XVII.

Arte e natura.

Il conte Massimo di Riva era rimasto pensoso, dopo la risposta di

Almerico. Il «faccio o non faccio?» di tutti i monologhi, il «vado o

non vado?» di tutte le ariette metastasiane, gli girarono a lungo per

la testa. E la cosa vi parrà naturale, io credo. Non era egli, a quel

punto, un personaggio drammatico, anzi melodrammatico in sommo grado?

— Infine, — pensava egli, tentando di vincersi, — che cosa succederà?

La duchessa mi farà una scenata.... Oh, questo, sì; e bisognerà anche

dire che me la son meritata. Ma io, perbacco, piangerò.... piangerò

a calde lacrime. Massimo, amico mio dolce, non hai tu pianto mai? ed

avresti già disimparata quell’arte?

Sorrise, il giovanotto, e il sorriso fu la risposta unica alla doppia

domanda ch’egli faceva a sè stesso.

Povere lacrime, versate nelle grandi occasioni, nei solenni colloquii

della vita, come vi si vede, dopo qualche anno, e quando son passati

i bollori, i turbamenti, le angosce da cui prendevate origine! Vi

consideriamo, generalmente, come bei ricordi della nostra abilità

sopraffina. Perchè tutti, quanti siamo, ignoranti e dotti, ma la più

parte ignoranti, ci abbiamo la dolce manìa di essere artisti finiti,

e pur di gloriarci dell’arte nostra vittoriosa, non dubitiamo neanche

di calunniare quei buoni momenti di sincerità, quei fieri impeti di

passione, in cui e per cui fummo schiettamente e nobilmente inesperti.

Quei dolori, quei rimescoli, quelle lacrime, che dovrebbero dimostrare

alla nostra coscienza come anche noi fossimo uomini, e a certe ore

buoni, ci appariscono allora come la quintessenza dell’ingegno e

dell’arte mascolina. Così il bravo dottor Segato doveva ammirare le

sue tavole simulanti il marmo, tutte composte di parti dei corpo umano,

miracolosamente pietrificate, piallate, levigate, condotte a pulimento,

terse e lucenti come specchi. Che bella cosa! che bella cosa! Questo,

se crediamo al principe di Ligne, era anche il grido di un celebre

concittadino di Massimo, quando aveva fatta qualche gran scioccheria e

si fermava a considerarne il lato comico, il lato teatrale.

Massimo di Riva, all’età sua, non era tanto ricco d’avventure come

quell’altro, concittadino suo, a cui il principe di Ligne aveva dato

per l’appunto il nome di «Aventuros». Nondimeno, egli ne contava

parecchie, e poteva ricordare d’aver pianto molto. Quante volte,

e come, e sempre, era stato creduto alle sue lacrime! Già, non lo

dimentichiamo, le donne non credono veramente che a quelle. Vi provate

a ragionare? Si annoiano, a sentirvi, come quella principessa tedesca,

che ascoltava la disputa del cattolico e del protestante. Sottilizzate?

Sono più sottili di voi, e vi mettono nel sacco. Piangete? Son vinte;

non sanno più rispondervi nulla. Il pianto è lì, che sgorga, in

frequenti luccioloni, e quello è un fatto fisiologico, che non si

finge, da una parte, che non si può negare, dall’altra. Il fatto è

vero; dunque è vera la passione che lo ha cagionato; la conseguenza par

logica. Infine, è l’omaggio che gradiscono di più, nella loro divinità

passeggiera. È di una donna questa frase, non detta solamente per

celia:

— Amico, piangetemi qualcheduna di quelle lacrime, che voi piangete

così bene! —

Dato il sorriso della intima compiacenza ai suoi dolci ricordi, e

passate rapidamente in rassegna tante figure di care donnine che

avevano creduto a queste secrezioni amarognole del sentimento, Massimo

di Riva diede anche un’occhiata alla sua gentile persona. Non c’era

male, perbacco! anzi, poteva dirsi senz’ombra di vanità che tutto

era bene in lui; la chioma nera, ondata e lucente, la fronte bianca e

nitida come alabastro, l’occhio vivo e fosforescente sotto il fino arco

delle ciglia, il naso diritto e sottile, il labbro vermiglio all’ombra

di due baffettini morbidi e profumati, l’orecchio.... Ah, l’orecchio

meritava un paragrafo da sè, come la mano, come il ginocchio, come

il piede: tutti miracoli di finezza, donde si conosce la purezza del

sangue, condotta per otto o dieci generazioni di oziosi. Aggiungete che

era elegantissimo nel taglio degli abiti, e concludete pure con lui che

tutto andava a quel dio.

— Oh, perbacco! — esclamò, quand’ebbe finito l’esame. — Non vorrà mica

divorarmi! Si tratterà di qualche graffiatura: divertimento che si può

anche permettere. Io l’amo, infine, non ho mai amato davvero che lei.

Che cosa potrà opporre a questo ragionamento? —

Così pensando, si avviò verso la regione Capitolina. Gli auspicii erano

buoni: il Campidoglio pronunziava il trionfo.

— Strano animale è l’uomo! — proseguiva egli frattanto, degnandosi

di filosofare sul suo caso. — Mi ero stancato. E di che? Dei suoi

rigori? Sì, certo; ella non aveva saputo legarmi con vincoli abbastanza

stretti. Alcina, Armida, Circe, e tutte insieme le grandi lusinghiere

della favola, avrebbero fatto altrimenti. Fidando nella loro bellezza,

non si sarebbero rattenute come lei, che veramente riconoscerà di

essere stata troppo severa, troppo fredda con me. L’uomo si prende con

la passione, come le mosche col miele. Ma già, non tutte le donne la

intendono in questo modo. Quistione di temperamento! Ci son quelle che

amano e chiudono il loro amore dentro di sè, non lasciandone trapelare

una goccia. Son fatte per prender marito, costoro. E infine, non è

meglio così? Di che cosa ci lagniamo noi? Non ci rivolgiamo forse a

queste, quando vogliamo chiudere lo stadio delle pazzie? Son donne

perfette: d’una perfezione che annoia, qualche volta, d’una perfezione

che ammazza, ma che è sempre bene di avere in casa propria, scambio di

tanti graziosi difetti che si preferiscono in casa d’altri. Il marito

è un idolo, e vive tranquillamente da idolo. È lui che fa tutto bene; è

lui che sa tutto, e nessuno potrebbe essergli paragonato. —

Passò in quel punto per la mente di Massimo il ricordo della signora

di Girardin. Era stata bella anche lei, donna d’ingegno e di spirito

tra le più celebrate di Francia; pure non aveva veduto che per gli

occhi di suo marito, e l’uomo che si vantava di avere un’idea al giorno

l’aveva affascinata, facendole dimenticare che ognuna di quelle idee

era morta e sepolta il giorno dopo. Una sera, nel salotto della vezzosa

Delfina si parlava dei mali della patria e della difficoltà di trovar

uomini che provvedessero a tanti bisogni suoi. — «Speriamo, signori»

diss’ella, levando i begli occhi in alto, «speriamo in quel di lassù».

— La perifrasi accennava a Dio; in questo senso fu intesa da tutti,

meno uno; e quell’uno pensò al signor Emilio di Girardin, che lavorava

nella camera di sopra.

Con questi pensieri il conte di Riva giunse davanti al palazzo

San Secondo. Tremò un pochino, quando fu là, sebbene non ci fosse

subentrata nessuna scritta minacciosa.

— E se io commettessi una bestialità?... — diss’egli entrando. — A

prima vista non pare. Tutti i principii si rassomigliano in questo,

che non lasciano vedere la fine. Ecco la stessa quiete fastosa che ho

sempre osservata in quest’atrio, e in quel gran giro di scale. Ecco il

solito saluto cerimonioso e grave di un portiere, che darebbe dei punti

a tutti i nove ministri del regno. Ah, se ci fosse qualcheduno, per

compagnia! il Montegalda, almeno! Egli era particolarmente indicato,

dal gran servizio che m’ha reso. E perchè non ha voluto compir l’opera?

Che amici! Per un sentimento d’orgoglio, e della specie più sciocca, mi

lascia andar solo. Che stupido animale è l’uomo! L’amico si vergogna

di servire all’amico. Ah, non intendevano in questo modo l’amicizia,

gli antichi. Per il suo Oreste, vivaddio, Pilade si metteva animoso

ad ogni sbaraglio. Se almeno trovassi già qualcheduno, nel salotto

della duchessa! Avrei tempo a ricogliere il fiato, ad osservare, a

prepararmi. Quel suo noioso commendatore Buonsanti diceva un giorno che

il capitare d’improvviso al fuoco dà una scossa maledetta anche ai più

valorosi. Sarà vero? —

Frattanto era giunto davanti al grande uscio di noce, tutto partito

a riquadri, ornato d’intagli e arricchito da fregi di bronzo dorato.

Rimase un istante sospeso; poi si armò di coraggio e toccò il bottone

del campanello, che mandò tosto uno squillo argentino. Ahi, campanello

traditore! Massimo aveva suonato, e gli fu subito aperto, per dar

ragione al detto evangelico. Il testo, veramente, diceva: bussate! ma

bisogna pensare che i campanelli elettrici non erano anche inventati.

Le cose non van prese alla lettera, perchè un altro testo soggiunge: la

lettera uccide.

Massimo di Riva fu introdotto, ossequiato dal vecchio servitore, che

lo rivedeva con giubilo, dopo tre mesi di assenza. Era là, quella

vasta anticamera, nobilmente vuota nel mezzo, severamente arredata

di cassepanche di noce, sulla cui spalliera si vedeva intagliato

a colorito lo stemma ducale dei signori di San Secondo. Era là,

quell’uscio che metteva al salotto: un uscio su cui era teso lo

stupendo arazzo, rappresentante un arciero del Quattrocento, in atto di

armare la sua balestra, premendone la staffa col piede. Di gran giorni

erano passati! A Massimo parevano anni. E l’arciero stava sempre là,

curvo sulla balestra, che ancora non si era rotta allo sforzo. Paziente

uomo di guerra! Egli non aveva provato stanchezza, ad aspettare

quattrocento e più anni, impigliato ne’ suoi fili di seta. Egli non

temeva, egli, d’essere accolto male: non temeva di doversi umiliare,

egli che non si era mosso di là, che non aveva gittata la balestra, per

correr sulle tracce delle bionde americane. Miss Madge.... che follia!

La futura principessa Savelli.... che vergogna per lui!

Il giovinotto intravvide tutte queste cose, ed entrò nel salotto. Il

pericolo non era ancora là; era di là da una bussola di panno cremisi,

tutta ornata di borchie d’ottone. A quella bussola lo aveva preceduto

il vecchio servitore; e la dischiudeva, proferendo ad alta voce il nome

del visitatore. Massimo lo sapeva pure, che così doveva essere, che il

suo nome doveva essere proferito in quella forma solenne. E nondimeno,

quando il vecchio servitore ebbe detto, annunziando: «il signor conte

di Riva», egli si sentì scuotere ingratamente per tutte le fibre.

Era ammesso nel santuario, finalmente, e la porta di panno cremisi,

discretamente strisciando, si richiudeva dietro a lui!

La duchessa di San Secondo era sola nel suo salottino. Leggeva; ma

appena fu annunziato il conte di Riva, depose il libro sulla tavola,

davanti a cui stava seduta, e levò la bella fronte alabastrina. Sul

volto di lei si diffuse allora il roseo lume della lampada alta, il

cui bocciuolo di cristallo opaco esciva tondeggiante come un fior di

magnolia da un gran vaso della Cina. Quel volto lumeggiato appariva

anch’esso un bel fiore, uscente da una gala di merletti, che spiccavano

sul nero della veste di raso pieghettato, con frappe e sboffi di seta

bianca, di bellissimo effetto. Così vestita ed illuminata, sembrava una

figura di dama del Cinquecento, spiccata da una tela del Tiziano, o di

Paris Bordone. Ah, miss Madge, biondina sciocca; ci dovevate esser voi,

là, daccanto a quella maravigliosa figura; e si sarebbe veduto come

avreste sopportato il confronto.

Massimo rimase un istante, da vero artista drammatico, immobile al

suo posto, in vicinanza dell’uscio. Fu un gran silenzio, allora, un

silenzio di quattro o cinque secondi, un silenzio in mezzo al quale si

udì il passo discreto del servitore, che si allontanava, traversando il

salotto. Massimo fece un gesto; la duchessa accennò un saluto; non una

parola fu proferita dai due. Ma il ghiaccio era rotto; Massimo corse,

si precipitò verso di lei, prese la sua mano, e cadde in ginocchio,

mormorando qualche frase, vuota di senso, ed anche più di grammatica.

La mano si era lasciata afferrare; inerte da principio, come quando

si concede per cerimonia; poi mezzo repugnante al bacio, che è

tuttavia un atto di reverenza, ma può essere interpetrato come un

segno di passione. E perchè Massimo baciava e ribaciava quella mano,

non accennando a smetter subito, quella mano si ritrasse, e tutta la

persona con lei.

— Alzatevi, conte! — mormorò la duchessa. — Che è ciò che voi fate?

— No, ve ne supplico, lasciatemi qua, ai vostri piedi! — rispondeva

egli, con accento commosso. — È la mia posizione. Se sapeste quanto ho

sofferto, duchessa!

— Anch’io; — diss’ella, costringendolo nondimeno ad alzarsi e

accennandogli una sedia poco lungi da lei.

— Anche voi? — esclamò il conte Massimo. — Dolce parola! anche voi?

— Potevate dubitarne, signor conte? Dopo una notizia così orribile

come quella con cui vi eravate congedato da noi?... La rovina delle

sostanze.... il disonore, se non giungevate in tempo a pagare un

debito come quello.... Non vi pare che fossero cose da rattristare

profondamente i vostri amici migliori? —

Massimo ascoltava, e non osava credere alla testimonianza del suo

orecchio medesimo. Era proprio lei, la duchessa di San Secondo, che

parlava così? Gli passò per la mente che ella volesse prendersi giuoco

di lui, e levò gli occhi a guardarla, cercando negli occhi di lei, o

nelle labbra, il segno di una ironia che non appariva dalla frase.

— Il Montegalda, — balbettò egli poscia, — mi aveva detto che voi,

Serena, non prestavate fede....

— Al vostro racconto, è vero; — rispose Serena, compiendo la frase di

Massimo. — Il conte Almerico non vi ha riferito niente più di quello

che io ho detto a lui e a qualchedun altro, con cui si è parlato di

voi e della vostra improvvisa partenza da Roma. Con gli amici intimi

ho mostrato di non credere alle vostre perdite di giuoco; con tutti

i conoscenti, che parlavano di voi, e dei vostri viaggi, ho lasciato

credere che voi mi pareste un uomo leggiero, dimentico di tutte le

vostre consuetudini. Ho fatto questo, io, l’ho fatto risolutamente,

amando meglio di farvi passare per un uomo leggiero, cosa che dopo

tutto non poteva nuocere alla vostra riputazione di cavaliere, anzi

che di compiangervi come un giuocatore disgraziato, che in una notte

consuma un patrimonio, e in qualche ora di follìa rasenta il disonore,

e non lo sfugge che riducendosi alla miseria. Voi conoscete il

mondo, signor conte. Il mondo è cattivo; perdona ad un uomo di essere

incostante, non gli perdonerà mai di esser caduto in bassa fortuna.

Questo ho pensato io, ed ho preferito, in faccia al mondo, di credervi

un uomo incostante, un uomo leggiero. Fu un atto d’amicizia, il mio;

dovreste ringraziarmene. Ma dentro di me sapevo bene che se voi mi

scrivevate: «ho perduto, debbo partire, per trovar modo di soddisfare

un impegno d’onore», quella e non altra era la verità, perchè voi non

avevate mentito mai, ed io vi avevo sempre creduto. Una cosa, ve lo

confesso, una cosa sola non ero riuscita ad intendere....

— Quale? — domandò Massimo, che ancora non era ben persuaso di ciò che

udiva da lei.

— Dove e con chi aveste perduto; — rispose Serena. — Lascio stare la

somma. Doveva esser forte, se vi costringeva a partire da Roma, per

recarvi dai vostri. Ma chi poteva avervi guadagnata quella somma così

forte? Doveva essere un amico, un conoscente, un gentiluomo; perchè

certo voi non avete giuocato che con pari vostri....

— Sicuramente; — disse il conte di Riva. — Quantunque, alle volte,

succede che la compagnia.... Ma non era il caso quella volta; — riprese

egli subito; — la compagnia era buona, sebbene si facesse una cosa non

buona, di cui porterò il rimorso per tutta la vita. Ma il Montegalda

non vi ha detto?...

— Nulla, signor mio! Il conte Almerico non seppe dirmi nè dove, nè

con chi. Voi, nella confusione del momento, avevate dimenticato di

dirglielo; ed egli, nel turbamento che gli cagionava la notizia, non

aveva pensato a domandarvelo.

— Proprio così! — sospirò il conte di Riva. — Fu una notte assai

triste. Io ero fuori di me.

— Nè altri, — proseguì la duchessa, — volle dirmi di più. Come potevo

io rintracciare la verità, nel silenzio ostinato di tutti coloro che

dovevano saperla? Noi donne, di ciò che avviene non conosciamo altro se

non quello che ai nostri visitatori piace di raccontarci. Ora, a farlo

a posta, nessuno di tanti gazzettieri da salotto parlava di perdite

al giuoco; accennando a voi e alla vostra partenza.... per Napoli,

raccontavano tutti, o lasciavano indovinare dell’altro. So già quel

che volete dirmi, conte Massimo. Noi siamo mal circondate. Intorno

a noi non ci sono che insidie; ognuno guarda al suo fine; la notizia

che potrebbe giovare ad altri non vuol darla nessuno; soltanto quella

che nuoce, o si crede che possa nuocere al vicino, al rivale, la dànno

tutti e la commentano a gara. Così è avvenuto che io rimanessi al buio

d’ogni cosa. Unico in cui si vedesse chiaro il desiderio di servire

all’amicizia, era il conte di Montegalda. E a lui, dopo avergli detto

già tanto, non avevate raccontato abbastanza. Così ci siamo trovati,

fra una notizia incompiuta, insufficiente, che era stata data da voi,

e tante altre che venivano d’ogni parte a screditarla. Anch’io, ve

lo confesso, anch’io ho qualche volta dubitato, e non ci volle che

il ricordo di tutto il vostro passato, per farmi vergognare dei miei

dubbi intorno alla vostra sincerità. Che volete? Non si ha una fede

da apostoli. Anche gli apostoli, poi, domandavano prove. E queste, nel

caso presente, erano piuttosto contrarie che favorevoli a voi. Eravate

a Napoli, mentre avevate detto di andare a Padova. Che si doveva

pensarne?

— È vero; — disse Massimo; — le apparenze si erano voltate tutte contro

di me. Ma a Padova ero andato; ed anche a Venezia; e aveva veduti i

miei, ma senza trovare dentro di me il coraggio di esporre la triste

verità. Son gente onorata, i miei; gente antica di costumi e d’idee,

niente disposti a scusare ciò che non intendono, ciò che non farebbero

mai. Pensate che io non avevo solamente perduto una somma enorme; ma

che mi ero avvilito, giuocando una parte del mio patrimonio, come uno

sciocco vizioso, senza aver dato mai a quei vecchi e venerati parenti

ragione di credermi vizioso, nè sciocco. Tutte queste cose io le intesi

benissimo, le vidi chiaramente, quando fui là. No, non parlerò, diss’io

tra me; scriverò, ed essi sapranno il vero, quando io non sarò più

in caso di arrossire. Sì, questo avevo pensato, — soggiunse Massimo,

abbassando la fronte; — mi era parso minor vergogna il suicidio, che

una confessione sincera a quei nobili vecchi. In quel punto mi giunse

la lettera di Don Memmo....

— Don Memmo! — esclamò la duchessa. — Che c’entra Don Memmo?

— Non sapete? — riprese Massimo. — Ah, è vero; non lo avevo

detto ancora. Don Memmo Savelli era il mio maggior creditore. Per

quattrocentomila lire!... Una inezia per lui: una somma enorme per

me. Potevo pagarla, vendendo una parte del mio; ma la cosa non sarebbe

avvenuta senza scandalo, e mi avrebbe alienato l’animo degli zii, fatto

perdere il loro affetto, per me più prezioso di tutta la loro eredità.

Poveri vecchi! Come io abbia potuto mettermi al rischio di addolorarli

tanto, non saprei dir veramente. Ci eravamo riscaldati al giuoco....

Notate, Serena! Io che non giuoco mai, che ho sempre avuto orrore per

il tappeto verde, mi ero lasciato trascinare dalla compagnia. Quando

ebbi perduto tutto il denaro che avevo con me, il demone ignoto mi

afferrò, mi fece smarrire la ragione. Giuocai sulla parola; perdetti

ancora, perdetti sempre, e nella speranza di rifarmi, nella vergogna

di ritirarmi dal giuoco, venni fino a quel punto che vi ho detto.

Il Savelli è un gentiluomo; neanche a lui piaceva di passare per un

frequentatore di bische, fossero pure eleganti, e molto meno per un

giuocatore troppo fortunato. Mi prese in disparte e mi disse: «Conte

Massimo, s’intende che abbiamo giuocato per celia». Io non accettai,

come potete immaginarvi; avevo perduto; volevo pagare. «Ebbene» mi

disse allora «prendete tutto il tempo che vi piacerà». Risposi che

quindici giorni mi sarebbero bastati, dovendo andare a casa mia, per

raccogliere una somma così forte, che naturalmente non avevo sotto la

mano. «E quindici, e venti giorni» mi rispose il Savelli, «anche un

mese; fate il comodo vostro». Ringraziai, ma l’orgoglio mi consigliava

di non approfittare della sua generosità. Partii ventiquattr’ore

dopo. Avrei voluto partir subito; ma, se ricordate, una questione

d’onore, in cui ero padrino, mi tratteneva; solo appena mi fui liberato

dall’impegno, corsi alla stazione, dopo avervi mandato il mio triste

biglietto, donde m’immagino che avrete capito ben poco. Ero tanto

confuso! Anche al Montegalda non so che cosa abbia detto. Ricordo

ch’egli rimase esterrefatto, il mio povero amico; come se a lui, non a

me, fosse toccato quel colpo!

— Ha un gran cuore, il conte Almerico! — esclamò la duchessa. — Ma voi

mi avete parlato di una lettera del Savelli....

— Sì, la ricevetti quattro o cinque giorni dopo il mio arrivo in

famiglia. Don Memmo mi chiedeva un servizio. «Lasciate stare» mi

scriveva «lasciate stare il vostro debito, che penserete a pagarmi più

tardi. Io vado a Napoli, e là mi bisognerebbe l’aiuto di un amico come

voi; anzi, per dirvi tutto, mi bisognate voi, e un altro non potrebbe

servirmi come voi». La lettera non diceva di più; solo insisteva

sulla necessità di avermi a Napoli, e subito. Non posi tempo in mezzo,

immaginando che si trattasse di cosa gravissima, e pensando che a Don

Memmo Savelli io non potevo oramai ricusare nessun sacrifizio. —

Qui il signor conte di Riva sentì il bisogno di ricogliere il fiato.

Aveva già detto molto; ma proprio allora veniva il difficile. La

duchessa taceva, ma con molta attenzione seguiva il racconto, guardando

fissamente Massimo, pendendo quasi dalle sue labbra. Buon segno, non è

vero? E così doveva pensare anche lui.

Dopo un istante di pausa, Massimo ripigliò in questa forma:

— Che cosa vorrà il principe Savelli, che rinunzia alla speranza di un

pronto pagamento, per avermi a Napoli con lui? Fatta questa domanda a

me stesso, cercai tutte le spiegazioni possibili, senza appormi alla

vera. Questa, io non la conobbi che a Napoli, e proprio alla stazione

della strada ferrata, perchè egli era venuto ad aspettarmi, all’arrivo

del treno. «Massimo, mi disse egli subito, voi solo potete rendermi

il più felice degli uomini». E perchè io mi maravigliavo di tanto

potere che egli supponeva in me, Don Memmo fu pronto a soggiungere:

«Vi parrà strano, ma così è: la mia sorte è nelle vostre mani; sono

innamorato.... di miss Lockwood».

— Ah! — esclamò Serena. — E che c’entravate voi, conte?

— Ecco qua; — rispose Massimo, con aria di sommo candore. — Dovete

sapere che a Roma, sul principio dell’inverno, avevo conosciuto un

signore americano. Era una conoscenza superficiale, di cui non avevo

fatto caso, come non lo feci poi dell’incontro delle due signore, al

ballo dell’ambasciata inglese. Il signor Lockwood, poichè di lui si

parla, mi aveva preso in grande amore. Simpatie naturali, che non

si spiegano, perchè non si bada alle loro origini, al modo in cui

sono nate! Io avevo portati due biglietti di visita all’albergo di

Roma, dove i signori Lockwood erano alloggiati, e poi.... m’ero anche

dimenticato di loro.

— Non però di fare una visita nel loro palco a teatro; — osservò

placidamente la duchessa.

— Me ne fate ricordare; — rispose Massimo. — Cercavo il Mattei, per

quella certa questione d’onore, in cui eravamo impegnati; dovevo

parlargli ad ogni costo, mi dissero che era nel palco dei Lockwood, e

approfittai della conoscenza, per andarlo a cercare. Non rimasi là che

due minuti.... Anche di questa circostanza ho parlato al Montegalda,

mi pare. Comunque sia, ecco il fatto, spogliato di tutti i suoi

abbellimenti; i signori Lockwood avevano lasciato Roma per andare

a Napoli. Laggiù, non so come, nè perchè, aveva dovuto recarsi il

Savelli. E laggiù, vedendo la signorina Lockwood, se ne era invaghito.

Una delle sue stravaganze! Don Memmo, infatti, soleva dire che non gli

erano mai piaciute le bionde.

— In queste materie si cambia così facilmente d’opinione! — notò la

duchessa, sorridendo.

— Dev’esser così.... per Don Memmo; — rispose il conte di Riva,

felicissimo di vedere accettate con tante benignità le sue stentate

invenzioni. — Egli dunque si era invaghito di una bionda, e d’una

bionda americana. Il caso aveva fatto che non fosse entrato in

relazione con quella famiglia, quando era a Roma. Bisognava far

conoscenza allora....

— Ed era necessario chiamar voi da Venezia? — esclamò Serena. — In

verità, non credevo così povero di spirito il vostro Don Memmo!

— Qui forse non lo giudicate bene, signora. Egli non aveva modo di

farsi presentare da nessuno, perchè i Lockwood, che a Roma facevano

vita di società, a Napoli ci stavano da semplici viaggiatori, senza

nessuna relazione con la buona compagnia. Un solo personaggio, non

so come, era riuscito ad entrare in qualche dimestichezza con loro:

un certo marchese Gerolifi di Monte Carmelo: gran nobiltà, con pochi

quattrini, e urgente pericolo per l’innamorato Don Memmo. Fu allora

che questi, ricordando di avermi veduto a Roma in compagnia con

mister Lockwood, e non vedendo lì per lì altro modo di entrare in

relazione con lui, mi scrisse la sua lettera, chiedendo soccorso.

Gli ero obbligato da quel debito maledetto; non potei ricusarmi ad un

appello, di cui ignoravo tuttavia le cagioni. «Non è che questo?» gli

dissi, quando egli ebbe parlato. «Oggi stesso vi presenterò a mister

Lockwood». Egli così freddo e contegnoso, come un antico barone, poco

mancò non mi gittasse le braccia al collo. Quel medesimo giorno, per

fargli servizio, andavo a visitare i Lockwood, ed accettavo di fare

insieme una gita a Pompei. Due giorni dopo, presentavo Don Memmo. Era

tempo. Infatuato dei titoli, il minatore americano aveva disegnato

di fare della sua figliuola una marchesa di Monte Carmelo e di non so

quali altre terre ipotecate e castella smantellate. Don Memmo aveva più

titoli, ed era ricco per giunta: non si poteva credere che sposasse

soltanto per entrare al possesso di una miniera d’argento. Egli, ad

ogni modo, copriva le gracili spalle di miss Lockwood con un mantello

di ermellino; cingeva la sua piccola fronte con una corona chiusa di

principessa del Sacro Romano Impero. Mister Lockwood, una settimana

dopo la presentazione di Don Memmo, non vedeva più che per gli occhi di

lui. Il marchese Gerolifi se ne ritornò a Monte Carmelo, e il principe

Savelli ebbe la consolazione, che io veramente non riesco ad intendere,

di vedere accolta la sua domanda formale.

— Di matrimonio? — gridò Serena.

— Sicuramente.

— Il principe Savelli.... il principe Savelli sposa miss Lockwood? E

siete voi, conte, che avete combinato il matrimonio! Voi, al quale si

attribuiva anzi l’idea....

— L’idea sciocca di essere andato a Napoli, perchè invaghito della

bionda signorina, non è vero? — disse Massimo, torcendo le labbra con

aria di superbo dispregio. — Queste cose poteva pensarle soltanto un

uomo che non mi conoscesse; solo un nemico poteva dirle, ma ancora

senza crederle. Ora eccovi la mia giustificazione nel fatto. Avrei

lavorato per altri, se quella ricca dote e quella povera figura fossero

piaciute a me? —

La duchessa taceva, guardando sempre fissamente il signor Massimo,

come se volesse leggergli dentro l’anima quelle idee che egli andava

vestendo così faticosamente di parole. E tacque ancora, nella pausa

ch’egli fece, ammirato dell’antitesi che gli era fiorita dal labbro.

Perdoniamogli questo gaudio d’artefice, noi che nel caso suo, o in

altro consimile, faremmo altrettanto, e senza sentirne vergogna. Quante

volte non ci avviene egli di ammirarci, ingenui fabbricatori di frasi,

che volentieri abbiamo in conto d’idee!

— E così, — disse lentamente Serena, dopo quell’istante di pausa, —

avete assistiti gli amori nascenti di Memmo Savelli e della signorina

Lockwood? Non supponevo in voi tanta pazienza, davvero!

— Non è infatti nell’indole mia; — rispose Massimo, non intendendo il

pensiero di lei, o prendendolo troppo alla lettera. — M’importava poco

di assistere; mi cuoceva anzi di restare, poichè avevo reso all’amico

il servizio che aspettava da me. Ma io, per rendere quel servizio a

Don Memmo, avevo dovuto fingere un viaggio di piacere; e perciò fui

costretto a restare una diecina di giorni ancora, sempre in compagnia

degli amici, girando di qua e di là, come un grande curioso, ammirando

tutto quello che gli altri volevano ammirare, da Sorrento, dove il

Tasso è nato, fino al capo Miseno, dove Augustolo è morto. Come avrei

voluto correre a Roma, per raccontarvi ogni cosa! Ma ricordavo il mio

debito; quantunque Don Memmo mi pregasse di non darmene pensiero, io

non pensavo ad altro, in quei giorni. Orgoglio e vergogna volevano

così, lo immaginate anche voi; più allora che mai, mi comandavano di

provvedere a quel negozio, urgente fra tutti. Se il principe Savelli

avesse potuto immaginare che nell’animo mio ci fosse la speranza di

aver saldato un debito d’onore con una.... mediazione!... Anche il

vocabolo, oggi che ho pagato, mi scotta le labbra. Ritornai a Venezia,

e non osando confessare neanche allora il mio triste caso ai parenti,

ma alquanto più calmo, poichè avevo più tempo davanti a me, ricorsi

ai consigli di un avvocato. I miei beni non erano gravati di nessuna

ipoteca; potevo ottenere un imprestito. La somma era forte, nè io

avrei saputo a chi domandarla; ci pensò l’avvocato, e trovò egli il

mutuante. Si chiama così, il personaggio che impresta; — soggiunse

Massimo, sforzandosi di rallegrare la materia con una piccola celia.

— Ma queste cose non si fanno alla lesta; il personaggio è lento a

risolversi, minuzioso nell’osservare dove e in qual modo colloca il

suo denaro. Soltanto otto giorni fa potei aver conchiuso il contratto.

E neanche allora mi fu possibile allontanarmi da Venezia, perchè la

cosa era giunta all’orecchio dei miei signori zii. Dovetti umiliarmi,

raccontando come e perchè io mi fossi trovato in quel grave bisogno.

Meglio così, finalmente! Fui sgridato, ma fui anche perdonato. Ora

essi non hanno altro pensiero che di restituire la somma per me. Sul

castello dei conti di Riva, mi dissero, non sono mai state ipoteche;

sarebbe brutto incominciar ora, dopo seicent’anni di storia. Ah, nobili

vecchi! Li ho abbracciati, piangente, dopo aver fatto il giuramento

solenne di non dar loro mai più un altro dispiacere come quello. Oggi

finalmente respiro. Son ritornato a Roma, e mi sento quello di prima,

poichè ho riconquistato me stesso, e mi pare di essermi svegliato da

un sogno. Da un brutto sogno, diciamo, perchè il giuocatore è assai

brutto.

— Dite benissimo, conte; — replicò la duchessa. — Il giuocatore non è

neanche un uomo. Ma che racconto mi avete voi fatto! Anche a me par di

sognare. Non avrei creduto mai che un uomo serio come il Savelli....

— Ah, che dirvi? — interruppe Massimo. — Certo la sente anche lui, la

vergogna del fatto; anzi, diciamo pure che la sente più di me. Perchè,

infine, tra due giuocatori brutti, il più brutto è ancora quegli che

vince. Parlo di giuocatori gentiluomini, s’intende, e non considero i

giuocatori di professione. Vergognato da parte sua, Memmo Savelli mi

chiese il silenzio. Ma voi, Serena, dovevate sapere ogni cosa.

— Ed ora, speriamo, non giuocherete più.

— Ah, no davvero! Se anche non l’avessi giurato, me ne riterrebbe

l’orrore della cosa.

— E il gran rischio, — aggiunse la duchessa, — il gran rischio a cui vi

esponevate, di fare una brutta figura nel mondo. A quali pericoli si va

incontro, in un momento di follia! —

Massimo era contento e mortificato ad un tempo. Contento prima di

tutto, che la sua stramba invenzione fosse così facilmente creduta.

Ma era poi così stramba, se veniva a corroborarla il fatto del

matrimonio di Memmo Savelli? No, niente stramba, o non più di tante

cose che paiono inverisimili, ma che hanno per sè la dimostrazione

irrepugnabile dell’evidenza. Quanto all’essere mortificato, vi sarà

facile intenderlo, se penserete, come lui in quel punto, alla prontezza

con cui aveva riportata la sua grande vittoria. Quella donna non gli

aveva neanche lasciato il tempo di piangere nessuna di quelle lacrime,

che egli avrebbe piante così bene. Ma già egli riconosceva anche in

questo particolare la sua duchessa di San Secondo, gentile e buona,

ma fredda, come una bella statua di marmo. Le belle donne, del resto,

non sono un po’ tutte così, come le belle statue? A queste il sole più

ardente, a quelle il fuoco della passione più viva, non riscalda che la

superficie; alle une e alle altre non si può chieder di più.

Così pensava, il signor conte, e frattanto rispondeva a Serena.

— Ma se vi dico che fu un momento di aberrazione!... Io l’ho scontato

con dolori ineffabili. Se sapeste come ho pianto, lontano da Roma.... e

da ogni cosa più cara! Ma voi mi avete perdonato, non è vero?

— Sì, conte. E perchè non dovrebbe perdonarvi, l’amicizia, se ritornate

pentito?

Non era ciò che Massimo voleva. E capì in quel momento che meglio del

raccontare sarebbe giovato il piangere. Ma l’occasione di spargerle,

quelle lacrime vittoriose, non si era offerta ancora: gli bisognava

cercarla.

— L’amicizia! — esclamò, con accento drammatico. — È grande fortuna. Ma

di certe donne.... e per me di una sola al mondo.... l’amicizia è poco.

Voi solevate ridere, Serena, quando io, povero innamorato, vi parlavo

d’altro; quando nell’impeto della passione prorompente....

— Ora, come allora, — interruppe la duchessa, — io vi dico: fermatevi!

Non era bene, il ridere? Non era bene il trattenervi? Sapete pure che

le parole mi son sempre parse parole. L’amore, poichè volete ancora

ricordarlo, si conosce alla prova. E la prova è lunga, quando non può

ottenere l’evidenza da una solenne occasione.

— È giusto; — rispose Massimo, intendendo che bisognava passare per

un capitolo di filosofia. — E mancandomi l’occasione della prova

solenne, io non potevo far altro che darvi la prova di un amore

continuo, paziente, che nessun rigore poteva comprimere, nessuna

freddezza soffocarmi nel cuore. Fui sempre il vostro umile schiavo,

ve ne ricordate? E voi, che da principio ridevate, incominciaste

un giorno a non rider più. Mi fermavate ancora, lo so; volevate

così, ed io vi obbedivo, riluttante. Ma allora anche il mio silenzio

continuava a parlare. Serena, se conservate memoria di quei lunghi

giorni d’angoscia.... Serena, se il vostro cuore non è mutato, se

è ancora capace di compassione.... se avete perdonato ad un errore,

che non poteva offendere la donna adorata, e di cui ho sofferto io le

pene atrocissime.... se credete alle mie lacrime amare.... vi prego,

vi supplico, lasciate l’amicizia, che è troppo, se io sono indegno di

perdono, che è troppo poco, se io valgo ancora qualche cosa per voi.

Serena, io mi butto ai vostri piedi. Calpestatemi, se volete; ma ditemi

che mi amate ancora. —

E stava per inginocchiarsi, il lacrimoso eroe; ma la duchessa lo

trattenne col gesto.

— No; — gli rispose poscia, con accento tranquillo.

— No? — gridò egli, turbato. — No, avete detto?

— Se debbo dirvelo ancora!... — riprese la duchessa. — Non so che gusto

ci troviate a sentirlo ripetere. Ma sia pure come volete: no, non posso

amarvi, non vi amo.

— Ma è possibile, Dio santo? — gridò Massimo, piangendo davvero. — Ma

che ho fatto io, per dispiacervi così? Non intendete dunque come io sia

stato travolto dalla fatalità? Non avete voi perdonato?... Ah no, pur

troppo, voi non mi avete perdonato veramente, perchè non avete inteso.

— Ho inteso, conte; — rispose pacatamente Serena. — Calmatevi, signor

Massimo, e ragioniamo. Ho inteso che noi non eravamo nati l’uno per

l’altro. Anch’io ho sognato, un giorno. E quando sogno, credetemi,

sogno bene. Non so pensarli e non li voglio, gli amori vili, che

nascono nell’ozio elegante e si trascinano nella consuetudine, per

morire nella stanchezza. Valgo di più, e lo sento, e non mi abbasso.

Sto sul mio plinto, se volete, come una statua di marmo. Mi pare che

una volta siate arrivato a dirmelo voi, ed ho sorriso allora, come

ora. Statua greca, o idolo indiano ch’io sia (anche questo m’avete

detto un giorno, ed ho ancora sorriso), non sono una donna che si possa

lasciare.... neanche per una tavola da giuoco. Non sono una donna a

cui basti la prova di una servitù che tutte le abitudini di società

rendono molto facile ai gentiluomini come voi. Eravate forse nel

deserto, vivendo accanto a me? In questa Tebaide rumorosa, eremita da

burla (ve lo lascerete dire da una statua greca e da un idolo indiano),

voi passavate agli occhi di tutti per un cavalier servente.... chi sa?

fors’anche per un cavalier fortunato. Non ho io fatto molto? non ho

io fatto troppo, lasciandolo credere? Era venuto il momento di fare

a vostra volta qualche cosa, un po’ più di quello che la mia passata

condizione vi permettesse. Ma allora, proprio allora che io vivevo più

ritirata, non più a teatri nè a feste, che facevate voi, conte Massimo?

Seguitavate a frequentare i teatri, dove io non ero; a mostrarvi nelle

feste da ballo, dove io non andavo; a far conoscenze e visite, che io

non dovevo sapere. E mi son io lagnata? No. Son così fredda, io! così

insensibile! Povero conte, non piangete, vi prego; le lacrime non ci

hanno a far nulla.

— Son vere; — mormorò Massimo, tra un singhiozzo e l’altro.

— Lo credo; — ripigliò la duchessa. — Ora soffre in voi l’amor proprio,

e per quello si piange davvero, la finzione non c’entra. Anche il

mio ha sofferto, non mi vergogno di confessarvelo, ha sofferto più

lungamente del vostro. Facciamo una cosa, signor conte, la migliore che

possiamo fare in questo momento doloroso: prendiamo il vostro e il mio,

buttiamoli a fiume, e ridiamo. L’amicizia che io vi offro, è sincera,

consente almeno di ridere.

— E mi avevate permesso di venire da voi! — esclamò il conte Massimo,

che non sapeva rassegnarsi.

— Dovevo io proibirvelo? — replicò la duchessa. — Ho pensato invece

che l’onor vostro e l’onor mio domandassero questa scena. Ma noi, salvo

l’onore, non lo faremo più triste che la cosa non meriti.

— Io vi amo, signora! — gridò Massimo, esacerbato da quell’accento

tranquillo, donde traspariva lo scherno. — E voi.... amate un

altro. —

A quel colpo inatteso, la duchessa rizzò fieramente la testa, saettando

il conte Massimo di una occhiata severa.

— E se fosse?... — diss’ella.

— Ucciderei quell’uomo; — rispose Massimo, il cui amor proprio offeso

aveva finalmente trovato la via di sfogarsi.

— Ah, veramente? lo uccidereste? Dovrò io dunque nasconderlo con molta

cura, signor conte di Riva, per custodirlo dalle vostre vendette?

— Non lo custodirete, non lo nasconderete, signora. Saprò ben trovarlo

io.... l’ho già trovato: è un vil traditore dell’amicizia.... è

Almerico di Montegalda.

— Conte! Vi proibisco di offendere quell’uomo; — gridò la duchessa,

levandosi in piedi, sdegnata.

Ma l’atto imperatorio e l’accento severo non valsero a trattenere la

foga furibonda di Massimo.

— Ah, ah! — rispose egli, accompagnando l’esclamazione con un riso

sarcastico. — Voi me lo proibite, signora? Non mi basteranno allora le

parole, lo schiaffeggerò. —

La duchessa fu per replicare; e il gesto della mano distesa accennava

già con la replica il comando. Ma in quel punto la bussola si aperse, e

un nuovo interlocutore entrò in scena.

— Chi parla di schiaffeggiare? — diss’egli. — Chi alza la voce in casa

vostra, signora duchessa? —

Massimo si era voltato in soprassalto, e aveva riconosciuto il

Buonsanti. Irritato com’era, non poteva mutarsi di punto in bianco per

l’arrivo di un uomo. Insolente con una dama, doveva essere impertinente

col cavaliere che veniva in mal punto a sostenerne le parti. Meglio

così, del resto; aveva trovato con chi sfogare il suo grande dispetto.

Poc’anzi rideva sarcasticamente; fu allora il caso di ghignare. E

ghignando rispose:

— Si ascolta agli usci! È usanza da servitori.

— Non mi dispiace il nome; — replicò serio il cavaliere. — Quando la

padrona è offesa da un mascalzone, il servo entra e mette l’insultatore

nel caso di scegliere tra la porta e la finestra. Ho fatto promessa a

me medesimo di castigarvi, signor conte di Riva. Escite! —

Massimo strinse i pugni, sbuffando, e si morse le labbra a sangue.

Guardò il suo avversario; guardò la duchessa, che stendeva la mano al

nuovo venuto; poi disse, con voce soffocata dalla rabbia:

— E sia. Ci rivedremo.

— Come, e dove, e quando vorrete; — rispose il cavaliere.

Ciò detto, gli volse le spalle, senza darsi più cura di lui.

Massimo balenò tra due pensieri un istante; poi scosse la testa,

borbottò una minaccia e scomparve.

— Ah, cavaliere! che avete voi fatto? — esclamò la duchessa.

— Signora, il mio dovere; — rispose il Buonsanti. — Sapevo di questo

colloquio. Quel povero ragazzo di Almerico non aveva potuto nascondermi

nulla. Capirete che non ero tranquillo. Ho girato un pezzo per le

vie; finalmente mi son risoluto di venire da voi. «Non disturbiamo la

signora» ho detto al servitore «aspetterò, leggendo i giornali». Ed ho

aspettato, pazientemente, finchè non ho sentito gridare a quel modo.

Ah! il signorino vuol schiaffeggiare ed uccidere? Troverà il fatto suo.

Non mi si tocca Almerico; non si va contro lui, senza trovar me sulla

strada. Glieli darò io, gli schiaffi; in piombo, o in acciaio, a sua

scelta.

— Ah! — gridò la duchessa, atterrita. — Non accadrà nulla per me.

Questo duello è impossibile. Io non lo voglio. Qualunque cosa io farò,

per impedirlo.

— Signora, — disse il Buonsanti, — voi rimarrete tranquilla e

fiduciosa, nella vostra dignità di dama. Credete a me: le donne

non debbono frammettersi in queste cose. Infine, dovete pensare che

avete un cavaliere, e che in casa vostra non si alza impunemente la

voce. —

Ma così non vedeva le cose la duchessa Serena. Come tutte le donne

profondamente buone, aborriva da questi giuochi scellerati, non voleva

a nessun conto che si spargesse sangue per lei. Salda nella propria

dignità, quando era sola a custodirla, si sarebbe umiliata, prostrata

ai piedi del più vile tra gli uomini, pur d’impedire uno scontro di cui

ella fosse, o solamente dubitasse di poter essere la cagione innocente.

Il cavaliere di Carpigliano non durò fatica ad intendere lo stato

dell’animo di lei, e subito abbassò d’un tono la sua musica guerriera.

— Ebbene, — diss’egli mostrandosi scosso dalle sue paure, — sia come

volete. Io sono andato troppo innanzi, e forse sarebbe bastato che

io mi presentassi, visitatore discreto, per interrompere un penoso

colloquio. Ma non restava egualmente il pericolo che il conte di

Riva, escito di qui, andasse ad offendere, a provocare Almerico? Il

conte di Montegalda è d’animo prode, e non si lascia intimidire dai

rodomonti. Vedete, signora? è dunque assai meglio che il primo sfogo

sia stato contro di me, e che con me sia impegnato, prima che con

altri, qual birichino insolente. Impedire che egli si batta con me, mi

pare impossibile, nel modo che vorreste voi. Pensateci, duchessa; mi

fareste passare per un vile, che si trinciera dietro una gonnella....

scusate il vocabolo!... e un vile, perdio, non lo sono mai stato,

nè incomincierò ad esserlo, a cinquantadue anni.... suonati. Andrei

piuttosto io a schiaffeggiarlo, per ricominciar la partita.

— Ma allora.... — balbettò la duchessa.

— Ma allora, ecco qua; — rispose il buon cavaliere. — Ho forse

ascoltalo agli usci più che non dovessi, e certamente più che non

abbia detto poc’anzi. Il signor conte, dimenticando la vecchia

massima: «noblesse oblige», ha detto un sacco di bugie, per iscusare

la sua partenza da Roma, e per colorire la sua presenza a Napoli, al

fianco di madamigella Lockwood. Ma che colorire? A quel suo sciocco

romanzo è mancata ogni tinta di verisimile. Come abbia osato tuttavia

di sciorinarvelo, io non arrivo a capire. Forse ha fidato molto

nell’audacia dell’invenzione, ed anche un poco sul vostro silenzio. Ma

un terzo l’ha udito, e quel terzo son io, che so per l’appunto tutto

il contrario di ciò ch’egli narra. Ora sentite: egli manda da me i suoi

padrini; questo è naturale, è necessario, se egli non è vile, quanto è

stato bugiardo. Io rispondo, mettendo le carte in tavola, convincendolo

di menzogna; e scambio di condurlo sul terreno, lo faccio scappare da

Roma. —

La duchessa era stata ad udire con grande attenzione il discorso del

Buonsanti.

— Io non so come queste cose si facciano; — diss’ella, confusa. — Ma

voi mi promettete che una via si può trovare....

— Vi dico che ne son sicuro, sicurissimo.

— E che voi la cercherete?

— Naturalmente; non dubitate. —

La spada di fuoco · 第 21 / 27 题