Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio
l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia,
non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata
la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il
fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero
altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte
ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto
da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta
di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo
aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più
straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza».
Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate
fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è
indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora:
«La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile
appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi
il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora:
«Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per
salvarci....»
Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità.
Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi,
il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa
rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di
forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in
Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia?
«Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi
hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al
Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi
al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si
sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva
di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto
contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole
e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli,
che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la
sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi
il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta
necessità!».
Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva
instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento
che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione
all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due
Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca
come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno,
massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare
le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si
affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli
diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne.
Morale della favola: _diritto_ è nome astratto che solo la forza può
tradurre in concreto.
_29 marzo 1916._
Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron.
Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da
Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di
una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere
siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico
che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura
dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito
Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta
la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di _Childe Harold_ lo
studioso della _Storia della letteratura inglese_, «è come fremente
di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione
vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste
confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime
sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua».
Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato
guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa
raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza
epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative;
ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque,
la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta
conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa
fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza
delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non
ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua,
della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti
altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione;
alla traduzione del _Morgante maggiore_, «la miglior cosa ch'io abbia
mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli
Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia
di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era
permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il
_Morgante maggiore_, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa
_La Morgante maggiore_.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore
Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si
sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il
Delachaume annota: «_Ricciardetto_, poema cavalleresco in 30 canti di
Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è
dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino
bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come
se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali
traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti
e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente»,
il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera
spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane
che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole
riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega:
«_Seccatura_ signifie sécheresse, stérilité....»