STORIA D'UNA VIOLA.

Erano parecchi mesi che stavo sul lago di Como, passando il giorno a

ciel sereno fra i semplici piaceri della villeggiatura, e la sera ad

ascoltare della buona musica. E quelle armonie belle dell'arte, unite

alle armonie della natura, avevano per me tale incanto, che non pensavo

più a scrivere; o, se ci pensavo un momento, mi ravvedevo subito, perchè

m'accorgevo che le mie parole messe in fila sopra la carta, erano una

povera cosa al confronto di quella meraviglia di lago e di monti; e le

mie rime appaiate avevano un misero suono al confronto di quelle musiche

melodiose.

Ma se queste erano buone ragioni per me di stare in ozio, non

persuadevano punto il direttore d'un giornale per cui lavoravo, il quale

quando pagava voleva essere servito, — ed anche quando non pagava.

Una bella sera, tra il duetto del _Don Carlos_ e la romanza del _Ruy

Blas_, mi giunse, come una tegola sul capo, una letterona gialla, coi

doppi bolli dell'ufficio di posta e dell'ufficio del giornale.

Per me, che non avevo una parola di scritto, fu un fulmine a ciel

sereno. Rimasi là alla sponda del lago, tenendo tra le mani l'epistola

senza aver il coraggio di leggerla, e pensando con raccapriccio tutte le

parole amare che c'erano dentro, mentre dietro a me, nel salotto,

risuonavano le note soavi della _Dolce voluttà_ del Marchetti.

Ad un tratto, udendo echeggiare gli applausi, mi lasciai vincere

dall'entusiasmo, alzai le mani per applaudire anch'io, e la lettera

gialla cadde nel lago.

Che cosa mi diceva? Non lo seppi mai. — Era andata a seppellirsi nelle

onde coi suggelli intatti, portando il suo segreto nella tomba, come si

dice nei romanzi a tinte scure. Se era in versi l'avranno letta le

ondine, se era in prosa gli agoni del lago, che piacciono tanto ai

buongustai di Milano.

Questo incidente senza sèguito non produsse nessuna modificazione

nell'impiego del mio tempo; sicchè, quando tornai in città, riportai

tutta la mia carta candida come il velo d'una sposa, e le mie penne

asciutte come la borsa d'uno studente. Colla vita cittadina avevo

ritrovato però il proposito del lavoro, e mi affrettai a scrivere al

direttore dalle lettere gialle, promettendogli di fare subito qualche

cosuccia per lui.

Ma promettere è facile, e mantenere è difficile. Dopo un lungo ozio

avevo il cervello ossidato; e non sapevo come cavarmela, quando per

buona sorte, mi giunse un'altra lettera del Direttore del giornale, il

quale, per ringraziarmi della mia promessa, mi mandava una viola del

pensiero.

— Se mi riescisse di far parlare questo fiore! — pensai, — di cavarne un

apologo alla vecchia maniera, di quelli che sotto una forma più o meno

dilettevole insegnano qualche cosa ai bimbi! Se ne sono fatti già tanti

e tanti.... Ma che cosa non s'è fatto a questo mondo? Anzi gli altri

sono un precedente per far accettare il mio.

E dopo questa breve discussione tra me e me, domandai alla viola:

— Avresti una storia tu?

— Chi non ha una storia? — mi rispose.

— È di quelle che insegnano qualche cosa ai bimbi?

— No; non è pei bimbi; insegna alle giovinette a non essere incostanti,

a non lasciarsi abbagliare dalle qualità apparenti, a tener conto delle

virtù serie e degli affetti provati, quando debbono fare una scelta...

— È quello che mi occorre. Me la vorresti narrare?

— Perchè no? Mi resta ancora succo vitale per alcune ore, le impiegherò

a fare la mia confessione generale.

Ed ecco quanto mi disse la viola del pensiero:

*

* *

La prima sensazione che provai destandomi alla vita fu un malessere

inesprimibile. Un'afa pesante mi avvolgeva. Mi sentivo oppressa. Non

c'era un soffio d'aria che mi desse forza di spiegare le foglie.

Mi riescì appena con grande fatica e con grande lentezza di socchiudere

in punta i miei petali.

Il mio occhio giallo, dal centro del mio bruno volto, potè ricevere un

po' di luce, e prendere cognizione degli oggetti situati in linea retta

dinanzi a quella specie di cannocchiale che i petali attorcigliati gli

facevano intorno.

Per qualche tempo non potei discernere altro che una luce fosca

intercettata da una specie di nebbia; ma a poco a poco, esercitando

meglio la vista, mi accorsi che quella che mitigava la luce intorno a me

non era punto nebbia; era una parete, che dalla curva che avevo dinanzi,

e di cui non vedevo il termine, argomentai essere di forma circolare.

Essa non era nè abbastanza trasparente da lasciarmi distinguere gli

oggetti esterni, nè abbastanza opaca da privarmi di luce.

Hoffmann, quel bizzarro ingegno che conosce tutte le lingue delle cose

che non parlano, ha detto a voi altri uomini che noi fiori non moriamo

se non per rinascere poi a nuove vite, nelle quali, come Cagliostro,

come il conte di San Germano, serbiamo memoria di tutte le esistenze

anteriori.

Io avevo terminato la mia vita precedente frammezzo a due croci

nell'occhiello dell'abito d'un uomo di Stato. E là, durante la mia lenta

agonia, avevo inteso parlare delle cittadelle di Alessandria, di

Fenestrelle, dello Spielberg e dei Piombi.

Ora, al vedermi quella parete intorno, pensai con raccapriccio a quelle

prigioni; e feci come i discepoli di Cristo alla vista del paralitico;

mi domandai per qual colpa de' miei padri ero stata condannata a quella

pena.

A questo punto interruppi la viola per dirle:

— Scusa, mio bel fiorellino. Questa erudizione evangelica l'hai

acquistata anch'essa fra le croci dell'uomo di Stato?

— Che! — mi rispose: — Quelle sono croci che non cominciano dalla

passione e non vanno al Calvario.... Ma dove ero rimasta? Ho perduto il

filo.

— Eri al principio della tua ultima esistenza, con quella specie di

muraglia della China intorno...

— Ah! sì... Ora mi rammento. — E continuò:

Non saprei dire precisamente quanto tempo languissi nella penombra di

quella prigione. Quando mi sentii mancare, mi posi a gridare invocando

soccorso, e narrando le sofferenze che mi procurava quella specie di

macchina pneumatica. Allora una voce gentile mi gridò:

— Abbi pazienza, Viola. Io ti vedo e ti sento e penso a liberarti.

— Grazie, — esclamai. — Ma sollecita, ti prego. Ho esaurito il poco

carbonio che c'era qui dentro. Ora l'azoto e l'ossigeno mi asfissiano.

— Non posso affrettarmi quanto vorrei, — mi rispose la stessa voce. —

Sono legato anch'io, e prima di muovermi debbo svincolarmi.

— Dimmi almeno il nome di questa carcere che mi rinchiude.

— Si chiama bicchiere.

— Bic....?

— chiere.

— Ma che! Bicchiere è un vaso di cui gli uomini si servono per bere.

— Appunto, Viola. Ti hanno capovolto addosso uno di quei vasi.

— Ma scusa. I bicchieri sono trasparenti; me l'hanno detto le foglie di

rosa che erano avvezze a nuotarci dentro sul vino di Falerno; e questo

mio carcere non è punto diafano, lo vedi.

— È perchè ha fatto freddo nella notte; la brina vi si è appiccicata per

di fuori ed ha appannato il vetro.

— Non ci mancava altro. — Così mi si impedisce anche di vederti.

Vorresti dirmi in compenso il tuo nome?

— Tulipano bruno.

— Ah! sei un nobile fiore. Fui una volta in Olanda con un ladro francese

fuggito dalla Bastiglia, ed ho udito narrare la storia de' tuoi avi.

— Non sei difficile ad accontentare nella scelta de' tuoi compagni di

viaggio, Viola.

Timidissima, come sono, fui mortificata da quel rimprovero, e non osai

rispondere.

Intanto il tempo passava ed il Tulipano bruno non parlava più.

La mia situazione diveniva intollerabile; i miei petali ammolliti

dall'aria pesante, mi si erano ripiegati sull'occhio; ero ricaduta

nell'oscurità; il mio stelo si indeboliva sempre. Floscia, ricurva,

sfiorando già col capo la terra aspettavo ad ogni minuto la morte;

quando ad un tratto udii uno scricchiolìo, poi il rumore di qualche cosa

che si spezza.

Al tempo stesso un corpo non molto pesante, ma spinto con impeto, diede

un urto secco alla parete sinistra del bicchiere, che si rovesciò e

cadde fuori dagli orli del vaso; lo udii frangersi rumorosamente ad una

certa distanza al disotto di me; e, troppo debole per sopportare il

contatto immediato dell'aria, caddi, appassita per terra.

*

* *

Mi ridestai al tepore d'un bel raggio di sole. Mi rizzai rinvigorita;

aspirai l'aria pura che mi avvolgeva, stesi i petali foschi, ed apparvi

in tutto il vigore della bellezza della gioventù.

Nella gioia di quel momento, non pensai che a godere della luce e della

vita ricuperate. Mi trovavo sul davanzale d'un'ampia finestra, e

guardavo intorno esaminando avidamente i luoghi e le cose.

Ma un olezzo noto mi susurrò:

— Quando n'avrai abbastanza di guardare in giro ti ricorderai pure di

me? —

Era il Tulipano bruno. Quattro pezzi di legno stavano sul terreno

intorno al mio liberatore. Uno di essi aveva il piede sul vaso del

Tulipano, ed era steso in tutta la sua lunghezza traverso il mio.

Un lungo filo rosso e bianco attorcigliato giaceva fra i legni sulla

terra mossa da quella rovina. Il Tulipano, libero da quei vincoli che lo

tenevano ritto, aveva incurvato il suo lungo stelo, e colla bella testa

toccava quasi la mia.

— Quanto ti debbo! — gli dissi: — ti sei privato per me di tutti i tuoi

sostegni.

— Dacchè lo riconosci, — mi rispose, — ne sono largamente ricompensato.

— Come non riconoscerlo? — dissi eludendo il complimento. Fu certo

questo legno steso dietro a me, che ha rovesciato il bicchiere

maledetto.

— Oh mille volte maledetto; perchè era una barriera che ti divideva da

me.

Mi sentii imbarazzata. Stetti alquanto in silenzio. Ma i pistilli

bianchi del Tulipano mi volgevano sguardi d'amore. Per togliermi a quel

fascino cercai di proseguire il discorso; e tornai a dire:

— Sei stato ben generoso a rinunciare per me alla tua nobile posizione

verticale.

— Di' che fui egoista piuttosto. Eravamo tanto lontani allora....

— Ed ora, — l'interruppi, — tutto il peso del capo ti gravita sullo

stelo, e t'incurva tanto che nessuno ti vede più; non sembri più alto di

me; guarda come sono vicine le nostre teste.

— Te ne lagni, Viola? — olezzò lieve lieve.

Lagnarmene! Io! Il suo profumo m'inebbriava; il suo sguardo attraeva il

mio; un senso ignoto di dolcezza m'inondava il calice. Avrei voluto

possedere la bellezza della camelia, il profumo della vaniglia; mi

sentivo umile, bruna, piccina; ed una stilla trasparente bagnò il

velluto delle mie foglie. Gli uomini la credettero rugiada, ma il

Tulipano vide che era una lagrima. In quel punto passò un soffio di

vento. Egli vi si piegò sotto, si lasciò spingere, ed il fulvo de' suoi

lunghi petali sfiorò il fulvo de' miei, mentre tornava ad olezzare

dolcemente.

— Te ne lagni, Viola?

Ma nel mondo degli uomini, dove l'amore fa tanto chiasso ed è tanto

eloquente, il nostro amoruccio di fiori, semplice ed impacciato, deve

sembrare ridicolo. Lascia dunque ch'io tenga per me le memorie di quelle

espansioni soavi. Ti dirò solo che da quel giorno ed in quel bacio ci

giurammo di amarci sempre; e lo zeffiro che ci aveva congiunti, portò a

Flora il giuramento, con cui la Viola ed il Tulipano si erano fidanzati.

*

* *

Quella felicità era troppo grande perchè potesse durare. Sopravvenne la

fatalità che regnava su di noi sotto la forma d'una bella signora; vide

i disastri accaduti, e, per buona sorte, ne incolpò di vento.

Ma tornò a rizzare sullo stelo il mio amico generoso, gli ripose intorno

più saldi i bastoncini caduti, e lo rilegò più stretto di prima.

Un momento tremai di veder ricomparire anche il bicchiere; ma grazie al

mio aspetto florido, quel supplizio mi fu risparmiato; e potevo vedere

ancora, sebbene da lontano, il bel Tulipano il cui bacio mi aveva

inebbriata.

È vero che, ritto così sulla sua alta persona, con quella barricata

intorno, egli appariva fiero e superbo; e nel segreto del mio calice mi

sentivo isolata, e rimpiangevo quella dolce espansione a cui l'avevano

condotto un momento la generosità e l'amore.

Tuttavia i suoi pistilli mi guardavano sempre, il suo effluvio era

sempre egualmente amorevole; ed io pensavo che gli dovevo la libertà e

la vita; pensavo che era generoso e buono, ed ero felice del suo amore.

Così passarono tre ore senza che nulla turbasse la nostra pace; e la

prova di quella lunga costanza, e le memorie di quel tempo trascorso

insieme, riassodavano il nostro affetto.

In quella calma serena, senza agitazioni, senza tempeste, la vita mi era

facile. Ma a poco a poco la noia cominciò ad insinuarsi nello spazio

vuoto tra il Tulipano e me.

Per fortuna — allora dissi per fortuna, — una bestiolina verde, un

bruco, venne a strisciare sugli orli del mio vaso. Sebbene fosse

bruttina, la vista di quella bestiola mi divertì. Mi piaceva la

flessibilità delle sue movenze, la facilità con cui si raccoglieva in un

gruppo o si stendeva, modificando il portamento a seconda delle esigenze

del cammino. Ella mi disse:

— Bella Viola, è un pezzo che vado strisciandoti intorno. Ammiro il tuo

volto timido e pensoso. Lascia che mi avvicini a te; coprimi della tua

ombra. Ti vorrò bene come una sorella. So che hai innamorato il Tulipano

bruno; ma le barriere che ha intorno lo tengono lontano da te. Dammi

ospitalità fra le tue foglie, e tu m'insegnerai parole d'amore; ed io

andrò da te a lui e gliele recherò. Tu penserai per me, io striscierò

per te. —

Lusingata dall'idea d'avere accanto un'amica, protesi fiduciosa le mie

povere foglioline e vi raccolsi la bestiuccia strisciante. Ella tornò a

dirmi:

— Quanto è bello il Tulipano bruno! Soffre di esserti lontano. Lo

sguardo de' suoi pistilli è pieno di tristezza; affidami parole di

conforto che io gliele rechi sommesse, e sarà felice.

Ed io gli risposi:

— Non potresti dirgli nessuna cosa che non ci siamo già detta. Non

intrometterti fra noi. Il tempo logorerà il filo che lo lega, ed allora

saremo ancora uniti.

La bestiolina verde, irritata da quel rifiuto, si diede a suggere

l'umore vitale alla mia radice. Mi sentivo indebolire, ma non sapevo il

perchè; e tra il sole che mi ardeva, tra l'avidità della mia falsa

amica, mi andavo lentamente struggendo. La bella signora che aveva

riposto in ceppi il Tulipano, vedendomi in quello stato disse:

— Questa Viola va portata all'ombra. — E mi sollevò col mio vaso.

Allora la bestiolina verde strisciò rapidamente sull'orlo del vaso, e si

lasciò cadere sulla finestra, poi si rimise a strisciare sul vaso del

Tulipano bruno. Addolorato della mia partenza, coi pistilli rivolti

verso di me, egli non si avvide della bestia. Ma io la vedevo avanzarsi

lentamente fin presso lo stelo del mio nobile fiore, e mentre mi

allontanavo colla signora, pensavo con ingannevole fiducia: «Quella

bestiolina verde gli parlerà di me.»

*

* *

La bella signora mi fece attraversare parecchie sale e gabinetti, e

finalmente giunta ad un salottino giallo, aperse la finestra e mi pose

accanto ad un magnifico Garofano rosso, in tutto il vigore d'una

vegetazione ridondante.

Oh lo splendido fiore! I bei petali vivaci! Le belle foglie tese e

verdeggianti! Il suo olezzo profumava l'aria tutt'intorno, e mi pareva

che la presenza di quel fiore bello e forte, dovesse allietarmi la vita.

Nel nostro linguaggio di profumi, egli diceva cose sorprendenti; ne

diceva molte e mi faceva passare di meraviglia in meraviglia. Pensai al

linguaggio degli altri fiori, e mi parve triviale, e tornai ad ascoltare

il Garofano.

Pensai al Tulipano bruno; ed anche il Tulipano non mi parve più bello.

— Che cosa gli dirà la bestiolina? — dicevo nel mio cuore. — Ed in fondo

al calice una voce gelosa mi rispondeva:

— La bestiolina strisciante non gli parlerà per te ma per sè stessa. Si

farà amare e tu sarai dimenticata. —

E tornavo a guardare il Garofano, poi rispondevo:

— Oh, che m'importa? . . . . . .

Qui l'olezzo della povera Viola usciva lento ed a sbalzi, come se si

vergognasse di quanto diceva. E non aveva torto. Io le dissi:

— Come! Amavi già anche il Garofano, Viola? Scusa, ma non posso farti

complimenti sulla tua costanza.

— Te ne ho forse domandati? — ribattè con arroganza scotendo le

foglioline, per dissipare l'abbattimento che le avevano cagionato quelle

memorie. — Io ti racconto la mia storia al momento di finire questa

vita. È un esame severo che faccio a me stessa; non cerco nè lodi nè

biasimo. Non so se fra gli uomini sia lo stesso, ma nei fiori il

sentimento si impone molte volte alla volontà ed alla ragione. Sentivo

di dover tutto il mio cuore al Tulipano; ma mi trovavo sola, perduta in

luoghi ignoti; e senza volerlo subivo il fascino di quell'altro fiore,

più ardito, più appariscente, più forte.

*

* *

Una volta il Garofano mi disse:

— Tu mi guardi, Viola, ed anch'io ti guardo... Accanto a te sento di

star bene; i tuoi petali sono freschi e vellutati, ed il tuo olezzo

lieve mi piace. Ma tu, non ami un altro fiore?

Ed io rinnegai il primo amore. Rinnegai l'amico buono e generoso che mi

aveva salvata, e rivolsi la faccia al Garofano. — Allora il Garofano mi

disse che mi amava, e quella parola, antica come il mondo, mi parve

nuova, olezzata da lui. Egli mi avvolse nella sua ombra, ed io

dimenticai il mondo dei fiori per lui. Stese verso di me le sue foglie

acute con tanto impeto, che ne fui punta. Ma io amai il dolore e pensai:

— Se la bella signora mi ponesse nel suo vaso le nostre radici

potrebbero congiungersi.

Egli indovinò il mio pensiero, e ripetè sommesso ed amoroso:

— Se la bella signora ti ponesse nel mio vaso le nostre radici

potrebbero congiungersi.

In quella passò il vento, e sibilando mi gridò:

— E il Tulipano bruno! —

Ma io non l'ascoltai, ed il fischio del vento si perdette nello spazio.

*

* *

Si faceva buio ed era vicina la notte. La bella signora venne alla

finestra, sollevò col braccio destro il Garofano, prese me coll'altra

mano, e ci portò dentro. Dove andavamo? Io non pensai al dove. Che mi

importava dacchè partivo con lui?

Fece pochi passi e mi depose sopra una tavola del suo salotto. All'altro

capo della tavola vidi il Tulipano bruno. La bella signora collocò lo

splendido Garofano nel posto più evidente, ad un angolo del caminetto

presso la lampada, poi andò a chiudere la finestra.

Ad un tratto una farfalla dalle ali azzurre si spiccò dalla parete e si

pose a svolazzare intorno al lume accanto al Garofano. Era la bestiolina

verde che aveva messo le ali. Allora il Garofano esalò verso di lei il

suo profumo più acuto, per invitarla a posarsi sulle sue foglie.

A quella vista il mio povero calice si strinse per l'angoscia, e gridai

al fiore brillante:

— Perchè non mi guardi più, Garofano? Non ti ricordi che hai detto

d'amarmi! E che se la bella signora mi porrà nel tuo vaso le nostre

radici si congiungeranno?

Egli mi rispose ridendo:

— Oh la piccola scimunita, che prende sul serio tutte le parole olezzate

al vento! Non vedi ch'io sono grande e bello ed ho più profumo degli

altri fiori? Sogni, povera violetta. A me la farfalla, che vive

nell'aria, che sorvola alla terra, che domina lo spazio!

— Bada — gli dissi: — quando splendeva il sole, quella farfalla era un

bruco, e strisciava sulla terra, strisciava sullo stelo dei fiori, e ne

succhiava gli umori, e nella loro morte cercava la vita.

— Che m'importa il passato? Il bruco è scomparso, io amo l'oro e

l'azzurro della farfalla.

Io tacqui, chinai la testa pensosa, e tutte le mie foglie stillarono. Ma

il Garofano non lo vide. Allora il Tulipano mi disse:

— Viola; piangi perchè il Garofano non t'ama più, o piangi d'averlo

amato?

Io scrutai profondamente il mio calice. Pensai al passato; pensai a

tutto; guardai ancora una volta il Garofano vanitoso smemorato che

folleggiava col bruco alato, e risposi:

— Piango d'averlo amato. —

Il Tulipano riprese:

— Vedi? il mio amore era più calmo, più ragionevole; inebbriava meno; ma

era più durevole del suo. La bestiuccia verde strisciò sul mio stelo,

salì sino ai miei petali; ma appena passò il vento, io mi agitai con

esso e la respinsi, perchè amavo te sola. Il tempo e lo spazio si

frapposero tra noi, e t'amai ancora. Mi dimenticasti per il Garofano, e

ti amo sempre. Vuoi che ti perdoni? Dimmi che mi ami e ti perdonerò. —

Chinai il capo umiliata e commossa, e raccolta in me stessa, stetti

pensando come rispondere a quella voce dolce e tranquilla che mi

ripeteva la profferta clemente. Ero delusa del Garofano. Vedevo dov'era

la verità, e mi sentivo felice di quel perdono.

Ma sarebbe troppo comoda la vita, se quando l'inganno non ha più

seduzione per noi, bastasse tornare ai primi amori, per trovare ancora

tutte le gioie dei cuori innocenti.

Mentre meditavo così la mia risposta, un dolore inatteso, acuto,

infinito, mi strappò ai sogni della speranza.

Era la bella signora che m'aveva staccata dal ceppo. Ella mi porse ad un

giovane in abito nero e guanti grigi, che uscì portandomi via.

Poco dopo egli mi pose in un foglio di carta scritta, la ripiegò, e

rimasi qualche tempo nell'oscurità, sbalestrata in ogni senso.

Poi sentii lacerare la carta, spiegarla, e mi trovai qui.

Mi restavano pochi minuti di vita; tu li prolungasti colle tue cure, e

muoio ringraziandoti.

— Un momento, Viola! — gridai — non morire ancora. E la morale da

mettere in fondo?

— Chiama Tizio e Caio il Garofano ed il Tulipano, chiama la Viola

Sempronia, e la morale salta agli occhi di tutti.

— E se a qualcuno non salta agli occhi?

— Vuol dire che è cieco e peggio per lui.

Non ebbe forza di dir altro. Rimase appassita; e così finì la storia

della Viola.

La cartella N. 4 · 第 23 / 26 题