II.

Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del

suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni

tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia

politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti

i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e

di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude

nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e

dell'Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore,

«è forse il più oppresso d'Europa». Nella primavera del 1820, al

nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray,

dalla commossa Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo

gl'Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati.

Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» — è

superfluo avvertire l'ironica intonazione di queste parole — «ma non

per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento.

Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che

avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come

Dugald Dalgetty» — il soldato di ventura di Walter Scott — «perchè

lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari

d'ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho

vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione

più che ad ogni altra, ma» — la riserva fu sciaguratamente vera allora

e per qualche tempo ancora — «ma difettano d'unione e di direzione,

e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e

se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un

Austriaco quanto l'odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più

detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....»

Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei

suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio

contro l'Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant'altra

ostentato e mentito: preme ora vedere con quali veementi parole e con

quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante

la crisi del 1820-21. «Ci batteremo un poco», scrive al Murray da

Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non

traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di

più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà

da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla

vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall'oppio,

nello Spagnuolo dall'alterigia, nell'Inglese dalla freddezza,

nell'Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall'insensibilità, ma

nell'Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno

nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell'avanzata austriaca,

scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una

sola battaglia tutta l'Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si

ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che

sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello

sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci:

non c'è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare

per liberare l'Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione,

sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato

dalle cattive notizie, dichiara al console Hoppner: «Non parlo

di politica, perchè quest'argomento mi sembra disperato finchè si

consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli

dell'indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che

«quest'ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte

ragioni generali e private».

Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà,

nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le

ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l'amicizia

che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la

delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda:

dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di

entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace

di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli

dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti

italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione

trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e

alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e

nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate

stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge

una volgarità che sarebbe imperdonabile, se nella stessa lettera non

avesse cominciato con l'affermare che «nè il tempo nè le circostanze

muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti

d'indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto

altrove, nelle pagine del _Diario_: «Si dice che i Barbari d'Austria

stanno per venire. Lupi! Cani d'inferno! Speriamo ancora di poter

vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato:

«Bello morire per l'indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto

i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e

cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di

pericoli.

Al rombo del cannone · 第 23 / 73 题