..... Nessuna novella del fuggitivo. Che il cielo l'accompagni! Il
mio cuore s'è allargato nella pace di prima. Io sono rassegnato e
tranquillo nella mia coscienza.
Non so spiegarmi il come non ricevessi ancora riscontro alcuno da *** e
da *** alle ultime mie lettere....
. . . . . . .
«[5]Molti presuntuosi reputano impossibile tutto ciò che per loro o
non si sa o non si fa; moltissimi considerano le grandi cose che non
intendono o che non sono capaci di operare, come inutile fatica d'un
esaltato fanatismo; e stanchi prima d'intraprendere, si addormono sui
morbidi ma dannosi letti dell'ozio. Tanto è superbo l'amore di noi
stessi per non confessare la propria ignoranza e la propria debolezza;
tanto è artificioso per giustificarla; tanto è ingiusto per assolverla.
Frattanto l'infingardaggine si scusa colla pretesa impossibilità alle
grandi cose, per non confessare il timore dell'utile fatica; ed il
vizio colla pretesa loro inutilità, per non denunciarsi da sè medesimo
vile ed iniquo; l'infingardaggine ed il vizio diventano costume: e
perchè ciò che non è il costume dei più, sia tristo, sia buono, si
chiama fanatismo e pazzia, ogni bello e generoso ardire vien collocato
indegnamente in quest'ultima classe.»
... «L'uomo contempla rappresentata ne' grandi genii, in una pompa la
più solenne e nella sua più illustre magnificenza, la propria natura:
una sublime compiacenza lo fa inorgoglire delle proprie forze; l'animo
s'eleva ai più ardui concepimenti; il cuore s'infiamma ai più scabrosi
sperimenti; nulla più si tollera di mediocre senza una nausea mortale
ed un magnanimo disprezzo.»
... «Nella rivoluzione de' tempi occorrono età così sciagurate per
corruttela di costume, e così impudenti per abitudine di vizio che
portano in trionfo la colpa, infamemente la collocano sugli altari
della virtù, e, per averle cangiato nome, reputano di purgarsi da
sacrilega idolatria. Allora, gentilezza di modi le mollezze, gloria
l'oro, modestia la viltà, prudenza il timore, umiltà la codardìa,
obbedienza la venalità, senno il raggiro, economia l'usura, avvedutezza
la frode, laude l'adulazione, belle arti la lussuria: in una parola, la
colpa virtù. Tale è il rovescio miserando e scandaloso che si fa d'ogni
buono in cattivo, quasi che per mutar di vocabolo mutino le cose: ma
dando così chiaro a vedere che ogni uomo sente che non è stromento di
scelleratezza, e che tale è necessità per esso la virtù che il delitto
non abbraccia se non colorato dalle tinte di quella. Anche scellerato,
ama d'ingannarsi che non è: epperò, perdendo la virtù ne conserva la
divisa, onde molta è la ciurma degl'ipocriti: e così, se dappertutto
ove sono uomini il delitto ha schiavi, in nessun luogo regna a fronte
scoperta. Quindi accade che, se in così fatti tempi sorge un magnanimo
amico della virtù e del vero, tutti se gli fanno intorno co' sassi; ed
è ben conseguente, perocchè se giunga face là ove tutti han bisogno
di tenebre per ascondere la colpa, tutti si sforzano di spegnerla
subitamente. Delitto dell'amore di noi medesimi, che giustificando i
propri errori è pur uopo che le virtù contrarie condanni per evitar
contradizione: sicchè in cuore invidia l'altrui virtù, e col labbro
la lacera e la condanna. Del resto, la verace virtù che passeggia nel
mezzo alla finta, tacitamente denunzia la colpa nascosa sotto le sue
larve, e coll'opera del paragone squarcia la veste dell'impostura
la più veneranda e la più astuta. Allora si distingue la virtù
dall'ipocrisia che fa studio d'imitarla, coll'eguale facilità che un re
da scena da un re da trono, ed è per questo che in tale condizione di
tempi la virtù e la sapienza sono guardate come due possenti nemiche;
ed è per questo che solo compaiono attraverso lo squarciato manto
d'un'illustre povertà; e che sempre le ritrovi fuggiasche sulle spinose
vie della persecuzione, e spesso ancora fra le catene e dentro la
carcere dell'omicida e del ladro.»
... «Le grandi speranze e i grandi sforzi sono de' generosi; le forti
presunzioni e i deboli attentati de' superbi... Io tutto spero, tutto
tento, nulla presumo!»
... «Se è vero che dal conoscere scende ogni volere e dal volere
ogni operazione umana, con cui si satisfa all'inesorabile bisogno, si
accontenta il desìo insaziabile e si verificano le indelebili speranze,
e nella cui somma soltanto può essere riposta quella felicità ch'è data
ai mortali; se è vero, io dico, tutto questo, debbe scusarsi la nostra
curiosità che tutto ad un solo sguardo vorrebbe possedere lo scibile
umano. Anzi questa curiosità io la reputo come il possente motivo
onde la natura invita l'uomo a ricercarla nel sacrario della scienza:
come col desio della felicità lo spinse alle perenni agitazioni delle
sorti mortali. Quindi è che, una volta messa sulle vie delle indagini
per un sì grande impulso, non già s'avanza gradatamente e con tarda
saggezza, contenta ad un vero discreto; ma impaziente delle sagge
dimore della riflessione, si avanza baldanzoso, prima fidata al solo
probabile, poi al verosimile, ed in ultimo anche al falso in colore
di vero; e così per volere acquistare la vetta per la più spedita via,
corre la più lubrica; e correndo questa bene spesso ritombola al basso.
A spogliar la cosa di veste metaforica, fatto è che quando cessa il
vero ce lo fabbrichiamo coll'ipotesi del nostro cervello; e vien poi
una demenza filosofica che delira argomenti in suo soccorso; i quali,
accreditati dall'umano orgoglio e dall'umana ignoranza, gli ottengono
la cittadinanza del vero; e così, come dicevano i Greci, si abbraccia
la nube per la diva. — Non già ch'io abborra dall'uso giudizioso
dell'ipotesi: so benissimo ch'essa sola batte alle porte della verità;
anzi m'aggrada quella sua audacia con che la sollecita a parlare e le
squarcia il velo più misterioso. Mi rammento di Newton che con essa
s'innalzò in mezzo de' cieli e che da esso imparò come due mirabili
forze equilibrino i firmamenti. Io abborro che lo stromento diventi la
cosa, che la via si reputi a meta, e voglio che l'ipotesi non si usurpi
nome di realtà, ma che con felice metamorfosi si cangi in essa. Ma pur
troppo più persuadono i nomi che le cose: onde il fatto inesorabile
bene spesso appalesa le gradite menzogne di noi stessi: _decipimur
specie recti_.»
.... «La feconda meditazione de' grandi, tacita e nascosa ne' suoi
preziosi ritiri, non ha nemmeno l'applauso che il saltimbanco ottiene
sul trivio; anzi spesso dal volgo le sue sapienti lentezze e le sue
cautele da precipitato giudizio s'imputano a colpa e si accusano d'ozio
e di pigrizia. Ma i grandi, sdegnosi di piatire con una plebe che ha
bisogno d'assiduo cicaleccio per non morir d'inedia sulle vie e ne'
fori, ne confondono le menzogne recando in pubblica luce il frutto
delle loro nascoste fatiche.»
... «Le più sublimi speranze non bisogna misurar col solo calcolo
del corto soffio dell'umana vita. Non bisogna solo calcolar quanto
possa l'individuo; ma quanto può la specie, la cui vita è lunga come
la sua perfettibilità. L'orgoglio umano è una menzogna quasi sempre
nell'individuo; ma spesso nella specie è una verità; è uno sprone
a quanto ella di fatto può. Questo esiste in ogni individuo; e ogni
individuo, al divisamento, è pari al motivo; ma, all'opera, non potendo
quanto la specie, ciò che non sa o non fa lo reputa per un cotale
astuto giro dell'amor di sè stesso o inutile o impossibile. — Ma la
specie all'opposto può di più che non sappia: ognuno porti quel masso
che reggono le sue spalle, e l'edificio s'innalzerà verso il cielo
saldo e sublime. Io l'ho detto: Umana perfezione? un sogno: Umana
perfettibilità, una via di cui non conosco la meta, ma sulla quale io
pure cammino.
. . . . . . . . . . «La patria
«Empie a mille la bocca, a dieci il petto»
Eppure è il centro a cui dobbiamo tendere tutti del paro; e quando
l'interesse privato non è congiunto al pubblico, e perde questa forza
che tira al centro, la società si dissolve. La patria per tanto è
un nome sì augusto, sì venerando, sì santo che al paragone di lui
perdono i più bei nomi di ricchezza, di gloria, d'arti e di scienze.
Se le scienze si opponessero a questo ch'è il primo de' doveri e delle
glorie, le scienze sarebbero un delitto.»
... «Molti, non sapienti ma cerretani, han d'uopo d'ingannare, per non
saper istruire; d'apparenza per esser poveri di realtà; però cangiano
la cattedra nel banco del trivio; non parlano, ma tuonano; non usano
moderato gesto, ma fendono l'aria con tutto il braccio; non dicono cose
ma parole; non hanno espressione viva ed esatta del proprio pensiero,
ma pomposi e vuoti fantasmi mendicati qua e là; e ravvolgono le loro
sentenze nelle tenebre, perchè il lume disvela la loro miseria; si
fanno difficili per non essere avvicinati; non si lasciano intendere
per timore d'esser conosciuti; non hanno altro merito che quello di
strisciarsi dietro una gran toga che copre la loro mendicità; stanno
nel breve cerchio del loro zero, coll'importanza di chi siede in
un gran regno, simili agli oracoli ch'erano oracoli appunto, perchè
nelle tenebre nascondevano la menzogna. E con tal arte d'ipocrisia
scientifica sanno ingannare il volgo degli studenti e nel frastuono
dell'applauso di costoro nascondere il dispregio de' pochi.»
... «Il problema della vita non si risolve mai interamente che
nell'estremo punto dell'esistenza mortale. Ho veduto molti filosofi
studiare l'uomo in culla con ogni modo di accurata osservazione: per
me credo che lo spettacolo dell'uomo che muore non sia meno importante
per la storia del cuore umano, nè meno utile per l'umanità. È certo
che la virtù e un premio immortale della virtù non appaiono mai tanto
una necessità per l'uomo, quanto al momento ultimo della vita mortale.
Questo è l'unico tesoro che non perda il suo aureo colore sulle sponde
del letto dell'agonia e nelle stesse tenebre del sepolcro.»
... «Erano ben saggi quegli antichi Egizii che posero un tribunale il
quale giudicasse la vita di coloro che morivano, e incidesse le giuste
sue sentenze sulle pietre de' sepolcri e sull'arche degli estinti:
si passi la corteccia della cosa, e ciò parrà verissimo per molti
riguardi. Le parole esistenza e nulla rivelano l'_essere_ e il _non
essere_: e l'uomo inevitabilmente tormentato dal desiderio e dalla
speranza della felicità, non potendo trovarla che nel sentire, è pur
forza che rifugga possentemente dal non sentire; in altro modo che
conosca tutta l'opposizione che v'ha tra l'essere e il non essere,
tra le parole esistenza e nulla. È per questo ch'egli, non volendo
perdere in tutto questa vita mortale alla quale la natura lo congiunse
con tanto amore, creò un commercio d'affetti, di misericordie e di
soccorso tra il mondo vivo e il mondo estinto: sicchè egli s'illuda di
non perdere del tutto dopo l'estremo sospiro quanto ne' travagliati
anni della vita umana gli fu più caro, più desiato e più sperato. La
natura medesima sembra lo consigli a consolarsi delle sorti mortali;
mentre suscitando un fioretto sulla funebre zolla, par che voglia
infiorare l'ultimo velo che copre l'uomo. — Il genio colossale degli
Egizii fabbrica le piramidi; i Greci, primi amanti del bello, seminano
fiori e versano unguenti intorno a' sepolcri; i popoli cacciatori
e barbari seppelliscono coll'estinto i suoi dardi e il suo arco,
e sospendono sulla fossa di lui i trofei della sua vittoria; e lo
stesso sciagurato reo di sangue, spesso prima di salire il patibolo
lascia scritto il proprio nome sulle luride pareti della sua prigione.
Poichè la prospettiva della vita, tutto che bella e sparsa di fiori,
è sempre chiusa da una sepoltura, a noi riesce cara la croce piantata
sovr'essa, che conservi il nostro nome e c'impetri una preghiera. —
La religione de' sepolcri educa i nostri cuori ai sentimenti i più
sacri che formano, per così dire, gli amplessi con cui l'uomo s'unisce
in società. La pietà, la misericordia, la gratitudine, l'amore sono
provocati, nudriti e rinforzati dalla religione degli estinti. Colui
che sente la possa e il fremito che inspira una negra croce, sulla
quale leggiamo il bianco nome d'un nostro caro, è forse il barattiere
o l'usuraio? — È vero: una vecchierella che al rintocco della campana
da morto in sulla sera fa piegar le ginocchia alla figlia di sua figlia
innanzi all'entrata d'un camposanto, le segna a dito le croci di quelli
ch'essa non vide, le congiunge le tenere mani, e corregge le inesperte
labbra che balbettano un'innocente preghiera... oh sì! forse è derisa
dall'orgogliosa filosofia che insolente passeggia sulle teste dei
popoli; ma essa forse con maggiore utilità fa sorgere in quel tenero
cuore i sentimenti delle virtù le più veraci, le più sacre. — »
. . . . . . .
— «E un'invisibil Vergine del cielo[6]
È per l'aura sospesa, e mi risponde
Confortando ad amar quella bellezza
Che traspar dal sereno eterno riso...
Del ciel m'invoglia santamente; obblio
Gli atroci disinganni, de' ribaldi
L'ira operosa, ed il fatal periglio
Di fidente innocenza. Ed ondeggiando
Sopra gli abissi del commosso lago
Entro un leve battèl, tranquillamente
Con lei converso a lungo; e mi rivela
Che la calma dolcissima, cui piove
La queta notte in cor del mesto, è parte
Di quella che nel ciel fra poco aspetto.»