Un più profondo esame ed un più severo giudizio è quello del quale
egli fa oggetto un'altra potenza coalizzata contro la Repubblica di
Francia: l'Austria. Come stimarla capace di vincere, se a tutte le
molle che il «giacobinismo» faceva scattare nei petti dei soldati
repubblicani, essa non sapeva opporre altro che la «pedanteria»? Come
credere al genio dell'idolo dei Viennesi, il Coburgo, dopo aver visto
cotesto maresciallo, a capo di 15000 soldati austriaci, indietreggiare
all'assedio di Giurgevo dinanzi a soli 4000 Turchi? Come credere
all'ingegno dei generali di corte, dell'arciduca Giovanni, «adoperato
a guisa di polverine del James all'agonia d'un infermo», od a quello
dello stesso arciduca Carlo? «Chi si è condotto come costui, nelle
circostanze in cui si è trovato, non ha pensato una sola idea giusta,
non ha fatto nulla di raccomandabile, e se ha avuto qualche momento
di fortuna, bisogna cercare fra coloro che lo circondano la testa che
pensava per lui....»
Sarebbe certamente stolto, avverte il Damas, negare il valore di alcuni
generali austriaci; ma essi non possono adoperarlo come i francesi,
perchè «il genio della loro nazione li rende incapaci di rinnovarsi:
gli Austriaci resteranno sempre un esercito d'altri tempi, teorico,
coraggioso, ma lento e testardo nei suoi sistemi: essi agiranno contro
i nostri nipoti come agirono contro i nostri avoli, e per conseguenza
saranno battuti da quelli come furono battuti da questi.... La lentezza
di concezione e di esecuzione nei generali, l'asservimento alla
pedanteria nei preparativi nell'azione, l'inerzia e la svogliatezza
nei subalterni, l'apatia dopo i buoni successi come dopo i rovesci,
sono altrettanti vizii ed impacci». E, per esempio, a Wattignies
il Cleyrfait «giudicò più semplice lasciar proseguire la ritirata
vergognosa, anche quando le circostanze non l'esigevano più, che di
fare indietreggiare le truppe il cui movimento era già cominciato, e
solo per apatia non diede nessun contrordine. Il successivo passaggio
della Sambra fu così compiuto e la battaglia più importante si trovò
perduta, mentre i Francesi si ritiravano in tutta fretta sulla loro
destra. Simili fatti si crederebbero difficilmente da chi non ne fosse
stato testimonio; ma io garantisco che quanti hanno servito con gli
Austriaci ne avranno una collezione....» Altro esempio: l'inutilità
della vittoria di Essling, dopo la quale — ma prima di Wagram! — i
soldati di Napoleone trovano un argutissimo modo di scusare la disfatta
del loro duce, del loro _papà_: «Il nostro papà non fa più altro
che sciocchezze dacchè è in Austria: il contagio del paese gli si è
attaccato....»
Quando era al servizio di Caterina II, il Damas aveva visto i Russi
rallegrarsi e godere all'annunzio delle disfatte degli Austriaci,
come se fossero loro nemici, mentre erano alleati contro il Turco,
nemico comune: questo sentimento che lo stupì profondamente, e
che poteva sembrare propriamente iniquo, fu da lui compreso quando
studiò da vicino la psicologia austriaca. «Gl'individui di cotesto
esercito aggiungono ai loro difetti disgraziatamente troppo noti, una
presunzione ed una sufficienza indefinibili; essi non possono andare
d'accordo con nessun alleato, non apprezzano altro che i sussidii
in denaro, e questo genere di concorso non serve se non a farli
perseverare nella guerra senza portare rimedio ai loro errori. Tutte le
battaglie che hanno sostenute in lega coi Russi hanno messo a giorno la
poca cordialità e la poca simpatia di cui sono suscettibili, e questo
esempio recente fa tremare per l'avvenire. Quasi tutti i trattati
conclusi dalla Corte di Vienna da un secolo a noi hanno dimostrato
la sua abilità nel gravar la mano sugli alleati, e la potenza che
contrae con lei si trova egualmente oppressa sui campi di battaglia
e nei gabinetti diplomatici....» Ma la presunzione e la prepotenza
finiscono il giorno delle sconfitte: allora gli altezzosi sono in
preda ad un abbattimento che fa accettare le paci «disastrose», le
paci «vergognose». Nei lunghi soggiorni dell'autore a Vienna, durante
le grandi crisi dell'Impero, egli non ode «un solo proponimento che
dimostri indipendenza e coraggio. Da che cosa dipende dunque l'avvenire
d'uno Stato non sostenuto nè dalla coscienza della propria forza,
nè elettrizzato dall'amore della gloria e della patria?...» Per
conseguenza: «degenerazione, imbastardimento di ogni idea di onore e
di morale», ed anche una irrimediabile «mostruosità di debolezza», per
la quale i governanti non sono capaci di prendere altri provvedimenti
fuorchè quelli _in extremis_ e si sottopongono poscia al giogo «senza
resistenza».
L'acuto ed equo osservatore non nega le buone qualità alla gente
semplice, del popolo minuto; ma il congegno sociale è così fatto,
che «per mantenere l'animo in pace, in questa metropoli (Vienna),
bisognerebbe non incontrare personaggi ufficiali. La loro vista turba
per tutto il giorno, tanto sono rappresentativi della decadenza». Ed
anche fuori del mondo in divisa, c'è qui in tutti i procedimenti, in
tutte le usanze, in tutte le feste e i divertimenti, un velo teutonico
che toglie grazia ad ogni cosa.... L'edifizio morale di questo paese
rammenta i monumenti costruiti nei tempi di decadenza dell'arte....
Immaginate la dissipazione senza godimento, la leggerezza senza garbo,
la sciocchezza senza contegno, la fatuità senza conquiste, e avrete la
misura della disgraziata differenza che passa tra la gioventù di Vienna
e quella di Parigi».
Delle sciocchezze e delle goffaggini delle quali egli fu spettatore il
Damas riferisce gustosi esempii. Quando Maria Luisa andò in Francia
sposa di Napoleone, scortata dai generali francesi, due cittadini
di Ens, obbedendo all'ordine di far luminaria, tirarono fuori,
per economia, gli stessi trasparenti «di cui si erano serviti nei
festeggiamenti prescritti in altre occasioni: si leggeva sull'uno
_Vivat Laudon_, sull'altro _Vivat Coburg_, e le effigie di quei due
generali» — i peggiori nemici dei Francesi — «prendevano parte a
quell'infame e vergognoso baccano con un'espressione diametralmente
opposta alle circostanze....» Il generale Bubna, pezzo grosso
dell'esercito e della diplomazia, spedito a negoziare l'armistizio dopo
Wagram, si vede offrire da Napoleone un anello del valore di ventimila
fiorini, e senz'altro se lo passa al dito. «E che? In questo paese un
generale va a conferire col nemico — tuttora nemico, poichè la pace non
è per anco stipulata — e il nemico osa fargli un regalo, e il generale
negoziatore lo accetta?...» In previsione di nuove ambascerie del
Bubna, il Damas esclama: «Quest'altra volta egli tornerà indietro con
una ricca tabacchiera, e poi all'ultimo viaggio riceverà un calcio nel
sedere tempestato di diamanti....»