Riescivo bene nella composizione, ed i miei compagni del collegio
militare erano convinti che sarei diventato un grande scrittore.
Io però della poesia amavo sopra tutto quella epica, e la mia ambizione
era d'essere un eroe. Tutte le manifestazioni della forza fisica mi
entusiasmavano.
Da piccino m'ero fatto un idolo di Davide per il suo duello con Golia; e
poi, a poco a poco, a quell'idolo troppo piccolo se n'era sostituito
nell'animo mio uno colossale: Sansone, che atterrava un intero esercito
colla mascella d'un asino. A dir vero non mi riesciva d'immaginarmi
esattamente che cosa fosse quella mascella; se era l'osso della
mandibola, oppure la parte carnosa che lo copre. Ma ad ogni modo era
sorprendente che con quell'arma disadatta e difficile a maneggiare,
Sansone avesse operato quei portenti di valore.
Col tempo però divenni infedele anche a Sansone; vennero gli eroi
d'Omero, Orlando, poi tutti i cavalieri del medio evo, ed i guerrieri
moderni, ed i miei idoli si chiamarono legione.
Tutti i miei sogni erano sogni di gloria.
Essere al campo, udire un generale parlare d'un dispaccio importante,
d'una missione perigliosa, d'un'esplorazione nel campo nemico e farmi
innanzi calmo ed ardito:
— La farò io!
E poi partire solo, di notte; essere assalito, combattere e salvare le
carte affidate a me, a costo d'ingoiarle; vincere o morire.
Ma il morire era l'ipotesi meno frequente delle mie epopee immaginarie.
Tornavo sempre glorioso. Avevo ucciso una quantità di nemici, avevo
disperso un intero drappello, avevo salvata la vita a qualche gran
personaggio.
Ogni domenica la mamma veniva a vedermi con mia sorella; sedevo accanto
a loro e facevamo lunghe conversazioni. La mamma s'informava de' miei
studi; la Margherita mi domandava se avevo scritto dei versi, e voleva
vederli. Ma io passavo di volo sugli studi e sulla poesia. Le mie
facoltà intellettuali mi portavano alla letteratura, ma i miei gusti
bellicosi mi facevano disprezzare quella gloria incruenta.
Parlando con quelli della mia famiglia, gli argomenti più graditi per me
erano la mia forza muscolare, la mia agilità nella ginnastica, la mia
precisione nel tiro al bersaglio, la mia abilità nella scherma.
La mamma era contrariata ed un po' sgomenta; la Margherita sbadigliava e
guardava i vestiti delle sorelle e delle mamme degli altri allievi.
Ma io mi ascoltavo, mi esaltavo colle mie stesse parole, mi spronavo,
m'infiammavo.
Non c'era pericolo che non fossi pronto a sfidare, e che non mi
sembrasse una bazzecola.
Si narrava d'un incendio in cui qualcuno era perito?
— Se ci fossi stato io! Avrei traversate le fiamme; no il fumo non mi
avrebbe soffocato. Io so stare sott'acqua venti secondi; sarei stato
altrettanto nel fumo. E se si fosse rotta la trave sotto i miei piedi,
avrei spiccato un salto, mi sarei aggrappato ad un cornicione, ad un
chiodo, alla sporgenza più tenue; ma nessuno sarebbe perito se ci fossi
stato io.
Un monte di spavalderie; il mio coraggio immaginario non indietreggiava
davanti a nulla. Nessuno aveva mai compiuto le prodezze che io mi
sentivo capace di compiere.
— Dà retta, Riccardo. Non essere tanto vanitoso, — mi diceva la mamma. —
Bada che _altro è parlar di morte altro è morire_.
E mia sorella rideva, e mi ripeteva il nomignolo che m'avevano
affibbiato i compagni di collegio: Riccardo Cuor-di-leone.
Ma io non me ne offendevo:
— Che ne sapete voi altre donne?
Nutrivo un profondo disprezzo pel sesso debole. Ma un bel giorno il
sesso debole si vendicò crudelmente: m'innamorai.
Ecco come andò la cosa: ci mettevamo sempre in parlatorio sul piccolo
divano a destra dell'uscio. Una domenica vennero a sedere accanto a noi
il babbo d'un mio compagno colla figliola, una giovinetta bionda,
bellezza in erba, dicevo io; sebbene la Margherita, colla impertinenza
de' suoi quindici anni, protestasse che l'erba aveva avuto tempo di
metter le spighe, perchè aveva ventidue anni. Ma questa doveva essere
una maldicenza atroce.
Per solito non mi curavo punto di essere o di parere elegante
vestendomi; quanto comandava rigorosamente la disciplina, e nulla più.
Ma quella domenica memorabile, traversando il parlatorio dopo la visita,
mi alzai un pochino sulla punta dei piedi per vedermi quanto meglio era
possibile nello specchio appeso al muro, che riflettè la mia faccia
scolorita attraverso la mussolina bianca che lo salvava dalle mosche.
E la domenica seguente, quando scesi in sala, avevo pettinato con
grandissima cura i miei capelli ispidi, ed avevo versata mezza boccetta
d'acqua di Felsina nella catinella prima di lavarmi. Olezzavo come un
barbiere. Avevo le unghie un po' lunghette; le avevo lasciate crescere
tutta la settimana e quella mattina le avevo arrotondate e limate
amorosamente; e durante la visita avevo sempre tenute le mani distese
sulle ginocchia ammirandone l'eleganza insolita.
Questo fu il primo indizio. Il secondo fu una preferenza tutta nuova per
le imprese galanti; eroiche sempre ma galanti.
Intanto continuavo a vedere la Fulvia ogni domenica. Quando la vedevo
entrare in parlatorio, alta un buon palmo più di me, coi capelli
ondulati e biondi come i capelli d'una madonna, intorno ad un viso
arguto come quello di certe attrici francesi, colla bocca un po' grande
che sorrideva sempre mostrando dei denti un po' grossi ma bianchissimi,
tutti i miei nervi trasalivano.
Doveva passare davanti a noi per andare al suo solito posto, ed io mi
rizzavo stecchito come se dovessi cominciare l'esercizio, e facevo il
saluto militare.
E lei era d'una gentilezza! Mi fissava in volto quei suoi grandi
occhioni grigi in cui brillava un raggio di malizia, e sorrideva.
La udivo parlare con suo fratello. Che note vibravano nella sua voce!
Era la melodia più soave che avessi ascoltata mai. C'erano dunque uomini
a questo mondo che si sentivano dire _ti amo_, da una voce come quella?
Mi pareva che tutto il sangue mi affluisse sul volto, ed abbassavo il
capo per nascondere quella debolezza. Ma la Margherita mi gridava con
fraterna sincerità:
— Che orrore! Come sei diventato rosso! Sembri una barbabietola.
Alle volte pensavo con isgomento a' suoi ventidue anni ed a' miei poveri
tre lustri, e mi pareva di essere il Furio del De Amicis. Ma io non
avevo quegli abiti così curiosamente corti e stretti. La mia uniforme mi
stava bene.
Furio era matto ad innamorarsi d'una donna di trent'anni, che avrebbe
potuto essere sua madre, ed era sua cognata, ed aveva marito. — Questa
era giovane; senza dubbio la Margherita esagerava la sua età; non poteva
avere più di dicianove anni, ed io era forte e robusto, dimostravo due
anni almeno più di quelli che avevo. Chiunque me ne avrebbe dati
diciasette; la differenza si riduceva dunque a due anni; a nulla.
Avrei dato l'anima mia per poterle dire quanto l'amavo; ma non le ero
stato presentato, non ci conoscevamo. Dovevo contentarmi di guardarla,
di divorarla cogli occhi. Tutta la settimana rivedevo la sua manina; mi
pareva di spogliarla del guanto che le dava una rigidezza e una
levigatura gelida; di sentirla tepida, e liscia; di baciarla; di
coprirmene il volto, per susurrarci dentro la mia confessione
appassionata, per nasconderci le mie lagrime. Sospiravo un'occasione per
poterle parlare, per fare qualche cosa per lei.
Mi figuravo di scontrarla durante la vacanze in una gita a cavallo, e
che il suo puledro bisbetico si impennasse minacciosamente sopra una
strada ripida all'orlo d'un precipizio; ed io la vedessi sul punto
d'essere rovesciata, e sfracellata giù sui sassi del burrone; e mi
avventassi per salvarla; e fossi atterrato dal cavallo, pesto, ucciso;
ma ancora morendo, tenessi fermo il puledro pel morso finchè lei fosse
salva, e spirassi sentendomi mormorare sulle labbra un «grazie» nella
dolcezza d'un bacio.
C'era una ballata di Schiller che mi appassionava; la bella ballata
intitolata _Il guanto_.
Descrive un circo. Un leone, una tigre e due pardi, ruggono affamati
nell'arena. Ad un tratto la bella Cunegonda lascia cadere dalla loggia
un guanto, e dice al cavalier Dalorgia:
— Se è vero che mi amate, andate a raccoglierlo.
Ed il cavaliere scende ardimentoso tra le fiere inferocite, prende il
guanto, risale fra il plauso e lo stupore della folla. Ma fattosi
incontro alla nobile donzella che gli sorrideva, orgogliosa di quella
impresa compiuta per amor suo, invece d'inginocchiarsi a' suoi piedi
implorando il premio del suo coraggio, le getta sdegnosamente in faccia
il piccolo guanto ricamato, e le dice:
— Io non voglio nulla da voi. — E l'abbandona per sempre.
Avevo tradotta quella ballata, e l'avevo studiata a memoria in tedesco.
I miei compagni ammiravano la mia traduzione, ed indovinavano a chi la
dedicavo. Io del resto non ero molto circospetto. Sentivo il bisogno di
manifestare la mia indignazione contro il cavalier Dalorgia, e di
dichiarare che nel caso suo avrei operato meglio di lui.
Invocavo tutte le belve del giardino zoologico. Avrei voluto vederne
gremita l'arena di Milano, udirne i ruggiti minacciosi. E se una
fanciulla che amavo ci avesse gettato il suo guanto, sarei corso in
mezzo ad esse, e chinando il capo tra le fauci del leone, sotto l'occhio
iniettato di sangue della iena, avrei raccolto l'oggetto prezioso. Non
mi sarebbe neppure dispiaciuto una buona morsicatura, purchè in un punto
che non mi sfigurasse, per poterle mostrare che versavo il mio sangue
per lei. Mi pareva di sentirmi sul collo l'alito ardente delle fiere, di
udirne l'ansimare affannoso e rauco. Io non l'avrei disprezzata per
quella sfida la bella fanciulla. Me ne avesse procurate delle imprese
per dimostrarle la mia audacia! Non era per nulla che mi chiamavano
Riccardo Cuor-di-leone.
Ma intanto le settimane passavano; io continuavo a vedere la Fulvia in
parlatorio ad ogni visita, ad arrossire, a tremare, a sudar freddo, ed
anche caldo, perchè ormai s'era nel maggio; — e non era mai capitata la
menoma occasione di fare prova del mio coraggio esponendo la vita per
lei.
La seconda domenica del mese, il signor Malinverni giunse solo in
parlatorio per vedere suo figlio. La Fulvia non era con lui.
Tutto il tempo della visita fui inquieto e distratto. Non udivo che cosa
mi dicesse la mamma; mi voltavo ogni volta che s'apriva l'uscio; ero
sulle spine. Che fosse già andata in campagna? E non avessi a vederla
per tutto l'anno;.... e forse mai più! Suo fratello era maggiore di me;
l'anno seguente doveva entrare all'Accademia.
Quella settimana passò lunga e triste. Alla ricreazione m'accostavo al
Malinverni per domandargli di sua sorella. Ma poi il nome non voleva
uscire dalle labbra. Mi si metteva in gola come il torsolo del pomo
d'Adamo e non c'era verso di tirarlo fuori. Mi strozzava. Con tanto
ardimento che avevo nel cuore non osavo parlare. Ci volevano fatti per
me, non parole. Oh, un'occasione! Chi mi faceva nascere un'occasione per
far vedere che non ero timido, che non esitavo, che nelle circostanze
ero forte ed audace come il mio amore!
La domenica seguente la Fulvia mancò ancora. Non esitai più. La sera
stessa nel cortile, mi accostai al Malinverni e gli dissi risolutamente:
— Senti...
— Che cosa? — mi domandò.
— Senti.... volevo dirti....
— Che cosa, via! Sbrigati!
— Che fra due settimane ci sarà la distribuzione delle cifre reali.
Mi asciugai la fronte bagnata di sudore. Sempre il torsolo del pomo
d'Adamo. M'era rimasto in gola.
Ed intanto la sua lontananza, la paura di non rivederla più,
m'infiammavano sempre maggiormente. Tremavo di me stesso, della mia
passione calda e pazza. Chi poteva dire a che eccessi di audacia mi
avrebbe portato? Mi sentivo il coraggio di rapirla; temevo di non
sapermi frenare, di slanciarmele incontro cieco, fremente d'amore, e di
stringerla al cuore alla presenza di tutti.
La distribuzione delle cifre reali fu fissata per l'ultima domenica di
maggio. Tutti i parenti furonvi invitati; doveva essere una festa
solenne.
Oh se la Fulvia fosse venuta! Io non avrei avuto ai fianchi come le
altre domeniche la mamma e la Margherita; e dal mio posto in mezzo ai
compagni avrei potuto contemplare la mia bella fanciulla, mentre lei mi
avrebbe guardato co' suoi grandi occhi chiari. Mi guardava sempre, e mi
sorrideva. Oh mio Dio, mio Dio! che cosa sarebbe accaduto? Mi sentivo
delle audacie, delle audacie!...
E quel giorno venne senza ch'io l'avessi più riveduta al parlatorio.
Quando scesi nel cortile per la cerimonia, ero in uno stato
d'esaltazione da non si dire. Se non veniva, era finita; non l'avrei
forse veduta più. Era necessario che quel giorno la Fulvia venisse, e
che quel giorno sapesse che l'amavo. Avevo passata la mattina a
scriverle in ottava rima, le angoscie e le smanie del mio cuore
innamorato. Bisognava che ad ogni modo le dessi quel biglietto, anche a
costo di far nascere uno scandolo. Che m'importava di suo padre, de'
miei parenti, di tutto il mondo? Io lo sfidavo il mondo nella foga del
mio amore.
Eravamo tutti schierati. Il generale con un seguito di ufficiali
superiori ci passava in rivista. Gli invitati venivano a gruppi; le
signore cogli ombrellini aperti, cogli abiti lunghi lunghi, che i
signori pestavano un pochino per poi salutarle fino a terra nel dire
_pardon_. Pigliavano i posti con un gran bisbiglio, poi li mutavano per
star più comode, e movevano le sedie, e le facevano cadere, e salutavano
le nuove venute da lontano, poi volevano avvicinarle, si scambiavano dei
segni, s'alzavano in piedi un'altra volta, e ricominciavano ad andare e
venire, e conversare.
In quella confusione, per quanto guardassi, non potevo vedere se c'era
la Fulvia. Avevo anche il sole che proprio mi dava negli occhi.
Ad un tratto risonò un rullo di tamburo prolungato, s'intonò la musica.
Cominciava la distribuzione delle cifre reali. Dovevo essere uno dei
primi chiamati.
Quando udii il mio nome uscii fuori. La cifra da darsi a me era stata
portata alla mamma. Mi feci innanzi, umile in tanta gloria... Dio degli
innamorati! Accanto alla mamma c'era il signor Malinverni, ed accanto a
lui la Fulvia, come in parlatorio. Un momento fui sul punto di correre a
lei, di gettarmi a' suoi piedi. Ma la mamma era là colle mani stese per
darmi la cifra; tutti gli occhi erano su di me; dovetti frenare il mio
ardore, e stare ad ascoltare quanto mi diceva la mamma, ed accogliere i
complimenti di una quantità di cugini che aveva condotti con sè.
Ma in realtà non ascoltavo nulla. Guardavo la Fulvia, più bella che mai,
con un vestito bianco leggero; mettevo tutta l'anima negli occhi, e
fissavo i suoi, che mi fissavano anch'essi, e mi sorridevano...
Se il cavallo del generale, in un accesso di pazzia, avesse preso la
fuga precipitandosi contro di lei! Mi sarei gettato innanzi a farle
scudo del mio corpo, l'avrei sollevata fra le mie braccia, con tutta
l'audacia del mio amore e de' miei quindici anni!
«Oh!» — non era il cavallo. Era la Fulvia che facendo per vezzo il
mulinello col fazzoletto di trina, mentre mi guardava sorridendo, se
l'era lasciato sfuggire di mano.
Era venuto a cadere a due passi da me, e lei continuava a sorridere come
per invitarmi a raccoglierlo. Dio, che momento!...
Il cuore si pose a sussultarmi con tanta violenza nel petto, come se
volesse uscirmi dalla bocca. Volli spingermi innanzi, precipitarmi. Ma
il movimento non mi riusciva. Era come il torsolo del pomo d'Adamo che
restava in gola. Rimanevo là inchiodato, guardando con ansia quel
piccolo disco di trina.
Oh! se ci fosse stato soltanto un leone, un piccolo leoncino... Ma in
quel circo di belle signore che mi guardavano bisbigliando fra loro, che
nascondevano dietro il ventaglio il sorriso ironico delle loro labbra,
ed intanto ridevano colla fronte, cogli occhi, con tutta la persona...
oh! meglio tutti i ruggiti della fossa di Daniele che quel chiacchierìo
sommesso e pungente, come il sibilo d'un branco di serpi.
Ed intanto la Fulvia continuava ad invitarmi collo sguardo, e dietro a
me i miei compagni urtandosi col gomito susurravano troppo forte:
— Riccardo Cuor-di-leone.
Presi una risoluzione eroica; mi spiccai dal mio posto; mi feci innanzi
arditamente contro il fazzoletto... ma nel momento di curvarmi a
raccoglierlo sotto il fuoco di tanti sguardi, il cuore mi mancò; — gli
diedi una lunga occhiata, un sospiro, — poi mi scansai per non
calpestarlo, e tornai al mio posto fra i compagni, che mi accolsero con
una salva di fischiate.