Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle _Heures de guerre
de la Famille Valadier_ di Abele Hermant è provare l'impressione che
la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi,
sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno
all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso
nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi
avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia
immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio
di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato
un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in
costume di _boy-scout_, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a
passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore,
«l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa
nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra,
durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla
carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che
«la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo
che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella
del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse
attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero
restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero
ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il
suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il
quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana
gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della _Bella Elena_:
_Ce coup de tonnerre_
_Annonce à la terre._
_Un communiqué...?_
C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il
bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver
travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano
un'irriverenza, quasi una profanazione....
Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di
sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta,
cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore
della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra
un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica,
di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la _Famiglia
Valadier_ perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno
suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto
ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non
oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile.
L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei
_Transatlantici_ che non udremo più nella mirabile recitazione di
Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone
la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua
ironia, col suo umorismo, la _Famiglia Valadier_ è anch'essa l'opera di
un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate,
dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per
forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come
dalla stessa vita.