III.

Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di

Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse

stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte

aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti

veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in

Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il

suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi

col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le

domande siciliane.

Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo

meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più

possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia,

hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti.

Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza;

ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che

l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo

in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta:

una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione

contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi

con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra

poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre

Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di

Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo

soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene

affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana

e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora

al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo

personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il

consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà

di sì, egli, ministro, replicherà di no....

Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera,

ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare

le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate,

seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica

conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte

dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca

le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e

padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di

tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro

rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero

invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva

minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte

ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era

piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.

Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento

sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del

Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè

l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia

d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona

di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie

anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il

resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di

Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona,

possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare,

a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa.

Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è

indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»

Al rombo del cannone · 第 20 / 73 题