III.

Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello

dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico

Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse

costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli

Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli

di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno

od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di

edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di

raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani

che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e

di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le

nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre

egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck

ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze,

sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella

quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze

compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò

più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente

e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali».

Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo.

«Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali,

che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a

tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera

pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio

contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione».

L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma:

«Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio

suocero» — Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della

Regina Vittoria — «a formare una catena tra due nazioni i cui

rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si

manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck.

Quel _junker_ difensore del diritto divino, contrario al sistema

parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria

— «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la

Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il

discepolo di Gladstone» — quel furbo Prussiano stringe con la Russia

il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di _Trattato di

contro-assicurazione_, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa,

la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico

Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia

stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» — provocando il riso di

Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio

del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente

puerile....

Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»;

dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava

copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare,

del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose

di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la

quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso

ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce

il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre

quello che ha dubitato del figlio!...

E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in

tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico

Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il

destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi

a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo

regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il

sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi

e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema

parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della

diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica,

debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita

dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di

governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal

cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli

sdegni si placano. Egli — l'Imperatore! — non è libero di affidarsi

ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici

tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un

giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di

Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo

conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello

sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da

fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa.

Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo _Diario_

alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha

consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto

sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per

appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla _Deutsche

Rundschau_ — e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno.

La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare

sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al

moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma

di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè

il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta

ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì

di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella

pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità

del _Diario_ — «neanche un minuto ne ho dubitato» — vuole metterla

in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e

minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede

un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare

il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della _Rundschau_;

fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi

alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma,

poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo

chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale

ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non

altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo:

udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte

le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore,

in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non

lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo

dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia».

Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel

Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo

non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della

patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la

carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico

il Nobile furono virtù rare — nel doppio senso della parola:

come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo

occupare, e per ciò stesso tanto più preziose — sebbene fatalmente e

sciaguratamente rimaste inefficaci.

Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia

dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma

quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi

assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio

di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale,

fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa

alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale

grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo

che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per

le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»;

quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale

avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni,

o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili

prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 — avrebbe avuto 83

anni; il padre suo potè bene viverne 91! — si deve veramente concludere

col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per

la Germania, per l'Europa e per il mondo.

_1.º gennaio 1918._

La battaglia della Marna.

Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della

titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i

loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della

parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle

liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte

affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori

francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle

sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli

fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti

del nemico.

Al rombo del cannone · 第 53 / 73 题