua forza numerica e quella della sua scorta, erano perciò tutela
esuberante contro ogni tentativo di ladri o di malevoli. Eppure noi
eravamo armati da far spavento; pistole nelle tasche dell’arcione,
pistole in saccoccia, fucili e carabine ad armacollo. Quando il sig.
Hanhart negoziante svizzero stabilito in Tauris, vide questo arsenale,
soggiunse ridendo, che avremmo fatto assai meglio portando al posto
di tutta quella roba del cioccolatte; ed aveva perfettamente ragione.
Le strade non sono infestate che lungo il tratto confinante col paese
de’ Curdi; ma anche nell’emergenza di uno scontro con queste orde
rapaci, le armi non fanno che complicare il pericolo, poichè i Curdi
non attaccano una colonna di viandanti se non dopo averla spiata di
lontano, ed essersi bene assicurati di trovarsi in forza preponderante;
in tal caso la resistenza può essere eroica, ma è quasi sempre fatale.
Un buon fucile da caccia deve bastare al viaggiatore per tutti gli
eventi.
La Persia! Che bello, che pittoresco paese avete percorso; ci
ripetevano i nostri amici al risalutarci vivi e più o meno sani, dopo
sette mesi di assenza. Dedico a questi esclamanti il capitolo che
segue.