MATILDE SERAO
SAPER VIVERE
NORME DI BUONA CREANZA
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1923
=Quarto migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione
sono riservati per tutti i paesi, compresi
la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare
di quest'opera, che non porti il timbro a
secco della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
_AVVERTENZA._
_Amico lettore, non è mio compito insegnarti l'educazione. Tu, per me,
come per gli altri che ti conoscono e ti avvicinano, sei una persona
educata. Sin da quando eri fanciulletto tua madre, tuo padre, la tua
bambinaia, il tuo maestro, ti dissero che non dovevi ficcarti le dita
nel naso, che non dovevi portare il cibo alla bocca col coltello e
che, in chiesa, entrando, bisogna cavarsi il cappello. Tutti questi
dettami onde è celebre, nel tempo dei tempi, quasi quanto il nome di
Dante, quello di monsignor della Casa, tutti questi obblighi di civiltà
puerile, di cui discorrono, con gravità, Melchiorre Gioia e Sperone
Speroni, sono impressi, nella tua memoria, da anni ed anni e son
diventati, insieme con tutti gli altri minuti doveri, la consuetudine
quotidiana della tua vita. Inutile il soggiungere che, più tardi
diventando un giovanotto, facendoti uomo, tu, hai aggiunto, a questa
educazione qualche cosa di più, un certo affinamento: tu, sedendoti
innanzi a un superiore, non metti una gamba a cavalcioni dell'altra:
tu, parlando a una signora, non tieni il sigaro fra le labbra: e se
ti trovi in qualche ritrovo pubblico, abbassi la voce, naturalmente,
nel conversare. Dunque, tu sei un uomo educato. E, se ti fermi alle
apparenze, questo mio modesto piccolo libro può sembrarti inutile!_
_Invece, amico lettore, vi è una seconda educazione che tu,
probabilmente, non possiedi; e ciò senza nessuna tua colpa, senza
colpa di nessuno che ti consigliò e ti guidò, nella prima età, ma
per tante circostanze di famiglia, di posizione, di ambiente. Questa
seconda educazione, questo saper vivere, è, anche, una cosa tanto
fantastica, tanto bizzarra, cambia di colore, di espressione, di tipo,
così facilmente! Questo _saper vivere_ è così differente, secondo
ogni paese, secondo ogni clima, secondo ogni tradizione! Saper vivere,
veramente, in società, nel mondo, diventa un'arte talmente difficile!
Ed è, intanto, necessario saper vivere, anche per una creatura umile
e oscura, anche per una esistenza solitaria, e modesta, anche per un
uomo dall'avvenire circoscritto, anche per una donna dall'orizzonte
limitato: è necessario saper vivere, se si vuol vivere, se si vuole
svolgere tutta la propria vita, in armonia con le cose e con le
persone, in armonia coi nostri pensieri e coi nostri sentimenti!_
_Ed è molto bene per te, amico lettore, che tu, per tuo istinto di
equilibrio, per natural gusto eletto, conosca questo saper vivere, e
che, in qualunque ora della tua vita, tu non commetta mai uno di quegli
errori di condotta, di misura, di scelta, che sembrano piccoli e lievi,
ma che, talvolta, portano delle conseguenze meno lievi, e, forse,
gravi. Più se questa scienza così umana ti manca, se non hai avuto nè
il tempo, nè la voglia, nè la facoltà d'impararla, se tu non sai, per
esempio, quale sia il tuo dovere di promessa, il giorno in cui tu dai
promessa di nozze, se tu non sai come regolarti avendo una udienza
dalla Regina, se non sai come vestirti, andando a un pranzo di mezza
cerimonia, in estate, il modestissimo mio libro te lo dirà, non come
un sermone, non come un ammonimento, amico lettore, ma nella forma più
amabile e più cordiale della conversazione con un amico._
_E, forse, un maligno — vi è sempre un maligno, un po' dapertutto
— potrebbe osservare che io, amico lettore, metto cattedra di saper
vivere, mentre nessuno me ne ha elargito il diploma. Chi sa! Io lo ho,
forse, questo malinconico diploma. Malinconico, dico, poichè esso mi
viene dall'età che, amico lettore, è molto maggiore della tua: poichè
mi viene dai costanti e lunghi viaggi, in paesi ove si sa vivere
perfettamente: poichè mi viene dai costanti e lunghi contatti, con una
società cosmopolita che, non avesse altro merito, sa vivere: e tutto
ciò significa esperienza, ed esperienza, talvolta, quasi sempre, vuol
dire malinconia. Un ignorante è sempre un ingenuo: e, un ingenuo è
sempre una persona gaia. Ma non proseguiamo più oltre quest'analisi
psicologica: essa condurrebbe ad osservazioni anche più amare. Che il
maligno si rassicuri e sia contento: tutti i diplomi hanno un fondo di
tristezza e contro il legno delle cattedre, palpita quasi sempre, un
cuore deluso. Così non sia di te, amico lettore, quando tu sia giunto
alla fine delle mie pagine: possa tu ritrovarvi, ogni volta che tu
voglia consultarlo, la parola giusta e sincera che ti guidi in una
piccola difficoltà della tua vita, possa tu leggere, nelle sue righe,
il motto schietto e preciso, a cui si leghi un tuo pensiero e un tuo
atto: e che, almeno, il malinconico maestro di saper vivere, a cui
la piccola scienza costò degli anni e delle fatiche, senta che le sue
parole abbiano efficacia di bene!_
MATILDE SERAO.
IL GRANDE VINCOLO.
I.
IL FIDANZAMENTO.
La parola è precisa; ma la cosa è tanto multiforme! Specialmente nei
paesi meridionali, in cui basta che un giovanotto e una signorina
si siano guardati per cinque minuti, uno dalla terrazza, l'altra dal
balconcino, per credersi legati in vita e in morte, tutti quanti si
chiamano fidanzati. Ma, realmente, i fidanzamenti, a questo mondo, sono
tre: il primo, il più intimo, forse il più saldo, è quello di due che
si vogliono bene, intensamente, profondamente e che hanno giurato di
appartenersi, preferendo un celibato eterno e uno struggimento eterno,
al non appartenersi: il secondo, è quello, più formale, in cui un
giovane innamorato fa chiedere o chiede la mano di una fanciulla ai
suoi genitori, è accettato ed è ammesso in casa, a fare la sua corte,
stabilendo, in un tempo più o meno vicino, la data del matrimonio:
il terzo, è il fidanzamento religioso o promessa di nozze, costume
oramai caduto quasi in disuso. Del primo fidanzamento, quello tutto
sentimentale, nulla si può dire in queste noterelle del _saper vivere_:
il fidanzamento sentimentale non ha norme costanti, non ha consuetudini
secondo i paesi e secondo le condizioni, non ha regole che si possano
combattere o difendere; è un affare di cuore, in cui gli estranei non
debbono entrare e in cui non deve entrare neanche un povero cronista.
Ognuno fa quello che vuole nel fidanzamento sentimentale, come ognuno
fa quello che vuole, in generale, nell'amore, malgrado i contrasti e
malgrado i consigli: gli innamorati combattuti, diciamo così, sfuggono
a ogni influenza, che non sia quella dell'amore. Noi li possiamo
indurre a qualche cosa, solo quando essi, vinta la lontananza, vinte
le difficoltà, passano formalmente nel grado secondo del fidanzamento,
cioè in quello di fidanzati bene accetti e di cui il matrimonio non è
lontano. Allora soltanto, il _saper vivere_ può servire per loro. Il
fidanzamento ufficiale è una materia così delicata e così complicata,
comporta tanti diritti e anche tanti doveri, muta così di forma secondo
i paesi, secondo i ceti e secondo le idee della famiglia, che il
cronista considera con occhio un po' sgomento, tutte le cose che egli
deve scrivere, su questo soggetto: e avrebbe bisogno di un potente
crogiuolo per condensarle. Tanto più che i fidanzamenti moderni, ahimè;
non sono più quelli di una volta! Tanto più che i fidanzamenti sono,
purtroppo, la prova del fuoco per le fanciulle e per i giovanotti,
fuoco in cui, talvolta, il matrimonio si liquefa!
II.
RICHIESTA DI NOZZE.
Il fidanzamento ufficiale di un giovane con una signorina, è sempre
preceduto da preliminari ufficiosi, per cui il giovane stesso, o un
suo autorevole amico o una sua amica, persona seria, s'intende col
genitore della signorina, o con la madre, se non è vivo il padre, o
col maggior fratello, se ella è orfana, o col parente più prossimo.
Questi preliminari sono necessarii per assodare tutte le condizioni
del matrimonio, prima che si faccia la domanda ufficiale; ed essi,
spesso, possono condurre alla sconchiusione delle pratiche, senza
che se ne faccia pettegolezzi; ognuno si ritira regolarmente dalla
sua parte, senza rancore. Così, è necessario scegliere una persona,
uomo o donna, piena di finezza e di buona educazione, per questi
accordi preliminari: le grandi famiglie mandano i loro avvocati o i
loro amministratori: altre famiglie pregano i confessori, i direttori
spirituali, a volersene occupare: e, in generale, le persone più
modeste di condizione, inviano un parente stretto, una parente, un
vecchio amico; e infine, infine, quando lo sposo ha già una certa
età, ha già una condizione sua, personale, è egli stesso, che tratta
quell'importante affare, che è un matrimonio. Quando tutti gli accordi
preliminari sono stati presi, in massima, quando ci si è bene intesi
sui punti principali della futura unione, allora soltanto ha luogo la
domanda ufficiale della mano della signorina. È di stretto rigore che
vada a fare questa richiesta, in casa della fidanzata, al suo parente
più prossimo, il più prossimo parente del fidanzato, uomo o donna:
talvolta, il fidanzato stesso accompagna il suo parente, ma è molto più
elegante che il fidanzato sia assente, come è assolutamente necessario
che sia assente la fidanzata. Altri agisce per loro; ed essi aspettano,
tutto sapendo, di lontano, che la domanda sia fatta e sia gradita. È il
giorno seguente che il fidanzato è ammesso in casa ufficialmente — se
la frequentava prima, vuol dire che, dopo, egli assume altro carattere
— e trova la fidanzata nel salone. V'è l'uso costante che, in questo
primo giorno, egli porti un dono alla fidanzata, consistente, sempre,
in un anello: questo sarà più o meno ricco, secondo le condizioni
dei fidanzati. Ma è da consigliarsi, nei primi doni, più gentilezza
ed eleganza, che soverchia ricchezza. Una fidanzata non è un idolo
indiano, da covrirlo subito di gemme. I doni debbono seguire una
certa gradazione; massime se ci vuole del tempo, pel matrimonio. La
fidanzata, a suo tempo, ricambia il dono dell'anello; può non farlo
subito: dà un altro anello, semplice, o un altro dono, mai di grande
costo. Per chiedere la mano di una signorina, il parente maschio
va in _redingote_ e tuba; se è una signora, in grande _toilette_ da
visita. Nella prima visita, anche il fidanzato porta la _redingote_ e
tuba; poi, può adottare il _tight_. Si offrono, dalla famiglia della
fidanzata, al parente e, dopo al fidanzato, del caffè, del _the_, e dei
liquori, con _bombons_, ma naturalmente e senza sfoggio.
III.
IL FIDANZATO SPADRONEGGIA.
Tutto è mutato adesso! Un tempo, nel buon tempo della severità e
della poesia del fidanzamento, i genitori, o i parenti, o i tutori
della fidanzata, erano molto rigorosi nell'ammissione in casa del
fidanzato, nel numero delle sue visite, negli accompagnamenti: un
tempo, si andava in casa una volta o, al più, due volte la settimana,
il giovedì e la domenica. E le ragazze si maritavano lo stesso, anche
meglio, e gli amori, le passioni erano sempre ardenti, ma più caste e
più rispettose, e i matrimoni, diciamolo malinconicamente, riuscivano
meglio! Adesso, appena un giovanotto è fidanzato ufficiale di una
signorina, è ammesso in casa ogni giorno, e per varie ore al giorno:
accompagna la signorina in teatro, alla passeggiata, a messa, nelle
visite: va nei medesimi palchi, nella medesima carrozza, siede accanto
a lei, nelle visite, nelle feste: infine, diventa la sua ombra. Sembra
quasi che i genitori o i parenti della ragazza, temano così fortemente
di non maritare la loro signorina, che, acchiappato un fidanzato, non
vogliano più lasciarlo sfuggire! Quanti mali produca questa soverchia
intimità, questa soverchia familiarità, lo sa Iddio! Anzitutto, per
molte ore del giorno, una madre, un padre, un parente, non possono
continuare a far la guardia ai fidanzati: ed eccoli soli, questi
due. Soli! E se il fidanzato, è un mezzo galantuomo, invece di un
galantuomo? Se non è punto galantuomo? Se il matrimonio va a monte? Ne
vanno tanti, a monte! Bella figura, per una signorina che si è portata
dietro il fidanzato, dapertutto, e che, a un tratto, deve apparire
senza costui, abbastanza compromessa, in fondo, da tutta quella troppo
prolungata ed esagerata convivenza! E se anche il matrimonio si fa, non
è desiderabile che tutta la poesia della intimità, della convivenza,
delle uscite insieme, di tutta la vita comune, venga _dopo_, e non
_prima_? Non è desiderabile che tutte queste piccole gioie — poesia
del matrimonio — dello andare dapertutto insieme, dello stare insieme
lunghe ore, del comunicarsi ogni impressione, vengano _dopo_, dopo le
nozze, e non _prima_? Il riserbo, la correttezza, una certa fierezza,
l'amore represso dalla educazione, la passione dominata dal rispetto a
sè stessa, non sono, forse, le qualità più belle di una fidanzata e di
una futura moglie? Non è una migliore speculazione — chiamiamola così
— far molto desiderare la presenza di una fidanzata, e tutte le piccole
grazie dell'amore, e tutto ciò che è l'incanto tenero dell'amore, anzi
che sciuparlo, ogni giorno, prima delle nozze? Non è meglio.... ma
questa è una predica che seccherà moltissimo i fidanzati, abituati,
oramai, a spadroneggiare in casa della fidanzata. O genitori, pensateci
e pensateci voi, ragazze, perchè io ho ragione!
IV.
DIRITTI E DOVERI DEL FIDANZATO.
Fra gente per bene, dunque, corretta e anche cordiale, il fidanzato
non ispadroneggia, in casa, ma i rapporti si regolano di accordo, con
la famiglia, in modo da non creare troppa familiarità, pur contentando
gli innamorati. Da due a tre visite per settimana, di sera, per lo
più, vale a dire quando ambedue i genitori, se la signorina li ha,
si suppone che siano in casa: alla domenica, all'ora della messa,
il fidanzato può recarsi nella medesima chiesa, a udire la messa,
beninteso, mettendosi a una certa distanza dalla fidanzata, e andandole
incontro, quando esce dalla messa, permettendosi di accompagnarla nella
via, solo quando ne sia invitato dalla madre o dal padre, camminando
sempre accanto alla madre, a cui darà la destra, non avanzandosi mai,
innanzi, solo, con la fidanzata. In quanto al teatro, il fidanzato può
andar nello stesso teatro, dove va la fidanzata, ma non nel medesimo
palco, dal principio dello spettacolo, sino alla fine: può e deve
recarvisi, in visita, fra un atto e l'altro, al più trattenendovisi
per un atto intero: dopo, ritorna alla sua poltrona, a udire il resto
dello spettacolo. In quanto alle feste.... intendiamoci bene, una
fidanzata, per quanto le sia possibile, deve astenersi dal partecipare
a feste, a balli, a riunioni. Massime se il matrimonio non è a lunga
scadenza, per quanto meno va in giro, la fidanzata, tanto meglio è:
quindi, poco o niente, come teatri, come feste, come balli, come altri
svaghi. E così, anche il fidanzato si astiene dal frequentare simili
ritrovi, non va troppo in caffè, non si fa vedere nei _restaurants_
alla moda, insomma fa una vita raccolta, come la fa la sua fidanzata.
Più si approssima il matrimonio, e più è permesso uscire insieme,
per iscegliere le stoffe dei mobili, i mobili stessi, cercare casa,
comperare i vestiti, ordinare i cappelli: ciò è permesso, ma con
modestia e moderazione. Durante il fidanzamento, come l'affetto cresce,
si viene al _tu_: ma in presenza di persone di riguardo, quando vi sono
visite, è meglio darsi del _voi_. Il fidanzato dà del _voi_ ai futuri
suoceri, alle future cognate e ai futuri cognati: il nome di parentela,
suocera, padre, cognato, non si assume se non dopo il matrimonio. Negli
onomastici della futura suocera, delle future cognate, il fidanzato
manda dei fiori e qualche oggettino di gusto, ma non di gran valore:
per il suocero o pei futuri cognati, non ve n'è bisogno, se no, il
giro dei doni si allarga troppo. È inutile dire che il compleanno,
l'onomastico della fidanzata, la Pasqua, il Natale, il ritorno di un
viaggio, comportano sempre dei doni belli e ricchi — se vi sono denari
— da parte del fidanzato: la fidanzata li ricambia, spendendo meno
denaro, ma non molto meno. Per ogni evento, potendo sconchiudersi
il matrimonio, è meglio non abbondare in iscambio di lettere, di
fotografie, di capelli. Non si sbaglia mai, essendo affettuosi, sì, ma
riservati, in caso di fidanzamento.
V.
IL CORREDO.
Parliamo del corredo. Dopo la dote, è il più grosso cruccio delle
famiglie che debbono maritare una ragazza: ed è, naturalmente, un
duplice cruccio, per le famiglie che non dànno dote alle figliuole. Gli
è che si può non dare un soldo alla fanciulla da marito, quando va a
nozze ma un buon corredo di abiti e di biancheria bisogna darglielo,
se non si vuole mandarla via di casa, come una mendicante. A rigore,
a rigore, il corredo di vestiti può essere modesto, modestissimo, se
la condizione è modesta: ma il corredo di biancheria deve aver sempre
una certa larghezza, la maggiore larghezza possibile, anzi. Uno sposo
novello, massime se ama la sposa, se ha mezzi, se vede prosperare i
suoi affari, non si seccherà mai, anzi sarà felice di poter donare dei
vestiti, anche pochissimi mesi dopo le nozze, alla sposa: ma qualunque
sposo, ricco, agiato o povero, si seccherà enormemente di dover
comperare delle calze, dei fazzoletti e delle sottane alla sposa, il
primo anno del matrimonio. Non sacrifichiamo la sostanza all'apparenza,
cioè il corredo di biancheria a quello dei vestiti: troppi vestiti
indicano vanità, frivolezza, desiderio di troppa libertà mondana,
prodigalità: mentre un bel corredo di biancheria, per una sposa, indica
amore alla casa, gentilezza d'animo, serietà, poesia familiare, vera
eleganza personale. Per dire qualche altra cosa sul corredo di vestiti,
il più modesto comporta da quattro a cinque vestiti: quello delle
nozze civili, che può servire come vestito da visita, da cerimonia,
in istoffa di seta, grigio o lilla: quello delle nozze religiose
che può, con un _corsage_ scollacciato, servire per una festa, per
un ballo: quello da viaggio che può servire, al ritorno, per uscire
di mattina: il tradizionale vestito in velluto nero, in _charmeuse_
nero, che serve in tutte le occasioni: e una vestaglia elegante. È
il meno, veramente, che si possa dare a una sposa: ma nei matrimonii
più che modesti, si può economizzare ancora il vestito dello Stato
Civile, mettendone uno da signorina semplice, e avere il solo vestito
nero, per le grandi occasioni. Come crescono i mezzi finanziarii,
questi vestiti si duplicano, si triplicano, si quadruplicano: vi si
uniscono i mantelli da ballo, da teatro, da mattina, da viaggio, le
giacchette, le pelliccie: vi si adattano i cappelli, le sciarpe, gli
ombrellini, i ventagli, le scarpe, i boa e.... si arriva a un piccolo
disastro finanziario. Il matrimonio di una figliuola, così, equivale,
a un grosso incendio! In alcuni paesi, in Francia, ancora si usa
che lo sposo doni uno o più vestiti alla sposa: da noi è un costume
assolutamente di provincia remota meridionale e, diciamolo, alquanto
_cafonesco_. Del resto, ciò si va smettendo, dappertutto, e tutto il
peso, ahimè, di questi corredi, è sulle povere spalle dei genitori!
VI.
IL CORREDO DI BIANCHERIA.
Tutto era già mutato, prima della guerra, nel corredo di biancheria di
una sposa, importantissimo elemento di un buon matrimonio: l'antico
abbondante, abbondantissimo, solidissimo, pesantissimo corredo,
sessanta camicie da giorno, sessanta da notte, dodici dozzine di
paia di calze, eccetera, eccetera, era già trasformato in un molto
minor numero di capi, ma molto più fini, molto più leggeri e molto
più costosi.... Ma dopo la guerra! La trasformazione è anche più
profonda: la tela di Olanda, fondo antichissimo, del corredo, o non
esiste più o è costosissima: la battista, non si chiama più battista:
la mussolina, non si chiama mussolina: e i corredi di biancheria
si fanno, oramai, di _linon_, di _nansouk_, e di crespo della Cina,
tutto _à jour_, ricamato, ricamatissimo, con merletti finissimi, con
applicazioni _pompadour_. Un corredo molto ricco, è fatto da trentasei
_parures_ complete, camicia da giorno, camicia da notte e copribusto
con pantaloncini: dodici _parures_ di _linon_, dodici di _nansouk_,
dodici di crespo della Cina: un po' meno ricco, ma sempre molto
_chic_ è di trenta _parures_, limitando a sei quelle di crespo della
Cina. Un corredo buono, diciamo così, è di ventiquattro _parures_,
cioè dodici di _linon_ e dodici di _nansouk_, senza le sei di seta,
salvo qualche _parure_, una o due di seta. E in questi corredi così
evanescenti, ogni madre prudente, deve introdurre un po' di biancheria
_seria_, diciamo così, camicie da notte con colletto chiuso e le
maniche lunghe, camiciuole accollate, per quando la figliuola sia
sofferente o puerpera; e unirci delle calze di lana, allo stesso scopo
e dei grandi fazzoletti di tela, per quando si ha il raffreddore! Su
tutta la biancheria della sposa si ricama l'iniziale del suo nome di
battesimo: è roba sua: lei la deve indossare e il suo nome di battesimo
non cambia, in casi funesti di separazione, di vedovanza. Qualche
sposa, per convenzione di famiglie, porta anche la biancheria da letto
e da tavola; non è suo obbligo, ma, certe volte, si stabilisce così.
Allora bisogna far ricamare, sulla biancheria da letto e da tavola,
la iniziale del cognome dello sposo. Bisogna considerare che egli è il
capo della casa; che tutta la roba di casa gli appartiene; che, in caso
di separazione o di vedovanza, egli lascia alla sposa o restituisce
alla famiglia della sposa, _solo_ il corredo _personale_ di biancheria,
mai quello di casa; che in caso di morte dello sposo, egli può disporre
della biancheria di casa, come crede! Quindi, iniziale del nome della
sposa, sul corredo personale di lei: iniziale del cognome dello sposo,
sulla biancheria di casa. Quando il corredo di biancheria della sposa,
è molto importante, se ne inserisce il valore di costo e la nota,
nella scritta nuziale, dove s'inserisce anche il valore e la nota dei
gioielli che porta la sposa e che sono _suoi_.
VII.
PADRINO DI MATRIMONIO.
La scelta di un padrino di matrimonio, la scelta, cioè, del compare,
si deve fare di perfetto accordo, fra lo sposo e la sposa. Spesso,
lo sposo ha un grande amico, o un parente carissimo che gli ha fatto
da padre, o un superiore nella sua carriera, o un maestro nella sua
professione, a cui si vuol legare con maggiori vincoli, facendogli
e ricevendone un atto di deferenza: e la sposa e la sua famiglia
accettano questo compare, dalle mani dello sposo. Tante volte è la
sposa che ha un cognato, uno zio, un tutore, che le hanno dato le più
grandi prove di affetto; ha un qualche vecchio amico, rispettabile,
di famiglia; ha un protettore dei suoi fratelli, un grande avvocato
di casa, un grande medico di casa, qualche personaggio, infine, per
cui l'affetto, la devozione, la riconoscenza, creano un obbligo di
eleggerlo compare. E allora lo sposo si contenta, di prendere il
compare, proposto dalla famiglia della sposa. A ogni modo, sono proprio
i sentimenti di stima, di reverenza, di gratitudine, quelli che debbono
determinare gli sposi alla scelta di un compare. Scegliere un compare
solo perchè è nobile, e si è vanitosi, sceglierlo solo perchè è ricco,
e si vuole un sontuoso dono, è cosa degna di severo biasimo. Questi
compari qui, di _parata_, tolgono subito il carattere di tenerezza
e di amabilità alle nozze. Già, i padrini di _parata_ si seccano
enormemente di _parare_, e vengono alla chiesa di malumore, e portano
un dono, offrendolo a muso storto, e se ne vanno via, prima che gli
sposi partano pel viaggio di nozze: dopo, chi si è visto, si è visto!
Il padrino di matrimonio diventa parente — se è tale, la parentela si
duplica; diventa amico — se è tale, l'amicizia si rinforza — diventa
un consiglio, una guida, un sostegno nella vita. Mettiamoci un poco di
poesia, in questa vita! Meglio un anello che costi cinquecento lire,
invece di tremila, il giorno del matrimonio e un amico di più nella
esistenza. Si fa a meno di chiamare _duca_ o _principe_, il compare,
ma, dagli sposi si può ricorrere a lui, in qualunque circostanza felice
o infelice. Forse, per molte coppie, che sono corrose dalla ambizione
o dalla cupidigia, queste parole non serviranno a nulla: ma per tutte
le altre coppie, serviranno. La famiglia che sceglie il compare, gli fa
un invito intimo: quando ha accettato, gli scrive un invito formale.
L'altra famiglia conferma l'invito, manifestando la sua compiacenza,
la prima volta che incontra questo preconizzato padrino. E per fissare
il giorno delle nozze religiose, in cui egli deve esplicare le sue
funzioni, bisogna avere la cortesia di consultarlo, perchè egli
potrebbe avere altri impegni di affari, di professione. Più si abbonda
in gentilezze e in delicatezze, in questo soggetto, e meglio è. Quando
si deve esser cortesi, non si è mai abbastanza cortesi!
VIII.
DOVERI DEL PADRINO.
Esso è anche chiamato padrino dell'anello, e, nelle province
meridionali, compare di fazzoletto. Negli altri paesi d'Europa, il
padrino di matrimonio è scelto sempre fra i parenti dello sposo o della
sposa: quasi sempre è un cognato o uno zio. In Italia, viceversa, si
esce dalla famiglia, per questa scelta: e si prende un personaggio di
grande condizione sociale, di grande prestigio, che si vuole onorare
con questo ufficio e da cui si vuole essere onorati, o qualche diletto
amico, con cui si vogliono restringere anche più i legami di tenerezza.
Anticamente, il compare donava lui la fascetta d'oro matrimoniale,
la fascia d'oro che lega per tutta la vita, l'anello delle nozze,
infine, e quindi era chiamato compare dell'anello: ora, a questo
anello coniugale ci pensa lo sposo, sempre, e invece il compare di
matrimonio dona, alla sposa, ordinariamente, un altro anello, molto
ricco, con un solitario, per esempio, con un grosso smeraldo, con una
grossa perla, unita a un grosso brillante. Il dono dell'anello è il
più pratico di tutti, per il compare: egli si distacca, un poco, dalla
tradizione, offrendo un fiore di brillanti, o un braccialetto, o altro,
la spesa è doppia, è tripla, e la tradizione svanisce. Nelle province
meridionali, un tempo, la sposa, in cambio dell'anello, offriva al
compare di matrimonio, un fazzoletto di battista, ricamato con le
cifre della sposa: così si aveva il nome di compare di fazzoletto.
Nel popolo, in molte famiglie borghesi e anche in qualche famiglia
aristocratica, questo ricambio del fazzoletto esiste ancora: ed è
un uso molto grazioso! Basta; il compare funziona il giorno delle
nozze: va in chiesa in _redingote_, calzoni a righe, cravatta chiara,
guanti tortorella e tuba, come lo sposo: offre il braccio, per lo più,
alla madre dello sposo, visto che, alla madre della sposa, lo offre
lo sposo: e sull'altare si colloca presso la coppia felice, un poco
indietro, salvo ad appressarsi, nel momento opportuno. Difatti, quando
è il momento che il prete benedice le nozze e che deve metter l'anello
al dito della sposa, è proprio il compare che fa l'atto di metterglielo
al dito, e lo sposo compie la gentile opera. Come orazioni speciali,
nulla il compare deve fare o dire: al ritorno dall'altare, egli ridà il
braccio alla dama, che vi condusse prima. Alla colazione nuziale, egli
siede alla destra della sposa; se è oratore, fa un brindisi; se no, è
il primo a toccare il suo bicchiere di _champagne_, con quello della
sposa. Tutte le spese, le mance, i regali, in chiesa, sono a carico
suo: in casa, deve dare mancie a tutti i servi. Oltre il gioiello di
prammatica, il compare molto _chic_ dona anche dei fiori, dei fiori
candidi, annodati con una grande sciarpa bianca: ma si può non essere
_chic_ ed essere un eccellente compare. A nulla egli è tenuto, verso
lo sposo. Beninteso, al ritorno del viaggio di nozze, se egli ha casa,
ha famiglia, dà un pranzo, o un ricevimento in onore degli sposi:
se è uno scapolo elegante, può dare questo pranzo anche in un grande
_restaurant_, in sala riservata.
IX.
TESTIMONI.
Un tempo, i testimoni di un matrimonio non erano più di quattro,
adesso sono diventati dieci o dodici! Contate un poco: due testimoni
alla promessa nuziale, se si segue questo costume: due testimoni alla
scritta, o _capitoli_ che dir si voglia: quattro, alle nozze civili:
quattro testimoni al matrimonio religioso: in tutto dodici! Basta, ora
la pompa matrimoniale è diventata così grande, che opporsi a questa
moltiplicazione di testimoni, è perfettamente inutile. D'altronde, non
è neppure una cattiva cosa, aver da dieci a dodici testimoni. Anzi
tutto, si può fare una bella infilata di nomi sonori, appartenenti
ai migliori ceti sociali, il che è sempre di buona figura, allo Stato
Civile e alla Chiesa, come si legge nelle cronache dei giornali; poi la
sposa si assicura da dieci a dodici bei regali; poi, la tavola d'onore
riesce eccelsa, con tutti i grandi parenti, il compare, Monsignor
parroco e i testimoni; poi, infine, pare impossibile, ma vi è gente che
ama moltissimo di far da testimone nelle nozze. Molti fra questi sono
scapoli impenitenti; molti sono vecchi aristocratici, che non escono
mai di casa; molti sono professionisti, deputati, senatori, talvolta
ministri, che non hanno mai tempo per nulla, eppure, tutti, tutti
quanti, di diversa condizione, età ed occupazione, tutti abbandonano
il loro lavoro, il loro comodo, il loro piacere, per fare da testimoni.
Bene! Benissimo! E quando vi è gente che ha proprio la vocazione della
testimonianza, perchè privarla di questo piacere? Dunque, il testimone
deve essere invitato al suo ufficio, almeno venti giorni prima del
matrimonio: è naturale che a lui si dirigano lo sposo, la sposa o i
parenti, per questo invito. Il testimone dello sposo se non conosce
la sposa e la sua famiglia, deve esserle precedentemente presentato:
viceversa la sposa e la sua famiglia presentano allo sposo, quei
testimoni che egli non conosce. Il testimonio non può cavarsela con un
_bouquet_ di fiori, anche magnifico, anche messo in un vaso prezioso:
le spose detestano i _bouquets_ di fiori, dentro i vasi, rammentarselo!
Non è necessario che il dono sia molto ricco: deve essere fine ed
elegante. Si manda il giorno prima delle nozze, per un servitore, con
una carta da visita, dove sia una parola d'augurio. Il testimone porta
la _redingote_, pantaloni chiari, panciotto nero o bianco, cravatta
grigia, o _bleu_, o verde, non chiarissima, con qualche bello spillo:
cappello a tuba, guanti grigio-perla. Il testimone prende posto
nelle prime carrozze, dopo quella della sposa, sta presso la tavola
dell'Ufficio di Stato Civile, sale sull'altare, alla Chiesa, dà il
braccio, andando e venendo, a qualche parente importante della sposa
e dello sposo, e siede alla tavola d'onore. Dopo le nozze, i doveri e
i diritti del testimone, spariscono: e restano, fra lui e gli sposi
quelle relazioni di amicizia, di affetto, di stima o di semplice
conoscenza mondana, che vi erano prima delle nozze.
X.
LE DONNE TESTIMONI.
Ma è veramente nuova, questa usanza nuziale, vale a dire che testimoni
alle nozze religiose, testimoni sovra tutto della sposa, possano
essere le donne, invece degli uomini? È da tempo che nelle cronache
mondane di Francia, noi vediamo, spesso, spessissimo, una zia, una
cugina, una cognata o magari semplicemente un'amica, fare da testimone,
in chiesa, alla sua parente, alla sua amica: e abbiamo notato ciò
in matrimonii non semplicemente del ceto borghese, ma piuttosto in
quello aristocratico. Pare, adunque, che possa avere un carattere di
eleganza, questo uso moderno o, forse, rinnovato dall'antico? Pare!
Fatta qualche indagine, abbiamo appreso che la Chiesa ammette, ha
sempre ammesso, che una signora, parente o amica o semplice conoscente,
possa fare da testimone, al rito religioso, a una giovane sposa: e
che se non si è profittato prima, o non si profitta molto, ancora, di
questo permesso, è, talvolta per completa ignoranza di tale facoltà o
per non mutare nulla all'uso di aver testimoni uomini. Altre indagini,
ci hanno certificato partecipante alle nozze religiose, la madrina,
nientemeno, della sposa, che, in questo modo, viene a prendere il
posto del padrino o compare di anello: questo noi abbiamo notato in
molti matrimonii dell'Alta Italia, specialmente a Milano. E, diciamolo,
questa sostituzione è molto _chic_. Giacchè questo affare dei quattro
testimoni alle nozze civili — la legge si contenterebbe di due, ma,
allora il conto non tornerebbe — e di quattro testimoni alla Chiesa,
otto uomini, da dover cercare, da dover trovare, con grandi difficoltà,
con grandi contrasti e con grandi noie, è, sempre, più o meno, il
portato di una banale vanità, o, peggio, di una segreta avidità. Si
vogliono dei nomi eminenti, impressionanti: e debbono essere otto,
più il compare di anello, nove. Si desiderano nove doni, uno più
bello dell'altro.... E così, vi sono personaggi in vista, personaggi
doviziosi, che sono _testimoni, sempre_, che debbono gittare il loro
tempo e il loro denaro, così, fatalmente, data la loro condizione. Non
insistiamo! Il testimone-donna, vale tanto meglio, sentimentalmente,
poichè si tratta, quasi sempre, di una persona a cui si è molto
affezionati, da cui si è avuto delle pruove lunghe di affetto: il
testimone-donna vale tanto meglio, perchè il suo dono sarà meno
ricco, ma più carino, più gentile, più utile: il testimone-donna si
sentirà più legato alla novella coppia e vigilerà, come può, sulla sua
felicità, il testimone-donna rappresenta qualche cosa di più intimo, di
più affettuoso. Esso ci piace. Esso ha un grande avvenire, nelle nozze
future.
XI.
NOZZE CIVILI.
Salvo circostanze speciali, non bisogna mai far intercedere più di
ventiquattr'ore, fra le nozze civili e le nozze religiose. Niente è
più ridicolo quando una sposa, maritatasi civilmente il giovedì, resta
non maritata religiosamente, sino alla domenica: è una condizione
grottesca, che si deve a ogni costo evitare. Per lo più, le nozze
civili si compiono di sabato e quelle religiose la domenica seguente,
con un sol giorno di intervallo: la domenica è un buon giorno, bello,
poetico e pratico, per celebrazione di pompa religiosa nuziale. Anche a
non essere fabbriferrai o impiegati al Catasto, tutti si è più liberi,
alla domenica, e si può consacrare più facilmente, più volentieri,
una mezza giornata a una festa di nozze. Il matrimonio civile, atto
importante, ma scevro di qualunque poesia, si celebra in parentela
strettissima, senza nessun'altro: genitori, testimoni, fratelli e
sorelle, se ve ne sono, qualche zio, qualche nonno, se esiste ancora.
La sposa deve portare una _toilette_ piuttosto ricca, in velluto, in
broccato, in _foulard_, secondo la stagione: _toilette_ che le servirà,
più tardi per visite di grande etichetta. Colore chiaro, piuttosto. Mai
cappello chiuso, mai cappottina: sarebbe un errore di gusto. Cappello
rotondo, molto _chic_, che le servirà, anche, più tardi, per le dette
visite. Sulle spalle un grande mantello ricco; mai, una giacchetta:
qualche bel gioiello, scelto fra i doni dello sposo che già debbono
essere giunti, al completo. Scarpini di capretto nero, calze di seta
nera: guanti bianchi, ombrellino ricco. Lo sposo porta la solita,
inevitabile _redingote_, i pantaloni grigi, la cravatta chiara, le
scarpe di pelle lucida, i guanti bianchi. È _chic_ avere un bel fiore,
all'occhiello, ma sarebbe ridicolo, se fosse il fior d'arancio. La
madre della sposa e quella dello sposo vanno in _toilette_ da visita,
al Municipio: i genitori maschi, testimoni, parenti, in _redingote_ e
tuba. È naturale che la famiglia della sposa provveda alle carrozze,
tre o quattro: che distribuisca le mance ai portieri municipali: che
pensi, naturalmente, a ogni amminicolo. Se l'ufficiale dello Stato
Civile è persona nota e di conoscenza, bisogna invitarlo alle nozze
religiose; tanto più, se è un amico, se offre un mazzo di fiori col
nastro bianco e una penna di oro. Nella prima carrozza, all'andare
e al venire, si colloca la sposa con suo padre e i suoi testimoni;
nella seconda lo sposo, con la madre della sposa, sua madre, se
vi sono, e un testimone. Poi, il resto delle famiglie, in ordine
gerarchico; quest'ordine non si muta, per il ritorno. Tutto ciò si
fa con grande correttezza, senza troppi chiassi, poichè il matrimonio
civile, all'inverso di quello religioso, non ne comporta; e, in quelle
ventiquattr'ore, la sposa continua a tenere il suo contegno riservato
di fidanzata, con lo sposo.
XII.
CI SI VESTE DIVERSAMENTE!
Si perde, oramai, nella notte dei tempi, la epica lotta mondana, tra
Francia e Inghilterra, a proposito del vestito che deve indossare lo
sposo, alle sue nozze religiose. Lo sposo francese, in qualunque ora
accadesse il matrimonio, si vestiva in frac e cravatta bianca: nulla
di più funebre, in pieno mezzogiorno, di uno sposo così vestito! Ma la
tesi mondana inglese, sostenuta da quel sovrano di tutte le eleganze,
che fu il re Edoardo, sovranità di cui nessuno ha saputo raccogliere lo
scettro, la tesi della _redingote_, coi calzoni a righe, col panciotto
bianco, la cravatta oscura e i guanti bianchi, questa tesi così
squisita, finì, allora, trent'anni fa, venti anni fa, per vincere la
fiera battaglia.... Figurarsi che re Edoardo sosteneva che ci si poteva
sposare, in grande _chic_, anche con una _redingote bleu_ o grigio
ferro: e lo chic dello chic, l'incomparabile _chic_, era che questa
redingote bleu scura o grigio scura, avesse i bottoni d'oro! Tempi
fuggiti. Per cinque o sei lustri, la _redingote_ ha regnato in tutte
le parate nuziali, tanto per lo sposo, assolutamente per lo sposo,
come per i suoi testimoni e i suoi parenti, e questa moda, dedicata
alla memoria di un re che fu assai più grande, nel gusto, che l'antico
Petronio, ancora persiste, nella maggioranza. Ma un'audace minoranza
vien già creando una nuova usanza, per la _toilette_ dello sposo: ed
è quella del _tight_, in sua forma, che può essere di una ineffabile
eleganza. Sì, il _tight_ si diffonde sempre più, in Inghilterra,
in Francia, in Italia: esso si accompagna, è vero, coi calzoni di
fantasia, col panciotto bianco, con la cravatta di raso scuro, _bleu_
cupo, rosso cupo, grigio piombo e coi guanti bianchi, ma è il _tight_ e
non è più la _redingote_. Questo tight ha un incalcolabile vantaggio,
sulla _redingote_: esso ringiovanisce la persona che lo sa portare,
la rende più snella, più disinvolta, più giovane, infine. Per quanto
svelta sia la persona che porta la _redingote_ e questo vestito sia
bene tagliato, esso è un abito che invecchia: ci vogliono sforzi
inauditi, in un bel giovane sposo, per non essere invecchiato dal suo
vestito. Così, i passi che ha fatto il _tight_, sono molto rapidi: e
non si può non predirgli un successo sempre più vasto. Beninteso che il
_tight_ deve essere fatto da un sarto di prim'ordine, tagliato da una
mano magistrale e portato alla perfezione: allora il _tight_ diventa
un vestito ideale, per un giovane sposo, come pure per uno sposo
maturo. Ed è benintesa un'altra cosa: col _tight_ di nozze, non si può
ammettere e non si ammette che il cappello a cilindro, l'antico e ora
nuovissimo _huit reflets._
XIII.
NOZZE RELIGIOSE.
L'uso antico! L'uso antico, cioè quello dei nostri avi e dei nostri
padri, l'uso che ancora vige in provincia, l'uso che non è _chic_, ma
che è molto semplice, molto grazioso e molto commovente, l'uso antico,
ahi, va scomparendo da tutte le classi, anche le più modeste! Ognuno,
pure se non ne ha i mezzi, vuol essere _chic_. La dote è poca, o non
esiste: il giovanotto guadagna appena da vivere, modestissimamente, lui
e la sposa: non importa, si fanno dei debiti, purchè il matrimonio sia
_chic_. L'uso antico, patriarcale, era di organizzare, al completo, la
casa dei novelli sposi: le nozze religiose si celebravano in chiesa e a
casa, con un altare improvvisato, quasi sempre di sera; dopo le nozze,
gli invitati, aperto il ballo dai due sposi, si davano alle danze, si
offrivano sorbetti, dolci, confetti e vini, copiosamente; si ballava di
nuovo; a un certo punto gli invitati si raggruppavano e accompagnavano
gli sposi alla nuova casa. Talvolta, queste nozze religiose, sempre
nell'uso antico, si celebravano di mattina e allora, dopo la cerimonia,
si faceva un grande pranzo; dopo il pranzo, accompagnamento degli
sposi, alla novella casa. L'uso antico, che non era chic, ma che era
tenero e dolce, e con cui migliaia di uomini e di donne si maritavano,
pur essendo felici, l'uso antico non comportava nè matrimonio religioso
alle dieci del mattino; nè fastosi doni; nè _lunch_ o luncheon; nè
partenza per un lungo viaggio; nè viaggio di nozze, quindi; l'uso
antico aveva la sua beltà e la sua grazia, con la suocera che aspettava
la nuora nella nuova casa, con tutte le leggende di augurio, ma non
era _chic_. Adesso, il più misero impiegato, maritando la figlia,
deve dare il _luncheon_, se no, che figura ci fa? Adesso, il più
misero professionista, maritandosi, deve fare il viaggio di nozze;
e se no, dove va a nascondersi? E la spesa è sempre molto rilevante,
per la famiglia della sposa, sempre molto preoccupante, per lo sposo,
e per queste nozze _chic_, spesso, nelle famiglie che non sono chic,
per questi viaggi di nozze, fatti da chi deve restare, al suo paese,
a lavorare, cominciano le prime, acri dispute fra gli sposi: e la
luna di miele si avvelena! Chi mai fa più il matrimonio religioso,
all'uso antico, oramai? In dieci anni, ho assistito a centinaia di
matrimoni col _luncheon_, spesso, a un quinto piano, in tre stanzette
modestissime.... basta, non insistiamo, e non ho assistito se non
ad _un solo_ matrimonio bello, simpatico, all'uso antico, fatto
con larghezza, con signorilità, ma all'uso antico, col bell'uso
patriarcale, di sera, col ballo, coi rinfreschi e con l'accompagnamento
a casa degli sposi, cioè quando si maritò la prima figliuola di un
grande avvocato napoletano. Ebbene, egli che era ricco, che era di
una condizione elevata, che maritava la figliuola benissimo, la quale
figliuola è stata ed è felicissima, rinunciò al _luncheon_ e a tutte le
mode francesi, per rispettare le antiche costumanze!
XIV.
L'ORA STUPIDA.
Comincia a girare, fra le coppie che debbono passare a nozze, un nuovo
orario di cerimonia religiosa. Invece di seguire il costume della
grande maggioranza, cioè di celebrare queste nozze alle undici di
mattina, con relativa colazione offerta ai pochi o ai molti invitati,
invece di sposarsi all'antica, cioè di sera e in casa, ciò che, oramai,
non osa più di fare, neanche la nostra piccola borghesia, ecco che il
nuovo orario si stabilisce fra le due e le tre pomeridiane, nell'ora,
cioè, più bruciata della giornata, anche se sia in pieno inverno.
Taluni vanno verso le tre e mezzo o le quattro: vale lo stesso!
Sicchè gli invitati a queste nozze, in un orario così bizzarro e così
incongruo, debbono fare colazione, in casa propria, con molta fretta
e, dopo, vestirsi per la cerimonia: la quale cerimonia non può mai
comportare la messa, che è sempre un rito così pio e così tenero, tanto
da commuovere anche l'invitato più arido. Niente messa, dunque: e,
alle tre, offerta di una _table à the_, a cui, naturalmente, nessuno
fa onore, poichè tutti han fatto colazione poco tempo prima, e sono
in periodo di digestione. Tanto peggio, poi, se coloro che si sposano
in un'ora così poco plausibile, offrono _una table à the renforcée_,
cioè con _sandwiches_, con _choux_ alla maionese, con pasticcini di
carne: il colmo dell'inopportunità! Giacchè non è possibile, un'ora,
due ore dopo colazione, divorare questi _rinforzi_ gustosi, è vero, ma
insopportabili a chi non ha più appetito. Dopo di che, la cerimonia
finisce alle cinque pomeridiane ed ecco tutto in un pomeriggio
distrutto, per gli uomini di affari, per le madri di famiglia, per
i giovani _gentlemen_, mentre la cerimonia delle undici di mattina
finisce, al più tardi, alle tre e lascia l'altra metà della giornata
libera. Ma perchè mai si sceglie quest'ora delle due o delle tre, così
poco favorevole alla poesia delle nozze e così poco comoda per gli
invitati? Forse per risparmiare la grossa spesa del _lunch_? Ma quella
della _table à the_ o _buffet_ che si voglia dire, non è mica piccola:
e se vi si unisce il _sandwich_, lo _chou_, lo _champagne-cup_ e la
torta di nozze, costa quasi quanto una colazione. Perchè maritarsi
dalle due alle tre pomeridiane? Per abbreviare la cerimonia? Vana
speranza: quella cerimonia è quella che è, nulla la muterà, nulla
l'abbrevierà. Con tutte le nostre esperienze di cronista mondano,
protestiamo contro quest'orario, destinato a rendere manchevole la
bella cerimonia religiosa nuziale.
XV.
NOZZE RELIGIOSE: L'USO MODERNO.
Parliamo dell'uso francese, oramai divenuto generale. Gli inviti per le
nozze si mandano almeno dieci giorni prima, alle persone di riguardo:
l'invito è sempre fatto a nome dei genitori della sposa, o di chi
funziona, in mancanza loro: si manda un bel cartoncino stampato, con
le indicazioni ben precise, del giorno, dell'ora, del posto. Ad amici e
parenti, agli intimi, infine, l'invito si fa a voce, o per mezzo di una
letterina affettuosa. L'ora da scegliere varia dalle dieci e mezzo alle
undici del mattino: gli invitati, quasi tutti, verranno sempre mezz'ora
più tardi. Se si va, quindi, alla chiesa, l'invito è per le dieci, sino
alle dieci e mezzo: se il matrimonio religioso è in casa, l'invito è
per le undici, sino alle undici e mezzo. Ordinariamente, ogni invitato
che va a nozze di una certa importanza, ha la sua carrozza, o se ne
procura una: ma è sempre bene che la famiglia della sposa abbia quattro
o cinque carrozze, a disposizione di coloro che non ne avessero, non
più di quattro o cinque, massime se il matrimonio è in chiesa. Se il
matrimonio è in chiesa, bisogna curare l'addobbo, con molte grandi
piante, formandone dei boschetti, ai due lati dell'altare: ci vuole
un tappeto nello spazio ove seggono gli invitati, e una striscia di
tappeto, tra le due file di sedie che arrivi sino fuori la chiesa e si
prolunghi sugli scalini. Nella strada, domandare qualche guardia di più
per il servizio regolare delle carrozze: alla porta della chiesa, vi
debbono essere almeno due introduttori, parenti o amici della famiglia,
che accompagnino le signore e introducano i signori. Meglio scegliere
due giovanotti disinvolti, fra i tanti: se sono due giovani belli ed
eleganti, molto meglio. Per quanto più si può, puntualità nell'arrivo
della sposa e della famiglia: far aspettare, espone a grandi critiche.
La sposa entra in chiesa, al braccio di suo padre, o del parente
maschio più prossimo o, in mancanza di tutti, del più vecchio amico
di casa: la precedono gli introduttori, per farle fare strada. Spesso
un paggetto, un nepotino, sostiene lo strascico della sposa: esso deve
essere sempre vestito di bianco, di raso bianco. Dopo la sposa, viene
sua madre o la sua più prossima parente, al braccio dello sposo; e così
ogni coppia, secondo la gerarchia, unendo le due famiglie. I testimoni
e il compare seguono le due prime coppie, immediatamente; prendono
posto, coi parenti stretti, sull'altare. Il rito nuziale l'ho spiegato,
parlando dei doveri del compare. Possibilmente, domandare a Monsignore,
un sermone non troppo lungo. Un po' di buona musica, se è possibile,
non guasta: ma non oltre i tre pezzi. La sposa, dopo la cerimonia,
dopo aver baciato i suoi parenti e stretto la mano ai testimoni e al
compare, prende il braccio dello sposo per uscire, e mentre è venuta
in carrozza col padre, se ne ritorna in carrozza con lo sposo, a casa.
È a casa che gli invitati, arrivati anch'essi, le presentano, mano a
mano, le loro felicitazioni. Ella deve avere smesso il velo bianco, ma
conservato il vestito bianco, e i fiori d'arancio nei capelli.
XVI.
_LUNCHEON._