Gli avanzi della Cernaia.
Sicurissimo? Non lo era punto, il buon cavaliere di Carpigliano. Aveva
parlato così, per una di quelle ispirazioni subitanee, che qualche
volta sono divinazioni del vero, ma più spesso gretole trovate in buon
punto, per cavare un uomo d’impiccio.
Certo, il buon cavaliere non amava il conte Massimo; certo, dubitava
della sua sincerità, come aveva dubitato della sua serietà; certo
lo aveva per il più bugiardo tra gli uomini. Ma in quel discorso di
Massimo, discorso lungo, donde traspariva lo stento della invenzione,
una cosa era notevole: l’annunziato matrimonio del principe Savelli. Di
quel matrimonio, cosa strana, a Roma non si sapeva ancor nulla. E come
poteva saperne già tanto, il signor conte di Riva? Con qual fiducia si
sarebbe egli arrischiato a dar la notizia, se avesse pensato di dir
cosa non vera? Sicuramente, egli annunziava un fatto, o il principio
d’un fatto; sicuramente tra Don Memmo Savelli e la famiglia Lockwood
erano corse promesse d’alleanza, e il conte di Riva ne era consapevole;
fors’anche ne era stato testimone. Ma come poteva essere avvenuto
ciò? e con qual gusto per il conte di Riva? Invaghito della bionda
americana, o forse de’ suoi milioni (il cavaliere Buonsanti propendeva
piuttosto per questa seconda opinione), fuggito a bella posta da
Roma per correre sulla traccia luminosa di quella miniera d’argento
e di quei capegli d’oro, come aveva potuto il conte di Riva lasciarsi
prendere il fatto suo da Don Memmo Savelli? lasciarsi soppiantare da
lui, senza far resistenza? ed apparendone ancora felicissimo?
Il nodo era lì. Al buon cavaliere di Carpigliano il cuore diceva: qui
bisogna cercare.
Ma intanto che si disponeva a cercare, non era altrimenti disposto
a mantener la promessa, che aveva fatta alla duchessa Serena, di
evitare lo scontro. Son queste le bugie pietose che un galantuomo
si fa lecito col sesso gentile, col sesso debole, il quale non ha,
generalmente parlando, i nostri furori titanici e non usa la nostra
logica, nella soluzione di certi problemi della convivenza sociale.
Che belle parole, non è vero? e per dirvi che questo consorzio umano
è una gran mescolanza di bestie d’ogni specie e d’ogni indole! Ma sì,
lettori cortesi: non veniamo noi tutti dall’arca di Noè? Quello è stato
l’esempio, il principio e l’archetipo della convivenza sociale.
La prima cosa che fece il cavaliere Buonsanti, a mala pena uscito
dal palazzo San Secondo, fu di andare al caffè Maravigli. Non si
fermò alla prima sala, ritrovo di giornalisti; non alla seconda,
conciliabolo di pezzi grossi del Parlamento; non alla terza, accademia
di professori, più o meno Lincèi; andò diritto alla quarta, circolo di
vecchi ufficiali. Colà, nelle prime ore della sera, si sentiva parlare
il buon piemontese di Cuneo e di Fossano, di Pinerolo e d’Ivrea, di
Cherasco e di Mondovì. Colà, secondo la piega della conversazione, si
rifacevano piani di vecchie battaglie, o si ragionava pacatamente di
stati, di competenze, di avanzamenti, di collocazioni a riposo, o in
posizione ausiliaria. Ho detto pacatamente; ed erano infatti uomini
calmi, contegnosi anche nella ilarità di certi momenti; avevano i baffi
grigi, le fronti aperte e gli occhi sereni. Il soldato che ha fornita
la sua lunga carriera, e la ricorre col pensiero e ci vede per entro,
come pietre miliari, tanti bei nomi di battaglie che hanno rifatta
l’unità e l’indipendenza della patria, ha questa serenità, questa
limpidezza nell’occhio, dove pare che si rispecchino ancora le grandi
cose compiute. Quando sono in parecchi, raccolti a discorrere in un’ora
di svago, vengono fuori anche i morti, con le loro alte virtù militari,
perfino coi loro difetti, trasformati, trasfigurati in qualità. Come
si ricorda allora il buon Cerale, «Ceralin d’or», che distingueva,
per le firme, il calamaio divisionale dal calamaio circondariale, ma
che sapeva far tanto bene una cosa, da lasciar credere che non sapesse
fame altra: andare avanti! E il maggior Quaglia, col suo cerimonioso
«passi pure!» al sottotenente che gli aveva detto impossibile rimettere
un cannone sul fusto, per fare una scarica di mitraglia, col nemico a
quaranta passi, e a cui egli, il bravo maggiore, aveva dimostrato col
fatto esser l’una cosa e l’altra egualmente possibili! E il capitano
Gatti, col suo «silenzio!» proferito ad alta voce, dopo aver egli
stesso interrogato l’inferiore! Era sordo, il valoroso, sordo ad ogni
voce, fuorchè a quella dell’onore, e temeva sempre che il sergente, il
caporale, e il soldato, gli rispondesse male. Ah, bei tipi di valorosi
estinti, come Arrigossi il forte, Pinelli l’erculeo, Ropolo il poeta,
Longoni l’energico, Caminati l’eroico, e via via tutta una legione di
luminose figure!
Colà si recò il cavaliere Buonsanti, tralasciando di andare in cerca
del Montegalda, con cui pure aveva uso di passare le ultime ore
della serata. Era tardi, per trovare molta gente, nell’ultima sala
del caffè Maravigli. I vecchi soldati son mattinieri, ed è naturale
che si ritirino presto. Seduti in quell’angolo, che egli conosceva
benissimo, non ce n’erano rimasti che tre. Ma egli, infine, non ne
cercava che due, e la fortuna lo serviva a dovere, poichè nella terna
ce n’erano per l’appunto due dei più intimi, suoi compagni d’Accademia
e fratelli d’arme nella stessa brigata, il conte Avogadro di Pamparato,
oramai maggior generale nella riserva, e il cavalier Ruffini di Nisio,
colonnello brigadiere, per ragioni di economia, com’egli diceva.
Infatti, comandava una brigata, ma aveva ancora la paga da colonnello.
E l’economia, per altro, non la faceva egli: la faceva il ministro
Ricotti. Con essi due era seduto il colonnello Galleani, addetto al
ministero della guerra.
Il cavaliere Buonsanti fu accolto a festa dai due vecchi compagni.
Erano stati insieme a parecchi incontri; ma più vicini, perchè tutti
e tre nello stesso battaglione, erano stati in Crimea, in quella
memoranda e cara Crimea, dove l’esercito piemontese aveva data la prova
del valor suo, vendicando Novara.
— «Ciaio, Carpijan!» — gli gridò il Pamparato. — Sei tu? che buon vento
ti porta? —
Inutile riferir la risposta e tutti i discorsi che ne seguirono tra
quei «vecchi della vecchia». La vecchia, se nol sapete, è un aggettivo
sostantivato, che tra i militari antichi significa per l’appunto
la vecchia guardia. Questo non è più un ricordo della Crimea; è
un ricordo dell’esercito Napoleonico. Il Carpigliano fu felice di
ritrovarsi una mezz’ora coi suoi commilitoni. Si stette sulla celia un
pochino, poi si ritornò sul grave. Così voleva l’argomento, che era
in discussione, prima che il cavaliere giungesse quarto «fra cotanto
senno». Figuratevi! si parlava del bollettino degli avanzamenti. Il
Carpigliano, per altro, poteva metterci poco del suo. Da parecchi
anni aveva perduto l’uso di quelle faccende. «La mia contabilità è in
arretrato» diceva egli ridendo.
— Tu sei un _viveur_! — gli rispose il Nisio. — Un buontempone! —
soggiunse, traducendo subito, secondo il costume dei vecchi piemontesi,
quando hanno buttata là una parola o una frase d’oltr’Alpe. — Tu hai
sempre vent’anni. Ah, che grazioso matto eri allora! Te ne ricordi,
«Carpijan»? Ma non sempre grazioso; qualche volta anche feroce. Ai
tempi della Generala.... —
Qui venne fuori, sebbene modestamente accennata, una storia d’amore. A
Genova, prima dell’imbarco per la Tauride, il cavaliere di Carpigliano,
biondo sottotenente, aveva avuto una fiera passione. La Generala,
la bella Generala, come era costume chiamarla, anzi la bellissima
Generala, come si sarebbe dovuto dire, per accostarsi alla verità,
aveva fatto girar per davvero la testa del giovanotto, e n’era anche
seguito un duello, riescito a grande onore del Buonsanti, ma non senza
sospiri della stupenda creatura, nè senza fatica dei padrini, soldati
tutti come i due combattenti, per dissimulare le cagioni del duello,
che non andassero all’orecchio del generale consorte.
Il Carpigliano sospirò, a quell’accenno del Ruffini.
— Ahimè! — diss’egli. — Storie dell’antico Testamento, miei cari! —
E ricordava frattanto quell’alta e maestosa persona; quel viso di
regina, quel portamento di Dea, quel piede di.... duchessa. Il titolo
gli veniva naturale alla mente, per associazione d’idee e d’immagini.
La bellissima Generala somigliava infatti a Serena, aveva moltissimo
di lei. E il cavaliere Buonsanti pensò allora che ci dovesse entrare
qualche poco delle sue reminiscenze giovanili, nel culto divoto che
aveva dedicato alla duchessa di San Secondo. Povera Generala! Dov’era
andata a finire? Zia, forse (perchè nonna non era divenuta di certo),
zia di belle o brutte nipoti, in qualche angolo oscuro della Savoia,
o della contea di Nizza. A Nizza, sicuro, o a Mentone. Laggiù, come a
Thonon, ad Annecy, a Pont-beau-voisin, si trovano ancora, questi avanzi
della bellezza reggimentale e divisionale dell’antico Piemonte.
Per intanto, gli avanzi del valore erano là raccolti, in una sala del
caffè Maravigli. Rimasero puri e schietti avanzi della Cernaia, del
ponte di Traktir, quando fu partito il colonnello Galleani, che doveva
alzarsi per tempo, e andare a vedere i lavori del forte Tiburtino.
Il discorso dei rimasti minacciava di volgere sulle fortificazioni di
Roma, intorno alle quali il Pamparato aveva delle idee, che non erano
intieramente conformi a quelle del ministero della guerra. Ma appena fu
solo coi due compagni di Crimea, il cavaliere Buonsanti, il «Carpijan»,
com’essi piemontesemente dicevano, entrò subito in un’altra materia,
che a lui premeva di più. Non era venuto solamente per salutarli e per
restare una mezz’ora a chiacchiera con essi, ma per chiedere aiuto,
assistenza agli amici. Diceva la cosa in poche parole: aveva un duello.
— Ah, bravo! — gridò il Nisio. — Se lo dicevo io! Sempre vent’anni! E
per un’altra Generala, m’immagino....
— No; — rispose il cavaliere. — Se mai, oggi come allora, non si
tratterebbe che di platonismo puro. Ma vi ripeto, non c’è neppur nulla
di questo. Vi racconterò ogni cosa, perchè ad uomini come voi si può
parlare col cuore sulle labbra, e giudicherete con piena conoscenza di
causa.
— Andiamo a far due passi, allora! — disse il Pamparato. — Se tu puoi
aver il cuor sulle labbra con noi, le pareti possono avere orecchi con
te.
— Giustissimo; volevo appunto pregarvene; — rispose il cavaliere
Buonsanti.
Il maggior generale e il colonnello brigadiere chiamarono il
tavoleggiante, pagarono il loro _grog_ (anche questo un avanzo della
Crimea, un ricordo dei loro commilitoni d’Inghilterra) ed uscirono,
avviandosi a San Silvestro, e di là proseguendo verso la piazza di
Spagna. Su quella piazza vasta e a quell’ora solitaria, accanto al
labbro della grande fontana, il cavaliere di Carpigliano raccontò, come
aveva promesso, ogni cosa.
— Che ne dite? — domandò egli, conchiudendo.
— Che questo «bel merlo» ti manderà domattina una coppia di padrini; —
rispose il Pamparato.
— Non c’è ombra di dubbio; — aggiunse il Nisio. — Se pure non è un
codardo.
— E non lo è; — rispose il Buonsanti. — Dunque, veniamo all’essenziale:
mi servirete, voi due? Incomincio da te, maggior generale.
— Dalla destra, numero! — esclamò il colonnello brigadiere. — Io del
resto farò tutto quello che farà Pamparato.... tranne il giorno della
paga.
— Mio caro Carpigliano, — incominciò allora con una certa sua gravità
intenerita il conte di Pamparato, — ricorderò sempre che un giorno,
nella guarnigione di Nizza, tu hai fatto da padrino a me, e che io non
ho avuto ancora occasione di renderti il servizio.
— Allora aggiungo qualche cosa ancor io; — disse il cavaliere Ruffini
di Nisio. — Ricorderò che ti ho fatto da padrino una volta, a Genova,
ai tempi della Generala, e che ti son debitore di un ringraziamento. Se
vuoi, questo sarà il mio modo di ringraziarti: servendoti ancora.
— Ah, bene! — gridò il cavaliere di Carpigliano. — Voi siete due veri
amici.
— Come tutti i vecchi della vecchia, mio caro! — rispose il Nisio.
— Ma aggiungi, per la parte mia, che c’entra anche un pochettino di
curiosità.
— Davvero? e quale?
— Ecco; se tu hai la scelta delle armi.... e a mio avviso dovresti
averla.... scegli sicuramente la spada.
— S’intende; — disse il Buonsanti. — E non solamente perchè è stata
sempre la mia arme prediletta, ma perchè quel giovanotto dev’essere un
gran frequentatore di sale di scherma, e tra i suoi amici passa per un
tiratore di prima forza.
— Ebbene, — rispose il Nisio, — son curioso di vedere se hai ancora
quel tuo giuoco indiavolato, quelle spaccate così pronte, e quella
botta diritta di primo appetito.
— Sempre! — rispose il cavaliere di Carpigliano.
— Ah bravo! — esclamò il Pamparato. — Dunque abbiamo sempre in
esercizio il cuore, e sempre in esercizio la mano?
— E sempre il pugno in linea; — replicò il Carpigliano. — Ho tirato
di rado in sala di scherma; e a Roma, poi, non mi è avvenuto mai di
far conoscere il mio giuoco. Ma in casa ho sempre il mio tavolato e il
mio bersaglio di cuoio alla parete. La botta dritta va al cuoio, cento
volte ogni giorno.
— Ma se lo dicevo io! — gridò il Pamparato. — Vent’anni! Il nostro
bravo «Carpijan» non si è più mosso di là.
— Dunque, io conto su voi, cari amici; — disse allora il Buonsanti. — A
che ora vi troverò, domattina?
— Se ti basta alle otto.... — disse il Nisio.
— Egregiamente; e dove?
— Da te, perbacco. Quando i padrini del tuo conte di Riva verranno a
cercarti, dovranno trovare il nostro «Carpijan» armato di tutto punto,
e disposto a servirli, di coppa e di coltello. —
Il Buonsanti strinse la mano ai suoi vecchi amici, e se ne andò via
allegrissimo. Allora soltanto si ricordò del Montegalda, e nella
speranza di ritrovarlo discese sul Corso, entrando finalmente in quel
porto di mare che è il caffè Aragno, all’angolo delle Convertite.
Almerico era infatti colà, ad aspettarlo, leggendo, o fingendo di
leggere una gazzetta. Il Buonsanti gli si accostò con l’aria più
soddisfatta del mondo; ma egli, il povero Almerico, non poteva
imitarlo. Che c’era di nuovo? Niente. Come, niente? non era stato in
nessun luogo, il Buonsanti? No, in nessun luogo, se per luogo Almerico
intendeva il palazzo San Secondo. A lui, infatti, per una volta tanto,
non premeva di far sapere ad Almerico d’essere stato a visitare la
duchessa. Era andato a passeggio; aveva data una capatina al Quirino;
egli, sì, egli, che non poteva soffrir l’operetta, questa caricatura
della commedia e dell’opera in musica, era andato al Quirino, per
deliziarsi nelle scioccherie del Re Pistacchio, come avrebbe fatto
un giovinetto di belle speranze, o un uomo di Stato della novissima
Italia. Al Quirino, dunque; e niente raccontò d’altre visite.
Ma ad Almerico non bastava. E subito gli domandò:
— Non sei stato dalla duchessa?
— No; — rispose il Buonsanti, cercando di dare al suo monosillabo un
accento di verità che non aveva dal cuore.
— Tu ci sei stato, Alessandro.
— Ma no, ti dico.
— Ma allora, che significa?... — balbettò Almerico. — Qualche cosa è
avvenuto, che io non riesco a spiegarmi.
— Qualche cosa? — ripetè il Buonsanti. — Mi farai piacere a illuminare
anche me.
— Senti, — disse Almerico, — e giudica se non dovessi esserne inquieto.
Poc’anzi ho incontrato il Riccoboni, e mi ha detto che Massimo cercava
padrini. Non sapeva perchè; lo aveva sentito bisbigliare al Circolo,
dove avevano veduto Massimo a confabulare con Mattei. Allora ho subito
detto tra me: Alessandro è stato dalla duchessa; ha incontrato Massimo.
Sapendo quel che tu pensavi un giorno di Massimo....
— E lo penso ancora, e lo penserò sempre; — interruppe il cavaliere.
— Il tuo conte di Riva io non l’ho mai potuto digerire; l’ho ancor
qui, sullo stomaco, e mi dispiace che tu continui a chiamarlo Massimo.
Chiamalo minimo; chiamalo infimo! È infatti il più vile degli uomini.
È la mia opinione, e non me la farai cambiare, con le tue occhiate
compassionevoli.
— Ah, vedi? Tu sei troppo in collera, e ti tradisci; — riprese allora
Almerico. — Tu lo hai veduto, stasera: o dalla duchessa, o altrove, ti
sei incontrato con lui.
— Ebbene, sì, come vuoi, l’ho veduto, mi sono incontrato, ci siamo
detti i nostri pensieri, «siccome tra cortesi alme si suole». Sei
contento?
— No, davvero; — rispose Almerico, con un accento malinconico, che fece
dare il Buonsanti in una matta risata. — Rammento di essergli amico. Ma
bada, Alessandro, lo sono anche più a te, e se posso servirti.... Per
questo, appunto, sono stato qui ad aspettare, dopo essere passato da
casa tua a cercarti.
— Grazie; — disse il Buonsanti. — Ma tu non puoi, tu non devi.... Per
questa volta, caro mio, non ti voglio.
— Ma che avvenne? Quali parole son corse tra voi?
— Parole, parole, parole. Non ti sembro io un Amleto da stare
in paragone con Ernesto Rossi? Ora andiamo, che è tardi. Se vuoi
accompagnarmi a casa, non ti ricuserò. Ho un sonno.... un sonno, da
cascarti nelle braccia. —
Così parlò il bravo cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Nè ci fu più
verso di cavargli altro, per quanto fu lunga la via, dal caffè Aragno
alla sua abitazione. Almerico di Montegalda dovette andarsene con la
voglia.
Il giorno seguente, Nino Mattei, padrino nato di tutti i duelli del
mondo elegante di Roma, e un barone di Guasco, perfetto gentiluomo, da
lui scelto a collega, si recarono, verso le dieci del mattino, alla
casa del cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Introdotti, esposero la
commissione ricevuta. Il conte Massimo di Riva, tenendosi offeso di
alcune parole del cavaliere di Carpigliano, e per le parole stesse e
per il luogo in cui gli erano state dette (ma nè le parole erano state
specificate, nè il luogo accennato) mandava a chiedere al cavaliere
qual fosse la sua arme e la sua ora.
Lo trovarono armato e pronto a servirli.
— Ecco i miei padrini, — rispose il Buonsanti. — Il conte di Pamparato,
maggior generale; il cavaliere di Nisio, colonnello brigadiere. La
mia arme è la spada; l’ora, la più pronta che vorranno stabilire.
Per il luogo e per le condizioni dello scontro, s’intenderanno
facilmente. —
I quattro personaggi, così posti in relazione, si salutarono
cerimoniosamente; poi fecero riverenza al cavaliere Buonsanti, ed
uscirono. Un’ora dopo ritornavano solamente due di essi, il Pamparato
ed il Nisio, per dar notizia di ciò che era stato combinato. Alle tre
dopo il mezzogiorno; in una vigna ai prati di Castello; arme, la spada;
le condizioni, quelle della spada; seguire fino a tanto che ognuno dei
combattenti, ferito o no, potesse regger l’arme nel pugno.
Il cavaliere Buonsanti aveva ancora quattro ore da attendere. Era un
po’ troppo, per la sua impazienza, e per altre ragioni sue, facilissime
ad intendersi, chi pensi alla grande amicizia che egli aveva per
Americo di Montegalda. A lui, quando i padrini lo ebbero lasciato
libero, a lui fece tosto una visita.
Almerico stava nel suo studio, ma inquietissimo. Il ministro non c’era.
Se fosse stato presente, avrebbe mandato il suo giovane segretario a
passeggiare, a prender aria, a distrarsi; ed Almerico avrebbe colta
l’occasione per correre dall’amico Buonsanti. Perciò, immaginate con
che cuore accogliesse la sua visita, e con che ansietà dipinta nel
viso.
— Calma! — gli disse il cavaliere, stringendogli la mano. — Perchè così
inquieto?
— Per te, Alessandro, per te. Non ne potevo già più. Volevo lasciare
una lettera per il ministro, e venire da te, per sapere qualche cosa.
— Non avresti saputo nulla, caro mio; — rispose tranquillo il
Buonsanti. — Non c’è ancor nulla di stabilito. Fai dunque il tuo lavoro
con animo sereno; ci vedremo ancora questa sera.
— Come? — esclamò il Montegalda. — Niente per oggi?
— No, forse domattina.
— C’è ancora un forse?
— Eh, caro mio, tu sai come si procede, in queste materie. Ci sono
tante formalità, da dar dei punti all’amministrazione della giustizia
italiana. Non ti confondere. Ho in questa opinione consenziente il tuo
ministro. Benedetti padrini! Quando due coppie di gentiluomini sono
nell’esercizio di queste funzioni, non c’è caso di farli andar lesti;
pontificano, e con le cappe di piombo. Io sono venuto a dirti queste
cose, perchè tu non avessi a stare in pena. A rivederci questa sera.
Anzi, senti: vuoi che pranziamo insieme?
— Sì; dove?
— Alla fortuna. Verrò a prenderti alle sei, e allora risolveremo.
— Sta bene, — rispose Almerico. — Ti aspetterò qua. —
E respirò un pochino più libero, il povero Montegalda; respirò come il
condannato a cui sia stato annunziato che l’esecuzione è prorogata d’un
giorno. Ventiquattr’ore sembrano una eternità, a chi poc’anzi non aveva
più che alcuni momenti da vivere.