Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello
dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico
Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse
costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli
Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli
di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno
od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di
edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di
raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani
che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e
di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le
nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre
egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck
ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze,
sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella
quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze
compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò
più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente
e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali».
Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo.
«Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali,
che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a
tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera
pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio
contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione».
L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma:
«Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio
suocero» — Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della
Regina Vittoria — «a formare una catena tra due nazioni i cui
rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si
manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck.
Quel _junker_ difensore del diritto divino, contrario al sistema
parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria
— «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la
Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il
discepolo di Gladstone» — quel furbo Prussiano stringe con la Russia
il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di _Trattato di
contro-assicurazione_, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa,
la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico
Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia
stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» — provocando il riso di
Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio
del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente
puerile....
Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»;
dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava
copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare,
del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose
di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la
quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso
ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce
il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre
quello che ha dubitato del figlio!...
E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in
tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico
Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il
destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi
a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo
regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il
sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi
e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema
parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della
diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica,
debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita
dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di
governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal
cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli
sdegni si placano. Egli — l'Imperatore! — non è libero di affidarsi
ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici
tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un
giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di
Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo
conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello
sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da
fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa.
Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo _Diario_
alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha
consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto
sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per
appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla _Deutsche
Rundschau_ — e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno.
La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare
sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al
moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma
di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè
il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta
ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì
di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella
pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità
del _Diario_ — «neanche un minuto ne ho dubitato» — vuole metterla
in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e
minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede
un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare
il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della _Rundschau_;
fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi
alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma,
poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo
chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale
ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non
altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo:
udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte
le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore,
in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non
lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo
dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia».
Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel
Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo
non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della
patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la
carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico
il Nobile furono virtù rare — nel doppio senso della parola:
come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo
occupare, e per ciò stesso tanto più preziose — sebbene fatalmente e
sciaguratamente rimaste inefficaci.
Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia
dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma
quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi
assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio
di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale,
fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa
alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale
grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo
che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per
le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»;
quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale
avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni,
o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili
prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 — avrebbe avuto 83
anni; il padre suo potè bene viverne 91! — si deve veramente concludere
col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per
la Germania, per l'Europa e per il mondo.
_1.º gennaio 1918._
La battaglia della Marna.
Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della
titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i
loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della
parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle
liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte
affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori
francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle
sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli
fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti
del nemico.