II.

Disgraziatamente, se i bonapartisti, in Francia, volevano venire ai

ferri corti, i bismarchiani se ne struggevano in Prussia, e come i

Francesi si erano môrse le mani vedendo sfumare, col ritiro della

candidatura tedesca, l'occasione desiderata, ed avevano perciò avanzata

l'eccessiva e pericolosa pretesa che il Re Guglielmo s'impegnasse

personalmente a non permettere che mai più si riparlasse del suo

parente, così il conte di Bismarck, leggendo la nota redatta per

ordine del suo sovrano dal consigliere segreto Abeken, con la quale

la risposta negativa era distesamente e serenamente riferita, pensò di

«_abbreviarla_» in modo che sonasse «come una fanfara di risposta a una

sfida....».

Il Thiers non poteva allora conoscere questo particolare, svelato

molti anni dopo dallo stesso Bismarck; ma neanche nella secca

forma datagli dal ministro prussiano il dispaccio di Ems parve allo

statista francese quell'«oltraggio» che vollero trovarvi in Francia.

«Buoni cittadini avrebbero attenuato la cosa, si sarebbero rivolti

all'Inghilterra perchè la accomodasse, e avrebbero così preservata la

pace. Ma i signori ministri vi hanno veduto un motivo di mettersi col

partito della guerra senza troppo disonorarsi, e di restare quindi nel

Gabinetto dal quale si sentivano sul punto di uscire.... Quando, in

mezzo ad un'ansietà inaudita, il manifesto è stato letto, una specie

di stupore si è impadronito della Camera. I Centri hanno fatto come

i ministri, si sono serviti di questo mezzo per non guastarsi col

potere, e i ministri per restar tali, i ministeriali per continuare

ad essere ministeriali, hanno gettato il paese ed il mondo in una

guerra spaventosa. La stessa Sinistra, solitamente tanto coraggiosa,

era sorpresa e paralizzata, quando io mi sono alzato con uno scatto

infrenabile. E allora tutti i furori del bonapartismo si sono scagliati

su me.... Cinquanta energumeni mi mostravano il pugno, m'ingiuriavano,

dicevano che insozzavo i miei capelli bianchi....»

L'ansia del Thiers era tanto più grande perchè, antivedendo purtroppo

la sconfitta, neanche la certezza della vittoria sarebbe valsa a

rassicurarlo: la guerra fortunata avrebbe anzi afforzato il partito

bonapartista, nemico delle pubbliche franchige, fautore e autore

di dispotismo. «Questo avvenimento che ci costerà o la libertà o la

grandezza, m'ha spezzato il cuore.... Per quelli dei nostri militari

che sono liberali, quale dolore, combattendo per la nostra terra,

all'idea che non vinceranno se non a spese della nostra libertà!...»

Ma nel terribile frangente la condotta, non solo dei soldati, bensì di

tutti i cittadini, era nettamente segnata: «Il dovere non è equivoco:

bisogna fare di tutto per vincere, e se fossi soldato darei francamente

la vita per questa causa....».

Non dovendo e non potendo combattere, egli fece tutto quanto la patria

gli chiese; e non fu poco: a cominciare dalla penosa peregrinazione

attraverso le metropoli europee in cerca di aiuto. Qui consiste il

maggiore interesse dei documenti venuti ora in luce, per le profezie

che vi si trovano, talvolta un poco involute ed incerte, talaltra

singolarmente precise, intorno alle conseguenze dell'incontrastato

trionfo tedesco e della profonda umiliazione francese.

Al rombo del cannone · 第 45 / 73 题