Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di
Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse
stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte
aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti
veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in
Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il
suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi
col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le
domande siciliane.
Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo
meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più
possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia,
hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti.
Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza;
ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che
l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo
in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta:
una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione
contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi
con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra
poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre
Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di
Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo
soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene
affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana
e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora
al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo
personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il
consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà
di sì, egli, ministro, replicherà di no....
Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera,
ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare
le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate,
seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica
conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte
dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca
le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e
padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di
tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro
rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero
invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva
minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte
ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era
piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.
Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento
sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del
Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè
l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia
d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona
di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie
anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il
resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di
Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona,
possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare,
a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa.
Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è
indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»