CAPITOLO CXIII.

Venezia e Genova. Guerra di Chioggia. Venezia ricresce, Genova si perde.

In Venezia il tempo aveva consolidato il potere della nobiltà, che

affatto dedita alla politica, v’acquistò tanta attitudine, quanta i

feudatarj nell’esercizio delle armi, e seppe cattivarsi l’opinione in

modo, che questa più non si mise a contrapposto del potere, ma vi andò

in coda. Alla classe media rimasero per ristoro i traffici, che guidava

dall’India ai Paesi Bassi, dalla Barberia al Baltico. La metropoli

conteneva cennovantamila persone: le case furono estimate sette milioni

di ducati, che oggi rispondono a trenta milioni di lire; e le pigioni

ducati cinquecentomila. La zecca coniava l’anno un milione di zecchini,

dugentomila monete d’argento e ottocentomila soldi, gettando in corso

ogni anno diciotto milioni effettivi di lire nostre. In meno d’un

decennio fu spento un debito di quaranta milioni di zecchini, oltre

prestarne settantamila al marchese di Ferrara. Passavano il migliajo i

nobili che possedevano di rendita da quattro a settantamila zecchini;

eppure con tremila aveasi un bel palazzo[14]. Mastin della Scala,

perduta Padova, chiese d’essere ascritto al libro della nobiltà veneta;

poco poi vi furono i Carraresi; e sempre un tale onore venne ambito dai

principi.

Alle vicende d’Italia ormai prendea briga Venezia non più come

straniera, ma come potentato italiano; e poichè i principati

costituitisi nell’alta Italia poteano divenirle minacciosi, dovette

anch’essa acquistarvi stato per equilibrarli, e per mantenersi

libera la navigazione del Po. Se la assicurò di fatto nella guerra

che narrammo contro gli Scaligeri; e dopo impossessata di Treviso in

terraferma, via via prosperò di dominj e di traffici. Ne’ possessi

marittimi invece andava in calo, sì per l’avanzarsi de’ Turchi, sì

per le guerre con Genova, la quale, vinti i Tartari, aveva ottenuto

che nessuna nave d’Occidente potesse far porto in altro luogo del mar

Nero che a Caffa sua; imprese che noi riserviamo a narrare nel libro

seguente.

Se n’adontarono i Veneziani, e allestirono nuove battaglie, in procinto

delle quali Francesco Petrarca scriveva (1351) al doge Andrea Dandolo:

— L’antica amistà nostra e l’amore della patria comune mi confortano

a ragionare apertamente con voi. Corre voce che due libere città

s’accingano a farsi guerra a morte. E quali città! i due lumi d’Italia,

collocati dalla natura agli opposti estremi dell’Alpi per signoreggiare

i mari che la circondano, e perchè dopo l’abbassamento del romano

imperio la miglior parte del mondo ne sia ancor la regina. Nazioni

altere osano disputarle in terra il primo luogo; ma chi oserebbe in

mare? Se Venezia e Genova ritorcono in se stesse l’armi, fremo in

pensarlo, tutto è perduto, e imperio marittimo e gloria nazionale;

chiunque sia il vinto, è forza che l’uno de’ nostri lumi si estingua

e l’altro s’indebolisca. Non serve illudersi; non sarà mai facile

vincere un nemico d’indole bollente e, ciò che più vale, italiano.

Uomini valorosi, popoli potenti entrambi, quale è lo scopo, quale

sarà il frutto delle vostre discordie? Il sangue onde siete assetati,

non è di Arabi o d’Africani; ma sangue di un popolo a voi congiunto,

di un popolo che farebbe scudo alla patria comune ove nuovi Barbari

l’assalissero, di un popolo nato a vivere, a combattere, a trionfare, o

morire con voi. Il piacer di vendicare un’offesa leggera potrebb’egli

più che il pubblico bene, più che la salute di voi stessi? E pure, se

mi si dice il vero, per meglio saziare il vostro furore, voi vi siete

collegati col re di Aragona, i Genovesi col greco usurpatore; cioè

Italiani implorano l’ajuto de’ Barbari per offendere altri Italiani.

Madre infelice! che fia di te, se i tuoi proprj figliuoli stipendiano

mani straniere per lacerarti il seno? Noi insensati, che aspettiamo

da anime venali ciò che potremmo ricevere da’ nostri fratelli.

Ben provvide natura al nostro schermo steccandoci coll’Alpi e col

mare: ma avarizia, invidia, superbia hanno rotto quelle barriere;

e Cimbri, Unni, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli inondarono i nostri

dolci campi. Che fia di noi, che dell’Italia, se Venezia e Genova

non fanno argine al nemico torrente? Prosternato, pieno gli occhi di

lagrime e d’amarezza il cuore, io vo gridando, Deponete l’armi civili,

ricambiatevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le bandiere.

Così l’Oceano e l’Egeo vi siano favorevoli, e le vostre navi giungano

prosperamente a Taprobana, alle isole Fortunate, a Tule incognita, e

fino a’ due poli! I re e i popoli più lontani vi verranno incontro, i

Barbari dell’Europa e dell’Asia vi paventeranno, e la nostra Italia si

chiamerà a voi debitrice dell’antica sua gloria».

Per tutta risposta ebbe lodi della sua eloquenza; nè miglior esito

conseguì l’anno seguente scrivendo ai Genovesi, con altrettanto di

gonfiezza ma insieme d’amore per l’Italia: — Illustre doge, magnifici

anziani, permettete che esorti voi, come dianzi esortavo i Veneziani,

alla concordia e alla pace: uffizj naturali e quasi necessarj al mio

cuore. Non esiste popolo più formidabile in guerra, più mansueto in

pace di voi; tutte le terre ove combatteste, tutti i mari da voi

veleggiati testimoniano i vostri trionfi. Il Mediterraneo venera

le vostre bandiere, l’Oceano le paventa, e il Bosforo è ancor tinto

del sangue dei vostri nimici. Chi può senza raccapriccio leggere od

ascoltare i successi di quell’ultima battaglia, nella quale a un sol

tempo vinceste tre potenti nazioni?... Quantunque discreduto da loro

quando era ancor tempo di consigliarli, io sento al vivo i disastri

de’ Veneziani. Sentiteli pur voi, o Genovesi, e riflettete che gli

uni e gli altri siete italiani, nè gravezza d’ingiuria vi disunì.

Riconciliatevi dunque con essi, e se vi piace combattere, rivolgetevi

contro i perfidi consiglieri delle vostre discordie; quindi passate

a liberar Terrasanta, benemeritando del mondo e della posterità.

Sebbene io dalle cose passate pronosticando le future, son d’avviso

che a voi convenga, dopo vinti i nimici esteriori, provvedere al

pericolo degl’interni. Roma non potè esser vinta se non da Roma: e

ciò avverrà pure a voi, se non vi applicate a conciliare gli animi

de’ vostri cittadini, massimamente quando sollevati dall’aura della

fortuna. Mille sono gli esempj di città per odj civili distrutte;

nessuno più sensibile del vostro. Ricordivi quando eravate il popolo

più felice della terra; il vostro paese somigliava a un paradiso.

Dal mare vedeansi torri che parevano minacciare il firmamento, poggi

vestiti di ulivi e di melaranci, magioni marmoree sulle pendici,

deliziosi recessi fra gli scogli, ove l’arte vincea la natura, e alla

cui vista i naviganti sospendevano i remi per riguardare. Chi venisse

per terra, meravigliando vedeva uomini e donne regalmente vestiti, e

fino tra boschi e monti delizie incognite nelle reggie. Entrando nella

vostra città pareva di mettere piede nel tempio della Felicità, e si

proferiva come già di Roma: _Questa è una città di re_. Testè vinte

avevate Venezia e Pisa: e i vostri vecchi vi diranno qual impressione

ne venisse, qual timore ne’ porti, qual venerazione ne’ popoli, quali

acclamazioni nelle riviere al comparire delle vostre armate. Signori

del mare, appena che alcuno veleggiasse senza vostra licenza. Scendete

poi colla memoria a quei tempi infausti, che l’orgoglio, l’ozio,

la discordia, l’invidia, compagni inseparabili della prosperità,

allignarono fra voi, e, ciò ch’era stato impossibile a umana forza,

vi resero schiavi. Qual mutamento subitaneo! i palazzi divennero

ricoveri d’assassini; le belle riviere e la città superba si fecero

incolte, deserte, sformate, rovinose; la patria vostra fu assediata da’

suoi stessi fuorusciti; si combattè intorno alle sue mura per terra

e per mare non solo, ma fin sotto terra; nè la guerra più crudele ha

flagelli, che non piovessero tutti su lei. Finalmente vi piacque di

riordinare lo Stato, dando alla repubblica un capo; e allora fu che le

discordie si estinsero, la guerra cessò, e sicurezza e abbondanza e

giuste leggi tornarono fra voi. Valga la trista esperienza a tenervi

uniti, e per assicurarvi da nuove calamità siate equi, moderati,

clementi».

Queste generose parole purtroppo in nessun tempo è superfluo ripetere

in Italia, sebbene troppo spesso infruttuose[15]. Nè allora giovarono,

e i mari nostri e d’Oriente si tinsero di sangue, e fino al 1355

la guerra vegghiò, molto più deplorevole che non quella fra paesi

di terra, sì perchè di natura sua micidiale, sì perchè menata con

cittadini, non con bande mercenarie. Nè durar pace lasciavano le

rivalità delle due repubbliche in Oriente; donde vennero nuovi e più

funesti conflitti.

Dopo la rivoluzione (1328), che sul trono di Costantinopoli ad

Andronico Paleologo II surrogò il ribelle nipote Andronico III, i

Genovesi eransi fatto cedere da quest’imperatore l’isola di Ténedo; ma

i Veneti diedero appoggio agli abitanti che ricusavano sottomettersi

al baratto. Di qui mali umori, sfogati (come vedremo) in battaglie

oltremarine, e che rinvelenivano ad ogni pretesto. Essendo stato ucciso

Pietro di Lusignano (1372) re di Cipro, nella coronazione di Pierino

suo successore pretesero la precedenza Veneziani e Genovesi; e venuti

alle armi, molti Genovesi rimasero scannati. Genova spedì a vendetta

Damiano Catani, che trucidati i Veneziani, e preso il re e il paese,

l’obbligò d’un tributo di quarantamila fiorini annui. Il Lusignano

buttossi allora coi Veneziani (1379), e ne cominciò la guerra di Cipro,

secondata da leghe delle potenze terrestri. Bernabò Visconti, suocero

del re di Cipro, soldava contro Genova la compagnia della Stella, che

danneggiò fin i giardini e i palazzi di Albáro e di San Pier d’Arena,

finchè i Bisagnini la presero in mezzo, e costrinsero a rendersi a

discrezione.

Instancabile nemico ai Veneziani era Francesco Carrara signor di

Padova: una volta egli arrivò a far rapire dalle loro case i senatori

a sè avversi, e condurli a Padova, dove rimbrottatili aspramente, e

fatto intendere che, se gli avea rapiti, più facilmente potea farli

ammazzare, li dimise incolumi, ma giurati di tacere. Contro Venezia non

aveva esitato a chiamare il re d’Ungheria e i duchi d’Austria, ai quali

cedette Feltre e Cividal di Belluno; e adoprare a vicenda le masnade

e i tradimenti: però essendo caduto prigione dei Veneziani il vaivoda

di Transilvania, gli uomini di questo ricusarono di combatter più

sinchè non fosse redento, onde il Carrara dovette colla corda al collo

implorare la pace. Ora, profittando delle strette di Venezia, rinnovò

le ostilità, appoggiato agli Austriaci, agli Ungheresi e al patriarca

d’Aquileja, che flagellarono il paese colle masnade. L’ammiraglio

veneto Vittor Pisani menò lungamente sui mari alla vittoria il leone;

al promontorio d’Anzio, a Trau di Dalmazia vinse; e non giungendo

(1378) le paghe ai soldati, impedì se ne rifacessero col rubare, ma

distribuì giorno per giorno ogni suo denaro, poi gli argenti da tavola,

infine una fibbia che gli restava alla cintura.

Ma una volta il Carrara potè sorridere (1379 9 maggio) nel ricevere

questo spaccio: — Magnifico e potente signore. Addì 3 del corrente

maggio uscimmo di Zara con ventidue galee, veleggiammo verso il

golfo secondo un avviso che i nimici venivano di Puglia con grano; e

trovandoci sopra il porto di Pola il dì 5, due galee dell’antiguardia

li scopersero quivi in agguato, numerosi di ventidue galee e tre grosse

navi da dugencinquanta uomini ciascuna, oltre le solite ciurme, e

molti uomini d’arme e venturieri assoldati per guardia della città.

Avendo fra noi disegnato di non venir tosto a battaglia, acciò che in

tanta vicinanza di terra non si salvassero a nuoto, fingemmo timore, e

vogammo al largo; ond’eglino si misero a seguitarci. Scostati appena

tre miglia dal lido, ci voltammo contro loro sì virilmente, che in

un’ora e mezzo la vittoria era già nostra; in nostro potere quindici

galee con tre navi cariche di seimila mine di grano; prigioni duemila

quattrocento, morti da sette in ottocento; ma il signor Vettore Pisani

ci sguizzò dalle mani con sette galee assai malarrivate. Dopo il

combattimento spiccammo sei galee contro i legni da carico ancorati nel

porto di Pola; ma avendoli trovati in secco sotto le torri della città,

non presero che una fusta di munizioni. Siam giunti a Zara il dì 8

vittoriosi e senza perdita notabile, salvo la morte dell’egregio nostro

capitano Lucian Doria (1379), trafitto in bocca da una lancia nel caldo

della battaglia. Per gratitudine al suo parentado gli surrogammo il

signor Ambrogio Doria, secondo il parere di tutti i capi dell’armata.

Ai venturieri pagati da’ Veneziani mozzammo il capo; i cadaveri si

gittarono a mare»[16].

Il consiglio di guerra tacciava Vittor Pisani di vile perchè non

accettasse la battaglia; quando combattè e fu vinto, lo dissero

traditore; e quantunque avesse intrepidamente disputato la vittoria,

fu richiamato in patria e messo prigione, nel mentre i Genovesi al

nuovo ammiraglio Pietro Doria nello scioglier delle vele gridavano — A

Venezia, a Venezia». Di fatto Genova, ricuperate le piazze di Dalmazia

tolte dai Veneziani, e attaccatone le colonie di Rovigno, Umago,

Grado, Caorle, mentre avea destra la fortuna pensò con un colpo estremo

ridurre l’emula alle paludi natìe.

Le isole su cui torreggia Venezia sorgono dalla laguna che si stende

dalle bocche del Piave a quelle dell’Adige, separata dal mare per un

banco di arena, che appena in pochi luoghi dà a navi grosse il passo,

intrattenuto dall’arte e dall’arte munito. Il più settentrionale è

quel de’ Treporti a tramontana dell’isola di Sant’Erasmo, atto solo

a piccole imbarcazioni. Fra Sant’Erasmo e Lido apresi quello di San

Nicolò, ed era il principale, munito di torri, fra le quali talvolta

tendeasi una catena. Il passo di Malamocco fra quest’isola e Palestrina

è il più profondo: poi tra Palestrina e Bróndolo è quello di Chioggia,

denominato dalla città ivi posta al vertice di un’isola che s’attacca

alla terraferma sol per un ponte: gl’interri dell’Adige e del Brenta

rendono difficile l’altro passaggio fra Brondolo e il continente. Un

canale a gran fatica mantenuto attraversava la laguna fra Venezia e

Chioggia.

E appunto a Chioggia gettò l’àncora (1379 agosto) una flotta genovese

numerosissima e co’ migliori marinaj; espugnatala coll’uccidere

seimila Veneziani e catturarne quattromila, pose il quartier generale

s’un’estremità dell’isola di Malamocco; e comunicando per terra

coll’alleato padovano, circondava la città nemica. Questa, senza

alleati, penuriava di vettovaglie; il tesoro era esausto; benchè

fossero munite le poche aperture fra il mare e le lagune, galee

genovesi si erano vedute giungere fino a Lido, sicchè il doge Andrea

Contarini avea sin proibito di convocare il consiglio col tocco del

campanone di San Marco, acciocchè il nemico non udisse quel segno, e fu

posto in discussione se convenisse abbandonare Venezia, e trasportare

a Creta la sede della repubblica. Il Carrara esultava dell’umiliazione

dei nobiluomini. L’ammiraglio Doria ai veneti ambasciadori mandati per

pace rispondeva: — Perdio che non ascolterò patti finchè non abbia

messo il freno ai cavalli di San Marco»; e quando gli si propose di

riscattare alcuni prigionieri: — Fra pochi giorni li redimerò senza

denaro».

Non si trattava dunque d’ambizioni di nobili, ma di interesse del

popolo: e il popolo non si scoraggia, solo ha bisogno d’uno che lo

diriga, e in cui abbia confidenza; laonde ridomanda l’antico Pisani,

sotto cui era stato avvezzo a vincere, e a cui la sventura avea

cresciuto popolarità. Ed egli dai sotterranei del palazzo udendo

migliaja di voci gridare, — Se volete che combattiamo, rendeteci il

nostro ammiraglio, Viva Vittor Pisani»; si sporge alla ferrata, e —

Zitti là; non dovete gridar altro se non Viva San Marco».

L’invidia tace quando l’ambizione è pericolosa: e il Pisani, tratto

di carcere a braccia di popolo, respingendo i consigli di chi lo

stimolava a insignorirsi dell’ingrata patria, ricevendo l’eucaristia

giura che non terrà conto a’ suoi emuli della fattagli persecuzione;

munisce l’argine di Malamocco ed ogni varco; invita tutti a concorrere

alla salvezza della patria; i frati prendono le armi; e se un Morosini

speculò sulle angustie cittadine per comprare case a vil prezzo, altri

nobili attrezzarono trentaquattro galee a proprie spese; un Paruta

cuojajo pagò mille soldati; uno speziale Cicogna diede una nave;

semplici artigiani metteano insieme cento, ducento uomini; il doge

settagenario monta sulla flotta coi principali pregadi: si promette

ascrivere al libro d’oro i trenta plebei che più denaro offriranno,

e molti infatti porgono il più e il meglio delle loro sostanze[17],

talchè Venezia trova modo a’ suoi bisogni. Oh, Venezia conosce come

si resiste al nemico. Il Pisani seppe frenare il primo impeto finchè

avesse esercitato la ciurma inesperta, e non fosse tornata di Grecia la

flotta di Carlo Zeno; unitosi colla quale, non solo allarga Venezia,

ma sbaraglia e blocca nel porto di Chioggia (1380 gennaio) l’armata

genovese, con barche affondate chiudendo le tre uscite: le bombe,

allora forse adoprate la prima volta in mare, e che spingeano palle

di pietra di cencinquanta in ducento libbre, giocavano radamente ma

terribilmente contro ripari fabbricati per tutt’altri projetti; lo

stesso Doria rimase sfracellato sotto il crollo d’un muro; e la flotta

dopo sei mesi d’assedio è obbligata rendersi a discrezione (21 giugno).

La guerra per altro si prolungò, e Carlo Zeno, sostituito al

morto Pisani, menava le navi più a guasto che a vittoria; mentre

l’implacabile Francesco Carrara dirizzava gli Ungheresi sopra Treviso,

che i Veneziani non salvarono se non cedendolo al duca d’Austria.

Alfine a Torino (1381 8 agosto), sotto gli auspizj di Amedeo VI di

Savoja, fu conchiusa la pace, per cui la repubblica si obbligava a

pagare annualmente al re d’Ungheria settemila ducati; ma Ungheresi

non farebbero sale sulle coste, nè navigherebbero più nessuno de’

fiumi che sboccano nell’Adriatico fra capo Palmenterio e Rimini; e i

mercanti di Dalmazia non asporterebbero mercanzie da Venezia per più

di trentacinquemila ducati; con Padova si restituivano reciprocamente

le conquiste e le prese; col patriarca d’Aquileja stipulavasi la piena

emancipazione di Trieste, obbligata solo a contribuire al doge le

regalie convenute ne’ trattati precedenti, e lasciare ogni sicurezza e

libertà di commercio ai Veneziani. Tenedo, cagione prima della rottura,

doveva essere consegnata al conte di Savoja, che ne trasporterebbe gli

abitanti a Negroponte e a Candia, abbandonandola deserta; ma Giannacci

Mulazzo balio di quell’isola procurò distorne i Genovesi, sicchè fu

duopo coll’arme domarlo. Venezia perdea dunque ogni possedimento in

terraferma, e Tenedo e la Dalmazia, oltre immense ricchezze logorate.

Di settemila ducento prigioni che avea fatti, non sopraviveano che

tremila trecensessantaquattro, che restituì in cambio de’ suoi, quasi

tutti vivi. I Garzoni, i Condulmer, i Zusto, i Nani poterono gloriarsi

della nobiltà acquistata col soccorrere alla patria; e così i Trevisan,

i Cicogna, i Vendramin, che giunsero poi fino al berretto ducale.

Il duca d’Austria, cui restava Treviso, continuò nimicizie al Carrara;

in fine gli vendette tutti i possedimenti che tenea di qua dell’Alpi.

Pertanto il signore di Padova occupava il lembo della laguna, e

recideva le comunicazioni col continente. Il senato veneto eccitò

contro di lui Antonio della Scala e Giovanni Acuto, che portò la

desolazione fin sulle porte di Verona e Vicenza. Poi Venezia ricevette

in dedizione spontanea Corfù, che era stata riunita alla corona di

Napoli, e ribellata durante la guerra civile: s’impadronì di Durazzo

sulle coste d’Albania, che da Carlo d’Angiò era stata tolta ai Greci;

ebbe la cessione di Argo e Napoli di Romania, anch’esse possedute dagli

Angioini; ricuperò Treviso; poi sotto Michele Steno acquistò Vicenza,

Verona, per ultimo anche Padova, mandando i Carraresi al fine che

dicemmo.

Genova nella guerra di Chioggia avea spiegato portentosa attività non

solo nel combattere, ma nel dirigere il re d’Ungheria, il Carrara,

il patriarca d’Aquileja, il signor di Milano a’ danni della nemica

Venezia: colla pace di Torino, oltre che esausta di moneta e navi,

si trovò nell’interno tutta divisa e nemica; i nobili in urta coi

popolani, i mercanti ed operaj grossi in urta coi piccoli e colla

plebe, e quelli e questi suddivisi in Bianchi e Neri, che noi diremmo

moderati ed eccessivi. Non erano più i vassalli che stessero a fianco

de’ signori feudali, ma clienti e dipendenti, marinari, operaj, che

talvolta a centinaja servivano una casa sola. I capi poi erano versati

negli affari, destri come mercanti, coraggiosi come marinaj, generosi

come ricchi, istruiti da tanti avvicendamenti di trionfi e d’esigli.

Dopo il Boccanegra, la preminenza era sempre toccata a uomini del

popolo, nuova aristocrazia sottentrata a quella de’ gentiluomini, e che

escluse questi dal dogato e fin da ogni impiego. Le antiche famiglie,

come i marchesi del Carretto, vedendosi mozza l’autorità e invidiata

la condizione, si riducevano ne’ loro castelli, professandosi ligi

all’Impero; se rimaneano in città, tramavano contro un ordine di cose

che gli escludeva: ma neppur essi riuscivano a nulla perchè non uniti.

Fra que’ trambusti erano venute su alcune famiglie di cappelluzzi,

cioè popolani, i Montaldo, i Guarco, principalmente i Fregosi, notaj

e fautori del popolo, e gli Adorni, conciapelli e sostenitori della

plebe (1378); nessuna bastava a sommettere le altre, ma l’una l’altra

contrariava, e tutte insieme ogni efficace provvedimento. Se il doge

Nicolò Guarco vuol reprimere le fazioni e rinforzare il governo,

dicono che aspira a tirannide, ricusangli il denaro e le collette,

si sollevano e mutano stato. Dieci dogi si successero rapidamente

con dieci rivoluzioni, e ciascuna lasciava una nuova partita di

malcontenti. Gian Galeazzo Visconti versava olio su que’ tizzoni,

sperando che per istanchezza Genova se gli butterebbe in braccio. Di

tutto ciò le finanze andavano a sobbisso: il territorio, se crebbe

col comprare Novi e Serravalle dai Milanesi, trovavasi occupato da

varj signorotti, Monaco dai Grimaldi, Gavi dai Montaldo, Levanto dai

Bertolotti: i partiti incessantemente in lotta, cacciandosi e nocendosi

a vicenda, insidiati dai nobili delle due Riviere, per trionfare

ricorrevano pur essi alle bande mercenarie, funeste del pari a tutti,

o alla protezione di stranieri. Queste lotte, che in venti anni la

ridussero a potenza secondaria, sarebbe nojoso il divisarle.

Antoniotto Adorno, che, dopo lungo aspirarvi, aveva ottenuto il dogato

nella peste del 1384 mediante una insurrezione di macellaj, presto

ne fu espulso, vi tornò, lo riperdette, ripigliollo, e vedendo non

potere conservarsi in posto, propose di mettere la repubblica sotto

la protezione di Carlo VI di Francia (1396): quarta volta che in quel

secolo Genova sottoponeva volontaria il collo a giogo forestiero[18],

sì era soffocato l’alito repubblicano. Il re accettò, e promise

mettervi per doge un vicario francese, non alterare le leggi, non

rincarire le imposte. La libertà non ne pativa di troppo: ma que’

vicarj nè contentavano nè atterrivano, nè la quiete si ripristinava;

oltre quello versato per sottomettere le Riviere, molto sangue corse

in Genova stessa; coi nomi di Guelfi e Ghibellini mascherando fiere

animosità, ogni tratto si era a baruffe, invasioni, cacciate, incendj;

cinque volte si combattè per le vie l’agosto del 1398, trenta palazzi

in fiamme, molti edifizj diroccati.

L’anno seguente vi furono sistemati i corpi di mestieri, che scelsero

quattro priori, ai quali aggiunsero dodici senatori, da rinnovarsi ogni

mese, per vegliare che il governatore e il suo consiglio procacciassero

il bene pubblico; e se alcun magistrato violasse la giustizia in parole

o in fatti, poteano, armati gli artigiani, corrergli addosso.

Anzichè sedare le turbolenze, ciò vi porse nuovi incentivi, sinchè

venne vicario di Francia Giovanni Lemeingre, maresciallo di Boucicaut,

uomo di coraggio alla prova, che entrato con mille cavalieri e fanti,

volle le fortezze, fece imprigionare i capi faziosi e uccidere, tolse

le armi a tutti, abolì i nomi delle fazioni e le magistrature popolari,

snidò dai loro feudi i Fiesco e i Del Carretto, esigliò popolani,

e tale spavento incusse, che i consoli delle arti non osavano più

congregarsi, nè tampoco le confraternite de’ Battuti, per tema si

procedesse contro di loro[19].

Tristo il popolo che è costretto a lodare tali freni eccezionali, e

il rintegramento della legalità per mezzo della violenza! Rinvigorita

la marina, Boucicaut veleggiò contro il re di Cipro ch’era in rotta

co’ Genovesi, e poichè questo comprò la pace, egli bottinò sulle coste

di Siria e d’Egitto, ed ottenne al re di Francia la signoria di Pisa,

uccidendo Gabriele Maria Visconti (pag. 30). Nella minorità di Gian

Maria volle essere messo nella reggenza, e venne a Milano con molto

denaro e grossa truppa: ma Facino Cane, d’intesa con Teodoro marchese

di Monferrato e coi malcontenti, si spinse a Genova (1409) chiamandola

a libertà; sicchè cacciati e uccisi i Francesi, malgrado de’ Guelfi

fu ripristinato il governo a popolo, abolendo gli statuti anteriori, e

assumendone uno nuovo, di cui tale è la somma:

Lo Stato è ghibellino e popolare, ma i Guelfi potranno farsi

Ghibellini, e i nobili parteciperanno di tutti gli uffizj, salvo il

supremo. Questi uffizj sono il podestà, dodici anziani, il consiglio

de’ quaranta savj, il consiglio generale di trecentoventi, i

sindicatori, i provvisori, i magistrati della moneta, della Romania,

della mercanzia, della guerra e pace, e i consoli della ragione. Il

doge a vita reggerà e governerà la repubblica, presiederà ai consigli

con due voti, e potrà intervenire alle adunanze di tutti gli uffizj

o magistrati non giudiziarj; ma il proporre partiti compete solo

ai rispettivi priori: non moltiplicherà gli uffizj, o ne scemerà

la giurisdizione, nè s’intrometterà per qualsia pretesto nella

cognizione e raccomandazione delle liti: avrà annue ottomila genovine,

da spendere nel mantenimento e decoro della sua corte, compresivi

due vicedogi e due vicarj. Il podestà, pagato lire cinquemila,

dovrà essere forestiero, dottor di leggi, di casa almeno patrizia;

presenterà all’approvazione del doge e suo consiglio tre giurisperiti

in qualità di vicarj, che lo assisteranno due nelle civili, il terzo

nelle cause criminali, per delitti commessi a cinquanta miglia dalla

residenza; de’ commessi in minor distanza conoscerà egli solo. Il doge

dovrà consultare gli anziani in ogni occorrenza, salvo per arrestare

banditi, cospiratori o sediziosi. I quaranta interverranno in tutte le

trattazioni gravi, e così per atterrare fortezze, concedere immunità,

conferire l’ammiragliato. I sindicatori invigileranno sui portamenti

di tutti i magistrati, multandoli se falliscono, impedendoli d’abusare

dell’autorità. I provvisori frequenteranno piazza de’ Banchi e altre

accolte di popolo per raccorre l’opinione pubblica su quel che giovi

o nuocia, stabiliranno il bilancio delle spese, che per quell’anno

fu di 72,524 genovine. L’uffizio della moneta amministra anche le

entrate, paga le spese, e custodisce la cassa pubblica. All’uffizio di

Romania, unito a quello di Gazaria, spetta il provvedere per le colonie

orientali. Quello di mercanzia risolve le liti sopra il commercio

e la navigazione, che non procedano da pubblici istromenti; e i

consoli della ragione quelle non eccedenti il valore di lire cento: da

entrambe escludendo i giurisperiti. Nessuno potrà desinare nè contrarre

famigliarità col podestà e sua corte; nessuno accettare nello Stato

ambasceria o altro servizio di principe forestiero. Il deliberare della

guerra, della pace, delle pubbliche convenzioni spetta al consiglio

maggiore: il doge e il magistrato della guerra vi danno esecuzione. Si

rinnoveranno gli esercizj de’ balestrieri sotto due capi di guerra.

I cittadini popolari saranno descritti secondo le strade di loro

abitazione, sotto capistrada, gonfalonieri e contestabili, bandiere e

armi distinte; e con questi ordini difenderanno lo Stato dai nemici

esterni ed interni. Qualunque volta al doge o agli anziani paresse

conveniente una riforma, i nuovi capitoli e le ragioni faranno leggere

ai quaranta, e ove siano approvati, nomineranno otto riformatori con

balìa limitata ad essi capitoli.

A Facino fu data una grossa somma, al marchese Teodoro il titolo

di capitano per cinque anni; ma i costui comporti meritarono fosse

cacciato (1413), rimettendo il doge, che fu Giorgio Adorno. Con questo

rinfervorarono i parteggiamenti; e intanto andavano perdute la colonia

di Pera a Costantinopoli e ogni influenza sull’Italia. Unico bel fatto

di questi tempi è la spedizione contro i Barbareschi per frenarne le

piraterie, capitanata dal duca di Borbone zio di Carlo VI, e assistita

da molti signori francesi. Trecento galeoni e più di cento navi da

carico afferrarono all’Africa; ma i Barbareschi li stancheggiarono

senza mai venire a giornata, tanto che i nostri partirono senza

effetto.

Nell’interno, niente bastava a calmare gli animi; e l’angustia delle

vie e l’altezza de’ fabbricati dava modo di resistere e combattere

mortalmente nelle ricorrenti avvisaglie. Ne rimanevano desolate le

campagne, esinanito il commercio, sino a dover vendere a’ Fiorentini il

porto di Livorno, che il Boucicaut avea comprato: intanto i marchesi di

Monferrato e Del Carretto aprivano il Genovesato alle truppe di Filippo

Maria Visconti; sicchè, per amor di pace e per desiderio di vendicarsi

degli Aragonesi che aveano cercato torle la Corsica, il podestà Tommaso

Campofregoso (1421) rese Genova a Filippo, riservando per sè trentamila

fiorini d’oro e il dominio di Sarzana. Filippo mandò il conte di

Carmagnola a governar Genova, talchè al ducato di Milano aggiungevasi

anche il mare; nè Venezia, nè Firenze pareano accorgersi del pericolo

di lasciar tanto ingrandire questo vicino.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 5 / 31 题