Che cosa sia questo _Protocollo_, una bellissima introduzione al
sontuoso volume, copiosamente e perspicuamente annotato, spiega con
molta diligenza. Dopo il fallimento della spedizione di Savoia e
durante gli anni che corsero da quell'infelice tentativo al 1839,
Giuseppe Mazzini patì un turbamento profondo. «A torto od a ragione»,
il mal esito era stato a lui addossato; «quanti conosci fra i
migliori», scriveva egli stesso a Nicola Fabrizi, «m'hanno lasciato:
ridono di tutto: mi dicono matto, alcuni — e degli intimi — ambizioso,
e per questo ho operato, dicono, con istrepito. Alcuni coprono
il mutamento colla misantropia: altri collo scetticismo o col Don
Giovannismo: altri si contentano di formulare la impossibilità di fare:
altri in fondo vogliono vivere e godere: tutti sono individualisti, che
hanno recitato — in buona fede o no — la parte di poeti, di patriotti,
di entusiasti, finchè hanno sperato di vincere. Quando avranno veduto
che la nostra era una teorica di dovere, che bisognava far della vita
una continua battaglia anche con la certezza di non vincere se non dopo
morti, hanno voltato le spalle.... Da qualche scritto in fuori da me,
per ora, non attendete cosa alcuna. Duole a me il dirlo quanto non puoi
credere, perchè la mia vita va via e non vedo via neppur di morire a
mio modo; ma v'illuderei se parlassi altrimenti. Son solo, sfornito di
tutti i mezzi; costretto a lavorare per pane, e nella incredulità che
mi circonda fo molto — non che propagarle di cercare di ridurle ad atto
— s'io serbo intatte le mie credenze».
Ma nell'uomo di pensiero e d'azione, nell'uomo che faceva della vita
una «credenza in azione», la forza della fede doveva presto vincere
e fugare i dubbii, le diffidenze, gli sconforti, e produrre un nuovo,
più alto slancio operoso. Per lo studio della psicologia del Maestro
questa crisi è delle più istruttive. Come al Fabrizi, egli descrive
al Melegari l'abbandono nel quale è rimasto, le delusioni sofferte,
la perdita «di ogni senso di vita individuale, d'ogni potenza di
gioia, d'ogni capacità di sentire o sperare un'ombra di felicità»;
«ma d'altra parte,» afferma immediatamente, «lontano dal cadere nella
misantropia quanto alle azioni, mi sento più fermo che mai, più deciso
che mai a giovare — se mi s'affacciassero mezzi — all'Italia futura.
Vivrò e morrò, lo spero almeno, per essa. Sicchè qualunque sfogo io
t'accenni sugli uomini e sulle cose d'oggi, non accusarmi di debolezza,
nè di mutamento. Le cose e gli uomini, comunque m'appaiano, possono
oprare sulla mia vita intima e sul mio cuore, tormentandolo; non mai
sulle mie azioni, nè sull'adempimento de' doveri, de' quali il cenno
viene a me da più alta cosa che non è il presente: Dio e il cuore, la
tradizione dell'Umanità e la mia coscienza...». E di lì a poco l'uomo
che aveva negato ogni fiducia «nella generazione vivente in Italia»,
riprendeva «con proposito deliberato, incrollabile, quasi feroce, il
lavoro della _Giovine Italia_.... Perchè la _Giovine Italia_ non esiste
più? perchè un'Associazione giurata per un intento gigantesco, giurata
ora e sempre, giurata con promessa esplicita di consacrare pensieri
ed azioni a ottenere vittoria o martirio, si è sciolta dopo il primo
tentativo fallito, come se avesse compito la propria missione? Dopo un
primo tentativo fallito, quando noi sul principio c'eravamo levati più
su degli altri, a un'idea religiosa? quando avevamo dichiarato voler
fare più di tutte le associazioni passate? quando avevamo accusato
e osato e promesso tanto da esigere sforzi e costanza da Titani per
non meritare la derisione? Or che mai è mutato? lo Stato d'Italia?
la santità dello scopo? la nostra credenza nella _potenza_ italiana?
no: non ha mutato che la nostra credenza nella _volontà_ italiana;
bene; non avrebbe questa ad essere ragione di moltiplicare gli
sforzi per farla nascere?...». E la volontà sua, dell'agitatore, del
suscitatore, dell'apostolo, si tende, s'afforza, ricomincia ad operare,
energicamente, magnificamente, «senza calcolo di tempo nè di riescita».
Il proponimento di ricostituire l'associazione ideata nella fortezza
di Savona sul cadere del 1830 e fondata l'anno appresso in Marsiglia,
è ora partecipato, oltre che al Fabrizi e al Melegari, anche ad
altri fidi, tra i quali Giuseppe Lamberti. Non volendo iniziare una
cosa nuova, «ossia una _forma_ nuova», l'esule diffonde da Londra
l'_Istruzione generale_ concepita come quella di dieci anni innanzi,
tranne un accenno alla Giovine Europa sorta nel frattempo a Berna. Come
la prima volta, anche ora il sodalizio sarà composto di _Congreghe_
da istituire nei varii paesi, dalle quali dipenderanno gli Ordinatori
incaricati di reclutare gl'iniziati. E negli Stati Uniti e nell'America
meridionale le sezioni sono facilmente formate; non così in Francia,
dove, per esser convenuti la maggior parte dei proscritti e degli
emigrati del 1821, del '31 e del '33, se si trovano molti fedeli
discepoli del Mazzini, vi sono anche parecchi di coloro che sentono
diversamente da lui, i liberali moderati sul tipo del Mamiani e di Pier
Silvestro Leopardi, i fautori del progresso «omiopatico».