Mastino I, signore di Verona 1259-1277
Alberto suo fratello 1277-1301
Bartolomeo } { 1301-1304
Alboino } figli di Alberto { 1304-1311
Can Grande } { 1312-1329
Alberto II } 1352
} figli di Alboino 1329-
Mastino II } 1351
Cane II } 1359
Cane III Signorio } figli di Mastino II 1351-1375
Paolo Alboino } 1374
Bartolomeo II } 1381
} figli natur. di Can Signorio 1375-
Antonio } 1387 m. 1388
Guglielmo 1404
Antonio e Brunoro suoi figli proscritti.
Sei capi ambiziosi e capaci aveano, fra le traversie, condotta in
grande stato la famiglia Visconti. Morto (1354) l’arcivescovo Giovanni,
perfido e astuto ma valoroso e liberale quanto serve a palliare
l’ingiustizia, il consiglio generale di Milano e delle altre città
fecero omaggio ai nipoti di lui Bernabò e Galeazzo (tom. VII, p. 561),
che spartironsi il dominio, serbando indivisa Milano, ove fabbricarono
uno la rôcca di porta Zobia, l’altro quella a porta Romana e alla Casa
dei Cani.
Già vedemmo come Bernabò resistesse all’Albornoz e alla lega guelfa.
Le bande soldate da questa e massime le inglesi, spintesi (1362)
fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vituone, dilapidarono ogni cosa,
e rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, nè li rilasciarono
che a grossi riscatti; ma in fine a Casorate rimasero sanguinosamente
sconfitte.
Poco poi, Bernabò venne ancora in rotta con papa Urbano V, il quale
bandì contro di lui la crociata, a cui concorsero l’imperatore Carlo
IV, il re d’Ungheria, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato,
i principi d’Este, i Gonzaga, i Carrara, i Malatesti, e Perugini e
Sanesi, confederati nella lega di Viterbo (1367). Ma Bernabò sapea che
coteste crociate, unite solo dal sentimento, basta tirare in lungo, e
si scomporranno da sè. In fatto a denari comprò l’inazione di Carlo IV
(1368), allora calato nuovamente in Italia con cinquantamila uomini; a
contanti fece passare dai nemici a sè la Compagnia Bianca, sommosse le
città papaline (1369 febb.), e potè conchiudere buona pace, avendo però
nella guerra consumato tre milioni di zecchini.
L’accorta politica e gli estesi concetti di Bernabò erano deturpati
dall’ignobilità del suo carattere, da quel brutale egoismo, su cui
nè amicizia nè fedeltà nè riconoscenza valevano, e che nè tampoco
degnavasi palliare le beffarde violenze. Cominciò, come devono i
tiranni, dall’assicurarsi contro i proprj sudditi con fortalizj, e
sempre generoso mostrossi ai soldati. Mal arrivato chi nella trascorsa
guerra fosse apparso propenso ai nemici! i processi finivano con
supplizj atrocissimi. Proibì d’uscir la notte, qual che ne fosse la
cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi
proferisse le parole di guelfo o ghibellino; uno nega pagar due capponi
comprati da una trecca, ed egli lo fa impiccare. Passionato della
caccia, fin cinquemila cani manteneva, ed allogavali presso i cittadini
da nutrire: ogni quindici giorni appositi uffiziali visitavanli, e se
li trovassero dimagrati imponeano una multa, una multa se pingui, la
confisca dei beni se morti. Chi poi ne tenesse uno, o uccidesse lepre
o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il
selvatico bell’e crudo. Bernabò si sognava che un tale gli facesse
male? imbattevasi in alcuno ne’ solitarj suoi passeggi? bastava per
torgli la vita o un occhio o la mano, od almeno confiscarne gli averi.
Due suoi segretarj fece chiudere in gabbia con un cinghiale. Un giovane
che avea tirato la barba a un sergente, fu condannato di lieve multa;
ma Bernabò gli fece tagliar la destra: e perchè il podestà indugiò
finchè i parenti venissero a implorar grazia, Bernabò volle fosser
mozze ambe le mani al giovane ed una al podestà. Obbligò un altro
podestà a strappar la lingua a un condannato, poi bere il veleno;
talora costringeva il primo venuto a far da boja; e pretesto gli era
sempre la lesa maestà, suggello d’ogni accusa nelle tirannie.
Agli atti di prepotenza v’ha sempre una ciurma che applaudisce,
giudicandoli segno di forza, e alla forza si suol fare di cappello.
Alcuni ambasciadori di principi rimandò vestiti di bianco a guisa
di mentecatti, coll’obbligo di presentarsi in quell’arnese ai loro
padroni, tra le risate de’ paesi che attraversavano. Quando vennero
a lui in Melegnano i nunzj pontifizj a recargli la scomunica, Bernabò
li condusse sopra il ponte del Lambro, e quivi intimò mangiassero le
bolle della scomunica, se non volessero bever quell’acqua; e vi si
dovettero rassegnare. Inviperendo viepiù contro gli ecclesiastici, fa
accecare, mutilare chi non l’ubbidisce: udito che un piovano esigeva di
troppo per le esequie d’un morto, lo fa sotterrare col morto stesso:
un altro bandisce la crociata del pontefice contro il capitano di
Forlì, e Bernabò il fa mettere in un tamburo di ferro ed arrostire al
fuoco. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanità,
ed esso li fa bruciar vivi: anche monache fece ardere, e con esse il
vicario generale che ricusò degradarle. Chiamato a sè l’arcivescovo che
ricusava ordinare un monaco, se lo fece inginocchiare davanti, e gli
abbajò: — Non sai, poltrone, che io sono papa, imperatore e signore in
tutte le mie terre? e che Dio stesso non potrebbe farvi cosa ch’io non
volessi?»
Eppure mostravasi devoto, digiunava, istituì chiese, monasteri,
benefizj. Rifabbricò il castello di Trezzo con ardito ponte sull’Adda
a tre anditi a diversa altezza, una rôcca in Brescia, altre a Desio,
a Pandino, a Cusago; una villa a Melegnano, a Milano il palazzo a San
Giovanni in Conca, mentre Galeazzo rifaceva quello in piazza del duomo,
con una spazzata per le giostre. Beatrice Regina della Scala, moglie di
Bernabò, affettava una burbanza principesca; i decreti che essa mandava
alle valli bresciane e camoniche fan credere che quei paesi fossero a
lei assegnati per dote; in Brescia aveva un fondaco di ferrareccia;
munì Salò di mura turrite; aprì un canale per irrigare la Calciana
allora spopolata, e che erale stata data dal marito per sicurezza dei
cencinquantamila fiorini d’oro portatigli in dote, come le diede poi
Urago d’Oglio, Gazzólo, Roccafranca, Floriano e altri paesi[1]. A lei
principi e signori dirigevano i reclami e le petizioni: ed essa, non
che mitigare il marito, com’è uffizio di donna, lo esacerbava: ma
non potè reprimerne la lubricità. Trentadue figliuoli ebb’egli tra
legittimi e no; e il marchese d’Este, levandone uno al battesimo,
gli regalò un vaso d’argento, entrovi una coppa d’oro piena di perle,
anelli, pietre preziose, del valore di diecimila zecchini[2]. Le sue
figliuole collocò nelle case regnanti di Norimberga, d’Ingolstadt,
d’Austria, di Baviera, di Würtemberg, di Turingia, di Sassonia, di
Kent, di Mantova, una al re di Cipro con centomila fiorini, un’altra
a Giovanni Acuto ed una a Lucio Lando: a ciascuno de’ cinque maschi
legittimi aveva già assegnato il governo del distretto di cui gli
destinava la sovranità; ma l’uomo tesse, e Dio ordisce.
Altrettanto e peggio operava Galeazzo II a Pavia. Più freddamente
spietato, inventò la _quaresima_, per cui a’ suoi nemici faceva levare
oggi un occhio, domani riposo; poi l’altr’occhio, indi riposo; poi
una mano e l’altra, un e l’altro piede, e via per quaranta giorni
alternando i tormenti col riposo, che preparasse a meglio sentirli.
Fabbricava molto, talvolta insignemente, come furono il ponte sul
Ticino e il castello di Pavia con una torre a ciascun angolo, e
nell’interno un ampio cortile a portici, e un oriuolo che, oltre
battere le ore, segnava il moto de’ pianeti. Nè meno suntuoso riuscì il
castello di Milano. Poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname,
la calce prendeva dove fossero senza pagare; per ampliare un parco di
venticinque miglia di giro usurpò fondi privati, tra cui quelli d’un
Bertolino da Sisti, il quale affrontandolo gli chiese: — Di che darò a
mangiare a’ miei figliuoli?» e il brutale rispose: — Che? non ti basta
il gusto del farli?» Onde quello gli tirò una coltellata, e fallito il
colpo, fu preso e fatto strappare da cavalli. Non pagava le cariche,
poi guaj se erano male esercitate: sessanta impiegati a un tratto
condannò alla forca, poi supplicato li graziò, ma chiuse in prigione il
suo cancelliere ch’erasi mostrato sollecito nello spedir quella grazia.
Insieme digiunava una terza parte dell’anno, distribuiva duemila
cinquecentotrentun zecchini all’anno in limosine, ducentodieci moggia
di grano, dodici carra di vino[3], e tenea dieci cappelle. Poi favorì i
letterati, fondò l’Università di Pavia chiamandovi professori rinomati;
blandì il Petrarca; e gli encomj di questo, ripetuti per classica
ammirazione, impedivano ai lontani di udire i gemiti dei popoli[4].
Tanto si osava mentre ancora sussistevano i nomi e le forme
repubblicane; anzi direi per queste, giacchè il tiranno trovandosi
violatore di esse, operava senza ritegno; l’appoggio che dalla
costituzione eragli negato, chiedea dalla forza; forza non di
cittadini, ma mercenaria, ed alleandosi con altri principi e
coll’imperatore. I papi contrastavano sempre, tratto tratto qualche
città si sollevava, un nuovo nemico sorgeva ogni dì: ma i Visconti dal
pingue paese smungeano denaro, denaro traevano dagl’immensi possessi
confiscati, col denaro compravano bande, e colle bande vincevano e
tiranneggiavano.
Gian Galeazzo figliuolo di Galeazzo, altrettanto ambizioso e
più dissimulatore, comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di
vicario imperiale di Lombardia. Pagando a Giovanni II re di Francia
trecentomila zecchini, di cui avea bisogno per riscattarsi dal re
d’Inghilterra, n’ottenne la mano della figlia Isabella e la contea
di Virtù in Sciampagna. In seconde nozze sposò Caterina figlia di
Bernabò, il quale così credeva esserselo indissolubilmente legato,
e lo canzonava di quel non curarsi di grandezze umane e della sua
santocchieria. Fedele a questa, una volta Gian Galeazzo s’avviò in
pellegrinaggio solenne al sacro monte di Varese, menando seco la
Corte; e poichè passava rasente a Milano, pregò lo zio volesse venire
a salutarlo fuor della porta. Lo zio v’andò (1385); ma appena l’ebbe
abbracciato, il nipote diè il segno a’ suoi seguaci, che, tirate l’armi
di sotto le pie tuniche, presero Bernabò col suo seguito, e buttatolo
in castello, e fattogli un ridicolo processo, non per le atrocità
sue, ma per stregherie e per avere con incantesimi reso sterile il
matrimonio del nipote, lo sepellirono nel castello di Trezzo a morire
di rabbia se non fu di veleno. Milano rise della volpe presa al laccio,
ed acclamò Gian Galeazzo, che riunì tutto il dominio visconteo, e
trovò nel tesoro settecentomila fiorini d’oro contanti e sette carri
d’argento in verghe e vasellame.
Gian Galeazzo non avventurava mai nè la persona propria nè l’esercito
a battaglia decisiva, ma lo chiudeva entro fortezze, lasciando la
campagna esposta; sapeva poi destreggiare di politica, annodare e
scompor leghe, essere perfido e bugiardo opportunamente, e scegliere
i migliori stromenti alle sue ambizioni. Le finanze, per buona
amministrazione fiorenti, davangli mezzo di comperarsi partigiani nelle
altre repubbliche, e bande mercenarie, e grosse parentele, e così far
dei paesi come gli talentasse; nè dopo Federico II v’era stato principe
più temuto dagl’Italiani, e più minaccevole all’altrui indipendenza.
Stanco dell’obbrobrio delle bande di ventura, strinse lega coi Gonzaga,
i Carraresi e gli Estensi per isbrattarne il paese, e Bartolomeo di
Sanseverino fu spedito contro di loro con una bandiera inscritta Pax;
lega di effimera durata, che presto fece luogo a rivalità ed ambizioni
tra questi signorotti.
Quei della Scala disonorarono la propria decadenza coi delitti.
Cansignorio, e Paolo Alboino, figli di Mastino II, aveano assassinato
il fratello maggiore, indi azzuffatisi tra sè, il più debole fu
cacciato prigione in Peschiera, finchè Cansignorio, sentendosi morire,
mandò ammazzarlo (1375) acciocchè non attraversasse la successione a’
suoi figli naturali Bartolomeo e Antonio. Rinnovando simili misfatti,
Antonio uccide Bartolomeo (1381), poi ne accagiona un’amica, e costei
e tutta la famiglia manda alle forche. Quest’Antonio fu dai Veneziani
aizzato contro Francesco Carrara signore di Padova, loro implacabile
nemico, il quale si pose a schermo di Gian Galeazzo. Costui, adontato
che lo Scaligero per gelosia avesse rinnegato la sua alleanza, s’intese
col Carrara; vantandosi erede degli Scaligeri in grazia di Caterina sua
moglie, nata da Regina della Scala, fece attaccar Verona (1387 8bre)
dalle bande di Ugolotto Biancardo; ed essendo Antonio fuggito a Venezia
dopo consegnata la fortezza al legato imperiale, Galeazzo la comprò a
contanti.
Ma, infido al proprio alleato, non che cedergli Vicenza come avevano
pattuito, si offerse amico a Venezia contro di esso, ricevendone
centomila ducati il primo anno, poi ottomila al mese se la guerra si
prolungasse. Il Carrara trovavasi addosso nemici troppo poderosi,
scontenti i popoli, non denaro per comprar bande o trarre qui
stranieri; sicchè per disperato rinunziò la signoria al figlio
Francesco II Novello, il quale sentendosi inetto a resistere,
ricoverò a Pavia (1388 9bre) fra l’esultanza de’ Padovani. Malgrado il
salvocondotto, furono chiusi il padre a Verona, il figlio a Milano:
Galeazzo prese Padova, poi Treviso, e si trovò sul margine delle
lagune, alla tardi e mal pentita Venezia minacciando, se Dio gli
concedesse sol cinque anni di vita, ridurla umile quanto Padova.
Tolte di mezzo quelle due antiche famiglie, assorbite le case dei
Correggio, dei Cavalcabò, dei Benzoni, dei Beccaria, dei Langoschi,
dei Rusca, dei Brusati, restava padrone di ventuna città, che
gli fruttavano ducentomila fiorini, cioè metà quanto la Francia e
l’Inghilterra, avendo in corte quasi prigioniero Teodoro II marchese di
Monferrato, ricevendo docilissimi omaggi da Francesco Gonzaga signore
di Mantova, proteggendo il marchese Alberto d’Este contro l’odio
meritato con delitti; aveva una zia maritata in Lionello d’Inghilterra
con ducentomila sterline; la figlia sua Valentina sposò a Luigi duca
d’Orléans, assegnandole in dote la città e il territorio d’Asti,
quattrocentomila fiorini, e un corredo e gemme quali nessun regnante.
Fidava recuperar Genova coll’attizzarne le intestine malevolenze;
chiedendo sposa Maria, erede presuntiva della Sicilia, aspirò ad
acquistare quell’isola sbranata fra due fazioni: se non che il re
d’Aragona, subodorato l’accordo, appostò la flotta lombarda e mandolla
sgominata. Sempre più ampliando i suoi divisamenti, Gian Galeazzo
ambiva la corona d’Italia; ma prima conveniva abbattere la tutrice
della costei libertà, Firenze.
Questa continuava ad essere il centro de’ Guelfi, sottometteva i
castellani del contorno, e nelle interne riotte migliorava la sua
costituzione. A misura del crescer di essa scapitava la ghibellina
Pisa, la quale invischiatasi nelle vicende di terra, più non dava
i migliori negozianti a Costantinopoli e all’Arcipelago, e vedeva
spopolarsi i suoi banchi in Siria. La battaglia della Meloria, altro
frutto del suo parteggiare cogl’imperatori, l’avea fatta soccombere a
Genova; e per alcun tempo proibita di tenere armi, perdè l’abitudine
della guerra, onde la gioventù si drizzò ad altre vie, ad altra
ambizione i consigli; i pescatori delle maremme, di Lerici, della
Spezia passarono a servizio de’ Genovesi. Alla Corsica avea rinunziato,
sicchè fu data agli Aragonesi in cambio della Sicilia: ma poichè v’era
sempre chi favoriva a’ Pisani o a’ Genovesi, tutta andava in partiti
e scaramuccie, che impedivano agli Aragonesi di profondarvi radici.
Molti tirannelli vi sorsero, finchè il popolo stanco (1359) trucidò i
baroni o li fugò, e stabilì una costituzione repubblicana, mettendosi
in tutela de’ Genovesi, patto di non essere aggravezzati che di venti
soldi per fuoco l’anno. Nè per questo le fazioni quetarono; e non
potendo la repubblica di Genova tenerla, cinque cittadini ne presero
a proprio conto la protezione, e se la divisero. Poco durò, e alle
indigene si aggiunsero le scissure di Adorni e Fregosi.
Ai Pisani restava accora la Sardegna, opportuna al commercio
coll’Africa che ormai sola le era dischiusa: ma nel 1323 quanti erano
in quell’isola furono trucidati per trama di Ugone de’ Visconti giudice
d’Arborea, il quale consegnolla a Giacomo II re di Aragona. L’infante
don Alfonso, sbarcatovi con poderosa armata, consumò quindicimila
uomini nel vincere l’intrepida resistenza di Cagliari e de’ Pisani
condotti da Manfredi della Gherardesca (1326), i quali alfine dovettero
abbandonargli l’isola, ultimo resto di loro marittima grandezza.
Gli Aragonesi v’introdussero le cortes, con tre stamenti o bracci,
ecclesiastico, militare, regio, cioè popolano, i quali aveano parte nel
far le leggi e nel fissare l’imposta, e rendeano ragione alle querele
d’individui e di corpi. Alcuni signori conservaronsi indipendenti,
come i marchesi d’Arborea, tra cui fu famosa Eleonora che fece raccor
le leggi dell’isola (_carta de logu_) (1403), fin testè conservate in
vigore.
Pisa si trovò intercetta la via dell’Africa, in Sicilia non
potè sostenere la concorrenza de’ Catalani, onde si restrinse
all’agricoltura, alle manifatture, alle imprese di terra. Sempre
avversa alla guelfa bandiera, continuava a rivaleggiare con Firenze.
Secondo il trattato del 1342, avea fatto esenti i Fiorentini da
ogni gabella in Pisa; ma col pretesto di armare contro i corsari,
impose ad essi pure due denari ogni lira di valore. Risoluti di non
rassegnarsi ad un esempio che potrebbe condurre a peggio (1357), i
Fiorentini chiusero le loro partite e trasportarono gli scanni al porto
di Telamone nella maremma senese. I mercanti forestieri dovettero
seguirli, sicchè fu colpo mortale a Pisa, la quale, vuote le case,
i magazzini, gli alberghi, le strade di vetturali, il porto di navi,
riducevasi una solitaria città castellana.
Dentro la squarciavano le sêtte de’ Bergolini, popolani guidati dai
Gambacorta, e de’ Raspanti, in mala fama per aver _raspato_ ne’ loro
governi, e sempre avversi ai Fiorentini. Gli odj portarono ad alternate
tirannie; e i Visconti di Milano, che mai non torceano gli avidi
occhi dalla Toscana, per demolirla colle lotte interne favorivano ai
Raspanti, i quali incessantemente aizzavano alla guerra contro Firenze,
non foss’altro per rincalorire i rancori, che troppo s’erano calmati
dacchè si vedeva a che avesse portato l’esclusione de’ Fiorentini, dai
Raspanti cagionata.
Volterra mal potea conservarsi indipendente fra le tre repubbliche
vicine che v’aspiravano; e però avendola i Fiorentini sciolta dalla
tirannide di Bocchino Belforti, si diede a loro protettorato (1360).
N’andò al colmo il dispetto de’ Pisani, che ruppero all’armi con varia
fortuna; ma l’antica regina dei mari si trovò sull’onde guerreggiata
dalla mediterranea rivale. Pisa sentendosi non bastar sola, chiese
ajuti a Bernabò Visconti, e questi vi spedì l’Acuto (1362) colla banda
inglese di duemila cinquecento cavalli e duemila fanti. Vero è che
costoro devastarono la campagna, poterono anche fare una punta sopra
Firenze, correre il palio fin sotto le mura di essa, ed appiccarvi alla
forca tre asini col nome di tre magistrati fiorentini; ma la voracità
di questa masnada, la peste che ripullulò, e la rotta di San Savino
(1364) (che ancora si festeggia a Firenze col palio di San Vittorio)
ridussero i Pisani a strettissime condizioni[5]. Non potendo poi
pagare l’ultima rata alle compagnie di ventura, Giovanni Agnello loro
concittadino, la cui ambizione era sollecitata da Bernabò, promise
soddisfarli de’ soldi dovuti, e col loro appoggio si fece proclamar
doge: premiò, punì, relegò, com’è il solito di cotesti ambiziosi, e
giustificava l’usurpazione col titolarsi luogotenente del Visconti. La
pace giovava al dittatore; onde fu conchiusa (17 agosto) tra Pisani e
Fiorentini, restituendo a questi ultimi le franchigie che godevano a
Pisa, i castelli e i prigionieri, oltre centomila scudi d’oro per le
spese della guerra.
Firenze era sempre stata braccio destro della Chiesa: pure onesta
franchezza mostrava nelle materie ecclesiastiche, sacerdoti e abati
puniva dei delitti come gli altri cittadini, e li sottopose alle
gravezze comuni. L’inquisitore frà Pietro dell’Aquila, superbo e
avido di denaro, avea avuto procura dal cardinale di Barros spagnuolo,
per riscuotere dodicimila fiorini dovutigli dalla fallita compagnia
degli Acciajuoli; e benchè col consenso della Signoria n’avesse preso
adequata cauzione, fece dai birri del Sant’Uffizio (1375) sostenere uno
degl’interessati d’essa compagnia. Se ne leva rumore: il prigioniero è
tolto ai birri, che con tronche le mani sono banditi dalla Signoria.
L’inquisitore sbuffante si ritira a Siena, e lancia l’interdetto sui
priori e sul capitano di Firenze: questi appellano al papa, accusando
d’altri abusi l’inquisitore, e che settemila fiorini in due anni avesse
smunto dai cittadini, coll’appuntare come eresia ogni paroluzza,
ogni sentenza men castigata; e il papa, informato del vero, levò le
censure. Allora il Comune ordinò, come già erasi fatto a Perugia, che
nessun inquisitore prendesse brighe estranee al suo uffizio, nè potesse
condannare in denaro, nè tenere carcere distinta; divieto ai magistrati
di dargli sgherri, nè di lasciar arrestare chi che fosse senz’assenso
dei priori: e poichè Pietro dell’Aquila a più di dugencinquanta
cittadini avea dato la licenza delle armi, col titolo di famigli del
Sant’Uffizio, ritraendone meglio di mille fiorini l’anno, si ordinò che
l’inquisitore non avesse più di sei famigli con arme, nè più di sei
altri licenziasse a portarle; quelli del vescovo di Firenze fossero
ridotti a dodici, e a metà quelli del fiesolano; l’ecclesiastico che
offendeva un laico in fatto criminale, cadesse sotto al magistrato
ordinario, senza eccezione di dignità, nè riguardo a privilegi papali.
Tutto ciò indispose il papa contro Firenze: e Guglielmo di Noellet,
legato pontifizio a Bologna, parve ne insidiasse la libertà, la
carestia peggiorando col proibirvi l’invio del grano, poi scagliando
contro della Toscana la Compagnia Bianca dell’Acuto, dacchè la tregua
con Bernabò la rendeva inutile: passo sconsigliato e disastrosissimo
all’Italia ed alla causa pontifizia. Firenze, indignata di vedersi
tolta di mira da quella Corte, cui con lealtà religiosa avea sempre
favorito, comprò l’inazione di costui mediante centrentamila fiorini,
e tosto gittò l’incendio nella Romagna, promettendo mano a chiunque si
rivoltasse alle sante chiavi. Siena, Lucca, Pisa tennero con essa, e
così il Visconti, cui Gregorio XI aveva rinnovato le ostilità: gli Otto
della guerra, a’ quali erasi affidato il governo di Firenze, ed erano
detti gli otto santi patroni, raccolsero l’esercito sotto una bandiera
iscritta a oro _Libertà_, la quale spedirono a Roma e agli altri paesi
con lettere mirabilmente dettate dal segretario Coluccio Salutati. Ed
ecco in non dieci giorni ottanta città o borgate di Romagna e delle
marche d’Ancona e Spoleto, e Bologna stessa si sottrassero ai vicarj
pontifizj, e costituendosi libere, o richiamando le antiche famiglie
spossessate dall’Albornoz. Giovanni Acuto, a servizio del legato
papale, intitolò la sua _compagnia santa_, e malmenò la Romagna. Il
vescovo d’Ostia conte di questa dimorava in Faenza, e scoperto che
Astorre Manfredi praticava per farla ribellare, chiamò l’Acuto. Il
quale volò, e subito chiese denari (1376); e non avendone il vescovo,
cacciò prigione trecento primani, undicimila spinse fuor di città,
solo ritenendo alquante donne a oltraggio; poi l’abbandonò al sacco,
nè tampoco risparmiando le vite di fanciulli. La città così malmenata
vendè per quarantamila fiorini al marchese d’Este, poi gliela ritolse
per darla al Manfredi. Questo chiamava egli servire al pontefice:
eppure in compenso pretese le terre di Bagnacavallo e Castrocaro.
La sollevazione intanto estendevasi; ben ottanta città aveano tolto
l’obbedienza al pontefice, che viepiù indignato contro i Fiorentini,
li citò al suo tribunale. Essi, che non voleano esser religiosi a
scapito della libertà[6], mandano tre ambasciadori ad Avignone, che
sostengono la causa loro con insolita franchezza, e — In quattrocento
anni dacchè godiamo della libertà, la ci si è per modo connaturata, che
ognun di noi è disposto a sagrificare la vita per conservar quella».
Il buon papa era troppo male ispirato, com’è più facile ai lontani;
e senza dare ascolto proferì contro di loro la scomunica, eccitando
ognuno ad occuparne gli averi e le persone; onde Donato Barbadori, uno
dell’ambasciata, si volge a un Cristo, appellandosi a lui dell’ingiusta
sentenza, e dicendo col salmista: — Ajutor mio, non mi lasciare; se
anche mio padre e mia madre m’abbandonarono».
Quanti erano per traffico in Avignone e altrove sono obbligati
partirsene; il re d’Inghilterra coglie l’occasione per occupare gli
averi e far serve le persone di quanti ne trovò nel suo regno; sicchè
arrivò a Firenze tanta gente, da poter formare un’altra città. I
Fiorentini decretano non si badi all’interdetto (1377), e si continuino
gli uffizi divini: ma l’Acuto mette a macello le città sollevate;
Roberto di Ginevra nuovo legato, cattiva scelta d’ottimo pontefice,
trae una banda delle più ribalde che devastassero la Francia, guidata
da Giovanni di Malestroit bretone, il quale, avendogli il papa
domandato — Ti basta l’animo di penetrare in Firenze?» rispose — Sì
perdio, se vi penetra il sole». A’ Bolognesi il legato minacciava
voler lavarsi piedi e mani nel sangue loro; e di fatto Monteveglio,
Crespellano ed altre terre furono spietatamente invase. Cesena,
assalita per una rissa fra’ Bretoni e i cittadini, fu mandata a sacco,
e Roberto gridava — Sangue, voglio sangue; scannate tutti, affatto
affatto»; orribile grido, più orribile in bocca di legato papale,
se pur non è una delle solite invenzioni con cui si vendicano gli
oppressi. Tre giorni abbandonata a quel furore, cinquemila cadaveri
furono rinvenuti quando si rifabbricò, oltre quelli periti nel fuoco e
mangiati dai cani: gli altri errarono mendicando. I soldati cambiavano
a some le spoglie dei morti con altrettanto fieno e paglia da stramare
i cavalli; le donne, vedove, contaminate, nude, digiune, metteano
pietà fin al disumano Acuto. I Fiorentini riuscirono a staccare
costui dal papa col pagargli duecencinquantamila fiorini l’anno;
vale a dire redimevano i ricolti del proprio territorio dando una
metà della pubblica rendita. Solo allorchè lo scisma cominciato nella
Chiesa facealo bisognoso di pace, il papa ricomunicò Firenze (1378),
accettandone ducentrentamila fiorini.
Firenze vedeva con gelosia gl’incrementi di Gian Galeazzo; e questo,
soffiando ne’ rancori degli emuli di essa, riuscì ad allearsi con
Siena, Perugia, Urbino, Faenza, Rimini, Forlì e molti principotti,
oltrechè si provvedeva dei migliori capitani nostrali, Jacopo del
Verme, Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, Paolo Savelli, Ugolotto
Biancardo, Galeazzo Porro, Facino Cane, ed accampava fin quindicimila
cavalli e seimila fanti. Firenze sentendosi minacciata, doppiò di zelo
e sagrifizj, e oltre l’Acuto, assoldò il tedesco duca di Baviera,
il francese duca di Armagnac, che menava duemila lance e tremila
_pilardi_ o saccomanni, diluvj d’ogni nazione, stipendiati per danno
della nostra. Associavasi pure colla potenza di Bologna e coll’ira del
tradito Francesco Novello de’ Carrara.
Costretto, come narrammo, dal Visconti a far cessione del principato
degli avi suoi, e relegato a Cortazzone nell’Astigiano, costui fugge
per Francia, dando voce d’andar pellegrino a Sant’Antonio di Vienne,
e seguito dall’intrepida moglie Taddea d’Este e dai figliuoli, varca
i geli alpini, si prostra all’antipapa Clemente VII in Avignone, a
Marsiglia abbraccia Raimondo già vescovo di Padova, poi temendo essere
arrestato da quel governatore, s’imbarca per Genova. La procella lo
butta su spiaggia nemica, ma ne campa mediante il denaro e le lettere
del re di Francia; e giunto a una terra de’ Fieschi, si rimette al
mare. Nuova tempesta lo spinge al lido, ove uno Spínola non crede
sia mercante nè uom d’arme come diceva, e l’obbliga a manifestargli
l’esser suo. Questo, caldo ghibellino, corre a Genova a riferirlo
al doge Adorno, creatura dei Visconti; ma il Carrarese, avutone
sentore, passa la notte in una chiesa, donde all’alba fugge lungo
la riviera. Ivi l’imbatte un mercante, che al nobile portamento di
Taddeo insospettito, corre a denunziarlo a Ventimiglia come rapitore
di gentildonna. Le milizie il sopragiungono, ma egli, palesatosi,
riceve onore; ed è trovato da un messaggiero di Paganino Doria, che gli
presenta la metà d’un dado, segnale concertato, onde seco prosegue il
viaggio s’un palischermo. Spinto da traversia a Savona, ove dominavano
i Del Carretto amici al Visconti, se ne sottrae con pronta fuga, e
in abito da pellegrino passa per Genova, si sottrae ai condottieri
del duca spediti sulla sua traccia, ed eccolo a Firenze. Nojato dai
gabellieri alle porte, ricevuto freddamente e consigliato a cercarsi
altro asilo, egli mette banco per guadagnare il vitto alla famiglia,
e si fa stimare dai Fiorentini, viepiù dacchè lo vedono temuto dal
Visconti: i Veneziani stessi, cessato di averne paura, lo guardano
amicamente; dalla prigione suo padre lo esorta a sostenere le fortune
e l’onore della casa. Allora Francesco ripiglia personaggio politico,
gira le corti di Germania e n’ottiene soccorsi ed incoraggiamenti, coi
quali traversato il Friuli, e raccolti amici e partigiani, di sorpresa
recupera Padova (1390 19 giugno). Subito l’incendio si diffonde; Verona
acclama il fanciullo Can Francesco, figlio del defunto Antonio della
Scala; e i Veneziani dan mano ai nemici di Gian Galeazzo.
Però le bande oltramontane non aveano ancora imparato la strategia
maestrevole delle italiane; e l’Armagnac, che, giovane di ventott’anni
e usato a vincere, con baldanza francese sbraveggiava gl’Italiani,
essendosi con pochi avanzato fin sotto Alessandria, da Jacopo del
Verme fu battuto e ferito a morte (1391 25 luglio); i suoi, presi
e spogliati, dovettero senz’armi tornare in Francia. Ne restava in
gravissimo frangente l’altro esercito al soldo de’ Fiorentini, ma
Giovanni Acuto con ferma maestria potè ritirarlo attraverso l’Oglio, il
Mincio, l’Adige. Rotte le dighe di questo, allagata la valle veronese,
l’Acuto si trovò una volta ristretto sopra un argine, e tutto intorno
acqua, onde il Del Verme gli mandò per beffa una volpe in gabbia;
ma l’inglese rispose: — La volpe troverà modo da sgattajolare»: e in
fatto, traversando di sotto di Legnago per entro le acque e la melma
un’intera giornata, ridusse l’esercito in salvo. All’Acuto Firenze
dava fin duemila fiorini l’anno di paga, e lui e suo figlio faceva
esenti da ogni gravezza; pingui doti alle tre figlie, assegno vedovile
alla moglie Donnina Visconti; e quando morì (1394) gli rese esequie da
principe, e mausoleo in Santa Maria del Fiore, e le sue ceneri furono
ridomandate dal re d’Inghilterra: tant’è pertinace la frenesia degli
uomini nell’onorare chi gli uccide.
Stanchi di quelle interminabili evoluzioni senza mai una battaglia
campale, i belligeranti trattarono d’accordo (1392 genn.), rimettendosi
all’arbitrio di Antoniotto Adorno doge di Genova, e Riccardo Caracciolo
gran maestro dell’ordine di Rodi. Il costoro arbitramento a Francesco
Novello manteneva Padova, proibito a Gian Galeazzo d’intrigarsi nelle
cose toscane, e ai Fiorentini nelle lombarde. Ma il Visconti, le cui
ambizioni rimanevano insoddisfatte, non atteneva i patti; le bande
mercenarie congedate, eppur tenute sempre a mezzo soldo, spingeva
contro i Fiorentini (8bre); fermava alleanza con Jacopo d’Appiano, che
svertando Pietro Gambacorta, s’era insignorito di Pisa.
Francesco Gonzaga in un finto pellegrinaggio combinò una lega
guelfa tra Bologna, i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna,
Faenza, Imola, e principalmente Firenze, la quale regolata allora
dagli Albizzi, destri politici, coi maneggi non men che colle bande
mercenarie tenne testa ad Alberico di Barbiano. Non potè però impedire
che Gerardo figlio e successore dell’Appiano vendesse Pisa a Gian
Galeazzo (1399 febb.), conservando per sè Piombino coll’isola d’Elba,
la quale d’allora formò un principato distinto. Anche Siena, agitata
dalle fazioni e dalle rivalità con Firenze, si diede al Visconti (1400
genn.); e Perugia l’imitò. Pure l’opposizione di Firenze scompigliò
(fu bene o male?) i disegni di Gian Galeazzo, il quale, caduto dalla
speranza d’unire tutta Italia, pensò consolidarsi in Milano.
Per quanto la lunghezza e successione delle signorie avesse abituato
a considerarli per principi ereditarj, i Visconti, come gli altri
tiranni, non dominavano se non perchè il potere politico era affidato
loro dall’assemblea del popolo, nella quale risedeva ancora di diritto
la sovranità. Vero è che i Visconti la dispensavano dallo incomodo di
adunarsi, facendo far tutto dai dodici di provvisione, presieduti da
un vicario nominato dal principe, o al più convocavanla per dire di
sì. Dal principe emanavano gli statuti, diretti spesso a consolidare
la sua autorità col proibire di portare armi, di fare società segrete,
o mantenere corrispondenza col papa o coll’imperatore, od a volere
severa e compendiosa giustizia dei ladri e dei ribelli, «e per ribelli
s’intendono tutti quelli che fanno contro al pacifico stato del
signore e del Comune di Milano». Il vicario, mentre era luogotenente
del duca, era pur capo della cittadinanza, e intermedio fra questa e
quello; doveva essere forestiero, o almeno non possedere beni fondi
nel Milanese; veniva assistito da dodici consiglieri bimestrali,
tolti in parte dal collegio dei dottori, in parte dai mercanti e dai
cittadini. Di questo magistrato erano competenza la polizia interiore,
il commercio, la sanità, l’abbondanza, le contestazioni fra i mestieri
e per servitù locali e mercedi; amministrava le rendite del Comune, i
dazj, le regalie d’acque e strade; nominava agl’impieghi municipali,
sceglieva i podestà, i capitani ed altri capi della giustizia nel
contado. Esso pure convocava il consiglio generale di cencinquanta
cittadini per ciascuna delle sei porte principali, eletti in prima da
deputati del popolo, poi dal tribunale stesso di provvisione assistito
da alquanti savj, infine dal duca. Ogni porta aveva stemma e bandiera
propria e capitani; ogni parrocchia i suoi sindaci, e assemblee
elettorali e deliberative: ai cittadini spettava la difesa delle
mura e delle porte. Il potere giudiziale civile spettava al podestà;
il criminale a un capitano di giustizia: ma costretto com’era ad
appoggiarsi ad uno dei partiti per valere sopra l’altro, restava servo
del preponderante, cioè del principe.
Queste consuetudini antiche de’ Comuni, e i privilegi feudali,
le fazioni, il clero, le maestranze erano limiti alla potenza del
principe, e sembra che principalmente ponessero ritegno al soverchiare
delle imposte, giacchè questo adopera parole lusinghiere e fin vili
allorchè domanda qualche nuova tassa. Al che per lo più davagli titolo
il dover levare truppe, e con queste potea soprusare: se poi fosse
creato vicario imperiale, esercitava i diritti regj: in caso di guerra
non avea più limiti, come generale dell’esercito: se diveniva capo di
molte città, non tenendosi queste l’una coll’altra, egli si trovava
indipendente da tutte, e le une adoprava a frenare le altre; le quali
conquistate non aveano alcun diritto da opporre agli arbitrj di esso.
Per dare a conoscere il governo d’alcuna delle città dipendenti,
togliamo ad esempio Como. Vi durava il consiglio generale di cento,
fra i quali sortivasi un consiglio di dodici savj od uffizio di
provvisione, per amministrare gli affari ordinarj: ne’ casi più
rilevanti, come per fare statuti, dare la cittadinanza, vendere o
impegnare i beni pubblici, raccoglievasi il consiglio generale. Ma
Gian Galeazzo Visconti cercò sempre assottigliare la giurisdizione che
questo aveva in materia d’ordinanze, pesi, misure, imposte, statuti, i
quali vi erano stati rinnovati da Azzone.
Innanzi a detto consiglio appaltavansi le gabelle, e un giudice dei
dazj con sei ragionieri risolveva le quistioni ad essi relative. Un
referendario, per l’interesse del principe, sovrintendeva ai dazj, alle
gabelle, ai pedaggi, ed interveniva al consiglio generale; e il primo
che si trovi, fu del 1387. Quattromila seicento fiorini al mese era
la quota che Como pagava a Gian Galeazzo. Privilegio del fisco era il
sale, e l’appaltatore nel 1380 dovea comprarne quindicimila cinquecento
staja dalla gabella del principe, il quale poi era suddiviso per Comuni
e per famiglie, restandone esenti quelli che possedessero meno d’una
lira di estimo. Il sale allora valeva quattro lire di terzoli; ed ogni
frode era severamente punita.
Il podestà non era più eletto dalla città, ma spedito da Milano[7],
con cento fiorini d’oro al mese, coi quali doveva stipendiare un
collaterale per la polizia, e il vicario e il giudice de’ malefizj,
che sosteneano le veci sue, questo nelle criminali, quello nelle cause
civili, nelle quali aveano pari autorità quattro consoli di giustizia
e due giudici di palazzo, scelti fra i dottori di collegio. Ogni sei
mesi venivano da Milano censori, i quali pure sindacavano i magistrati
quando al fine dell’anno scadeano. Il governatore era un mero
rappresentante, nè scemava al Comune l’autorità sopra gli uffiziali
inferiori e sopra le entrate proprie.
Bisognava dare un numero di soldati proporzionato alla popolazione,
e sotto connestabili e con paga; oltre carri e guastatori ed altri
servigi da guerra. La cittadella era guardata da un comandante: da
un capitano del lago, sedente a Bellagio, dipendevano i soldati e
due navi da venti e più remi dette _scorrobiesse_, per inseguire i
contrabbandieri e i pirati. Un capo del bollo rilasciava i passaporti
agli stranieri, sui quali e sulle porte, sulle quarantene, sui confini
aveva giurisdizione. Dal principe pure venivano il giudice delle
vettovaglie che badava alla bontà dei viveri e delle medicine, e i
giudici delle strade.
Quel che parrà strano, nemmeno la perdita della indipendenza toglieva
le nimistà interne e le divisioni per famiglie. A Como nel 1335 furono
eletti cinquanta uomini della fazione Vitana, cinquanta della Ruscona,
cinquanta della Lambertenga; e posti i nomi in tre urne separate,
se ne estraeva uno per ciascuna, formando il tribunale dei _tre
buoni uomini_, giudice inappellabile delle cause introdotte avanti a
qualsifosse magistrato. E fin ai tempi di Francesco Sforza si continuò
a cernire il consiglio metà dalla squadra Vitana, metà dalla Ruscona.
Galeazzo e Bernabò Visconti aveano creduto abbreviare e semplificare
le liti coll’ordinare che quelle introdotte presso qualunque giudice
si dovessero, a petizione anche d’una sola parte, compromettere in
tre persone di fiducia, che proferissero senza strepito di fôro e
inappellabilmente. Ciò dovette cadere in disuso, giacchè Gian Galeazzo
lo richiamò nel 1382: ma presto apparve che questo surrogare l’arbitrio
e il buon senso della legge peggiorava la giustizia; onde dapprima
si volle che fra i tre fosse un giurisperito, poi la sentenza fosse
appellabile, infine si rimisero i giudizj ai magistrati ordinarj.
A questi si andava estendendo la facoltà di procedere d’uffizio
contro i delinquenti, e non solo per istanza dell’offeso, come
già si praticava: il quale accentramento della giustizia fu un
gran passo verso la centralità[8]. E Gian Galeazzo vi servì collo
stabilire a Milano un consiglio di giustizia, tribunale supremo, cui
portavasi l’appello dagli altri inferiori; e un consiglio segreto che
sovrintendeva all’amministrazione, avendo dipendenti i magistrati delle
entrate ordinarie e delle straordinarie, i referendarj della curia
ducale, i _collaterali del banco degli stipendiarj_ per l’esercito,
i _capitani del divieto dei grani_ sopra l’annona. Anche la nomina
ai benefizj ecclesiastici fu tratta al principe, salvo al papa il
ratificarla: infine esso si arrogò quella del gran consiglio e dei
dodici di provvisione. L’estendersi dello studio del diritto romano
cresceva al principe l’autorità giuridica, oltre che egli reprimea
arbitrariamente i frequenti delitti.
Questo potere dispotico, come nella Roma antica, derivava dalla potenza
del capitano; e non distruggeva le forme repubblicane, ma le privava
d’ogni efficacia. Al popolo rimaneva ancora il diritto di scegliere il
principe; e disgustato dell’uno, protestava che, morto lui, mai più non
ne vorrebbe altro; poi, appena morto questo, correva ad eleggerne un
altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che suo
padre o fratello era stato cattivo. Il ragionamento sa di strano, ma si
fa tutti i dì.
Per tal modo i Milanesi si erano in cent’anni avvezzati a credere
necessario il principato, e supporvi quasi un titolo ereditario alla
casa Visconti. Se non che poteano sempre dir di no; e questo pericolo,
per quanto remoto, turbava i sonni a Gian Galeazzo, il quale, per non
tenersi conoscente del titolo all’elezione popolare, preferì riceverlo
dall’imperatore.
Federico Barbarossa a Costanza riconosceva liberi i Lombardi: in
conseguenza gl’imperatori non aveano potere diretto su di essi, nè mai
pretesero considerarli come un feudo, di cui potessero disporre. Quando
dunque Galeazzo offrì all’imperatore Venceslao centomila zecchini
se lo eleggesse duca di Milano, questo (1395 maggio) non esitò un
istante ad esaudirlo[9]. Galeazzo, scaltrito che più dei forni usati
da’ suoi predecessori, incatenerebbero il popolo le feste, ne preparò
di suntuosissime. Sulla piazza di Sant’Ambrogio ove si coronavano
i re d’Italia, il nuovo duca fu messo in trono, poi a ginocchi dal
messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea ducentomila
fiorini; e canti, e messe solenni, cavalcate, giostre, corte bandita,
regali da non dire, e «allo spettacolo de tanta solennitate vi concorse
quasi de tutte le nazioni de Cristiani ed anche gl’Infedeli, in modo
che ciascuno diceva non più potere maggiore cosa vedere»[10].
Questa Lombardia che vedemmo sminuzzata in tante repubblichette quanti
erano i Comuni che si governavano e amministravano alla domestica,
veniva dunque a fondersi in un ducato, che, oltre la capitale,
comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como, col lago
suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina, Novara,
Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona,
Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento,
Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia,
Valenza, e Casale; e la contea d’Angera, titolare dell’erede. Gian
Galeazzo possedeva altresì Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; oltre
Asti ed Alba, che diede in dote alle due figlie. E tutto questo paese,
divenuto retaggio d’una famiglia, passò dappoi a chi avesse più forza
per occuparlo, o più astuzia e fierezza per tenerlo oppresso.
Forte spiacque ai Tedeschi l’alienazione di questo ducato, che essi
amavano considerare per feudo imperiale; e fu uno degli aggravj di
cui più caricassero Venceslao quando lo scoronarono (1401). Roberto
conte palatino sostituitogli dovè promettere di venire in Italia e
annichilare la sovranità de’ Visconti; sicchè alleatosi col signore
di Padova, e accomodato di ducentomila fiorini da Firenze, spedì
ambasciatori a far l’intimata a Galeazzo. Questo per tutta risposta
si cinse de’ migliori capitani di ventura; e Roberto entrato sul
territorio di Brescia (8bre) che era sorto a rumore, ed assalito da
Facino Cane e Jacopo Del Verme, provò come la cavalleria italiana
fosse superiore alla tedesca, la quale sarebbe ita in piena rotta se
Francesco Novello non la sosteneva con uno squadrone italiano. Roberto,
perduti mille cavalli e molti prigionieri, e abbandonato dai vassalli,
se ne partì con ignominia (1402).
Così e l’assalto e la difesa dipendeano da capitani di ventura,
de’ quali i migliori tenevasi intorno Galeazzo, e per opera loro
ricuperò la sempre ribramata Bologna. Questa era tuttora divisa fra
gli Scacchesi capitanati da Gozzadini e Zambeccari, e i Maltraversi
che coi nobili aveano a capo Giovanni Bentivoglio, il quale (1401)
riuscì a farsene dichiarar signore. Con ciò Firenze perdeva la sua più
costante alleata: ma Galeazzo mandò contro al Bentivoglio il Del Verme
e il Barbiano, e per quanto egli si difendesse valorosamente, fu fatto
prigione ed ucciso (1402 giugno); e Galeazzo, gridato signore, fece al
solito costruirvi una fortezza.
Insomma costui finiva di sotterrare le repubbliche nostre. Pisa gli
era stata venduta da Gerardo Appiano; Siena e Perugia lo chiamarono
signore, mentre Genova si metteva sotto al re di Francia; Roma era
peggiorata dallo scisma papale; a Napoli la servitù non restituiva la
pace; Venezia non s’accorgeva della necessità di farsi propugnatrice
della libertà italiana; sola conservava l’alito repubblicano Firenze,
ma sentendosi ricingere dalle insidie del Visconti, tremava: quando la
peste, più volte ridestatasi in quel secolo, troncò a Gian Galeazzo le
ambizioni e la vita di soli quarantanove anni (3 7bre).
Fu dei più splendidi signori d’Italia, ricco di politici accorgimenti
quanto povero di valore personale e di lealtà, alla libidine del
possedere sagrificando giustizia, fede, utile de’ popoli, e adoprando
mirabilmente gli uomini di pace e di guerra. Abile a mascherare la
servitù, migliorò l’amministrazione coll’arte de’ registri e de’
protocolli serviti da interminabili scrivani, computisti, notaj:
alleviò dai dazj più odiosi, molti scarcerò, fece riformare gli
statuti, si tenne attorno dotti e letterati, quali Baldo giurista, il
Fulgoso, Signorolo Amadio, Ugo da Siena e Biagio Pelacane matematici,
i medici Marsiglio da Santa Sofia, Sillano Negro, Antonio Vacca,
il filologo Emanuele Crisolara, il teologo Pietro Filargo; ridestò
l’Università di Piacenza, a quella di Pavia unì una biblioteca, fondò
un’accademia di belle arti, e raccomandò il suo nome a due dei più
insigni monumenti dell’Alta Italia, il duomo di Milano e la Certosa di
Pavia, dedicati a Maria nascente e a Maria delle Grazie. Nè avrebbe
fallito d’insignorirsi di tutta Italia, se non avesse trovato sulla
sua strada i Fiorentini e Francesco de’ Carrara, o quella fatalità che
attraversò sempre chi vi si accinse.
A’ suoi funerali, dal palazzo in castello s’avviò una processione
verso il duomo così lunga, che appena si terminò in quattordici ore.
Innanzi alla croce venivano connestabili, scudieri e cavalieri; e
quaranta personaggi della famiglia Visconti, ognuno accompagnato da due
ambasciatori di estere potenze; indi gran numero d’altri ambasciadori e
nobili forestieri, e dieci deputati da ciascuna delle quarantasei città
soggette[11], oltre una folla di primati e nobili di queste; poi tutti
gli ordini religiosi (e non erano pochi), canonici regolari, clero
secolare, gli abati dei monasteri ed i vescovi di tutte le diocesi
suddite. Seguivano le insegne della città, portate da ducenquaranta
uomini a cavallo, cui tenevano appresso otto altri pure a cavallo,
colle insegne ducali, poi due mila persone in gramaglie, con sul petto
e sulle spalle le armi della vipera, del ducato di Milano e del contado
di Pavia, ciascuno con grosse torchie alla mano. Dietro al clero
ed ai canonici della metropolitana appariva l’arcivescovo fra’ suoi
suffraganei. La bara portavano principali signori forestieri, sotto a
un baldacchino di broccato d’oro foderato d’ermellini, e tutt’intorno
cortigiani a bruno, i quali, dodici alla volta, sostenevano gli
scudi delle insegne e delle imprese adottate dal duca. Duemila altre
persone in corrotto chiudevano la processione. Giunti al tempio e
fatta l’oblazione di tutti i ceri, delle insegne ducali, delle armi e
dei cavalli che le portavano, si celebrarono gli uffizj di suffragio
attorno ad un mausoleo ornato di vessilli e bandiere, sovra il quale
posava il feretro: nè mancava una pomposa iscrizione, attestante le
virtù che il duca ebbe o doveva avere, e il pianto de’ sudditi orbati
del padre; frasi per tutti. Finito ogni cosa, il corteo fece tragitto
al palazzo ducale, ove fu recitata una non men pomposa e altrettanto
veridica orazione, che faceva risalire la dinastia Visconti fino ad
Ettore ed Enea.
Avea disposto si recassero le sue viscere a San Jacopo di Galizia, le
ossa alla Certosa di Pavia, alla quale lasciò estesissimi possessi per
finirne la fabbrica, e poi farne le limosine, che seguitarono finchè
l’istituto durò. In quel tempio, gli fu dunque eretto un mausoleo di
marmo bianco, coll’effigie sedente, la storia delle sue imprese, e
bassorilievi, e gli stemmi di tutte le città obbedienti al suo comando:
uno de’ più insigni monumenti dell’arte italiana. Commines, arguto
politico e storico francese, colà vide quelle ossa poste più alte che
l’altare, e udì da un frate intitolarlo santo. «Ed io (racconta) gli
chiesi all’orecchio perchè mo lo chiamasse santo, mentre potea vedere
all’intorno le armi di molte città da lui usurpate senza diritto; ed
egli mi rispose sotto voce: _Noi in questo paese chiamiamo santi tutti
quelli che ci fanno del bene_»[12].
Gian Galeazzo lasciava due figliuoli in piccola età: a Gian Maria
legò il ducato dal Ticino al Mincio, oltre Bologna, Siena, Perugia;
a Filippo Maria il contado pavese, col resto del territorio; Pisa e
Crema staccò pel bastardo Gabriele Maria: ma potea dire come Pirro,
— Lego il mio scettro a chi ha miglior fendente di spada». La tutela
affidò a Caterina Visconti sua vedova e a diciassette personaggi, fra
cui i celebri condottieri Del Verme, Barbiano, Pandolfo Malatesta,
Antonio d’Urbino, Francesco Gonzaga, Paolo Savelli, sperando sarebbero
puntelli alla debolezza de’ bambini, e quasi dovessero stare obbedienti
a un fanciullo come erano stati a lui. Valorosi in opere di battaglia
quanto inetti al governo e scarsi di fede, i condottieri non più
s’accontentavano di paghe, e volevano qualche città o territorio dove
svernare: Giovanni da Pietramala occupò Narni; Rinaldo Orsini, Aquila
e Spoleto; Boldrino da Panicale, molte terre della Marca; Biordo
dominò Perugia, Todi, Orvieto, Nocera; il Broglia Assisi; altri altre
terre, che poi non potendo tenere, vendevano ai Comuni o ai principotti
vicini. Questi talora se ne sbarazzavano coll’assassinio, come fece il
marchese di Macerata uccidendo Boldrino. I suoi mossero a vendicarlo
con ferocia, sinchè Firenze s’interpose, facendoli soddisfare con
dodicimila fiorini, e col restituire il cadavere del loro condottiero,
che in una cassa essi portarono lungamente a capo dello stuolo.
I contutori di Gian Maria sdegnavano sottostare a una donna e a
Francesco Barbavara di lei favorito, presidente della reggenza; e la
discordia impacciava i consigli, mentre i nemici repressi rialzavano
il capo; Guelfi e Ghibellini, di cui fin il nome erasi proscritto,
rinvelenivano, e non più per le antiche cause della Chiesa e
dell’Impero, ma per isfogo d’odj e di stillate vendette. Il Carrarese
aguzza le armi non mai deposte; papa Bonifazio IX e i Fiorentini
s’intendono per sottrarre ai Visconti Siena, Perugia, Pisa, Bologna; il
Barbiano, accettato il comando dell’esercito fiorentino, ricupera al
papa Assisi e Perugia; gli altri condottieri s’avacciano di spartire
fra sè un dominio ch’essi medesimi aveano procacciato a quella casa.
Era una riazione federale contro l’unità milanese.
Arte e fermezza adoprò Caterina al riparo, e con sanguinose esecuzioni
sgomentò i Milanesi, che istigati da altri Visconti, dai Porri, dagli
Aliprandi, eransi mossi a tumulto per imporle nuovi consiglieri. Ma
tutte ormai le città aveano scossa la dipendenza, e qualche tiranno
vi prevaleva sulle famiglie e sulle fazioni. I Guelfi, secondati dai
Valcamuni, mandano Brescia a tale strazio, da vendersi fin carne
di Ghibellini; ma Pietro Gambara, di cui s’erano macellati due
figlioletti, raccolse armi e consorti a Salò, ed entrato in città
prese così sanguinose vendette, che la puzza dei cadaveri contaminò
lungamente l’agro bresciano e il cremonese. I Guelfi pigliano il
sopravvento a Lodi con Giovanni de’ Vignati, a Piacenza e a Bobbio
cogli Scotti e coi Landi; i Ghibellini trionfano a Como con Franchino
Rusca, a Bergamo coi Suardi, a Cremona con Giovan Ponzone, poi con
Ugolino Cavalcabò; infine Gabrino Fondulo convita i Cavalcabò e i
principali del paese e li fa scannare, e guadagna così un posto fra i
principi. Intanto i baroni di Sax nella Mesolcina occupano Bellinzona;
Vicenza si dà ai Veneziani.
Caterina riesce a far pace col papa, che venne a recuperare Bologna e
Perugia: i Fiorentini, querelandolo d’averli abbandonati, continuano
la guerra e liberano Siena; ma Gabriele Maria Visconti conserva Pisa
alleandosi al maresciallo Boucicault, allora vicario di Francia a
Genova; poi la vende per ducentoseimila fiorini (1405 giugno), che gli
sono frodati da quell’avaro francese, il quale accusatolo a Genova di
tradimento, lo manda al patibolo.
A Caterina fu grande appoggio Facino Cane. Costui, dell’antica stirpe
dei Cani di Monferrato, avea servito gli Scaligeri di Verona, e
rimasto prigione alla battaglia di Castagnaro, accettò stipendio dai
Carraresi, pei quali menò inesorabile guerra nel Friuli; assistè al
marchese di Monferrato contro i signori di Savoja con tal fortuna, che
quello l’infeudò di Borgo San Martino. Devastando il Piemonte fino ad
Ivrea, crebbe nella stima di Gian Galeazzo, che gli diede a governo
Bologna appena l’ebbe riacquistata. Col feroce diritto di un comandante
militare egli vi si mantenne; e quando, morto il duca, ebbe ordine di
cederla all’esercito pontifizio, per togliere la voglia d’inseguirlo
pose il fuoco a trecento case. Dritte allora le bande sue contro dei
rivoltosi, devastò quant’è da Parma a Cremona; Alessandria abbandonò ad
orribile saccheggio, poi se ne fece signore, tenendo anche il contado
di Biandrate. Pandolfo Malatesta, cognato della reggente, reclamava
i soldi maturati; ond’essa l’inviò a depredare Como, dov’egli si pose
governatore, come si sottomise Bergamo e Brescia, fondandovi un’altra
signoria guelfa.
Ma questa fazione perdeva allora un gran capo. Francesco Novello de’
Carrara sodatosi in Padova, e conciliatosi con Guglielmo bastardo di
casa della Scala, gli avea dato mano nel recuperare Verona; poi come
questo morì (1404 7 aprile) (dissero di veleno), Francesco Novello se
la prese (maggio), a scapito de’ figli di esso, Antonio e Brunoro, e
della Visconti. Ma già i Veneziani, istigati dalla duchessa, aveano
rotta guerra al Carrarese assoldando il Malatesta, il Savelli ed
altri condottieri; e per quanto egli raddoppiasse d’attività, il
numero superiore de’ nemici e la peste lo costrinsero a cedere (1406).
Recatosi a Venezia, ivi fu sostenuto, e dai Dieci condannato al
patibolo coi suoi figliuoli, e bandita una taglia sul capo dei due che
eransi salvati in Firenze, e Carlo Zeno, il più grande uomo di Venezia,
accusato d’aver ricevuto quattrocento ducati dal Carrarese, benchè
adducesse non esser quelli che la restituzione d’un prestito, nè stesse
altra prova contro della sua illibatezza, fu escluso d’ogni impiego e
condannato a due anni di prigionia. I figli di Guglielmo della Scala,
sottrattisi dal carcere in cui gli avea chiusi il Carrarese, chiesero
venir restituiti nel possesso di Verona; e la Signoria veneta rispose
col mettere a prezzo la loro testa. San Marco trovossi possedere
Treviso, Feltre, Belluno, Padova, Vicenza, Verona: funesti acquisti,
che lo mescolarono alle vicende italiane; e subito fu costretto
difenderli contro dell’imperatore Sigismondo, che avea mandato a
invadere il Friuli Filippo Scolari fiorentino, da lui creato span e
perciò detto Pippo Span.
Fra tanti nemici esterni ed interni la duchessa di Milano non credea
poter sostenersi che collo sgomento; e un giorno fece trovare davanti
a Sant’Ambrogio (1404 8bre) cinque cadaveri, vestiti di nero e
senza testa. Il popolo, invece d’atterrirsi, s’indigna, caccia lei
col Barbavara suo favorito: Gian Maria dichiarato maggiore, la fa
imprigionare, e forse uccidere; poi, per iscagionarsi del parricidio,
ne imputa Giovanni Pusterla castellano di Monza, lo fa sbranare con
tutta la famiglia da’ suoi cani, e perchè questi parvero intenerirsi
all’aspetto d’un costui figlio dodicenne, ordinò di scannarlo.
Imperocchè Gian Maria non pareva aspirare all’autorità che per ordinare
supplizj; e resisi amici i soldati e i cortigiani col tollerarne le
trascendenze, la diede per mezzo a tutte le sevizie e lubricità; teneva
cani addestrati a saltare alla vita di chi esso accennava, e collo
Squarciagiramo suo canattiere andava la notte per città aizzandoli
or su questo or su quello. Feroce coi sottomessi, codardo coi forti,
dalla tirannia de’ condottieri non sapeva schermirsi col congiurare.
Per soldare le costoro bande voleansi denari, ed egli ne estorceva
senza badare a qual modo, sino a proibire di rendere giustizia a chi
non avesse pagato le taglie; appaltò non solo le regalie, ma i beni
suoi allodiali alla città, patto che questa gli desse sedicimila
fiorini il mese, di cui duemila per sè e la corte, il resto ai soldati:
eppure que’ mercenarj derubavano le case signorili, i mercanti, le
barche sul Po. Si volle darne colpa ai consiglieri, e per costringere
il duca a mutarli, Facino Cane e Pandolfo Malatesta batterono le sue
guardie e lui assediarono in città, dal castello scaricandogli bombe e
cannoni, invenzione nuova e perciò meno micidiale, ma più spaventosa.
Se n’indignò il Del Verme, capitano di morali sentimenti, e risoluto di
risarcire l’autorità del duca, sconfisse Facino (1407); ma avea dovuto
valersi delle bande del feroce Ottobon Terzo signore di Parma e Reggio,
il quale in compenso della vittoria domandò di saccheggiare Milano; e
perchè il Del Verme si oppose, uscì ad osteggiare Guelfi e Ghibellini.
A Milano tutto era sgomento, disordine, sangue. Una affollata di poveri
gridando _Pace pace_ si strinse attorno al duca che cavalcava, ed
esso li fece assalire da’ suoi seguaci, talchè duecento ne perirono;
e proibì di proferir la parola pace, nemmanco nella messa. Eppure
fu costretto cercarla, rimovere i suoi istigatori, perdonare a’
Ghibellini, e ricevere un governatore di questi e uno de’ Guelfi.
Il Del Verme, disperando del paese natìo, passò al soldo de’ Veneziani,
e perì combattendo i Turchi. Facino Cane, conte di Biandrate, signore
di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago
Maggiore, rapì a Filippo Maria la reggenza di Pavia dopo che l’ebbe
mandata a sacco, costrinse Gian Maria a cedergli anche quella di
Milano, e teneva entrambi non solo in soggezione ma in istrettezza fin
del necessario. Accingevasi a togliere Bergamo e Brescia al Malatesta,
quando si malò a morte. A quest’avviso i Milanesi ghibellini, come
Mantegazza, del Majno, Pusterla, Trivulzj, Baggio, Concorezzo,
Aliprandi, si sbigottirono di dover trovarsi nuovamente in arbitrio
del tiranno, che a tutti aveva ucciso o il padre o i fratelli, sicchè
strettisi insieme a congiura, nella chiesa di San Gotardo (1412 16
maggio), trucidarono Gian Maria. Avea ventiquattr’anni; e solo una
meretrice gittò qualche fiore sul colui cadavere; lo Squarciagiramo fu
trascinato a strapazzo, poi alla forca.
Quel giorno stesso Facino spirava[13]; e tosto i costui soldati
occupano Pavia per sicurtà delle loro paghe; Astorre Visconti, bastardo
di Bernabò, detto il soldato senza paura, si rende padrone di Milano;
signori d’ogni parte si riaffacciano per recuperare gli antichi
dominj; ma Filippo, che sin allora era parso neghittoso e dappoco,
allora con meravigliosa operosità s’accinge a recuperare le avite
appartenenze. Dove consisteva il punto capitale? nell’assicurarsi
i venturieri. Beatrice Tenda, vedova di Facino, aveva ereditati dal
marito estesissimi possessi, il dominio di Tortona, Novara, Vercelli,
Alessandria; toccava i quarant’anni, Filippo venti: che importa? e’
la chiede sposa, e con essa acquista quattrocentomila zecchini e gli
antichi partigiani del marito. Con questi ritoglie di viva forza Pavia
e Milano agli usurpatori, manda al supplizio gli uccisori del fratello,
combatte Astorre Visconti che rimane ucciso in Monza, e riceve il
giuramento di fedeltà.
Francesco Bussone, illustre sotto il patrio nome di Carmagnola, con
null’altro che colla spada salito, da contadino che era, fino ai primi
onori, fu principale stromento di vittorie a Gian Maria prima, poi
a Filippo, al quale sottopose in breve Lodi (1416), i cui signori
Vignati, chiamati a Milano a titolo di conferenza, furono messi
al supplizio; Pavia, dove uccise in carcere Castellino Beccaria e
fece appiccare suo fratello Lancillotto; Como, che il Rusca cedeva
riservandosi la contea di Lugano; indusse il Malatesta a vendere
al duca Brescia e Bergamo; così Cremona il Fondulo per quarantamila
ducati, e il fondo di Castelleone; Crema, Giorgio Benzone; Rinaldo
Pallavicini, San Donnino. Ottobon Terzo, che brutalmente tiranneggiando
Parma e Reggio, erasi fatto terribile dovunque menasse le assassine sue
bande, fu chiesto a parlamento dal marchese d’Este, e quivi trucidato
dallo Sforza; e il suo cadavere andò a brani, e v’ebbe persino chi
ne mangiò. Nicolò d’Este, per tener Reggio, cedette Parma al duca
(1418). Piacenza fu sostenuta da Filippo Arcelli, gentiluomo di
valor eccellente, che raccolti quanti Filippo avea spossessati acciò
facessero causa comune, recò accannita guerra al Carmagnola. Questi,
col supplizio della moglie e del figlio dell’Arcelli prigionieri, prese
Piacenza; ma vedendo non poterla conservare, obbligò gli abitanti a
uscir tutti colle robe, sicchè il nemico non trovò che deserto, e per
un anno tre soli abitanti s’annidarono in quella solitudine, finchè
il duca di Milano l’ebbe e la ripopolò. Per tal modo Filippo, non
provveduto di valore, ma di destrezza molta e di eccellenti capitani,
reintegra non solo ma amplia il ducato, e domina dai confini del
Piemonte a quelli del papa, dal San Gotardo al mar Ligure, dove presto
allargò la sua signoria.