ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare
il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da
quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia
lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne
a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima
nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro
ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva
dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da
fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si
facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata
menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non
hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata
o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi
argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose
della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori
non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la
vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano.
Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata
fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare
la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui
s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e
fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e
n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze
d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato
migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel
tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta,
fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti
pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati,
sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era
avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza
si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse
chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla
nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora
cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto;
nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano
in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice
vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto
ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero,
vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua.
Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte
differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante
locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero
farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede
naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le
parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate
le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni
da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese
si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè
in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario
e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese
che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile
è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi
una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare
l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai
modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e
gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche
taccia di abbietto e triviale.
Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla
povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando
all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia
dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti,
cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta
di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato
molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il
linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro _De Vulgari
Eloquio_, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano,
uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una
_consuetudine_, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi
sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio,
di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia
per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune
lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva
sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo
veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino
trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse
in lingua rozza toscana.»
Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata
l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di
lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al
Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più
tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’_Indice_: l’Istoria
del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel
1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati
si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani
ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa
più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o
fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno
poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal
Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio
è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante
incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’
suoi cultori: la _Divina Commedia_ non vi ebbe più quasi edizioni, e
verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il
Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione
dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche
pregio e di molta noia che ha per titolo l’_Ercolano_: autore di esso
fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo
agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo
libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali
avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo
il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso
corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico
nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il
Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa
la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo
dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci
e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a
chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel
segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla
unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal
Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi
entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo
ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso
allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre
all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato
una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno;
e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso
a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni
l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato
dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da
essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le
registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi
tutto quel secolo.
Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le
fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si
tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la
via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure
in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto
all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di
questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al
bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza.
Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e
di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella
uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne
avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua
e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi
destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua
l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie,
quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che
aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito
ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili
a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi
quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi
senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli
Italiani.
APPENDICE DI DOCUMENTI.
Nº I.
(Vedi pag. 36.)
PROVVISIONE DEL 21 LUGLIO 1378, APPROVATA NEI CONSUETI CONSIGLI A’ 21 E
22.
Pro parte sindicorum et prepositorum Artium et artificum civitatis
Florentie exponitur et petitur vobis dominis Prioribus Artium et
Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie, quatenus vobis
placeat et velitis, pro bono publico et tranquillitate Populi
et Comunis predicti, providere et ordinare et solempniter facere
reformari omnia infrascripta videlicet.
In primis, quod Provisio firmata in Consilio domini Potestatis et
Comunis Florentie, die decimo presentis mensis iulii, et omnia et
singula in ipsa Provisione contenta sint firma et valida et pleni
roboris et effectus. —
Item, quod quicumque, hactenus, ab anno Domini millesimo
trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, sponte vel ex
precepto dominorum Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie,
renunptiavit officiis Comunis Florentie vel Partis guelfe aut
alicuius Artis vel Universitatis, seu ad ipsa officia vel eorum
aliquod, ob renunptiationem predictam, se inhabilem reddidit,
possit restitui et habilis ad dicta officia fieri, cum illis
solempnitatibus cum quibus possunt restitui quicumque moniti pro
ghibellinis, secundum ordinamenta facta de mense iunii proxime
preteriti. —
Item, quod omnes et singuli, hactenus, videlicet ab anno Domini
millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra,
moniti fuerunt pro ghibellinis vel ut suspecti Parti guelfe notati,
seu pro ghibellinis vel non vere guelfis condempnati, qui non
fuerunt hactenus restituti, possint restitui et habiles ad officia
fieri, per duas partes duarum partium ad minus illorum quibus circa
hec fuit data balia de mense iunii proxime preteriti.
Item, quod ad Consilium Populi vel Comunis Florentie nullus arrotus
per Capitaneos Partis guelfe possit aut debeat accedere vel venire,
aut in ipsis Consiliis vel eorum aliquo fabam reddere, sub pena
florenorum quingentorum auri, cuilibet contrafacienti pro vice
qualibet auferenda et Comuni Florentie applicanda. Sed possint ad
Consilium predictum venire, ultra Capitaneos dicte Partis, et in eo
interesse pro dicta Parte et fabas reddere illi qui sunt de veris
Collegiis dicte Partis, tantummodo, et non alii vel alius pro ipsa
Parte arrotus vel arroti.
Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie cum
officiis Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum
virorum Comunis predicti et due partes eorum possint et debeant
facere et de novo fieri facere scruptinium et bursas Consilii
Comunis; et de novo debeat extrahi dictum Consilium, factis dictis
bursis. Et debeant extrahi continue de cetero ad dictum Consilium
decem populares cives florentinos pro quolibet quarterio, ultra
numerum hactenus ad dictum Consilium ordinatum: qui extracti ultra
dictum numerum intelligantur habere et habeant illam baliam et
auctoritatem quam habent alii de dicto Consilio.
Item, quod in libro Partis guelfe civitatis Florentie et similiter
in uno libro, retinendo in palatio more dominorum Priorum Artium
et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, scribi debeat
evidenter et ad perpetuam rei memoriam, qualiter dominus Lapus
de Castiglionchio et sui sequaces de civitate Florentie fuerunt
expulsi tamquam devastatores et violatores Partis guelfe, et ut
baracterii et Parti guelfe suspecti et proditores Partis predicte.
Item, quod omnes et singuli qui, decetero, quocumque modo et
quacumque de causa, privabuntur ab officiis Comunis Florentie,
et seu ad ipsa officia inhabiles facti erunt, intelligantur esse
et sint, ipso facto, privati ab officiis Partis guelfe et ad ipsa
officia inhabiles esse. Et intelligantur privati omni et quocumque
privilegio portandi arma. —
Item, quod omnes et singuli quibus, de mense iunii proxime
preteriti vel de presenti mense iulii, in tumultu populi fuerunt
combuste domus vel fuerunt derobati, et eorum filii, fratres et
patrui, excepto Smeraldo Stroze de Strozis, intelligantur esse et
sint, ex nunc usque ad decem annos proxime secuturos, privati et
remoti ab omnibus et quibuscumque officiis Comunis Florentie et
Partis guelfe. — Hoc acto et proviso et expresse declarato, quod
predicta non vendicent sibi locum nec intelligantur in hominibus
qui ad presens president officiis dominorum. Priorum Artium et
Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim
Bonorum virorum Comunis predicti et Octo balie dicti Comunis et
Capitaneorum Partis guelfe, vel alicui ex officiis predictis,
durante eorum officio vel finito.
Item, quod dominus Rossus miles et Uguiccione, fratres et filii
quondam Ricciardi de Ricciis, cives honorabiles florentini, sint
et esse intelligantur decetero habiles quocumque tempore, ad
quelibet officia Populi et Comunis ac etiam civitatis Florentie
et Partis guelfe et quecumque alia, — non obstante aliqua
prohibitione. —
Item, quod filii et consortes et descendentes per lineam masculinam
Sandri Donatini de Barucciis, cives florentini, intelligantur esse
et sint ad quecumque officia restituti in omnibus et per omnia, —
non obstante aliqua monitione. —
Item, quod omne scruptinium et omnis imbursatio, registrum et
scriptura facta ante presentem mensem iulii, de quocumque officio
Partis guelfe debeant laniari et comburi in totum, in presentia
officii Capitaneorum dicte Partis et eorum Collegiorum et duorum
ex officio Gonfaloneriorum societatum Populi et Duodecim Bonorum
virorum et unius pro qualibet Capitudine, et infra quinque dies
a die qua presens Provisio firmata fuerit in Consilio domini
Potestatis et Comunis Florentie; sub pena florenorum mille auri
cuilibet ex Capitaneis auferenda et Comuni Florentie applicanda.
Item, quod decetero, nullus in civitate Florentie possit per viam
extractionis, electionis seu deputationis, aut alio quoque modo,
habere retinere vel exercere, uno eodemque tempore, ultra unum
officium Comunis Florentie, sub pena florenorum mille auri cuilibet
contrafacienti auferenda et Comuni Florentie applicanda. Ita tamen,
quod predicta non intelligantur locum habere nec extendantur
ad officia Consulatus alicuius Artis vel septem consiliariorum
Mercantie aut consiliariorum Consilii Populi vel Comunis Florentie,
quod aliquis obtineret de preterito vel futuro; nec predicta
vendicent sibi locum in aliquo qui ad presens presideret plus quam
uni officio dicti Comunis. —
Item, quod super omnibus et singulis petitionibus et querelis
fiendis dandis vel exhibendis, verbo vel in scriptis, pro
iniuriis vel offensis que facte dicerentur per aliquem popularem
contra alterum popularem et seu per magnates contra populares,
aut per magnates contra magnates; et seu, pro bis iniuriis vel
offensis aut eorum vel alicuius eorum occasione, faciendo seu
fieri faciendo aliquem popularem magnatem vel aliquem magnatem
supramagnatem; possit et debeat procedi, et super ipsis — fieri
et partita micti et proponi; et ipse petitiones et querele et
earum quelibet recipi et admicti et executioni mandari in omnibus
et per omnia, et per omnes fieri prout et sicut procedi admicti
recipi et executioni mandari et fieri poterant et debebant ante
ordinamenta, correctiones et seu declarationes factas super materia
predicta per Migliorem Vierii Guadagni civem florentinum, et
eius collegas, tempore quo ultimo dictus Migliore fuit Vexillifer
iustitie civitatis Florentie; et qui Migliore ultimo prefuit dicto
officio Vexilliferatus de mense ianuarii et februarii anno Domini
MCCCLXXVI. —
Item, quod Iohannes Dini civis florentinus, quem constat semper
fuisse et esse guelfum et Parti guelfe fidum et non ghibellinum vel
suspectum Parti guelfe, licet per quosdam cives iniquos monitus
iniuste asseratur; intelligatur esse et sit absque fide vel
probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque
aliqua solempnitate servanda, integre et plenissime restitutus
ab omni et quacumque et contra omnem et quamcumque monitionem
factam de dicto Iohanne per quoscumque Capitaneos Partis guelfe
civitatis Florentie, per se vel una cum quibuscumque aliis officiis
seu officialibus dicte Partis. — Et quod dictus Iohannes Dini
intelligatur esse et sit de officio et ad officium Octo balie
Comunis predicti, cum omnibus officio auctoritate potestate balia
et forma, quibus olim melius et efficacius fuit ante monitionem de
eo factam. —
Item, quod dominus Georgius domini Francisci de Scalis civis
florentinus et eius consortes et descendentes et agnati per lineam
masculinam et quilibet ipsorum, quos constat semper fuisse et
esse, etiam ex operibus pollentibus, vere guelfos et fidos Parti
guelforum, — licet per quosdam cives iniquos moniti asserantur
perperam et iniuste; intelligantur esse et sint in omnibus et per
omnia et quo ad omnes integre et plenissime restituti. —
Item, quod dominus Donatus Ricchi ser Gherardi de la parte de
Aldigheriis, civis florentinus, legum doctor, quem constat sua
et suorum ascendentium origine semper fuisse et esse guelfum; —
intelligatur esse et sit integre et plenissime restitutus. —
Item, considerato, quanto tempore dominus Iohannes Monis civis
honorabilis florentinus, cum maximis laboribus et solertia, pro
Populo et Comuni Florentie assidue laboravit, et ad presens, pro
honore dicti Populi et Comunis et pro ipso Populo ipse dominus
Iohannes ad militare cingulum est promotus; ut maxime talem
militiam pro ipso Populo perpetuo valeat honorare: quod, etiam
absque aliqua solempnitate servanda aut aliqua fide vel probatione
fienda de predictis vel aliquo predictorum, ipse dominus Iohannes
Monis, in perpetuum, toto tempore sue vite, possit et debeat habere
et habeat quolibet anno, a Comuni Florentie, florenos trecentos
auri recti ponderis et conii florentini, solvendos et dandos eidem
domino Iohanni per camerarium, qui dicitur _Il Camarlingo delle
cinque cose_ dicti Comunis, pro tempore existentem et quemlibet
alium camerarium dicti Comunis seu pro dicto Comuni deputatum vel
deputandum ad infrascriptos redditus recipiendos in genere vel
in spetie, de pecunia quam dictus camerarius seu dicti camerarii
seu alius ex eis pro dicto Comuni recipient, ex proventibus,
pensionibus et redditibus perventuris et que pervenient in Comune
predictum, ad manus ipsius camerarii sive camerariorum, ex Platea
vel occasione Platee Fori veteris civitatis Florentie, et seu a
tabuleriis, becchariis vel Arte becchariorum, et a pollaiuolis et
trecchis et aliis quibuscumque conducentibus vel tenentibus aut qui
conducent vel tenebunt a dicto Comuni vel aliquibus officialibus
dicti Comunis dictam Plateam et seu apothecas, sive aliquam partem
vel loco ipsius Platee. —
Item, quod dominus Alexander domini Riccardi de Bardis civis
florentinus et eius filii et descendentes per lineam masculinam
et quilibet ipsorum intelligantur esse et sint deinceps populares
et de populo civitatis Florentie; — et quod etiam, nullo modo
vel causa teneantur mutare nomen consortarie vel arma, nec in
aliquo teneantur observare vel facere ea de quibus disponitur et
continetur in reformatione et provisione edita de mense augusti
MCCCLXI, que inter alia disponit in effectu, quod magnates facti
populares seu beneficium popularitatis merentes, teneantur coram
officio dominorum Priorum et Vexilliferi comparere et renuntiare
consortarie et agnationi suorum consortum et alia arma sibi
eligere. — Et quod dictus dominus Alexander intelligatur esse et
sit de officio et ad officium Octo balie Comunis Florentie, et
habere et habeat illam eamdem et similem auctoritatem et potestatem
quam in dicto officio habet quilibet alius qui dicto officio Octo
balie presideat.
Item, quod Capitanei Partis guelfe civitatis Florentie teneantur
et debeant, hinc ad quinque dies proxime futuros a die qua presens
Provisio firmata fuerit in Consilio domini Potestatis et Comunis
Florentie, sub pena florenorum mille auri, pro quolibet ipsorum
Capitaneorum, representare et consignare officio dominorum Priorum
et Vexilliferi iustitie Vexillum regale dicte Partis. Et quod,
decetero, Capitanei dicte Partis, presentes vel futuri seu alii pro
dicta Parte, dictum Vexillum vel simile tenere non debeant. Et hoc
intelligatur de Vexillo regali quod factum fuit tempore domini Lapi
de Castiglionchio et sotiorum, qui prefuerunt offitio Capitaneorum
dicte Partis de mense februarii proxime preteriti, et de quocumque
alio simili vexillo.
Item, quod, expensis et de pecunia Comunis Florentie, ematur et
emi debeat una apotheca sufficiens et ydonea que sit propria et
pleno iure populi minuti civitatis Florentie, pro adunando Artem
et Consules dicti populi et alia opportuna ipsi Arti faciendo. Et
quod in ipsa apotheca et eius emptione possit et debeat expendi de
pecunia dicti Comunis usque in quantitatem florenorum quingentorum
auri; et quod camerarii Camere dicti Comunis, sub pena florenorum
mille auri, cuilibet ipsorum hec non servanti auferenda et Comuni
Florentie applicanda, possint teneantur et debeant dare solvere
et pagare cuicumque deliberatum fuerit per dictos Consules
dicti populi minuti, — de quacumque pecunia dicti Comunis et ad
quodcumque aliud deputata vel deputanda, usque in quantitatem
florenorum quingentorum auri recti ponderis et conii florentini
integros et sine ulla solutione vel retentione diricture oneris vel
gabelle et absque aliqua apodixa licentia vel subscriptione habenda
vel solempnitate servanda, sed solum visa presenti reformatione et
habita deliberatione Consulum predictorum. Que apotheca emi debeat
hinc ad per totam quintam decimam diem mensis augusti proxime
secuturi.
Item, quod Spinellus Luce Alberti, ser Stefanus ser Mattei Becchi
et ser Benedictus ser Landi, cives florentini et quilibet ipsorum,
intelligantur esse et sint consortes et confederati domini
Salvestri domini Alamanni de Medicis et aliorum dominorum Priorum
Artium Populi et Comunis Florentie, qui officio prefuerunt de mense
iunii proxime preteriti, et aliorum qui cum dicto domino Salvestro,
tunc Silvestro, habuerunt baliam generalem a Comune predicto illis
modo, forma et ordine quibus ipsi de Balia simul consortes facti et
confederati fuerunt. Et habeant et habere intelligantur et potiri
et gaudere possint et valeant omnibus et singulis privilegiis
immunitatibus et prerogativis quibus potiuntur et gaudent seu
potiri et gaudere possunt dictus dominus Silvester, olim Silvester,
tunc Vexillifer iustitie, et eius sotii et alii de dicta Balia,
vigore ordinamentorum factorum de dicto mense iunii.
Item, quod per predicta in presenti Provisione contenta vel aliquod
ipsorum nullum preiudicium generetur vel fiat, nec in aliquo
intelligatur derogari alicui Provisioni hodie firmate vel firmande
in Consilio domini Capitanei et Populi florentini.