[85] «Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo
imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa
Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo
ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra.
Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e
prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di
Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era
parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi
cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così
greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco
molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e
più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore
era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore;
ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci.
Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno.
Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata
di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato
damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in
sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba
al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini
che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente,
sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come
de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie,
e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina,
come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò
che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni
millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo
abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto;
come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi,
dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel
modo che erano allora». VESPASIANO FIORENTINO, _Vita di Eugenio IV._
Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc. _Consentiente carissimo
filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et...
orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra:
sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque
dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari
lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis
et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe
copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii
diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate
jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus
invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que
antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira
concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti
gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur
nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales
orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie
tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis
laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime
unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque
convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam
enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam
optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur
dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis
tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum
pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus
divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum
veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus,
tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum,
qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in
generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent
omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus
largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde
cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci
in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut
inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione
summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...
Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem
in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum
successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi
vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem
et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac
gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam
potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum
conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper
ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut
Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum
pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus,
et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et
juribus eorum_.
Vedasi CECCONI EUGENIO, _Studj storici sul concilio di Firenze con
documenti inediti_. Firenze 1869.
[86] _Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient
contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro
præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati._ Vedi _Codinus_,
_De officiis_, cap. XIV; CANTACUZENO, _Hist_., lib. I. c. 12.
[87] Dice il Sauli (_Della colonia di Galata_, I. 229) dietro Francesco
Testa.
[88] FOGLIETTA, _Hist. januensis_, lib. VIII.
[89] Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo,
Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco
de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi. LEON.
CHIENSIS, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di
Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.
[90] La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in
tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone,
Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto,
fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San
Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli
indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e
Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851
e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco
nuovo.
In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’
Greci e Adriano Palazzo, simili a città.
Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena,
Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella
Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro
con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San
Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote
dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio
Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile
falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli
Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al
Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla
conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura,
preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè
impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per
soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie
famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli
Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò
in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro,
paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono
interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene
dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come
legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a
Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in
Calabria.
Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia
nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste
e Livorno.
[91] Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli,
sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori
greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello
di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque
anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo
castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale
custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice
potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà
alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero
di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera
di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per
proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite,
una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento
paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni
renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale
secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi
agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero
per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse
il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese
di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il
28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli
storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe
seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.
[92] La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal
ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.
[93] Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato
compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone
nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni.
All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja
e commendatario di Montecassino.
[94] All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori.
No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se
questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà
de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che
le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la
volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola
dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che
la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio
prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo
dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno
ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze
vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su
quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler
della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della
terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè
’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchè _humilitas
vincit omnia_, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio
vostro».
[95] Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde
il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e
memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.
[96] Ap. RAYNALDI, al 1471, § 9.
[97] Sabellico, _Dec_. III. l. IX.
[98] «Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla
cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno
volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di
guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine
che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire
ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e
per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto,
senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono
acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non
come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta...
Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte
per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano
insieme, e diceano uno all’altro: _Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu
vogli far noja?_ e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi,
e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino
era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (_Rubrica_ 923)
s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.
[99] Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti
merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’
Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo
o _ireos_, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze;
pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo
bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro
incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la
sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello
d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi
Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo
il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del
Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno,
colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria
Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in
campo azzurro.
[100] Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe
saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da
frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse
fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro;
e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’
vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap. MEHUS). Egli si fermò a
Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno
a stampa le _Allegazioni_ (Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà,
e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a
mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro,
che n’ebbero punizioni severissime. Vedi AMMIRATO, _Storie fiorentine_,
al 1391.
[101] Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel
1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a
Firenzuola.
[102] «Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu
giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare,
se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di
educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del
pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più
vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori». AMMIRATO, lib.
XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire
dalla _canaglia_ quelli che per virtù e senno meritavano di non restar
esclusi dalle magistrature.
[103] È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico
Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto,
volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze.
Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto
il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare
per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a
smaniarne e bandirlo.
[104] Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco
Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:
Fiorenza mia, poi che disfatti hai
Le cerbïatte corna (_loro stemma_)
Della superba e crudele famiglia,
Festa dèi far più che facessi mai...
Però che molti fur, tardi o per tempo,
Rubati a questi passi,
Ed ancor morti antichi di ciascuno,
Chè non si taglia bosco, selva o pruno
Che non v’abbia cataste
Di teste e membra guaste...
Ed Alemagna sola
Più ch’altri dee goder di lor ruina,
Perchè gli suo’ romei sentian rapina...
Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...
Meglio è che vinto aver la Santa Terra
Aver vinto costoro
Tra cui viandanti convenian passare...
Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove
dettogliene a gola, conchiude:
A tutti quei che voglion giusta fama
E tengon libertà, ch’è tanto cara
Come sa chi per lei vita rifiuta,
Canzon, non istar muta,
Che se tal biscia ora non si disface,
Non pensi Italia mai posar in pace.
[105] Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri.
Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla
tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere,
credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da
Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò.
Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella
stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il
secondo.
[106] L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa
s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il
loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’
Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto
de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e
nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una
lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove
conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo
che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di
cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano
del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere
impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano
(Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa,
e diate modo _con usare ogni crudeltà ed asprezza_. Abbiamo fede in
te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a
tutto questo popolo non si potrebbe fare»
Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci
date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria
di Pisa onde disabitarla.
[107] TARGIONI, _Viaggi_, II. 221.
[108] Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si
diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario,
assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla
pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali
pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila
fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati,
tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due
guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di
Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far
mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj,
nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli
anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino
dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si
diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli
stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano
nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli
anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re
non voglia dare la città a chi altri si sia. _Docum. per servire afta
storia di Lucca_, I. 278.
[109] Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre
della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi
per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451
quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico,
levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.
[110] Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore.
Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era
(diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne
sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e
non si mantenne che per mezzo dei benefizj».
Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’
Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole
antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila
seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila
centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre
gli argenti. _Appendice alla vita di Lorenzo il Magnifico_ del ROSCOE.
Esso Lorenzo nei _Ricordi_ scrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo
speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto
da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè
ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra
muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio
dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in
borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben
collocati, e ne sono molto ben contento».
[111] Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine
al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai
Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi,
trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti,
e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che
spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li
calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato
il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e
bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito
de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non
potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a
corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed
egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi
condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si
passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo
punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora
sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica
colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si
ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa,
facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze
pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.
[112]
Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,
Le piazze, i templi e gli edifizj magni,
Le delizie, i tesor, _qual accompagni_
Mille duri pensier, mille dolori.
Un verde praticel pien di bei fiori,
Un rivolo che l’erba intorno bagni,
Un augelletto che d’amor si lagni,
Acqueta molto meglio i nostri ardori;
L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,
Gli antri oscuri e le belve fuggitive,
Qualche leggiadra ninfa paurosa.
Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti
Le belle luci come fosser vive;
Là me le toglie or questa or quella cosa.
[113] SCHROECK, _Allgem. Geschichte_, vol. XXXII, p. 90.
[114] «Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione
ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et
ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano
Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del
papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro
impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a
soldi quaranta lo rubbio». INFESSURA, _Diario_.
[115] VESPASIANO, _Comment_., p. 279.
[116] Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano
Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a
mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se
perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma,
lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma,
volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come
fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di
Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con
essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora
pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et
uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che
avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi
sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati,
e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta
Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in
Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì
30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ». INFESSURA.
[117] Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per
maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa
storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al
seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio.
Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi. _Æneæ Silvii
Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis
secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia_. Basilea 1551. Opere
capitali sono: _De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu
et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias
cumplectitur_. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi
o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non
so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a
distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi
mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed
altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave
la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e
le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar
le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi
persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di
continuo: _Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi?
A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che
a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco,
e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?_ Mi consigliavano
dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder
qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi
fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le
storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi
volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino
l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto
vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il
destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la
volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco
devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è
miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato
al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo.
Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter
condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra.
E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».
[118] La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso: _Quand’ero
Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio_.
[119]
Il nome che d’apostolo ti denno
O d’alcun minor santo i padri, quando
Cristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,
In Cosmico, in Pomponio vai mutando;
Altri Pietro in Pierio, altri Giovanni
In Jano e in Giovian van racconciando
ARIOSTO, _Satira_ VI.
[120] È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese: _Novi
ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero
verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum
lentissimus repetitor_. Ap. MARINI, _Degli archiatri pontifizj_, tom.
II. p. 179.
[121] _Cronaca di Gubbio_, Rer. It. Script., XXI. f. 994.
[122] Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero
è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali
diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne
stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò
il Rosmini nella _Storia di Milano_.
[123] Racconta Gioviano Pontano, _Belli neapolitani, lib_. V, che,
mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone
aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta
all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti
magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per
difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un
crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare,
imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso
i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le
preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie,
il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito
annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori
e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la
rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.
In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.
[124] Di quelli della sua patria fa l’enumerazione il Malipiero negli
_Annali veneti_ sotto il 1483: — È stà tolto cenventottomila ducati
all’una per cento, deputati a pagar el pro del Monte Nuovo: è stà
cresciuto un terzo tutti i dazj; è stà impegnato tutte le volte de
Rialto a rason de ventotto per cento all’anno; e stà pagato in zeca i
argenti de particulari, sie ducati la marca; è stà tolto le cadenelle
d’oro che le donne portava al collo, e messe in comun. Se fa li officj
e regimenti con la metà e un terzo manco de salario. Oltre tante
decime, è stà messo tanse a la terra; le entrate de la terra e quelle
de la terraferma è calade; se ha perso molte nave e galìe; se ha tolti
homeni de la guerra nudi e rotti, perchè no se ha possuto far altro; se
ha evacuato l’arsenal che altre volte ha fatto tremar el mondo; avemo
fame e peste; mendicheremo la pace e ghe restituiremo el tolto; se ha
speso un milion e dusentomila ducati; ed è morti tanti homeni da ben».
[125] INFESSURA, _Diario_, pag. 1226.
[126] Pietro Aretino scriveva al Franciotto nell’aprile 1548, cioè
mezzo secolo prima di quell’Enrico IV di Francia, a cui il fatto viene
attribuito: — Se bene jeri l’altro, per esserci il numero delle persone
che si stavano a casa mia, meco ragionando, non feci motto alcuno circa
il vostro ridere nel vedermi in mezzo di Adria e di Austria le figlie
mie; nel vedermi, dico, dalle braccia dell’una d’anni undici stretto
nel collo, e dalle mani dell’altra di otto mesi preso nella barba;
non è che io non me ne accorgessi, e me lo tacqui allora per dirvi
adesso una bella cosa in comparazione di quella mia tenera sofferenza.
Lorenzo e Giuliano, quello padre di Leone, questo di Clemente, standosi
trapassando il tempo del caldo al Poggio, accadde un giorno, poco
dopo il desinare, ch’eglino per fuggire il sonno essendosi ritirati in
camera, venutegli alle mani due canne, se ne fecero cavalli, e salendo
l’uno sopra l’una, e l’altro sopra l’altra, volse Giuliano che gli
montasse in groppa Giulio, e Lorenzo che il simile facesse Giovanni;
e così spronando ciascuno senza i sproni pareano proprio ispronargli
daddovero; talchè i bambini tutti ridenti, quel piacere nella loro
innocenzia provavano, che prova in la sua tenerezza ogni genitore che
la di lui prole trastulla. Videgli in cotal atto quel Mariando, che poi
ebbe il titolo di Frate dal piombo; e ridendosene da senno, fu chiamato
dentro dai personaggi sì grandi; i quai pregarono il faceto e leale
uomo, che non prima facesse motto dello avere i due fratelli (i quali
poi furon padre di cotale coppia di pontefici) trovati in tal materia
di scherzo, non prima, dico, ch’egli avesse figliuoli; inferendo in sì
prudente voce di parole, che la minore dimostrazione di semplicità che
si faccin coloro che ne hanno, è lo impazzirgli drieto».
Il fatto però non è esatto, poichè Giulio nacque postumo.
[127]
_Atque aliud nigris missum, quis credat? ab Indis,_
_Ruminat insuetas armentum discolor herbas._
POLIZIANO, _Rusticus_.
[128] Angelo Poliziano a Lorenzo de’ Medici: — Magnifice Patrone. Da
Ferrara vi scripsi l’ultima. A Padova poi trovai alcuni buoni libri,
cioè Simplicio sopra al Cielo. Alexandro sopra la Topica, Giovan
Grammatico sopra le Posteriora et li Elenchi, uno David sopra alcune
cose de Aristotele, li quali non habbiamo in Firenze. Ho trovato
anchora uno scriptore greco in Padova, et facto el patto a tre
quinterni di foglio per ducato. Maestro Pier Leone mi mostrò i libri
suoi, tra i quali trovai un M. Manilio astronomo et poeta antiquo, el
quale ho recato meco a Vinegia, et riscontrolo con uno in forma che
io ho comprato. È libro, che io per me non ne viddi mai più antiqui.
Similiter ha certi quinterni di Galieno _De dogmate Aristotelis et
Hippocratis_ in greco, del quale ci darà la copia a Padova, che si è
facto pur frutto. In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede et
di Herone mathematici che ad noi mancano, et uno Phornuto _De deis_, e
altre cose buone. Tanto che papa Yanni ha che scrivere per un pezzo.
«La libreria del Niceno non abbiamo potuto vedere. Andò al principe
messer Aldobrandino oratore del duca di Ferrara, in cujus domo
habitamus. Fugli negato a lettere di scatole; chiese però questa cosa
per il conte Giovanni et non per me, che mi parve bene di non tentare
questo guado col nome vostro. Pure messer Antonio Vinciguerra, et
messer Antonio Pizammano, uno di quelli due gentilhuomini philosophi
che vennono sconosciuti a Firenze a vedere el conte, et un fratello di
messere Zaccheria Barbero sono drieto alla traccia di spuntare questa
obstinatione. Farassi el possibile; questo è quanto a’ libri.
«M. Piero Lioni è stato in Padova molto perseguitato, et non è chiamato
nè quivi nè in Vinegia a cura nissuna. Pure ha buona scuola, et ha sua
parte favorevole; hollo fatto tentare dal conte di ridursi in Toscana.
Credo sarà in ogni modo difficil cosa. In Padova sta mal volentieri,
et la conversatione non li può dispiacere, ut ipse ait. Negat tamen
se velle in Thusciam agere. Nicoletto verrebbe a starsi a Pisa, non
vorrebbe un beneficio, hoc est, un di quelli canonicati; ha buon nome
in Padova, et buona scuola. Pure, nisi fallor, è di questi strani
fantastichi; lui mi ha mosso questa cosa di beneficj: siavi adviso.
«Visitai stamattina messer Zaccheria Barbero, et mostrandoli io
l’affectione vostra, mi rispose sempre lagrimando, et ut visum est,
d’amore; risolvendosi in questo, in te uno spem esse; ostendit se
nosse quantum tibi debeat. Sicchè fate quello ragionaste, ut favens
ad majora. Quello legato che torna da Roma, et qui tecum locutus est
Florentiæ, non è punto a loro proposito, ut ajunt. Un bellissimo vaso
di terra antiquissimo mi mostrò stamattina detto messer Zaccheria,
el quale nuovamente di Grecia gli è stato mandato; e mi disse, che
sel credessi vi piacessi, volentieri ve lo manderebbe con due altri
vasetti pur di terra. Io dissi che mi pareva proprio cosa da V. M., et
tandem sarà vostro. Domattina farò fare la cassetta, et manderollo con
diligentia. Credo non ne abbiate uno sì bello in eo genere. È presso
che tre spanne, et quattro largo. El conte ha male negli occhi, et non
esce di casa, nè è uscito poichè venne a Vinegia.
«Item visitai hiersera quella Cassandra Fidele letterata, et salutai
per vostra parte. È cosa mirabile, discretissima, et meis oculis etiam
bella. Partimmi stupito. Molto è vostra partigiana, et di voi parla con
tutta practica, _quasi te intus et in cute norit_. Verrà un dì in ogni
modo a Firenze a vedervi, sicchè apparecchiatevi a farle honore.
«A me non occorre altro per hora, se non solo dirvi che questa impresa
di scrivere libri greci, et questo favorire i docti vi dà tanto
honore et gratia universale, quanto mai molti e molti anni non ebbe
uomo alcuno. I particolari vi riserbo a bocca. A. V. M. mi raccomando
sempre. Non ho ancora adoperata la lettera del cambio per non essere
bisognato. Venetiis 20 junii 1491».
[129] Lettera di Pietro da Bibiena a Clarice de’ Medici, ap. ROSCOE,
_Vita di Lorenzo_, app. 7ª del vol. III.
Ad esso Lorenzo scriveva Ferdinando re di Sicilia, il 23 agosto 1488: —
Magnifice vir, compater et amice noster carissime. Non era necessario
che da voi fossemo rengratiati per lettera de vostra mano di quello
che ho offerto in beneficio di mess. Joanni vostro figlio, perchè sape
Dio lo animo et la voluntà nostra, quanto desidereressimo fare tutte le
cose del mondo per usarvi gratitudine per quello havete continuamente
operato in beneficio nostro et de questo Stato, del quale sempre potete
fare quella stima che fareste delle cose vostre medesime, perchè li
obblighi che ne havimo così recercano, et mai ve porìamo offerire
tanto in beneficio vostro et della casa vostra, che ne para havere
satisfacta una millesima parte de quello è lo animo et desiderio nostro
di fare: secundo speramo per experientia, omni dì porite conoscere più
manifestamente».
[130] Watson (_Massonic essayist_. Londra 1797, pag. 238) sostiene che
l’accademia platonica era una loggia muratoria, e che vi sono ancora
scolpiti dei simboli massonici.
[131] _Phœnix, sive ad artificialem memoriam comparandam brevis quidem
et facilis, sed re ipsa et studio comprobata introductio._ Venezia
1491.
[132] E non dal Crisolara, come fa ragionevolmente avvertire il Tonelli
nella traduzione della vita di esso scritta da Shepherd; Firenze 1835.
Erasmo giudica molto severamente il Poggio, definendolo _rabula adeo
indoctus, ut, etiamsi vacaret obscænitate, tamen indignus esset qui
legeretur: adeo autem obscænus, ut, etiamsi doctissimus esset, tamen
esset a viris bonis rejiciendus._ Ep. CIII.
[133] _Si quando visendi desiderio in longinquum proficiscerer, visis
forte eminus monasteriis veteribus, divertebam illico, et — Quid
scimus_ (_inquam_) _an hic aliquid eorum sit quæ cupio?_ Senil., VI. 2.
[134] Commento al canto XXII del _Paradiso_. Il fatto è dimostrato
falso dal Tosti nella storia di Montecassino, dove la libreria fu
sempre uno de’ più cercati ornamenti.
[135] _O romani pontifices, exemplum facinorum omnium cæteris
pontificibus, et improbissimi scribæ et pharisæi, qui sedetis super
cathedram Moysis et opera Datan et Abyron facitis, itane vestimenta,
apparatus, pompa, equitatus, omnis denique vita Cæsaris vicarium
Christi docebit?... Nec amplius horrenda vox audiatur, partes contra
Ecclesiam, Ecclesia contra Perusinos pugnat, contra Bononienses. Non
contra Christianos pugnat Ecclesia, sed papa_.
[136] _Universa in me civitas conversa est, omnes me diligunt, honorant
omnes, ac summis laudibus in cœlum efferunt. Meum nomen in ore est
omnibus. Nec primarii cives modo, cum per urbem incedo, sed nobilissimæ
fœminæ honorandi mei gratia locum cedunt; tantumque mihi deferunt, ut
me pudeat tanti cultus. Auditores sunt quotidie ad quadringentos, vel
fortassis et amplius; et hi quidem magna in parte viri grandiores, et
ex ordine senatorio_. Epist. del 1428. Vedi la costui vita scritta da
Carlo Rosmini, Milano 1808, con moltissimi documenti inediti.
[137] Nella Laurenziana v’è una sua _Oratio habita in principio publicæ
lectionis, quam domi legere aggressus est, quum per invidos publice
nequiret_.
[138] Se quel verso
Βούλομ’ ἐγὼ σάον λαὸν ἔμμεναι, ἢ ἀπολέσθαι
significhi _Voglio che il popolo sia salvo o perisca, oppure Voglio che
il popolo sia salvo o perire._ Il Filelfo s’accorse che aveano torto
entrambi.
[139] Vedasi l’_epistola_ 52 del lib. X. Di Gio. Maria Filelfo suo
figlio, retore anch’esso inquietissimo e premorto al padre, scrisse la
vita Guglielmo Favre. Ginevra 1856.
[140] NALDO NALDI, _Vita di G. Manetti_, Rer. It. Script., XX.
[141] _Operis quippe ac studii mei est et fuit multos libros legere, et
ex plurimis diversos carpere flores._ Al fine:_ Mihi non bene scienti
linguam græcam_ non vuol dire che la ignorasse, come pretende Eichhorn.
[142] GIULINI, _Continuazione delle Memorie di Milano_, II, 594.
[143] _Liber consiliorum_, vol. III. IV. XIII, nell’archivio civico di
Torino.
[144] TOMMASI al 1430.
[145] È l’espressione del Bonfinio, _Rerum Hungaric._, dec. IV:
Pannoniam Italiam alteram reddere conabatur.... _Varias quibus olim
carebat artes, eximiosque artifices ex Italia magno sumptu evocavit...
olitores, cultores hortorum, agriculturæque magistros, qui caseos etiam
latino, siculo, græco more conficerent_.
[146] Vespasiano, Ap. MEHUS, _Præf. ad vitam Ambrosii camaldolensis_.
[147] Vita di B. Valori, nell’_Archivio storico_, tom. IV. p. 241.
[148] PIO II, _Descrizione dell’Europa_, cap. 52.
[149] LAMI, _Catalogo della biblioteca Riccardiana_, pag. 11.
[150] _De educatione liberorum_. Milano 1491.
[151] Sprezzando di tutto cuore i Barbari, il Poliziano gl’invita ad
ammirare le bellezze e i pregi degl’Italiani, ove mostra di conoscere
in che consiste il merito, anzichè qual fosse il merito vero degli
Italiani: _Admirentur nos, sagaces in inquirendo, circumspectos in
explorando, subtiles in contemplando, in judicando graves, implicitos
in vinciendo, faciles in enodando. Admirentur in nobis brevitatem
styli fœtam rerum multarum atque magnarum, sub expositis verbis
remontissimas sententias, plenas questionum, plenas solutionum;
quam apti sumus, quam bene instructi ambiguitates tollere, scrupulos
diluere, involuta evolvere flexanimis syllogismis, et infirmare falsa,
et vera confirmare. Viximus celebres, et posthac vivemus, non in
scholis grammaticorum et pædagogiis, sed in philosophorum coronis, in
conventibus sapientum, ubi non de matre Andromaches, non de Niobes
filiis, atque id genus levibus nugis, sed de humanarum divinarumque
rerum rationibus agitur et disputatur. In quibus meditandis,
inquirendis et enodandis ita subtiles, acuti acresque fuimus, ut anxii
quandoque nimium et morosi fuisse forte videamur, si modo esse morosus
quispiam aut curiosus nimio plus in indaganda veritate potest_. Epist.
lib. IX.
[152] Ap. ROSMINI, _Storia di Milano_, IV. 224.
[153] Leonardo Giustinian veneto, amico del Filelfo e degli altri
celebri, oltre i lavori filologici fece molti canti d’occasione
e di gioja, che poi furono pubblicati col titolo di _Fiori delle
elegantissime cancionete_ (Venezia 1482); e le accompagnava anche di
graziose note. Voltosi poi alla pietà, pubblicò le _Devotissime et
sanctissime laude_ (Cremona 1474), più volte ristampate. Per la prima
volta nel 1851 si pubblicarono a Lucca le _Laude spirituali_ di Bianco
da Siena povero gesuato.
[154] Si volle supporre non sia che un capitolo dell’opera di Leon
Battista Alberti: ma altri crede che questi possa nella sua avere
inserito il trattato del Pandolfini.
[155] _Senilium_, XV. 5; _Familiarium_, II. 4. IV. 9. VI. 6; _Hort. ad
Nicolam Laurentii_.
[156] Il manoscritto d’Arona, che sta nella biblioteca di Torino, e
che da un’assemblea di dotti erasi giudicato antico di cinque secoli,
Daunou e Hase, valentissimi paleografi, nol fanno anteriore al secolo
XV. Galeani Napione, poi De Gregory (_Mém. sur le véritable auteur de
l’Imitation de Jésus-Christ_, 1827; e _Histoire du livre de l’Imitation
de Jésus-Christ et de son véritable auteur_, Parigi 1843) sostennero
i diritti del Gersenio di Vercelli. A provarlo d’un Tedesco si addusse
testè quel passo del lib. IV. c. 5, ove dice che il sacerdote, vestito
dei sacri arredi, ha davanti e di dietro la croce del Signore. Ora la
pianeta degli Italiani e de’ Francesi non ha la croce che di dietro.
Celebrandosi il suo centenario nel 1874 ed ergendosegli un monumento,
si pubblicarono molti opuscoli in favore dell’abate Gersenio.
[157] Lib. II. c. 12.
[158] Narrando che Federico II aveva imposto alcun dazj nuovi senza
attribuirne un terzo alla Chiesa, soggiunge che l’anima di lui
_requiescit in pice et non in pace_.
[159] ALIDOSI, _Instructione_ ecc. Forse questi tentativi avevano dato
coraggio a Leonardo da Vinci di fare un modello col quale «mostrava
voler alzare il tempio di San Giovanni di Firenze e sottomettervi le
scalee senza rovinarlo». VASARI, _Vita_.
[160] La sua opera è stampata «sulle rive del Benáco, nel quale
si pescano i migliori carpioni, e le cui rive sono sparse di belle
antichità». Uno de’ trattatelli suoi è intitolato: _Modus solvendi
varios casus figurarum quadrilaterarum rectangularum per viam algebræ.
Nº_ cioè _numero_, indica il noto; _Co_ cioè cosa, l’incognito; il
quadrato _Ce_ (censo); il cubo, _Cu_; _p_ ed _m_ vagliono + e -. Dove
oggi scriviamo 3x + 4x² - 5x³ + 2x⁴ - 6, allora facevasi 3 co. p. 4 ce.
m. 5 cu. p. 2 ce. m. 6 Nº.
Guglielmo Libri farebbe il + e il - inventati da Leonardo da Vinci;
mentre Chasles (_Aperçu historique sur l’origine et le développement
des méthodes en géométrie_, Bruxelles 1837), gli attribuisce a
Stiffels.
«E perchè noi seguitiamo per la maggior parte Lionardo Pisano
(Fibonacci), io intendo di chiarire che quando si porrà alcuna proposta
senza autore, quella sia di detto Lionardo». Queste parole della _Summa
de arithmetica geometria_ purghino il Pacioli dalla taccia datagli di
plagiario.
[161] In Francia si cominciò nel 1376; solo nel 1556 Carlo V otteneva
dai dottori di Salamanca la decisione che ai Cattolici non fosse
illecito aprire umani cadaveri.
[162] Nel XV secolo v’è menzione di pesti, in Dalmazia il 1416, 20,
22, 30, 37, 54, 64, 66, 80; nella Lombardia e Genovesato, il 1405 e
6; in Napoli, Milano ed altre parti d’Italia, il 1421 e 22; nel 21
a Bologna e Brescia; nel 28 a Roma; nel 29 e 30 a Perugia e altrove;
nel 38 a Venezia e altrove; nel 48 nell’alta Italia; poi nel 50, 56,
60, 65, 68, 73, 75, 76, 78, 85: dal 92 al 95 la peste marrana, tifo
navale, sviluppatosi fra gli Ebrei cacciati di Spagna contaminò tutta
Europa. Scaligero contro Cardano dice che a Parigi, Colonia, Famagosta,
Venezia, Ancona la peste ripullula così frequente, che può dirsi
perpetua.
[163] _Quamquam per civitates, domus qua hospitalia vocantur,
et supellectiles sumptibus publicis paratæ structæque videantur
elephantiacis suscipiendis. — De elephantia_. Ne’ secoli seguenti se
ne parla pochissimo, ma non dovette scomparire del tutto: poi questi
ultimi anni rivoltavi l’attenzione, fu riscontrata in molte parti, e
più miserabilmente nella popolazione pescatrice di Comacchio, col nome
di mal di fegato. Vedi _Sulla lebbra_, Commentario del D. A. VERGA.
Milano 1846.
Fallopio nel 1550 trovava che in Francia ancora molti erano affetti
di lebbra; ma in Italia rimanevano rarissimi, e gli ospedali di
San Lazzaro erano vuoti, mentre crescevano quelli di San Giobbe per
gl’infraciosati. _De morbo gallico_, c. I. III.
[164] Diconsi palimsesti (πάλιν φηστὸς, _di nuovo raschiato_). Ciò si
costumava già dagli antichi, e Cicerone (_Famil_., VII, 18) scrive:
_Quod in palimsesto, laudo equidem parsimoniam; sed miror quod in illa
chartula fuerit quod delere malueris, quam exscribere, nisi forte
tuas formulas. Non enim puto te meas epistolas delere ut deponas
tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem
tibi suppeditare?_ Il primo palimsesto cui si facesse mente, fu alla
biblioteca del re di Francia nel 1692, ed era un manoscritto delle
opere di sant’Efrem.
Finchè s’ebbe carta papiracea, su quella si stesero gli atti pubblici.
I più antichi d’Italia su carta pecora sono una concessione di re
Liutprando del 712 nell’archivio di Milano, e uno del 784, ove Felice
vescovo di Lucca conferma la donazione di Faulone al monastero di
san Fridiano. Il più antico atto sopra carta bambagina è del 1145 in
Sicilia, ove re Ruggero II fa concessioni all’abate di San Filippo di
Fragola. Nell’archivio delle Riformagioni di Firenze trovasi un diploma
in greco del 1192, in cui Isacco Langelo imperatore ammette i Pisani
alla pace colle terre di Romania.
[165] Plutarco (in _Catil_.) le fa inventare da Cicerone all’occasione
della congiura di Catilina. Cicerone scrivendo ad Attico (lib. XIII)
gli dice: — Tu non avrai forse intesa quella cosa perchè scritta διὰ
σεμνῶν, per segni». Altri ne dicono autore Tirone suo liberto, da
cui si chiamarono tironiane; e Dione Cassio (lib. LV) asserisce che
Mecenate fece pubblicare queste note per Aquila suo liberto. Celebri
tachigrafi antichi furono Perunnio, Pilargio, Pannio, e infine Seneca.
San Cipriano aggiunse altre note alle già inventate, e tutte le adattò
all’uso della religione. Prudenzio nell’inno di san Cassiano canta:
_Verta notis brevibus comprendere cuncta peritus_
_Raptimque punctis dicta præpetibus sequi._
Origene, sant’Agostino, san Girolamo parlano dei tachigrafi.
[166] Nel catalogo dei libri lasciati dal cardinale Guala al monastero
di Sant’Andrea a Vercelli troviamo una biblioteca (cioè l’intera
Bibbia) di lettera _parigina_, coperta di porpora e ornata di fiori
d’oro ed iniziali simili; un’altra di lettera _bolognese_, con cuojo
rosso; una di lettera inglese; una piccola preziosa di lettera
parigina, con majuscole d’oro e ornamenti purpurei; l’Esodo e il
Levitico di lettera _antica_; i dodici Profeti in un volume di lettera
_lombarda_; i _Morali_ del beato Gregorio, di _buona lettera antica
aretina_ ecc. FAVA, _Gualæ Bichierii card. vita_, pag. 175.
[167] Il padre Sarti (_De prof. bonon_., part. II, p. 214) pubblicò
un catalogo di libri in vendita a Bologna; per esempio, _Lectura
domini Ostiensis_ CLVI _quinterni, taxati lib._ II. _sol_. X. _etc_.
Un messale ornato a lettere d’oro e pitture, nel 1240, valse più di
duecento fiorini (_Ann. Camald_., vol. IV. p. 349). Un _Digestum vetus_
a Pisa si vendette lire sedici (L. 127). Forse dunque non costavano
cari se non quando miniati.
[168] TIRABOSCHI, tom. VI. l. 1. c. IV. § 19.
[169] Nell’inventario de’ possessi del vescovado di San Martino di
Lucca dell’VIII o IX secolo la biblioteca è così composta: Eptaticum,
vol. 1. Salomon, vol. 1. Machabeorum, vol. 1. Actus apostolorum, vol.
1. Prophetarum, vol. 1. Librum officiorum, vol. 1. Dialogorum, vol.
1, Vita... Ezechiel, vol. 1. Omeliarum, vol. 1. Commentarium super
Mattheum, vol. 1. Commentarium aliud... vol. 2. Ordo ecclesiasticus,
vol. 1. Rationes Pauli, vol. 1. Antiphonarium, vol. 2. Psalterium,
vol. 1. Vita sancti Martini, vol. 1. Vita sancti Laurentii cum memoria
sancti Fridiani, vol. 1.
Nel 1212 Ugo, tesoriere della cattedrale di Novara, divenendo
arciprete, facea la riconsegna degli oggetti che trovavansi nel
tesoro del capitolo: fra cui notiamo un collettario gemmato con figura
d’avorio, un cristallo rotondo donde si trae il fuoco, e venticinque
volumi di libri da altare, cioè due messali, quattro antifonarj, tre
testi del vangelo, quattro omeliarj, un sermonale, due epistolarj,
un passionario estivo ed uno iemale, due collettarj, l’ordine, due
salterj, la Bibbia, il Vecchio Testamento; e nell’armadio quarantotto
libri, fra cui i morali di Giob, Agostino sopra Giovanni, le Etimologie
di Isidoro, la storia ecclesiastica, un volume della prescienza e
predestinazione, le Decretali, il Codice e le Novelle di Giustiniano, i
pronostici del futuro giudizio, Prisciano, Cresconio _Della concordia
de’ canoni_, un martirologio, Boezio _Della consolazione_, Marciano
Capella, le vite dei Padri.
[170] MARINI, _Degli archiatri pontifizj_, tom. II. p. 130.
[171] «Milatrecenquaranta fur fatti la folla di tutti i Santi, e il
lavorerio di panno, lane e carta di papiro. Del qual lavoro di carta
di papiro primo inventor presso Padova e Treviso fu Pace da Fabriano,
che per l’amenità dell’acque stette la più vita in Treviso». Nel 1318
un notajo promette non fare istromento in carta di bambage, nè da
cui siasi abrasa altra scrittura; un altro, nel 31, di non iscrivere
in carta bambagina; poi nel 67 di non iscrivere su carta siffatta nè
papiro. Il senato veneto del 1366 stabilì che «pel bene dell’arte della
carta che si fa a Treviso, e reca grand’utile al nostro Comune, in
nessun modo possano levarsi stracci di carta (_stratie a cartis_) dalla
Venezia per portarli altrove che a Treviso».
[172] Nell’Archivio diplomatico fiorentino, carte del Comune di Colle;
ap. REPETTI.
[173] Reputavasi la più antica incisione in legno il san Cristoforo,
sotto cui è scritto:
_Xtofori faciem die quacumque tueris_
_Illa nempe die morte mala non morieris_
_millesimo_ CCCXX _tertio_.
Ma il signor di Reiffenberg, direttore della biblioteca reale di
Bruxelles, acquistò una Madonna con varj santi, intaglio colla data
1318. Vedi pure W. A. CHATTO, _Treatise on vood engraving historical
and practical_. Londra 1839, con ducento belle vignette.
[174] I Feltrini pretendono che Pamfilo Castaldi, loro concittadino
e buon umanista, conosciuti gli studj del Guttenberg per istampare,
a Faust suo discepolo additasse che si potrebbe far meglio che con
tavolette stereotipe, cioè formar le lettere distinte, come quelle
che già si usavano dai mercanti per far le iniziali e intestazioni
sui loro libri. Si parlò molto questi ultimi anni di tale gloria; ma
l’asserzione del cronista frate Cambiuzzi non è appoggiata a nessun
documento. I meriti del Guttenberg sono chiariti da Ambrogio Firmin
Didot nella _Nouvelle Biographie générale_.
[175] _Annali della stampa in Italia._
1465. Subiaco.
1467. Roma.
1469. Venezia, Parigi, Milano, il poema sacro di Aratore e le
epistole latine di uomini illustri: ma non sono ben sicuri;
bensì _Alchuni miraculi de la gloriosa Verzene
Maria_ per Filippo Lavagna, che portò la stampa a
Milano, con Antonio Zarotto e Cristoforo Valdarser.
1470. Verona, Foligno, Pinerolo, Brescia.
1471. Bologna, Ferrara, Pavia, Firenze, Napoli, Savigliano.
1472. Mantova, Parma, Padova, Mondovì, Jesi, Fivizzano,
Cremona.
1473. Messina.
1474. Torino, Genova, Como, Savona.
1475. Modena, Piacenza, Barcellona, Cagli, Casole, Perugia,
Pieve di Sacco, Reggio di Calabria.
1476. Pogliano, Udine. Primo libro greco a Milano.
1477. Ascoli, Palermo.
1478. Cosenza, Colle.
1479. Tuscolano, Saluzzo, Novi.
1480. Cividale, Nonantola, Reggio.
1481. Urbino.
1482. Aquila, Pisa.
1484. Soncino, Chambéry, Bologna, Siena, Rimini.
1485. Pescia.
1486. Chivasso, Voghera, Casalmaggiore.
1487. Gaeta.
1488. Viterbo.
1490. Portese.
1495. Scandiano.
1496. Barco.
1497. Carmagnola, Alba.
[176] SERRA, _Discorso_ IV, pag. 215.
[177] Impressa per _magistrum Dionysium Paravisinum_ con caratteri,
dicesi, fusi da Demetrio Cretese. A Milano si stampò nell’80 Esopo e
Teocrito; nell’81 il Psalterio greco. Vedasi HUMPHREYS, _A history of
the art of printing_.
[178] Renouard scrisse, negli _Annales des Aldes_, che _Manuce occupa
et occupera longtemps et sans aucune exception le premier rang parmi
les imprimeurs anciens et modernes._ La lode parve esagerata a Firmin
Didot, che dice doverglisi eterna riconoscenza per l’attività adoprata
a pubblicare tanti classici, e per la bella esecuzione tipografica;
ma lo appunta di scarsa correzione, e allega un passo di lettera,
ove Aldo dice d’essere così occupato, che appena ha tempo, non che
di correggere, di scorrere i libri che stampa: _Vix credas quam sim
occupatus. Non habeo certe tempus, non modo corrigendi, ut cuperem,
diligentius qui excusi emittuntur libri cura nostra, sed ne perlegendi
quidem cursim_. Di lui discorse pienamente esso Ambrogio Firmin Didot
nell’_Alde Manuce et l’Hellenisme à Venise_. Parigi 1875.
[179] Il primo libro in Italia ove il disegno figurasse bene negli
intagli stampati insieme coi caratteri, o, come diciamo oggi,
illustrato, è l’_Ypnerotomachia_, per Aldo, nel 1499, con belle figure
che sono del Mantegna o almeno della sua maniera. Sono a tratti, e
l’ombra è indicata da linee più o men lunghe. Ma già le favole d’Esopo,
stampate a Verona il 1481 e a Venezia il 1490 con intagli, e quelle di
Napoli del 1485 in 4º grande, ne hanno 87, però grossolani. Nel 1497
maestro Lorenzo de’ Rossi di Ferrara stampò molti libri, con figure a
tratti, quali la _Vita et epistole di sancto Jeronimo_; il Boccaccio
_De claris mulieribus_, ecc.
[180] Esiste il contratto tra il celebre frà Jacopo Filippo Foresti
e lo stampatore Bernardino Benaglio di Bergamo per l’edizione del
supplemento alle _Cronache_ d’esso frate, il 7 gennajo 1483. Dovevano
stamparsi in Venezia a non più di seicentocinquanta copie; l’autore
promette rilevarne ducento a novanta marchetti per copia. Egli
intendeva dedicar l’opera al magnifico Marcantonio Morosini nobile
veneto «se lui vole exborsare sedici ducati per lo correctore; et
casu quo non pagasse ditti sedici ducati, non ge la debba intitulare,
sed a chi parerà a ditto frate Jacopo Filippo». Realmente la intitolò
alla città di Bergamo, che gli regalò cinquanta ducati d’oro, da lui
adoperati a vantaggio del proprio convento. TIRABOSCHI, tom. VI. l. c.
IV. §32.
[181] I privilegi concessi ad Aldo furono pubblicati da Armand Baschet.
Venezia 1867.
[182] Nell’archivio di Siena, _Denunzie_ del 1491, Bernardino di
Michelangelo Cignoni scrive: — Pell’arte mia non si fa niente;
pell’arte mia è finita, per l’amore dei libri, che li fanno in forma
che non si miniano più».
[183] _Tachygraphia veterum exposita et illustrata ab_ ULRICO FRED.
KNOPP. Manheim 1817, vol. II. Sì poco sperava nella riconoscenza de’
contemporanei, che vi antepose questa scoraggiata dedica_: Posteris
hoc opusculum, æqualium meorum studiis forte alienum, do, dico atque
dedico._
[184] Tripudiamo anche noi col bibliotecario Maj, allorchè, di sotto
ai versi di Sedulio, gli apparve Cicerone: _O Deus immortalis! repente
clamorem sustuli. Quid demum video? En Ciceronem, en lumen romanæ
facundiæ, indignissimis tenebris circumscriptum! Agnosco deperditas
Tullii orationes; sentio ejus eloquentiam ex his latebris divina quadam
vi fluere, abundantem sonantibus verbis, uberibusque sententiis._
[185] Vedi SACCHETTI, _Nov_. 178; e le canzoni di esso pubblicate nel
_Giornale arcadico_, febbrajo 1819. Della mania d’imitar le foggie
e i parlari stranieri move lamenti anche il Petrarca. Vedi MURATORI,
_Antiq. M. Æ._, diss. XXV.
[186] _Storia fiorentina_, IX.
[187] Historia di Conforto Pulice. _Rer. It. Script_., tom. XIII.
[188] Il gallo era lo stemma di Murano.
[189] _Cronaca veneziana_, § 266. A Venezia era un magistrato
suntuario, i provveditori sopra le pompe.
[190] _Delizie degli eruditi_, XI. 162.
[191] V. DU CANGE _ad vocem_. Egli cavò questo cerimoniale da un
manoscritto di Cambrai.
[192] _Paradiso_, canto XIV. 104.
[193] Lib. II. c. 36.
[194] Vedi PEZZANA, _Storia di Parma_, vol. III. doc. X. XV.
[195] Nelle _Antichità estensi_, vol. II, p, 376, può leggersi la
distinta del ricchissimo corredo che Giulia della Rovere figlia del
duca d’Urbino portò con ventimila scadi d’oro di dote sposando Alfonso
II d’Este nel 1549.
[196] Del 1192, nel _Codice Eceliniano_ del Verci.
[197] _Conto de’ tesorieri generali di Savoja_.
[198] _Dummodo prædicta Lucia marito suo per carnalem copulam se non
commisceat, sine speciali licentia in scriptis; nec cum alio viro rem
habeat, nobis exceptis, si forte cum ea coire libuerit aliquando_.
Manoscritto dell’archivio Trivulzio.
[199] GHIRARDACCI, _St. di Bologna_ al 1313.
[200] DI COSTANZO, _St. di Napoli_, lib. IX.
[201] Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della
cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse
a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta
del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno
e non si dicono». _Relazione del sacco di Roma_, manoscritto nella
Vaticana.
[202] BLANQUI, _Hist. de l’économie politique_, introd. — Vedi
l’_Appendice_ IX.
[203] LANDINO, _Apologia de’ Fiorentini_; VARCHI, _Storia_, lib. IX.
Secondo il Dati, _Cronaca_, p. 128, i Fiorentini nella guerra
col papa dal 1395 al 68 spesero fiorini d’oro 2,500,000
nella seconda contro il conte
di Virtù dal 1375 al 98 » 1,800,000
nella terza dal 1401 al 4 » 2,500,000
nella guerra di Pisa del 1405 » 1,500,000
laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’
nostri.
[204] _Elogio storico_, nella _Serie di uomini illustri toscani_.
[205] Presso MANNI, _Illustrazione del Decamerone_, pag. 431.
[206] _Archivio storico_, IV.
[207] Vedi i _Ricordi storici_ di F. RINUCCINI. Firenze 1841. — Perchè
queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle
con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che
le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi
offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese
del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi
otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna,
sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu
assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un
gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre
mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di
sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa
duemilaseicento franchi d’oggi.
Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua;
mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le
interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti;
non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che
arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e
fanciulli vanno scalzi». Vedi F. M. EDEN, _Storia dei poveri_, vol. I.
p. 70 e seg.
[208] GIOVANNI VILLANI, cap. X. p. 164.
[209] _Cronaca_ del GRAZIANI al 1448.
[210] _Antonii Astesani carmen_, cap. VIII. IX.
[211] _Archivio storico_, XIII. 316.
[212] _Archivio storico_, XIII. 53, Appendice IX. 234.
[213] _Cronaca_ del GRAZIANI.
[214] _Circulus Pisanus_, 25.
[215] La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che
un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente
lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la
potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando
e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno
dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i
Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».
[216]
_Quis tecum consulet astra_
_Fatorum secreta movens, aut ante notabit_
_Successus belli dubios, mundique tumultus,_
_Fortunasque ducum varias?_
[217] _Storie fiorentine_, X. 83.
[218] Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e
specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un
breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura,
cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti
(_ægyptiaci_) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al
gennajo:
_Prima dies Jani timor est, et septima vanis,_
_Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum._
[219] _Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod
quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,...
totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et
leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu
Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi_.
Conciliator controv., fasc. XV.
[220] Nell’_Istoria miscella di Bologna_. Rer. It. Script., XVIII, al
1422.
[221] FACIO, lib. IX; PANORMITA, lib. IV.
[222] TARGIONI TOZZETTI, _Relazione di viaggi_, XI. 266.
[223] VESPASIANO, _Vita di Pietro Pazzi_.
[224] TRISTANI CALCHI, _Nuptiæ Mediol. Ducum_, VI.
[225] _Diario dell_’INFESSURA. _Rer. It. Script_., part. II. p. 1143.
[226]
_Heu nequam gens judaica,_
_Quam dira præsens vesania._
_Plebs execranda!_
[227] Per esempio, un _Giudizio di Vulcano, Clitennestra_, ecc. Vedi
principalmente MAGNIN, _Origini del teatro_, 1839.
[228] _Antiq. M. Æ._, diss. XXIX.
[229] NOSTRADAMUS, _Vite de’ poeti provenzali_; CRESCIMBENI, _Storia
della vulgare poesia_, tom. II. part. I. p. 44.
[230] Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima
e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le
Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli
de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi,
cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi,
ecc.
[231] Dai _Diarj_ mss. di Marin Sanuto, vol. XXXII, fol. 341, si vede
il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522
egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna,
solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per
Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di
utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj...
et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et
domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et
nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di
grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando
non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin
Sanuto _palam locutus sum omnibus_, che se fossi in loco che potesse,
provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir
ecc. ecc.».
Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò
una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul
ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo
distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo.
Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò
cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si dissero
_tontine_. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi,
San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.
[232] San Pier Damiani, lib. I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici
la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote
in mimo. Il Cortusio (_Rer. It. Script_., XII. 73) dice che il nobil
uomo signor Rizardo di Camino, _alla foggia de’ nobili_, giocava
per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si
tratteneano giocando a dadi e scacchi. Nello _Statuto dell’arte di
Calimala_, al lib. II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore
lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro,
dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì
si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire
dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni
giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare
(_ad pistellandum ova_) in quaresima. Pascasio Giudico, medico
viaggiatore del XVI secolo, passando da Pavia vi scrisse un trattato
_De’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro_; opera ove
tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui
d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato
tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che
della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa
si facessero dadi.
[233] _Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare
debeant, quos semper odio habui_. Rer. It. Script., XI.
[234] Lib. VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.
[235] Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccoli _nunquam verba duo
latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis
mentem, conjungere potuit_. La prima e più solita ingiuria che usavano
tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.
[236] Vedasi DU CANGE alle voci _Avaria, Anchoragium, Carratura,
Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla,
Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum,
Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum,
Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum_. —
MURATORI, _Antiq. M.Æ.,_ tom. II. col. 4. e seg. e 866. — WERDENHAGEN,
_De rebus publicis Hanseaticis_, part. III. c. 20. — MARQUARD, _De
jure mercatorum_, lib. II. c. 6. — FISCHER, _Geschichte des deutschen
Handels_, tom. I. p. 526 e seg. — PEGOLOTTI ap. Pagnini, _Della
decima_, tom. III. p. 301.
[237] Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti
genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li
rimprovera, _cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed
preambula discretione ferenda_; e vuole non s’abbiano a considerare
scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed
altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a
negar ad essi ogni cosa. _Liber jurium_, I. 930.
[238] _Storia fiorentina_, lib. III. c. 80.
[239] CIBRARIO, _Economia politica del medioevo_, pag. 82. — Fin ai
tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio
impiegava
da Genova ad Avignone 7 in 8 giornate
» a Parigi 18 in 22 »
da Firenze a Milano 10 in 12 »
» a Roma 5 in 6 »
» a Napoli 11 in 12 »
» a Parigi 20 in 23 »
» a Genova 5 in 6 »
» a Londra 25 in 30 »
[240] L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto
interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma;
al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3
maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio
1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col
Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato
di Baden.
[241] _Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ
libertatem editis, tollendis._
Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi
togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure
Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270.
Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena,
rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232
proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero,
e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa
medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire
il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di
Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per
ottenere lo stesso favore.
D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione
delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa
necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini
del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono
nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo
la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani
lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una
conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85,
90... contengono scambievoli rinunzie.
[242] Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini
quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano: _Locum de
Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis
possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis
meis adimpleatur._ 16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni
Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in
possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre
volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove
Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Vento _locum Vulturis_
(Voltri) _pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic
observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra
contradictione in eis pro duplo intrare posse..._; e la moglie rinunzia
al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia
dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi
esso cartulario nei _Monum. Hist. patriæ_.
[243] Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal
conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi
figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe
dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento
fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i
tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro
Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap. CIBRARIO, pag. 403. Perciò
gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo
al 12 dicembre 1198: _Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in
fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum
causare debeat_. Monum. Hist. patriæ. _Chart_. II.
[244] _Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam
requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum
habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et
scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant
dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam
capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et
teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum
habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum
qui sunt de terris et locis._ Senatus populique romani statuta, lib. I.
c. 143.
[245] CALVI, _Efemer_., tom. II. p. 613.
[246] _Monum. Hist. patriæ_, Leges municipales, pag. 206.
[247] _Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro
peregrinorum susceptione_. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap.
BOUQUET.
[248] _Antiq. M. Æ._, dias XXX. — Qui i mercanti sono considerati
come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della
Misericordia.
[249] _Apud_ CARLI, _Zecche d’Italia_, tom. II, p. 173. — Nel
1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano: _Quia desideramus
quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem
sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris
mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas
etc_. Archivio storico, tom. VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in
quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a
Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.
L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni
dorati, e una di perle, anelli, panni, _libri_ ed altre preziosità,
spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e
Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il
Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore
e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre
querele simili sono a leggervi.
[250] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I.
[251] Ivi, 1501.
[252] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II. 1378. Vi sono pure le promesse
che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon
essere.
I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da
Gavi a Serravalle, _ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per
homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone
faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria
voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni
Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii
et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione
Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue,
comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone
salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et
a Terdona usque in districtum Papiæ etc_. Liber juris, tom. I. 955.
Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di
Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde
quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento
lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo
ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle
guerre contro gli Astigiani. 1181.
[253] SCIPIONE AMMIRATO, _St. fiorentina._ I.
[254] Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76.
Vedasi il _Regestum Friderici_ nell’archivio di Napoli, pag. 309-356;
CIBRARIO, _Economia_; BIANCHINI, _Storia delle finanze del regno di
Napoli_.
[255] L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti
di tutti i paesi mercantili. Lo _Statuto di Lucca_, rub. CXXI (ap.
TOMMASI, _Sommario_), proibisce di venderne, se non sia stato
riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di
zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato
vivo con esso zafferano.
[256] Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il
quando fu introdotto in Italia. Da un documento del _Codice diplomatico
arabo-siculo_ di monsignor Airoldi, tom. II. part. II. p. 94, risulta
che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò
stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier
Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che
però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di
Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e
lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secolo XV.
Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente
abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra
gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di
Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva
nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo
V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche
nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio
e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il
riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma
già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta
Italia». Vedi CAPSONI, _Della influenza delle risaje sulla salute
umana,_ Milano 1851.
[257] Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il
Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si
appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli
economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè
non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.
Nel _Liber jurium_ di Genova, vol. I. p. 1170, è un inventario
delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al
comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i
differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore
approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata
la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle
derrate.
[258] Cioè Santhià. _Monum. Hist. patriæ_. Chart. I. 341.
Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori
fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro
traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente
lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si
cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a
Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al
duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di
val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime
in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli.
Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort
e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè
il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e
dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava
gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse
lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a
Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu
sempre scarso. CIBRARIO, _Monumenti di Savoja_, pag. 283.
[259] La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del
1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja. _Hæc sunt sacramenta, quæ
potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc.
fecerunt_. Ap. TARGIONI, tom. I. p. 66. _Viaggi_.
[260] _Statuto dell’arte di Calimala_. Merita d’esser visto pei molti
savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una
civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da
dare alle famiglie e alle vedove degli associati.
[261] Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e
Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle
compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle
Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle
Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’
Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta,
de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila
marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano
quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti,
de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj,
vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri,
de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.
Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori,
balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli,
calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri,
funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri,
orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli,
conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di
grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj,
facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze,
e non v’appare distinzione di maggiori e minori. V. SERRA, Annot. al
lib. IV; ma discordiamo da lui sul senso di _callegarii_ e _zotolarii_.
Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato
della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala
aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori
d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro;
pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’
lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta
rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti,
e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj,
montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo
bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini,
scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo;
linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate
in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco;
coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con
cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.
Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori
di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj, _rioberj_,
pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj,
barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori
di pignolati, tintori e cimatori di pignolati, _corregatores_,
linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti
i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e
i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri
proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre
beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio
traffico, sino a certe somme. _Statuti_, lib. IV, rub. 1.
[262] Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture,
ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle
d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni
de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.
[263] G. VILLANI, _Storie_, XI, 93; _Della mercatura de’ Fiorentini_,
II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.
[264] Pag. 295. Nella _Tariffa milanese_ del 1216 son notati come capi
d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in
una di Modena del 1306.
[265] TARGIONI TOZZETTI. _Viaggi_. Nello statuto di Pescia 1340 è
ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di
terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno
cinque pedali di mori gelsi _bianchi_; e sotto l’effigie del pesciatino
Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato
lode d’aver portato
alla sua patria questa pianta,
Dalla qual nacque poi ricchezza tanta
Che in ogni luogo si noma il Delfino.
Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato
che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze,
e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli
bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nel _Saggio delle
malattie cutanee sordide_, 1798, all’art. _Lebbra_, pag. 174, dice
che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’
lebbrosi lavoranti di lana e seta.
[266] MORBIO, _Codice Visconteo Sforzesco._
[267] _Antiq. M. Æ._, II. 332.
[268] GIANNONE, _Storia civile_, XXVII. 3.
[269] _Documenti al_ TOMMASI, _Sommario della storia di Lucca_, pag. 63.
[270] MANNI, _De Florentinis inventis commentarius_; e PAGNINI, tom.
II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato
con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora
l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’
preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di
Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore
Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un
bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno.
L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal
dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali
comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la
lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.
[271] Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che
introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe
qualche cappello che fu pagato sin mille lire.
[272] ANDERSON, _Hist. commerc_., pag. 371.
[273] MANNI, _Veglie piacevoli in Dino di Tura_. In Francia i falliti
portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla
gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono: _Quicumque captus et
detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem...
probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies
sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis
premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta
voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis
captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis
vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat
creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona
quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque
ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo
cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium,
qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ,_ Leges
987.
Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel
1853. il c. XXXVI del lib. I. porta: _Come se renunzia a li beni suoi
dando le natiche al pietrone_.
«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni,
questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse
con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare
a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino
a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle
trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiate _Cedo bonis_,
che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte
natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un
mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo
nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione
comune, senza le predecte solennità».
[274] _Liber jurium_, vol. I. p. 1180.
[275] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. II.
[276] Lo statuto di Pisa del 1161, rubr. V. _De modo cognoscendi et
judicandi_, già stabilisce la procedura mercantile sommaria: _Statuimus
ut quæstio de marinaratici, et nauli, et mercibus amissis seu
deterioratis in navi vel ligno, a consulibus maris summatim et extra
ordinem dirimatur._
[277] Possediamo siffatti statuti di molte città italiane, e
nominatamente di Trani e Amalfi, la cui _Tavola_ fu edita a Napoli nel
1844 dal principe d’Ardore, copiandola dai manoscritti del Foscarini:
_Capitula et ordinationes curiæ maritimæ nobilis civitatis Amalphæ, quæ
in vulgari sermone dicuntur la Tabula de Amalphu, nec non consuetudines
civitatis Amalphæ._
Al testo del _Consolato de’ fatti marittimi_ suol precedere una nota,
che indica i paesi dove quello fu accettato; per esempio, Roma nel
1075, Genova nel 1186; ma non ha aspetto d’autenticità. Carlo Targa
e Giuseppe Maria Casaregi, giureconsulti genovesi, illustrarono
il _Consolato_ in modo che i loro commenti divennero regola della
navigazione del Mediterraneo.
Il _Consolato_ sanciva che, in tempo di guerra, le merci neutre
caricate dal nemico sono libere, e non possono sequestrarsi, mentre
invece la bandiera neutra non protegge merce nemica. Al contrario,
le città del Baltico sosteneano il mare libero, non per generosità e
giustizia, ma perchè soli navigando quel mare, vi trovavano il proprio
conto, senza concedere reciprocanza alle potenze belligeranti. Sono
divergenze che furono dibattute nei libri, nei congressi e colle armi.
[278] _Excipimus præstantias de mari, quas marinarii inter se facere
consueverunt, et credentias quas socii tractores facere consueverunt:
verbigratia quas faciunt in Sicilia ad moccobellum vocatus, vel alias
similes._ Rubr. XLII.
[279] Il marco d’oro che oggi vale lire 848, nel 1300 valeva lire
55.10; e quello d’argento lire 2.10: sicchè la proporzione fra i due
metalli era: 22 : 1.
[280] _De usurariis puniendis_, lib. I. tit. 6. «Questo iniquo e
scandaloso traffico (del prestare) era il più favorito mestiere dei
Lombardi... Di così pestilente costume ho io trattato altrove». Sono
parole del buon Muratori, _Annali_ al 1226.
[281] _Delizie degli eruditi toscani_, XIX. 97. L’aggiotaggio all’alto
e basso è perfettamente descritto da Marchione di Coppo: «Molti
incantavano del Monte (del debito), e diceano: _Lo Monte vale trenta
per centinajo; io voglio poterti dare da oggi a un anno, ovvero tu dare
a me a trentuno per cento; che vuoi ti doni a far questo?_ e cadeano in
patto, poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comprava; se rincaravano,
li vendeva, e ne permutava qua e là il patto, venti volte l’anno. Si
pose su gabella fiorini due per cento a ogni permutatore». _Rubr_. 727.
[282] Quella bolla, riferita dal Pezzana, _St. di Parma_, vol. III.
dec. VII. 9, merita esser vista nella sua integrità pel patronato ivi
estesissimamente professato.
Quando Napoleone nel 1807 raccolse l’assemblea israelitica a Parigi,
fu proposta e votata a grandi applausi questa deliberazione: — I
deputati israeliti dell’impero francese e del regno d’Italia, penetrati
di riconoscenza pe’ continui benefizj resi dal clero cristiano agli
Israeliti ne’ passati secoli, e per l’accoglienza che i pontefici
e molti altri ecclesiastici hanno usata agli Israeliti quando la
barbarie, i pregiudizj e l’ignoranza li perseguitavano ed espellevano
dalla società, stabiliscono che l’espressione di questi sentimenti sarà
consegnata nel processo verbale affinchè rimanga eterna testimonianza
autentica della gratitudine degli Israeliti di quest’assemblea
pei benefizj che le generazioni precedenti hanno ricevuto dagli
ecclesiastici».
Nel 1436 il duca di Milano permetteva a una famiglia d’Ebrei di Mantova
di stabilirsi in Como per dieci anni, co’ suoi fattori, socj ecc.
L’uffizio di provvisione, cioè la municipalità di Como vi si oppose;
ma il duca sostenne la concessione, dando la facoltà di tener banco,
prestare a sei denari per lira al mese, aver esenzione da tutti i
carichi reali e personali, coll’obbligo di pagare fiorini venticinque
ogni anno al Comune. I Comaschi non potendo impedire, stanziarono però
che gli Ebrei portassero un distintivo.
[283] G. VILLANI, VII. 53.
[284] PAGNINI, II. 54.
[285] _Mémoires des Antiquaires de France; nouvelle série_, XVIII. 467.
[286] MONTFALCON, _Hist. de Lyon_, pag. 735.
[287] _Antichità estensi_, II. 48.
[288] L’esempio di Cicerone, che incarica Attico di pagare in Grecia
una somma, di cui esso gli farà i fondi a Roma, è l’unico di cambio
fra gli antichi: ma trattavasi di un migrato da Roma, che quivi avea
lasciato e beni e congiunti; sicchè era piuttosto un cambio d’amicizia
che bancario.
[289] Il Targioni (_Viaggi_, vol. II. p. 62) tolse da un copialettere
del 1372 di un mercante di lana fiorentino questo: — Mandovi una
lettera com quele di cambio di fiorini ducencinquanta avete a
ricevere costà... Con questa vi mando una lettera di cambio di fiorini
cencinquanta, avete a ricevere costà da Vieri di cambio per fiorini
cencinquanta, n’avei qua a capo da me; quando gli avete, ponete a
nostra ragione ecc.».
Emiliani Giudici pubblicò due lettere di negozio del 1290 e 91, della
ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze, ove, tra altre
belle cose, si legge: — Avemmo una lettera che ne mandaste per lo
procuratore dell’abbate di Nostra Dama de’ Verucchi; ove ne scriveste
che gli facessimo pagare a la corte del papa f. cento di sterlini
per altrettanti che ne riceveste costà; onde avemgliele fatti ben
pagare, e ancora avemo mandato che gli siano prestate altre f. cento
se n’abbisognasse, sì come ne mandaste a dire; onde le procuragioni
ch’avete, guardate; e noi per altra lettera vi scriveremo quello che
gli prestassimo, e lettere che n’avremo vi manderemo».
[290] Lodovico Luzi con documenti provò (Orvieto 1868) che in Orvieto
fu eretto un Monte di pietà nel 1463; e Ariodante Fabretti che in
Perugia nel 1462.
[291] Nel 1483, 29 dicembre, Lodovico Gonzaga scriveva a frate Angelo
Clavasio: — Questo devotissimo populo mantuano, mosso ed inducto de
la predicatione, persuasione et efficacissime ragioni del venerabile
padre frate Bernardino de Feltro, ha divisato lo laudabilissimo Monte
de pietà; e a tanto bene è concorso lo signor marchese principalmente,
e successive cittadini, plebei ed io». D’Arco, Nuovi studj sul Comune
di Mantova. In Russia devono essere stati introdotti dai nostri quei
monti che chiamavano i _Lombardi_, e sono una delle istituzioni più
importanti dell’impero, prestando al sei per cento, mentre l’ordinario
canone è dell’otto, dieci e fin dodici.
[292] Un diploma di Corrado di Monferrato, dato da Tiro nel 1188, dice:
_Donavi et concessi pisanis viris de societate Umiliorum quia mecum
in Tyri defensionem pro honore nominis unigeniti filii Dei, totiusque
christianitatis fideliter atque constanter permansere, furnum unum_
etc.
[293] DU CANGE, _Glossarium_, tom. II. p. 43. _A Fulcone Cacio,
cive placentino, capitaneo universitatis mercatorum lombardorum et
tuscanorum, habente etiam potestatem et speciale mandatum a consulibus
mercatorum romanorum, Januæ, Venetiarum, Placentiæ, Lucæ, Bononiæ,
Pistorii, Astensium, Albæ, Florentiæ, Senarum et Mediolanensium_.
[294] Se ne trovano stipulate alcune nel repertorio di Giovanni Scriba,
ove anche il nome incontriamo in un documento del 24 aprile 1156: _Ego
Bonusvassallus accepi in_ comendacionem _a te Wilielmo Filardo libras
quinquaginta in panis etc._; e in un altro del 3 maggio seguente.
[295] UGHELLI, _Italia sacra_, tom. IV. col. 871, che erra
attribuendolo a Boemondo II.
[296] Chi amasse minutissime particolarità di trattati di commercio,
fondati sempre sulla gelosia e l’esclusiva, cerchi nel _Liber jurium,_
tom. I. p. 851, quello del 1229 de’ Genovesi coi Marsiglioti; e l’altro
degli stessi del 9 novembre 1251, che riempie sedici colonne dei
_Monumenta Historiæ patriæ_.
[297] _Impositio officii Gazariæ_, pag. 326; _Capitulare nauticum_,
cap. XXXV.
[298] POGGIALI, _St. di Piacenza_, tom. VI. 31; TIGRIMI, _Vita
di Castruccio_. Buonaccorso Pitti trafficava in Picardia, quando,
essendovi sbarcati gl’Inglesi nel 1388, «feci compagnia con un Lucchese
e con un Senese, e a nostre spese, con trentasei cavalli e bene armati
andammo nel detto esercito, sotto il segno e condotta del duca di
Borgogna». _Cronaca_, pag. 34.
[299] MARSIGLI, _Ricerche sul commercio veneto_; FANUCCI, _Storia de’
tre celebri popoli marittimi dell’Italia_, vol. IV; PAGNINI, _Della
decima della moneta e della mercatura de’ Fiorentini fino al secolo_
XVI. Lucca 1765; SERRA. _Discorso sopra il commercio, la navigazione e
le arti dei Genovesi_; CARLO PAGANO, _Delle imprese e del dominio de’
Genovesi nella Grecia._ Genova 1852.
[300] Sulla destra del ramo settentrionale del Don, a quattro miglia
dal suo sbocco, fra i due villaggi che oggi si dicono Simarka e
Nedvigovka.
[301] Federico I nel 1162 concedeva un amplissimo privilegio a’
Genovesi, dove fra altre cose gli abilita a cacciare i Provenzali e i
Francesi che vanno o tornano per mare da negoziare colla Sicilia, la
Calabria, la Puglia e il Veneto; nelle terre dove vanno a mercatare,
abbiano due o più Genovesi che rendano la giustizia fra loro; i loro
mercanti possano valersi de’ pesi e delle misure proprie. _Liber
jurium_.
[302] E non vino, e così nella Borgogna; mentre a Parigi si spacciava
vino di Napoli. _Pratica della mercatura_, cap. XLII. LIV.
[303] Il vulgo genovese conserva ancora molte voci arabe: _Ramadan,
camallo, tara, lalla, mandillo, marabotto, roboien, corba_...
[304] Abbiamo l’inventario d’una nave, che andando all’Ecluse, fu
spinta alla cala di Dunster. Portava due grosse botti di gengiovo
verde, un barile di gengiovo in acqua di limone, una balla di
arquinetta, tredici barili d’uve passe, nove di solfo, censettantadue
balle di guado, ventidue di carta da scrivere, una cassa di zuccaro
candito, sei balle di scatole vuote, un barile di prugne secche,
trentotto balle di riso, cinque botti di cannella, un barile di polvere
salmistra, e cinque balle di legno di bosso».
[305] GIUSTINIANI, _Annali_, VI.
[306] Se ne conoscono del 1302, 10, 19, 24, 32, 35, 42, 50, 62, 82.
[307] Negli anni 1306, 17 e 20 Venezia fece trattati con Tunisi, nel
56 con Tripoli. Quattro trattati conchiusi fra la repubblica e i re di
Tunisi della stirpe degli Afidi, ignoti agli storici di Venezia, sono
dati dal barone de Hammer, _St. degli Osmanli_, tom. IV. p. 691.
[308] Mille sono detti nei _Rer. It. Script_., XXII. 959. Il libro
_Venezia e sue lagune_, al tom. I. p. 176, li farebbe diciannovemila;
al tom. II. p. 151 dice che talvolta arrivarono sino a quattromila; a
p. 253 accenna come il sommo tremila cinquecento. Tali discrepanze sono
meno scusabili nelle monografie.
[309] La galea grande, lunga di alto passi ventitre, piedi tre e mezzo,
di piano piedi dieci, di bocca diciassette e mezzo, alta in coperta
piedi otto, non ha opere morte; il timone a poggio movesi con una zanca
per fianco. La galea di Levante era lunga di alto passi ventitre, piedi
tre, di piano passi dieci con quattro vele. La sottile, passi sette e
mezzo con tre vele, cioè come le nostre. La latina era lunga in colomba
passi dodici, di piano piedi nove, piedi sedici in trepiè, ventiquattro
in bocca, nove e mezzo in coverta, sedici in coverta lunga, il timone
passi quattro, due battelli da piedi trentaquattro, una gondola da
ventiquattro. La nave quadra era tredici passi in colomba, di piano
piedi nove e un quarto, diciassette e mezzo in trepiè, ventisei e mezzo
in bocca, e caricava trecento botti. Le descrive uno che vi serviva
nel secolo XV; manoscritto della Magliabechiana, classe XIX. cod. 7. Le
carrache erano i legni più grossi dopo i vascelli propriamente detti,
e portavano fin millequattrocento barili, aveano tre ponti, e più tardi
n’ebbero fin sette. Le galeazze aveano anch’esse un castello di prua e
uno di poppa, tre alberi, vele latine e trentadue banchi di rematori.
È quasi inesplicabile la rapidità delle costruzioni navali. Jacopo da
Varagine (_Rer. It. Script._, IX. 17) attesta che dal 15 luglio al 15
agosto 1297 la Repubblica genovese allestì ducento galee da ducenventi
uomini almeno ciascuna: nel 1284 ne allestirono settanta in tre giorni.
Venezia in men di cento giorni preparò una flotta: presente Enrico
III, in due ore fu posta insieme una galea e varata: nel 1569 distrutto
l’arsenale dall’incendio, nel seguente uscivane la flotta che disfece
la turca a Lépanto.
[310] _Ep. seniles_, lib. II. ep. 3.
[310a] Nell’Appendice XXIX dell’_Archivio storico italiano_ si pubblicarono
documenti che rischiarano il commercio de’ Veneziani coll’Armenia e
con Trebisonda. In questa città i Veneziani ebbero privilegi amplissimi
fin dal 1201, più volte confermati, e quartiere fortificato, al par de’
Genovesi; colle conquiste russe perì la prosperità di Trebisonda, ma in
questi ultimi anni tornò importantissimo scalo per l’estremo Oriente.
[311] Tali sono, fra gli altri, due trattati del 1327 con Como e
Brescia.
[312] MALIPIERO, _Annali_, 666, 715, 717.
[313] Ragusa anticamente area trattati di commercio con Fermo,
Recanati, Rimini, Ravenna, Ferrara (APPENDINI, _Notizie storiche della
città di Ragusa_); e prima ancora con Napoli, Siracusa, Messina,
Barletta ecc.; dappoi si ridusse in dipendenza di Venezia, che vi
teneva un conte a governarla con patti stabiliti.
[314] _Rer. It. Script_., XI. 142.
[315] _Libri di divisamenti di paesi, di misure di mercatanzie, ed
altre cose bisognevoli di sapere a mercatanti di diverse parti del
mondo_; edito dal Pagnini.
[316] Fin dal 1422 entrò in trattative col soldano d’Egitto pel
commercio d’Alessandria e della Siria, e col signore di Corinto in
Romania, e conchiuse con loro vantaggiosi trattati; uno del pari nel
1425 coll’Inghilterra, che rinnovò nel 1490; coll’imperatore greco nel
1438; col re d’Aragona nel 1450. Nel 1487 e 88 rinnovò le trattative
coll’Egitto per favorire la propria navigazione ad esclusione degli
stranieri.
Fra i canti per mascherate n’è uno di mercanti fiorentini, che tornati
arricchiti, esaltano il girare il mondo e guadagnare, poi rimpatriati
ajutare chi n’ha bisognò; ed esortano ad avviare a ciò i figli, anzichè
lasciarli perdersi nell’ozio e ne’ vizj.
[317] «Il sintraco (come a dire sindaco) deve aver tre mine di sale
da ogni legno che vien di Sardegna con sale; se venisse di Corsica
e avesse fatto cambio, n’avrà tre mine di grano; una mina da ogni
legno che venga dalla Marittima e da Romania. Da ogni legno che va in
Corsica, abbia una mina di grano; da ogni legno di sale di Provenza,
tre quartini di sale; da ogni galea che va in corso oltre Sardegna o
in Ispagna, un marabotico; da ogni legno che vien di Sicilia, due mine.
Nelle principali feste pranzerà coll’arcivescovo. Tocca a lui ordinare
le guardie delle città, e riconoscere se furono fatte; convocare il
popolo, battere i ladri e malfattori secondo l’ordine de’ consoli, e
fare i bandi per la città e per tutto il vescovado; entrar nelle case a
ricevere i pegni, e quando spira vento d’aquilone andare per la città,
pel castello e pel borgo ad avvertire che badino bene al fuoco. Il
sabato santo custodirà le porte di San Giovanni finchè l’arcivescovo e
i canonici vengano a benedir le fonti». Liber jurium, pag. 79.
[318] _Lettera di_ Benedetto Dei _per difesa della mercatura dei
Fiorentini contro le ingiurie sparse da alcuni mercadanti veneziani_.
Vedi nel vol. II del Pagnini.
[319] Nel 1505 per la prima volta Firenze tirò grano dall’Inghilterra
per cinquantamila scudi d’oro, e duemila moggia da Linguadoca. NARDI,
_Storie fiorentine_, lib. IV.
[320] Nel 1499 i Salviati riceveano da Filippo d’Austria, duca di
Borgogna, in pegno per quattromila fiorini grossi, trecentoventi
centinaja di lana d’Inghilterra, e un famoso fiordaliso, vale a dire
un reliquiario di oncie diciannove fiorentine, con crocifisso nero,
quarantuno balasci, trentasei zaffiri, nove smeraldi, cinquantacinque
rosette d’oro con quattro perle in ciascuna e un diamante acuto, e la
corona con quattro perle a pera, un diamante grosso e trentotto perle.
[321] Klaproth preparava l’edizione del _Milione_ di Marco Polo con
commenti e colla carta analizzata dei paesi da lui visitati; e doveasi
stampare a spese della Società geografica di Parigi: ma non potè
compirla. Parrebbe a credere fosse scritto originalmente in veneziano,
dialetto dello scrittore. Il padre Spotorno sostiene che, nella lunga
lontananza, esso doveva aver dimentico l’idioma patrio, e che Andalon
del Negro genovese lo scrisse in latino, sopra relazione del Polo
stesso. I migliori ora tengono che Rusticiano da Pisa lo stendesse
in francese, man mano che lo raccoglieva dalla bocca di Marco suo
compagno di carcere. Il testo più genuino pare quello che pubblicò
la Società geografica di Parigi nel 1824. Di buon’ora il Milione fu
mutato in toscano e in altre lingue, ma interpolandovi novità; nel
che maggior licenza si prese il Ramusio nella sua _Collezione di
navigazioni_. Nel 1844 fu stampato a Edimburgo da Murray con copiose
note illustrative; in tedesco da A. Bürck (_Die Reisen des Venezianers
M. Polo_. Lipsia 1845) sopra le migliori edizioni, e con aggiunte di
C. F. Neumann, che viaggiò i luoghi stessi, e che trova esattissimo il
nostro Veneziano. Un’edizione italiana fu procacciata a Venezia il 1847
da Vincenzo Lazari, traducendo l’edizione del 1824, liberando il testo
dalle aggiunte Ramusiane, e arricchendola di note. Il tenente Wood
della marina britannica dell’India, il quale scoperse le vere sorgenti
dell’Oxo nel 1829, dice esattissima la descrizione che di que’ paesi fa
Marco Polo.
* Il colonnello Enrico Yule, del corpo degl’ingegneri nel Bengala,
stampò a Londra nel 1871 _The book of sir_ Marco Polo _the venetian,
newly translated and edited with notes_, 2 volumi con mappe e figure e
dissertazioni sulla vita, la famiglia, il carattere di M. Polo, e con
abbondanti notizie geografiche, etnografiche e filologiche.
[322] Vedi BIZZARRO, _Hist. rerum persicarum._
[323] GRABERG DE HEMSÖ, _Annali di geografia_; gennajo 1803.
[324] _Idem videtur sentire noster Georgius, vir in peragrando orbe
atque indagando terrarum situ diligentissimus,_ dice Antonio Galateo,
che tratta la stessa quistione nel libretto _De situ elementorum_.
[325] _Genealogia degli Dei_, lib. XV.
[326] _Ep. famil_., lib. VI. 3.
[327] TIRABOSCHI, tom. VI. l. 1, c. V. § 2.
[328] ZANETTI, _Origine di alcune arti presso i Veneziani_, p. 46.
[329] ZURLA, _Il mappamondo di frà Mauro descritto ed illustrato_.
Venezia 1806; opera debole. Nel trasportare questo prezioso monumento
da San Michele di Murano al palazzo ducale, si potè meglio esaminarlo;
e a spalla vi si trovò scritto: MCCCLX adi XVI _avosto fo chomplido
questo lavor_. È singolare vedervi in Africa accennato il _Dafur_, che
è il Darfur, ignoto fin quando Bruce lo visitò ai giorni nostri: prova
che frà Mauro si valeva di relazioni o perdute o mai non scritte.
Nel congresso geografico del 1875 si trattò di tutte queste e di altre
mappe.
[330] FOLIETTA, _Hist. gen._, lib. V.
[331] Il Petrarca (_De vita solit_., XII. sect. 6. c. 3) dice che
all’età de’ suoi padri colà penetrò un’armata di Genovesi.
[332] _Relazione della scoperta delle Canarie e d’altre isole
dell’Oceano nuovamente ritrovate nel_ 1341; stampata da Sebastiano
Ciampi a Firenze nel 1827.
[333] Il Sadoleto, nel 1514, ne lo ringraziava a nome di Leon X
per _elephantum unum indicum, incredibili corporis magnitudine, et
pardum unum, et vestem destinatam rebus divinis. Erat ea species, ea
pulchritudo nobilissimi operis, qualem nec vidissemus ante unquam,
nec videre expectavissemus; is splendor, qui ex candore et copia tot
gemmarum esse debebat; artem autem in eo et varietatem operum omnes
plane confitebantur etiam pretiosiorem esse materia, cum diuturnus
labor nobilitatem summi artificii, ordine et contextu mirabili
margaritarum, antecellere omnibus indicis atque arabicis opibus
coëgisset... Lectæ sunt literæ tuæ, scripta incertum elegantius an
religiosius; te, quod primitiæ omnium rerum Deo dicandæ sunt, primitias
Lybiæ, Mauritaniæ, Æthiopiæ, Arabiæ, Persidis atque Indiæ... nobis...
dare ac dedicare_.
[334] Quando naque Colombo? Nel 1430, o 36, o 41, o 45, 46, 47, 49,
55. — Dove? A Genova, a Cogoleto, a Bugiasco, a Finale, a Quinto, a
Nervi sulla Riviera; a Savona o a Palestrella, o ad Arbizoli là vicino;
o a Cosseria fra Millesimo e Carcare; in val di Oneglia, a Castel di
Cuccaro fra Alessandria e Casale, a Piacenza, o a Pradello in val di
Nura. Ciascuna di queste opinioni fu sostenuta con gran corredo di
ragioni e di petulanze. Vedasi l’ultimo lavoro del marchese D’AVEZAC,
_L’année véritable de la naissance de Colomb_ (Parigi 1873), che lo
pone al fine del 1446, e le contraddizioni dell’americano Harris.
[335] Dante indica le costellazioni del piede del centauro e della
crociera del sud, invisibili al nostro emisfero.
Io mi volsi a man destra, e posi mente
All’altro polo, e vidi quattro stelle
Non viste mai fuorchè alla prima gente...
O settentrïonal vedovo sito
Poichè privato se’ di veder quelle.
_Purg._ I.
I planisferi arabi e i nostri viaggiatori che arrivavano fino a Bab
el-Mandeb, ne lo poterono istruire. La sua cosmogonia è siffatta:
che l’emisfero boreale stava sott’acqua, e un gran continente era
nell’australe opposto al nostro; Lucifero, _piovendo_ dal cielo per
essere incarcerato nel centro della terra, spinse in su un cono di
sollevamento, che forma la montagna del Purgatorio, sulla cui vetta
ride il Paradiso: la massa arida agli antipodi si fece _del mal
velo per paura_ di Lucifero, e nel nostro emisfero restò una _gran
secca_, cioè un continente di cui è centro Gerusalemme. Questi sono
concetti sistematici e poetici; e più importa il vedere precisamente
designato da Dante il centro di gravità della terra, _il punto a cui
son tratti d’ogni parte i pesi_. Vero è che Aristotele lo accenna e
che il cronista Rolandino mezzo secolo prima di Dante scriveva, _Non
aliter quam ad punctum terræ medium, quod philosophi centrum dicunt,
ponderosa cuncta tendere naturaliter elaborant_ (Hist. Patavina, lib.
XII. c. 9). Ammesso questo centro di gravità, non è più meraviglia che
abitino uomini tutto in giro al globo. Il Petrarca nomina gli antipodi
in un passo da noi citato nel volume vii a pag. 500; e nella canzone v
scrive:
Nella stagion che il Sol rapido inchina
Verso occidente e che il dì nostro vola
A gente che di là forse l’aspetta;
e nella sestina I:
Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
E le tenebre nostre altrui fan alba.
I quali passi intarsiando il Pulci nel XXV del _Morgante_, fa dire dal
demonio Astarotte che dappertutto «navigar si puote, Però che l’acqua
in ogni parte è piana» benchè la terra sia rotonda;
E puossi andar giù nell’altro emisperio
Però che al centro ogni cosa reprime,
Sì che la terra, per via di misterio,
Sospesa sta tra le stelle, sublime;
E laggiù son città, castella, imperio,
Ma nol cognobbon quelle genti prime;
Vedi che il Sol di camminar s’affretta
Dov’io ti dico che laggiù s’aspetta.
[336] Già Strabone comprendea la possibilità della circumnavigazione,
«e se l’estensione del mare Atlantico non ci facesse ostacolo, noi
potremmo, persistendo sotto il medesimo parallelo, navigare dalla
Spagna fino all’India». _Geografia_, lib. II. E Seneca (_Quæstiones
nat._), interrogandosi quanto vi sia dagli ultimi confini della Spagna
fin all’India, risponde: — Lo spazio di pochissimi giorni, se il vento
spiri in favore».
[337] Nel 1488 Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, disegnatore
di carte nautiche a Lisbona poi a Londra, donava a Enrico VII
d’Inghilterra un mappamondo, che non ci è descritto particolarmente, ma
dov’è questa rozza epigrafe:
_Janua cui patria est, nomen cui Bartholomæus_
_Columbus de terra rubra, opus edidit istud_
_Londiniis A. D._ MCCCCLXXX _atque insuper anno_
_Octavo, decimaque die cum tertia mensis_
_Februarii, Laudes Christo canentur abunde._
[338] Quell’uffizietto sta nella libreria Corsini di Roma. — Di Colombo
parlammo estesissimamente nella _Storia universale_ e negli _Italiani
illustri_, e forse non senza novità. È notevole che egli non accenna
mai Marco Polo, sebbene si fondi continuamente sulle tradizioni di
quello.
Nel 1670 Filippo re di Spagna donava alla repubblica genovese un
codice in pergamena, foglio piccolo, legato in cordovano con mazzetto
d’argento, e chiuso in una busta di cordovano con serratura d’argento.
Era una raccolta fatta da Colombo stesso de’ proprj titoli a quella
scoperta, e de’ privilegi venutigli; di cui fece fare due copie,
spedendole a Nicolò Oderigo confidente suo, acciocchè le ponesse in
luogo sicuro. Nelle ultime vicende di Genova andarono disperse. Una,
portata a Parigi, fu ricuperata; l’altra si ritrovò nella biblioteca
del conte Michelangelo Cambiaso, e il corpo dei Decurioni la comprò,
e ne fece eseguire la traduzione dal padre Spotorno e la stampa, col
titolo di _Codice diplomatico Colombo-Americano, ossia raccolta di
documenti originali e inediti, spettanti a Cristoforo Colombo, alla
scoperta e al governo dell’America_. 1822.
[339] Ma Colombo dice precisamente che, al passare di un certo punto,
cioè del meridiano magnetico, «come al passar d’una collina», l’ago,
vôlto fin là a nord-est, piegava a nord-ovest.
[340] ANGELO M. BANDINI, _Vita di Amerigo Vespucci_. Solo nel 1830, pei
documenti pubblicati da Nugnes e Navarrete, si ebbe qualche certezza
de’ costui fatti.
[341] — Non erano passati molti anni che venne in Moscovia alla corte
del suo principe un ambasciatore di papa Leone, nominato messer Paulo
Centurioni genovese, sotto diversi pretesti; ma la principal ragione...
era perchè il detto messer Paulo, avendo conceputo sdegno e odio grande
contro Portoghesi, voleva vedere se poteva far aprire un viaggio per
terra, che le spezierie venissero d’India per via dei Tartari e dal
mar Caspio nella Moscovia». RAMUSIO, _Disc. sopra li viaggi delle
spezierie_, vol. I. p. 374.
[342] Epist. 152.
[343] Il Roberston le adopera come tali, ma evidenti anacronismi
le convincono scritte assai dopo il caso. Disopra della porta della
chiesa di Siviglia dell’Oro alla Giamaica si leggeva: _Petrus Martyr ab
Angleria italicus, civis mediolanensis, protonotarius apostolicus hujus
insulæ, abbas, senatus indici consiliarius, ligneam prius ædem hanc
bis igne consumptam latericio et quadrato lapide primus a fundamentis
extruxit_.
[344] _Isole trovate novamente per el re di Spagna_. L’ultima ottava
dice:
Questa ha composto de Dati Giuliano
A preghiera del magno cavaliere
Messer Giovan Filippo ciciliano,
Che fu di Sixto quarto suo scudiere.
Et capitano suo et capitano
A quelle cose che fur di mestiere
A laude del Signor si canta e dice
Che ci conduca al suo regno felice.
E il libro chiudesi con queste parole: — Finita la storia de la
inventione delle nuove isole di Canaria indiane, tracta da una pistola
di Christofano Colombo, et per messer Giuliano Dati tradocta di latino
in versi vulgari a laude della celestiale Corte et a consolatione della
christiana religione, et a preghiera del magnifico cavaliere messer
Giovan Filippo di Lignamine, familiare dello illustrissimo re di Spagna
christianissimo. A dì XXVI d’ottobre 1495, Florentiæ». Quali sono
peggiori, i versi o la prosa? Certo nè gli uni nè l’altra invogliano a
dissotterrare quel libro.
Vedansi gli _Studj bibliografici e biografici sulla Storia della
geografia in Italia_, pubblicati in occasione del Congresso Geografico
di Parigi. Roma 1875.
[345] Melchiorre Gioja vede nelle imposte «una forza di crescente
proporzione, la quale non trova limite se non nella resistenza de’
popoli, e nel cuor de’ principi saggi». _Nuovo prospetto delle scienze
economiche_, pag. 230.
[346] Nel concilio Lateranese iv, sotto Innocenzo III, è sancito che
l’indagine si faccia per trovar la verità, _coram ecclesiæ senioribus_;
e si soggiunge: _Debet esse præsens is, contra quem facienda est
inquisitio, nisi se per contumaciam absentaverit; et exponenda sunt
ei illa capitula, de quibus fuerit inquirendum, ut facultatem habeat
defendendi seipsum; et non solum dicta, sed etiam nomina ipsa testium
sunt ei publicanda, ut quid et a quo sit dictum appareat; nec non
exceptiones et replicationes legitime admittendæ, ne per suppressionem
nominum infamandi, per exceptionum vero exclusionem deponendi falsum
audacia præbeatur_.
[347] Credesi che Pier Lombardo, per sollecitazione dei vescovi,
sostenesse in Francia le ragioni de’ villani a segno da ottenere che
anch’essi potessero portare lunghi i capelli, distintivo sin allora dei
nobili, cioè della razza conquistatrice. Perciò la memoria di lui era
celebrata annualmente dall’Università di Parigi.
[348] Giovanni XXII avea pubblicato una bolla, ove diceva: — Per
l’autorità conferitaci dall’eterno Padre e dai santi apostoli Pietro
e Paolo, dopo matura riflessione, e udito il consiglio dei nostri
venerabili fratelli, di piena nostra podestà separiamo l’Italia
dall’Impero: riserbando a noi stessi di provvedere pel governo di essa;
e facciamo ampio divieto d’entrarvi». _Provinciam Italiæ ab eodem
imperio et regno Alemanniæ totaliter eximentes; ipsam a subjectione
communitatum et jurisdictionum eorumdem regni et imperii separamus_. Il
BALUZIO, _Vitæ Pap. Avenion_., i col. 704, la dà come falsa, ma come
genuina la considera OLENSCHLAEGER, _Staatsgeschichte des römischen
Kaiserthumes_, p. 249.
[349] Allude al principato di Monaco. Tutto ciò fu scritto avanti le
annessioni del 1860.
[350] Touqueville (_De la démocratie_, II. 117) dice che la parola
_patrie_ non si trova in nessun Francese prima del secolo XVI.