NOTE:

[1] ODORICI, _Storie bresciane_, pag. 184.

[2] _Antichità estensi_, II. 133.

[3] Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era

L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il

valor del denaro.

[4] L’_Art de vérifier les dates_ dice: _Pétrarque, si avare de

louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir

son admiration etc._ Noi vedemmo se ne fu avaro.

[5] Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è

irreparabile.

Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima

quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di

Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò,

e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori

raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo:

_Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li

metto ad entrata del Comune_. E così seguì. Questo Spinello invecchiò

nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto

lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo». _Storie fior_., tom. II.

app. p. 491-93.

[6] _Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret

libertatem_. POGGIO BRACCIOLINI, lib. III. p. 223.

[7] Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in

Valtellina già si mandava nel 1378.

[8] Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo

Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova,

promette, oltre il resto: _Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci

et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut

mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi,

tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel

forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi

facta esset_. Liber jurium, tom. I, p. 994.

[9] Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del

conte di Virtù. _Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et

post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus

masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et

sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi

et naturales domini dictæ civitatis et totius districti._ (SITONI,

_Vicecomitum genealogica monumenta._ Milano, p. 21). Già al 1385, 15

ottobre, i Milanesi fecero _Decretum de pœna dicentis contra statum

Domini_: ove dichiarano _quod nulla persona audeat nec præsumat populum

nominare_. (_Antiqua Ducum Med. decreta_. Milano 1654, pag. 88).

[10] Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera,

scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad

Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte

le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la

coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il

giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il

futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra

quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso

da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto,

e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere

Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per

intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero

sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’

Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con

schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima.

Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo

accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del

soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere

boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata

coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello.

Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano,

concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca

inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente,

il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da

cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in

capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti

il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento

a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo

recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si

celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono

a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri

e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed

ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse

le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le

tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate

da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai

due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli

altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti

giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere,

l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello

steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al

mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore

di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì

terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico

da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni

Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».

[11] Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò,

Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco,

Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio,

Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio,

Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli,

Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che

nell’epitafio di lui è detta _civili nondum enervata duello_, Verona,

Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.

[12] _Mémoires_, cap. VII.

[13] Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso,

intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però

provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a

cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il

Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e

quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel

che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo

pronostico». Davvero non era momento da burle.

[14] Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga

signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra

donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono in DARU, _Storia di

Venezia_, lib. XIII.

[15] Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra,

riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un

romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e

se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non

abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini:

la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando

d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual

fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra.

E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani

porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo

una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o

bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote;

e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono

proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani,

e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno

cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi

fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se

non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite,

destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che

correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole,

dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi

fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa;

l’avanzo lasciai udire agli altri».

[16] ANDREA GATTARO, pag. 280.

[17] Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini,

che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier

grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese

e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli

uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al

mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni,

ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati

cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap.

SANUTO, pag. 736.

... _Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium

atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes,

oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit

comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus

et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur

genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa

Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris

auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis

debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus

plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis

excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis

anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem

prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi

principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio

felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui,

scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam

amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita

demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis

fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum

lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile

submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus

longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar

perspectans etc._

Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che

meritano esser letti nel _Liber juris_: vol. II. p. 1237, per più di 13

colonne.

[18] Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e

ora a Carlo.

[19] STELLA, pag. 1176, 1193. _Rer. It. Script_., XVII.

[20] _Rivoluzioni d’Italia_, lib. XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice

al cap. 4 del lib. XV.

[21] Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree,

per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano

manoscritti.

[22] _Suscipe Robertum regem virtute refertum_.

[23] _Rerum memorabilium_, lib. I. c. 1.

[24] Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle

minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola

con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito

d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo

fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita

d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un

mercante fiorentino.

[25] _Fragm. Hist. romanæ_, lib. I. c. 10. — DOM. DE GRAVINA, _Rer. It.

Script_., XII. 572.

[26] Parole di Matteo Villani, lib. II. c. 61, e soggiunge questo

fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni

tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia

d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato

entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse

mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori

furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi

uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da

riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo

feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri

prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’

merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo

furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi

con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu

riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di

avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».

[27] Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama

«Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib.

XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina,

«ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che

dimostrava molta attitudine di far figli».

[28] Ap. LÜNIG, tom. I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II

d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di

millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento

tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi

di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni

altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di

cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre

in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di

trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in

tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli

di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo

di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre

che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche,

l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è

da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi.

Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli

e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa

d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran

parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene

in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non

si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di

prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini

ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla

magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del

vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco

Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina,

ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di

condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando

a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua

volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e

paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti

di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo

di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza

de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che

si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un

cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi

nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel

che facciamo noi di loro».

[29] RYMER, _Acta_, tom. IV. part. II. pag. 45. A tutti questi fatti

era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.

[30] Questa vittoria, che il Sismondi chiama _la plus importante,

la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la

Méditerranée_, secondo i _Giornali napolitani_ fu dovuta ad uno

stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le

artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali,

pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie

loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta

offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente

Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di

maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero

di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva

e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia,

i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’

nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano

che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e

ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare

della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta

passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi

ciascuno attendeva». _Rer. It. Script._, XXI. 1101.

[31] VESPASIANO BISTICCI.

[32] S. ANTONINI _Chron_., part. III. tit. 22. not. _b_.

[33] L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta

dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune

partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie

alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo

veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e

frustagni.

[34] ANDREA BILLII, _Historia Mediol_., pag. 78.

[35] Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano

in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a

fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini

seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani

spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila

cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il

mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel

conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. Vedi

_Delizie degli eruditi_, XX. 170.

[36] Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che,

pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra

a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale

dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina

sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai

donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.

[37] SANUTO, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è

tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana

l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della

morte del conte Carmagnola».

[38] CRISTOFORO DA SOLDO.

[39] SABELLICO, _Deca_ III, lib. 5.

[40] ROSSI, _Elogi storici_, pag. 150; CAPRIOLO, _Storie bresciane_;

RIZZARDI, _Storia Asolana_ manoscritta.

[41] Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da

San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito

a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda,

ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato;

Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo

ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè

potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli

per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il

Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a

Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa

Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila

scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti.

Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel

1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo

di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria

con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese

a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto

di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e

consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come

conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo

stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del

Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella

chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V. CORONELLI,

_Bibl. universale_, tom. VI. p. 790.

[42] Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto

cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa

fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era

divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore

della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e

avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal

libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi

beni ecclesiastici nel dominio veneto.

[43] _Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ

juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis

emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii

partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et

comitem papiensem creasti._ Così gli elettori nel deporre Venceslao.

[44] _Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo

dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus

in Imperio salvum maneat et illesum._ LÜNIG, Italia dipl., I. 480.

[45] Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi,

e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle

ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il

Leo, tra gli errori onde ribocca la sua _Storia d’Italia_, dice che il

Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla

religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario.

Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto,

nella quale, poichè _Altissimi clementia ineffabili.... antiquissimam

auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit_,

stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a

Dio _quod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit_,

ordinano una processione a Sant’Ambrogio.

[46] Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna

quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana

vercellese vi perì.

[47] _Arch. storico_, XIII. 311.

[48] _Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis

ipsius, auctore_ NICOLAO LANKMANO DE FALKENSTEIN. Ap. PEZ, II. 569-602.

[49] SPINO, _Vita di Bartolomeo Coleone_, pag. 255. La costui biografia

fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati

e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori

lusinghieri che la storia smentisce.

Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in

terzine, e un trattato _De la integrità de la militare arte_, oltre

un poema più volte stampato sul soggetto stesso: _Opera nuova de Mr.

Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ,

de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores

excelluerint_. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di

Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano,

rozzi ma interessanti.

[50] Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: —

Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione

se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte

le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al

soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero,

che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia

venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà;

venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo

parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro,

Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che

porteno la banda bianca, come fanno gli altri».

[51] Paolo Santini, che, sulla metà del secolo XV, scrisse un trattato

di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei

Veneziani, dice: _Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet:

primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum;

tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui

sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus

in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum,

barcarumque suffundatarum, etc._

[52] La sentenza si esprime: _Videtur, propter obstinatam mentem suam,

non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per

scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem

nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra

se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem

status nostri..._

[53] Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge

l’estratto De Sade, _Vie du Pétrarque_, tom. II. I. 692. È nota la

risposta che il Petrarca vi fece.

[54] Ella stessa nel _Tratt. della Provvidenza._ E vedi BOLLAND, ad 30

apr.; HAGEN, _Die Wunder der h. Catharina von Siena_. Lipsia 1840.

[55] «Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che

potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e

sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla

parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a

voi.

«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto

vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che

non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non

lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa,

che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in

guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua.

Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non

perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto

nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che

piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite

si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e

buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero

padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita

per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque

cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra

gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima

croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e

rizzarlo virilmente.

«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i

lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra

a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia,

pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento

che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie

iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie:

dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che

volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite,

venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama;

e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere

il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè

voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio.

Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete

di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».

[56] Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma

il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate

dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in

tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX,

benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia

fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il

gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più

abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì

i dieci comandamenti in un solo, _Portate denaro_. Roma è un baratro

d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò

colla sua passione, onde passa il proverbio

_Curia romana non petit ovem sine lana;_

_Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;_

invece di convocar tutti, dicendo, _Venite e troverete il riposo delle

anime_, il papa esclama: _Venite alla mia corte, vedetemi nella mia

magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o

troverete la perdita delle vostre anime_».

[57] — Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità

vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di

prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto,

meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi

v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal

lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal

lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere

quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il

demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi

come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci

tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno

sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi;

andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita,

perchè li poniate il colore.

«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci

udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio

de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi

vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo, _Voi

sarete morto_. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo

e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite

sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che

voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra

voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere:

se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi

dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.

«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della

santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la

pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad

una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli.

Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo.

Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e

servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso

desiderio...»

Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI,

otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina

Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.

[58] Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 del _Defensor

pacis_, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la

pienezza del potere invocato dai papi.

[59] Colla costituzione _Exiit qui seminat_, nel VI delle Decretali,

tit. _De verb. signif._ — Vedi tom. VI, pag. 353.

[60] Quorum exigit, nelle _Estravaganti_, tit. _De verb. signif._

[61] Ap. CIBRARIO, _Economia_, 163.

[62] FEO BELCARI, _Vita del b. Colombino_.

[63] Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di

Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni

in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato;

il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di

Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da

Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto

carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù

pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le

dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e

nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni

(-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino

di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il

voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe

indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana

e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a

Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni

d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito.

Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta;

e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.

[64] BARTOLOMEO FAZIO. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu

raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese,

che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. Vedi _Sopra un

codice cartaceo del secolo XV... osservazioni critiche dell’abate_

LUIGI DEANGELIS. Colle 1820.

[65] _Ed. Moreni,_ 1831, I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare

al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia

d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso

(II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono

presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal

pellegrinaggio di Terrasanta, nella IXª delle sue lettere.

[66] «Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e

diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi,

febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto

delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi

a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto,

lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa,

confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate,

allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire

come un porco». _Predica_ I. Venezia 1530.

[67] BURLAMACHI, _Vita di frà Savonarola._

[68] È a vedere anche il BARBERINO, _Documenti d’amore_, part. VIII. d.

2.

[69] Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di

Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi

fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli

dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o

altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e

molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il

resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì

a Urbano. GIOFFREDO, _St. delle Alpi Marittime_, II. 869.

[70] Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che,

come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada

scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia

piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo,

senza arrogarsene la decisione».

[71] Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’

suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di

Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi

Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni

fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la

supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso,

fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni

continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che

sieno _vere pœnitentes et confessi_.

[72] Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense

dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al

nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba

coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei

pellegrini; e funi con sette nodi.

[73] Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti.

Nei _Ricordi storici_ del Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo:

«Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi

per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e

piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri

vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con

grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare

carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime

brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi,

così in grammatica come in vulgare, _Misericordia e pace al nostro

Signore e a nostra Donna_, per lo spazio di nove giorni continovi,

senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e

a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a

Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per

detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra

cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie,

ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa

mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione

della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».

[74] _Chron. patav._ ad an. 1399; ap. MURATORI, _Antiq. M. Æ._ IV.

[75] Gregorio XI nel 1372 ordina _inquisitoribus, ut faciant comburi

quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari

scriptos_.

[76] RAYNALDI al 1375, II. 26.

[77] Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo

con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure,

quaranta di spada.

[78] _Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia

continentes_. TEODORICO DA NIEM.

[79] Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di

Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di

Donatello.

[80] Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di

Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi

strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si

gittarono giù per le finestre del concilio. SANUTO in _T. Mocenigo_.

A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori

di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440,

deputato anche al processo di Huss.

[81] Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che

dice: _Exeo_ (da Praga) _sine salvoconductu_; Ap. ROHRBACHER, Hist.

eccles., tom. XXI. p. 191.

[82] ENEA SILVIO, _Oratio de morte Eugenii papæ_.

[83] Sono parole di Enea Silvio, _Comment._, lib. I princ. — Il Poggio

ne sparla sbrigliatamente.

[84] K. WALCHNER, _Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu

Florenz_. 1825.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 29 / 31 题