Ma se poi si guardi non più al discorso familiare, sibbene a quello

di chi parla solo ed a bell’agio e non interrotto, in faccia ad un

pubblico o ad una qualsiasi radunanza; allora il linguaggio s’avvicina

molto allo scrivere, di cui ben fu detto non essere altro che un

pensato parlare: nondimeno chi ponga mente, per non dire altro, al

tempo che mette generalmente più lungo in questo pensare l’uomo che

scrive di colui che parla, non che al discorso che n’esce fuori; noterà

essere delle differenze per cui la parola scritta è meno viva sempre di

quella ch’esce parlando quanto mai si possa pensatamente. Si vede nei

libri, quando l’autore poco avvezzo a dire le cose, va cercando ad esse

una forma che si adatti ai libri: nei Greci antichi e nei Latini ci si

fa innanzi sempre l’oratore. Imperocchè allo scrivere con efficacia è

grande aiuto l’uso del parlare, dove uno s’addestra a certo artifizio

cui più di rado pervengono le scritture; dico quella distribuzione

sagace di concisione e di abbondanza e di facilità e di sostenutezza,

e quei colori appropriati a’ luoghi secondo richiedono i vari argomenti

e le diverse parti dell’orazione: s’imparano queste cose dagli effetti

che in altrui produce la nostra parola. Laonde a chi scrive manca una

scuola molto essenziale, quando egli non abbia la mente già instrutta

di quelle forme per cui si esprimono parlando le cose che egli vuole

scrivere. La quale mancanza, che fu in Italia dai tempi antichi e si

protrasse poi nei moderni, ha dato spesso ai nostri libri certa aridità

solenne, la quale ebbe nome di stile accademico. Da questo vizio salvò

i Francesi la conversazione, la quale fu ad essi come una sorta di vita

pubblica e informò lo scrivere in ogni qualsiasi più grave argomento;

talchè gli scrittori nel tempo medesimo che ne acquistavano maggior

vita, divennero anche più facilmente e più generalmente popolari, così

da esercitare nella lingua quel maestrato il quale ha bisogno la lingua

medesima che venga dai libri. Questa sorta di maestrato quale si sia

disse tanto bene Vito Fornari in un recente suo libretto, ch’io farei

torto al mio concetto se non lo esprimessi con le medesime sue parole:

«Se egli è giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli

scrittori, non si vorrà per questo affermare che si trovi intero fuori

degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più fine relazioni e

determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non vengono

significate se non quando si scrive, cosicchè alcuna piccola parte

de’ vocaboli e molta parte de’ modi di dire e de’ costrutti non si può

imparare altrove che nelle scritture.[566]»

Per essere in questo modo imperfetta la lingua nostra, potè nel secolo

di cui scriviamo essere accusata «di _viltà_ e non capace nè degna

di alcuna eccellente materia e subietto;» come attesta Lorenzo de’

Medici in quel Commento del quale abbiamo poc’anzi discorso. Bene egli

l’assolve da tale accusa con argomenti di ragione e con gli esempi

di Dante e del Petrarca e del Boccaccio. Ma quasi non fossero per sè

valevoli quegli esempi, afferma al suo tempo essere la lingua «tuttora

nella _adolescenza_, perchè ognora più si fa elegante e gentile. E

potrebbe facilmente nella gioventù e adulta età sua venire ancora

in maggiore perfezione, tanto più se il Fiorentino impero venisse

ad ampliarsi e a distendersi maggiormente:[567]» pensiero nel quale

stavano adombrati il male e il rimedio, ma insieme i concetti dell’uomo

di Stato. Tali erano dunque le condizioni di questa lingua negli ultimi

anni del quattrocento; l’abbiamo veduta per l’andamento suo naturale

progredire nelle sue più familiari ed umili forme, e nella opinione

dei letterati intanto scadere. Ma ricorrendo ora col pensiero per tutto

quello che si è finquì scritto, abbiamo noi ed avrà chi legge, dovuto

accorgersi che il discorso nostro non v’era mai stato caso che uscisse

fuori dei confini della Toscana. Di ciò cagione fu la mancanza di libri

o scritture in lingua italiana usciti dalle altre provincie d’Italia. È

fatto che importa, e ora vuol essere meglio dichiarato.

Volere discernere se dalla cultura dei primi Toscani uscisse la lingua

o dalla lingua la coltura, somiglierebbe troppo l’antica lite di

precedenza che fu tra l’ovo e la gallina; poichè la lingua essendo una

materiale determinazione dei pensieri e degli affetti che si produssero

dentro a quel popolo che la forma, diviene strumento che rende capace

quel popolo a nuove produzioni del pensiero e a viepiù estendere la

sua coltura. Oltredichè una lingua è monca e dappoco finch’ella non

abbia la sua finitezza negli usi letterari, cioè finchè non sia capace

ad esprimere le cose pensate fuori del comune uso e prima ordinate

dalla lenta opera degli intelletti, finchè non abbia insomma prodotto

dei libri. Ciò avvenne in Toscana subito dopo al 1250, prima di quel

tempo dovendosi credere non bene compita questa _moderna favella_, come

Dante la chiamava. Ma ebbe ad un tratto scrittori in buon numero, e

si cominciò a tradurre in lingua volgare gli autori latini; il che era

indizio di nuovo idioma in tutto distaccatosi dall’antico. E furono gli

anni nei quali Firenze divenuta possente ad un tratto, si rivendicava

in libertà, fondava una repubblica popolare, pigliava in Italia

l’egemonia delle città guelfe, diveniva maestra delle Arti e produceva

il libro di Dante.

La lingua latina, o a meglio dire la lingua classica dei libri latini,

che fu esemplare ai nostri autori fino dal nascere del volgare, era

il portato di una solenne elaborazione del pensiero, la quale si fece

dentro a Roma stessa, sovrapponendosi alla forma latina che aveva quivi

il parlare degli Italici. Nata nel fôro e nel Senato e poi sovrana

sul Campidoglio, si distendeva per tutta Italia come lingua insieme

politica e letteraria; discesa quindi nelle Basiliche dei cristiani,

divenne propria della religione. Così può dirsi che il latino venisse

a scendere nella lingua nostra seguendo due strade in parte diverse.

Discese ne’ vari popoli d’Italia seguendo la naturale trasformazione

dei dialetti che fin dalla prima conquista romana si erano formati

nelle varie provincie d’Italia. Discese poi per l’autorità somma che

diedero al latino classico, qui ed altrove, la religione, la politica,

la giurisprudenza e la cultura letteraria dai primi e più elementari

dirozzamenti al punto ultimo in fin dove potè condursi in quella età.

Fu questo modo comune a tutte le parti d’Italia, salvo in ciascuna

d’esse le differenze dei dialetti e della cultura. Ora a me sembra che

la Toscana avesse in entrambi questi modi un qualche vantaggio sulle

altre provincie; e che le due strade per le quali passò il latino a

farsi italiano fossero in Toscana o meno distanti tra loro o quasi

congiunte. Si è detto già come il volgare nella sua stessa antica

rozzezza dovesse qui essere più latino di quel che fosse colà dov’era

mistura di celtico; e la stessa lingua letteraria dovette qui avere per

le cagioni medesime assai più facile entratura. Tale vantaggio ebbero

i Toscani; ma recò ad essi questo inconveniente, che il latino e il

volgare più facilmente si confondessero, e che il latino stesse innanzi

agli scrittori non solamente come esemplare, ma come termine verso cui

dovesse intendere il volgare scritto, quasichè a culmine di sè stesso.

Di tutto ciò pare a me rinvenirsi una qualche traccia da Dante infino

al Machiavelli; che è quanto dire per tutto il corso della formazione

compiuta e stabile della lingua nostra.

In tutto diverse dalle condizioni che aveva il latino avuto in Roma,

furono quelle che il volgare si era fatte in un popolo d’artisti, ed

ebbe tosto una letteratura che per due secoli manteneva l’impronta in

sè stessa della città che l’avea formata. Quale si fosse abbiamo noi

cercato mostrare sin qui: ma perchè s’intenda come le altre provincie

nulla a quel moto partecipassero, vorremmo che studi maggiori si

facessero sopra i vari dialetti d’Italia, mostrando per quali più

lenti passi si conducessero anch’essi ad avere scrittori che fossero da

contare oggi tra gli italiani. Allora si vedrebbe fino a qual punto ciò

conseguissero per via d’imprestiti sopra i libri d’autori toscani; ma

nè potevano questo fare, nè il farlo sarebbe stato sufficiente, finchè

i dialetti più inferiori avessero tutta serbata l’antica loro povertà

e rozzezza. Era il toscano, in fine dei conti (come si è veduto), un

italiano più compiuto e più determinato, più omogeneo in sè stesso e

più latino, perchè il parlare dell’antica plebe a questo più affine,

aveva in sè stesso trovato la forma della lingua nuova a cui si era più

presto condotto. Nelle altre provincie più era da fare; e quello che

si fece, rimase dialetto perchè le misture avevano in sè troppo forti

discordanze; i suoni, gli accenti sempre non erano italiani.

A mezzo il dugento uno scrittore pugliese, Matteo Spinelli da

Giovenazzo, avrebbe prima del Malespini in una sua Cronaca mostrato

un esempio di lingua italiana, che poi rimaneva lungamente solitario.

Il che invero non sapeva io troppo bene come spiegarmi: se non

che in oggi, dopo alle cose scritte da un dotto tedesco pare a me

essere dimostrato, che nella Cronaca del Pugliese avesse un uomo del

cinquecento levigato l’antico idioma e forse in qualche parte corretto

lo stile, perchè io non so bene indurmi a credere che fosse tutta

falsificata e che l’editore l’avesse a disegno spruzzata di antiche

voci e desinenze napoletane.[568] Gran tempo corse prima che uscissero

da quelle provincie, e meno ancora dalle settentrionali, libri di

prosa scritti in una lingua la quale non fosse come rinchiusa nel

natìo dialetto. Ne abbiamo esempio in quella Vita di Cola di Rienzo

la quale fu o si crede scritta dal romano Fortifiocca dopo alla metà

del trecento. Qui perchè siamo nella Italia media, la penna corre

facile e sciolta; ma tanto è ivi del romanesco, tante le alterazioni

dei suoni e quelle che a tutto il resto d’Italia infino d’allora

comparivano brutture, da porre quel libro fuori del registro dei libri

italiani. Quanto alle lettere familiari, un maggiore studio sarebbe

da farne secondo i tempi e le provincie; ma, per via d’esempio,

quelle che abbiamo degli Sforza irte e stentate, fanno contrasto

alle bellissime che allora e prima scrivevano l’Albizzi[569] e altri

Commissari fiorentini. Le Cronache in lingua italiana, ma di autori

non toscani, che si hanno dalla metà del XIV fino verso la fine del XV

secolo, nulla c’insegnano di quello che importi al nostro proposito,

perchè il Muratori che le pubblicava badando ai fatti, e non volendo

nè oscurarli con le rozzezze dei dialetti, nè tener dietro alle

ignoranze dei copisti, tradusse (com’egli accennava nelle prefazioni)

coteste Cronache nella lingua comune al suo tempo. Generalmente però

è da notare che appartengono all’Italia media o alla Venezia, poche

estendendosi verso il mezzogiorno: in quelle provincie la lingua

italiana si era formata più d’accordo con sè stessa per la maggiore

affinità che era tra’ popoli primitivi; e potè quindi salire al

grado di lingua scritta più presto che non potessero quelle dov’erano

popoli usciti di razza celtica od iberica. Le versioni dei Romanzi di

cavalleria generalmente scritti in lingua francese, dovrebbe cercarsi

se alle volte non appartenessero ai luoghi dov’ebbe maggiore entrata

questo idioma. Tutto ciò vorrei che gli eruditi ci dichiarassero,

pigliando esempio dalla non mai infingarda curiosità degli uomini

tedeschi. Ma si tenga a mente come tra l’uso della poesia e quello

della prosa le cose andassero in modo diverso. La poesia lirica fu

italiana dai suoi primordii e si mantenne: da Ciullo d’Alcamo siciliano

al Guinicelli bolognese ed al Petrarca un andamento sempre uniforme

la conduceva fino al sommo della perfezione per una via che rimase

sempre l’istessa nel corso dei secoli. Emancipatasi dal latino prima

della prosa, fu in essa più certo l’uso della lingua ed ebbe consenso

che l’altra non ebbe: quindi noi troviamo che in sulla fine del

quattrocento v’era una lingua nazionale della poesia, che nulla ha per

noi nè d’antiquato nè di provinciale; il che non può dirsi dei libri di

prosa.

Ma quello era il tempo nel quale in Europa non che in Italia pareano

le cose pigliare un essere tutto nuovo; ciascuna nazione d’allora

in poi ebbe la propria sua lingua più o meno perfetta, ma in tutte

recata a foggia moderna. Era un procedere naturale, ma che in Italia

più vivo che altrove, doveva estendersi dappertutto: le minori città,

meno chiuse in sè medesime poichè avevano perduto ciascuna la fiera

indipendenza municipale, si aggregavano alle grandi, e l’una con

l’altra più si mescolavano; la vita più agiata voleva relazioni più

frequenti, gli Stati col farsi più vasti creavano nuovi centri di

cultura, le Corti ambivano essere accademie. Intanto lo studio classico

diffuso per tutta l’Italia valeva molto a correggere quei volgari

ch’erano rimasti infino allora meno latini; dal fondo di ciascun

dialetto cavava lo studio dei libri classici una forma, la quale

applicata all’uso cólto di quei dialetti, faceva quest’uso naturalmente

essere più italiano e più capace di trarre a sè quella finitezza che

prima avevano acquistata i soli libri dei Toscani: venivano i suoni

a farsi più molli, più agevole certa speditezza di costrutti; molte

proprietà di lingua che i Toscani avevano appreso dall’uso antico

tra loro, gli altri imparavano dal latino. Notava sapientemente il

Tommasèo, come le etimologie sieno più assai che non si crederebbe

mantenute dall’uso del popolo non che da quello dei grandi scrittori:

ciò era in Toscana più spesso che altrove; negli altri dialetti gli

uomini cólti le ritrovavano qualche volta per lo studio dell’antico

latino e quindi le riconducevano nei libri. A questo modo il latino,

ch’era stato impedimento allo scrivere dei Toscani, condusse nelle

altre provincie i dialetti a meglio rendersi italiani.

In questo tempo era trovata la stampa, dal che la parola aveva

acquistato come un nuovo organo a diffondersi. Presso i Greci ed i

Latini e in tutte le antiche letterature pagane, chi si metteva a

scrivere un libro sapeva bene che sarebbe andato in mano di pochi;

cercavano quindi il loro teatro, a così dire, nella posterità: di

qui è che i libri ne uscivano più pensati e meno curanti di essere

popolari; questo vantaggio hanno i libri classici, e quindi più servono

alla disciplina del pensiero. Ma lasciando stare queste cose, gli

autori toscani, eccetto i poeti, scrivevano sì per l’uso del popolo ma

solamente per quello della provincia loro, non credendo essere intesi

nelle altre: quindi è che i libri che apparissero meritevoli, venivano

tradotti in lingua latina per dare ad essi, così dicevano, maggiore

divulgazione. Quando poi si cominciò a stampare (com’è naturale) quei

libri ch’erano più cercati, ebbe il Petrarca la prima edizione l’anno

1470, e la ebbe il Boccaccio nel tempo medesimo; nel 1472 tre non delle

maggiori città d’Italia si onoravano pubblicando ciascuna il Poema di

Dante, che usciva a Napoli poi nel 1473, ed aveva bentosto l’aggiunta

di nuovi commenti, ma in lingua latina. D’altri toscani antichi non

mi pare che avesse edizioni in quei primi anni altri che il Cavalca

sparsamente per l’Italia, ma per tutte quasi le varie sue opere; e

oltre lui, pochi degli ascetici: stamparono questi perchè erano i

soli che avessero fama allora in Italia e che dovessero andare tra ’l

popolo.

Nel mentre che autori delle altre provincie pubblicavano commentato in

lingua latina il libro di Dante, un toscano che da principio soleva

scrivere latina ogni cosa, Cristoforo Landino, poneva le mani a

stenderne un molto ampio commento in lingua italiana. Di già i vecchi

commentatori del trecento parevano a lui essere un poco antiquati,

ed io per me credo che senza la stampa non avrebbe egli pensato un

lavoro il quale intendeva riuscisse, come ora si direbbe, popolare. Lo

stesso Landino avea pubblicato l’anno 1476 una versione dell’_Istoria

naturale_ di Plinio in _lingua fiorentina_, che altrove chiama

_toscana_ e dice essere lingua comune a tutta Italia. Questa versione,

dov’entra un numero stragrande di voci, ed il Commento dantesco

stampato nel 1481, io credo non poco servissero agli scrittori tuttora

inesperti, che ebbero in quei libri un esemplare di lingua vivente

allora in Firenze ma non di lingua delle piazze, perchè il Landino per

antico abito disdegnava quei modi di scrivere che a lui sapessero di

plebeo. Nello stesso anno 1481 usciva il _Morgante_ di Luigi Pulci; e

insieme i tre libri non poco servirono a render meglio familiare l’uso

dello scrivere in lingua comune. Lorenzo de’ Medici e Angiolo Poliziano

ebbero fama, e non del tutto immeritata, come restauratori del buono

scrivere italiano. Lorenzo promosse l’uso di questa lingua e lo difese,

dandone egli stesso in verso e in prosa pregiati esempi. Seguendo il

genio suo nativo, che lo conduceva bene all’acquisto della grandezza,

cercò egli essere popolare; la conversazione lo aveva formato più che

lo studio; si atteneva quindi assai di buon grado all’uso fiorentino

in quelle minori poesie, le quali, o sacre o sollazzevoli, bramava che

fossero cantate dal popolo; facea versi anche pe’ contadini. Per tutto

questo meritò bene della lingua, più ancora che non facesse il classico

Poliziano, il quale insegnava a trarre la forma della poesia italiana

dai greci autori e dai latini.

Finiva il secolo, e la lingua toscana s’avviava a farsi italiana. Alle

altre provincie, secondo che divenivano più cólte, non bastava l’uso

di quei volgari plebei a cui rimase nome di dialetti; perchè a cotesto

uso mancavano spesso non che le voci per cui si esprimono idee non

pensate dagli uomini rozzi, ma più ancora le frasi o locuzioni e il

giro e la forma di quel discorso più condensato che si chiama scelto,

più breve e rapido perchè cerca comprendere un maggior numero d’idee;

forma che serve generalmente a chi si mette a scrivere un libro. Non

so che i dialetti fossero insegnati nelle scuole, nè che si pensasse

a coltivarli come lingua letteraria. Ciò tanto è vero, che il fare

libri nel dialetto proprio agli autori non toscani, cominciò tardi,

e fu per gioco e come una sorta di prova non tanto facile, perchè lo

scrittore deve in quel suo dialetto cacciare e costringere le frasi

e i costrutti ch’egli era solito pigliare da un uso più cólto e più

universale. Ma per contrario, quando nel primo tempo l’autore avvezzo

al suo dialetto voleva innalzarlo fino a quella lingua ch’era intesa da

tutti, ne aveva in sè il germe che la coltura vi avea già posto; e il

nuovo processo veniva più facile, essendo per molta parte il compimento

di quell’antico suo parlare. È stato già detto che a scrivere bene

in lingua italiana, la meglio è cercarla ciascuno nel fondo del suo

dialetto, perchè a correggere o a dirozzare questo si vede uscirne

fuori quella lingua comune di cui la lingua toscana già diede agli

altri dialetti la forma e che n’è il fiore e la perfezione. Ma questi

dialetti poichè non bastavano a quell’uso più ampio e più scelto,

chiunque volesse parlare o scrivere in tal modo non poteva pigliarne

le forme da un altro dialetto, perchè non s’intendono questi fra loro;

poteva bene pigliarle da quel linguaggio e da quell’uso più accettabile

universalmente, che vivo in Toscana corregge dappertutto i plebei

parlari perchè più italiano di ciascuno d’essi. Ciò veramente poteva in

qualche parte dirsi opera di traduzione; e questo fu il caso di quei

primi non toscani, i quali sul finire del secolo XV cominciarono a

scrivere libri in lingua toscana.

Vorremmo allegare qui alcuno di quelli sparsi documenti che a noi

fu lecito di raccogliere, se fosse qui luogo a minute ricerche o se

quelle che abbiamo fatte ci apparissero sufficienti. Crediamo però che

i pochi esempi sieno conferma di quello che abbiamo sopra accennato

quanto alla difficoltà che avevano maggiore o minore le altre provincie

a farsi nello scrivere italiane, secondo le varie qualità delle

misture ch’erano entrate in ciascun dialetto. Abbiamo un Testamento

politico di Lodovico il Moro[570] scritto sulla fine del quattrocento

in lingua milanese che vorrebb’essere italiana; e nella città stessa

abbiamo l’Istoria di Bernardino Corio, che finisce al primo entrare

del secolo susseguente: qui sembra il dialetto nascondersi affatto,

ma lo stile duro e faticato ha proprio l’aspetto d’un nuovo e non

sempre felice sforzo che l’autore fece usando una lingua che tutti

leggessero. Questa, e l’Istoria napoletana di Pandolfo Collenuccio

da Pesaro, credo sieno i primi libri dove il toscano fosse cercato

da scrittori non toscani: il Corio di molto sopravanzò l’altro per

la materia, ma il Pesarese più franco e sicuro in quanto alla lingua,

scrive anche in modo assai più scorrevole. Generalmente gli uomini più

meridionali e, su su venendo, quelli della sponda dell’Adriatico, si

erano prima fidati più degli altri al natìo dialetto così da usarlo

anche nello scrivere. I Veneziani, etruschi d’origine, come hanno

dialetto meno degli altri discordante, così lo usarono, sebbene con

qualche temperamento, sino al finire della Repubblica nelle arringhe

che si facevano in Senato o nella sala del Gran Consiglio; tanto che

v’era un’eloquenza in veneziano, quale non credo che fosse nemmeno in

Firenze, dove il Gran Consiglio durò poco, e prima era scarso l’uso

del parlare in modo solenne. La vita e la lingua qui erano nel popolo,

da cui venivano come a scuola gli scrittori quando al principio del

cinquecento l’urto straniero ci ebbe insegnato a rendere cose quanto si

poteva nazionali, la vita almeno civile e la lingua.

Pochi anni prima di quel tempo Fra Girolamo Savonarola venuto giovane

da Ferrara dove il parlare aveva qualcosa del veneto, cominciò in

Firenze a predicare. «Da principio diceva _ti_ e _mi_; di che gli altri

Frati si ridevano.[571]» Divenne poi grande oratore avendo appreso qui

la correttezza e la proprietà della favella, senza mai troppo cercare

addentro nell’uso più familiare di questo popolo Fiorentino. Dal quale

poi trasse non poco un altro Ferrarese, l’Ariosto, ma con quel fino e

squisito gusto ch’era a lui proprio; e se io dovessi dire quali autori

allora o poi meglio adoprassero nelle scritture quell’idioma che solo

era degno di essere nazionale, porrei senza fallo il nome dell’Ariosto

accanto a quelli di due Toscani, che sono il Berni ed il Machiavelli.

Lo scrivere andante si poteva bene imparare anche da due poeti come

quelli, perchè infine la lingua della poesia viene dalla lingua della

prosa, di cui non è altro che un uso più libero.

Così alla fine questo volgare che aveva data nei suoi primordii

una promessa poco attenuta, che fu negletto per oltre un secolo o

rinnegato anche in Toscana da chi teneva il latino essere tuttavia

l’idioma illustre della nazione, questo volgare divenne allora quel

che non era mai prima stato, lingua italiana. A questo effetto

andavano tutte insieme le cose allora in Italia: già la coltura

diffondendosi agguagliava presso a poco l’intera nazione ad un

comune livello, intantochè le armi forestiere distruggevano in un

con le forze provinciali e cittadine quanto nei piccoli Stati soleva

in antico essere di splendore e di bellezza; l’idea nazionale, che

allora spuntava, cominciò a farsi strada nella lingua. Ma era troppo

tardi: gli ingegni fiorivano, le lettere e le arti toccavano il

colmo, l’Italia insegnava alle altre nazioni fino alle eleganze e alle

corruttele della vita; possedeva una esperienza accumulata d’uomini e

di cose tale, che una piccola città italiana aveva in corso più idee

che non fossero allora in tutto il resto d’Europa; di scienza politica

ve n’era anche troppa. Ma quando poi sopravvennero i tempi duri, questo

tanto sfoggiare d’ingegni non approdò a nulla, perchè le volontà in

Italia erano o guaste consumate dall’abuso, o vólte a male. Quegli anni

che diedero i grandi scrittori passarono in mezzo a guerre straniere,

dove gli Italiani da sè nulla fecero, nulla impedirono; e come ne

uscisse acconcia l’Italia non occorre dire.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 34 / 51 段