3 di maggio.

..... Nessuna novella del fuggitivo. Che il cielo l'accompagni! Il

mio cuore s'è allargato nella pace di prima. Io sono rassegnato e

tranquillo nella mia coscienza.

Non so spiegarmi il come non ricevessi ancora riscontro alcuno da *** e

da *** alle ultime mie lettere....

. . . . . . .

«[5]Molti presuntuosi reputano impossibile tutto ciò che per loro o

non si sa o non si fa; moltissimi considerano le grandi cose che non

intendono o che non sono capaci di operare, come inutile fatica d'un

esaltato fanatismo; e stanchi prima d'intraprendere, si addormono sui

morbidi ma dannosi letti dell'ozio. Tanto è superbo l'amore di noi

stessi per non confessare la propria ignoranza e la propria debolezza;

tanto è artificioso per giustificarla; tanto è ingiusto per assolverla.

Frattanto l'infingardaggine si scusa colla pretesa impossibilità alle

grandi cose, per non confessare il timore dell'utile fatica; ed il

vizio colla pretesa loro inutilità, per non denunciarsi da sè medesimo

vile ed iniquo; l'infingardaggine ed il vizio diventano costume: e

perchè ciò che non è il costume dei più, sia tristo, sia buono, si

chiama fanatismo e pazzia, ogni bello e generoso ardire vien collocato

indegnamente in quest'ultima classe.»

... «L'uomo contempla rappresentata ne' grandi genii, in una pompa la

più solenne e nella sua più illustre magnificenza, la propria natura:

una sublime compiacenza lo fa inorgoglire delle proprie forze; l'animo

s'eleva ai più ardui concepimenti; il cuore s'infiamma ai più scabrosi

sperimenti; nulla più si tollera di mediocre senza una nausea mortale

ed un magnanimo disprezzo.»

... «Nella rivoluzione de' tempi occorrono età così sciagurate per

corruttela di costume, e così impudenti per abitudine di vizio che

portano in trionfo la colpa, infamemente la collocano sugli altari

della virtù, e, per averle cangiato nome, reputano di purgarsi da

sacrilega idolatria. Allora, gentilezza di modi le mollezze, gloria

l'oro, modestia la viltà, prudenza il timore, umiltà la codardìa,

obbedienza la venalità, senno il raggiro, economia l'usura, avvedutezza

la frode, laude l'adulazione, belle arti la lussuria: in una parola, la

colpa virtù. Tale è il rovescio miserando e scandaloso che si fa d'ogni

buono in cattivo, quasi che per mutar di vocabolo mutino le cose: ma

dando così chiaro a vedere che ogni uomo sente che non è stromento di

scelleratezza, e che tale è necessità per esso la virtù che il delitto

non abbraccia se non colorato dalle tinte di quella. Anche scellerato,

ama d'ingannarsi che non è: epperò, perdendo la virtù ne conserva la

divisa, onde molta è la ciurma degl'ipocriti: e così, se dappertutto

ove sono uomini il delitto ha schiavi, in nessun luogo regna a fronte

scoperta. Quindi accade che, se in così fatti tempi sorge un magnanimo

amico della virtù e del vero, tutti se gli fanno intorno co' sassi; ed

è ben conseguente, perocchè se giunga face là ove tutti han bisogno

di tenebre per ascondere la colpa, tutti si sforzano di spegnerla

subitamente. Delitto dell'amore di noi medesimi, che giustificando i

propri errori è pur uopo che le virtù contrarie condanni per evitar

contradizione: sicchè in cuore invidia l'altrui virtù, e col labbro

la lacera e la condanna. Del resto, la verace virtù che passeggia nel

mezzo alla finta, tacitamente denunzia la colpa nascosa sotto le sue

larve, e coll'opera del paragone squarcia la veste dell'impostura

la più veneranda e la più astuta. Allora si distingue la virtù

dall'ipocrisia che fa studio d'imitarla, coll'eguale facilità che un re

da scena da un re da trono, ed è per questo che in tale condizione di

tempi la virtù e la sapienza sono guardate come due possenti nemiche;

ed è per questo che solo compaiono attraverso lo squarciato manto

d'un'illustre povertà; e che sempre le ritrovi fuggiasche sulle spinose

vie della persecuzione, e spesso ancora fra le catene e dentro la

carcere dell'omicida e del ladro.»

... «Le grandi speranze e i grandi sforzi sono de' generosi; le forti

presunzioni e i deboli attentati de' superbi... Io tutto spero, tutto

tento, nulla presumo!»

... «Se è vero che dal conoscere scende ogni volere e dal volere

ogni operazione umana, con cui si satisfa all'inesorabile bisogno, si

accontenta il desìo insaziabile e si verificano le indelebili speranze,

e nella cui somma soltanto può essere riposta quella felicità ch'è data

ai mortali; se è vero, io dico, tutto questo, debbe scusarsi la nostra

curiosità che tutto ad un solo sguardo vorrebbe possedere lo scibile

umano. Anzi questa curiosità io la reputo come il possente motivo

onde la natura invita l'uomo a ricercarla nel sacrario della scienza:

come col desio della felicità lo spinse alle perenni agitazioni delle

sorti mortali. Quindi è che, una volta messa sulle vie delle indagini

per un sì grande impulso, non già s'avanza gradatamente e con tarda

saggezza, contenta ad un vero discreto; ma impaziente delle sagge

dimore della riflessione, si avanza baldanzoso, prima fidata al solo

probabile, poi al verosimile, ed in ultimo anche al falso in colore

di vero; e così per volere acquistare la vetta per la più spedita via,

corre la più lubrica; e correndo questa bene spesso ritombola al basso.

A spogliar la cosa di veste metaforica, fatto è che quando cessa il

vero ce lo fabbrichiamo coll'ipotesi del nostro cervello; e vien poi

una demenza filosofica che delira argomenti in suo soccorso; i quali,

accreditati dall'umano orgoglio e dall'umana ignoranza, gli ottengono

la cittadinanza del vero; e così, come dicevano i Greci, si abbraccia

la nube per la diva. — Non già ch'io abborra dall'uso giudizioso

dell'ipotesi: so benissimo ch'essa sola batte alle porte della verità;

anzi m'aggrada quella sua audacia con che la sollecita a parlare e le

squarcia il velo più misterioso. Mi rammento di Newton che con essa

s'innalzò in mezzo de' cieli e che da esso imparò come due mirabili

forze equilibrino i firmamenti. Io abborro che lo stromento diventi la

cosa, che la via si reputi a meta, e voglio che l'ipotesi non si usurpi

nome di realtà, ma che con felice metamorfosi si cangi in essa. Ma pur

troppo più persuadono i nomi che le cose: onde il fatto inesorabile

bene spesso appalesa le gradite menzogne di noi stessi: _decipimur

specie recti_.»

.... «La feconda meditazione de' grandi, tacita e nascosa ne' suoi

preziosi ritiri, non ha nemmeno l'applauso che il saltimbanco ottiene

sul trivio; anzi spesso dal volgo le sue sapienti lentezze e le sue

cautele da precipitato giudizio s'imputano a colpa e si accusano d'ozio

e di pigrizia. Ma i grandi, sdegnosi di piatire con una plebe che ha

bisogno d'assiduo cicaleccio per non morir d'inedia sulle vie e ne'

fori, ne confondono le menzogne recando in pubblica luce il frutto

delle loro nascoste fatiche.»

... «Le più sublimi speranze non bisogna misurar col solo calcolo

del corto soffio dell'umana vita. Non bisogna solo calcolar quanto

possa l'individuo; ma quanto può la specie, la cui vita è lunga come

la sua perfettibilità. L'orgoglio umano è una menzogna quasi sempre

nell'individuo; ma spesso nella specie è una verità; è uno sprone

a quanto ella di fatto può. Questo esiste in ogni individuo; e ogni

individuo, al divisamento, è pari al motivo; ma, all'opera, non potendo

quanto la specie, ciò che non sa o non fa lo reputa per un cotale

astuto giro dell'amor di sè stesso o inutile o impossibile. — Ma la

specie all'opposto può di più che non sappia: ognuno porti quel masso

che reggono le sue spalle, e l'edificio s'innalzerà verso il cielo

saldo e sublime. Io l'ho detto: Umana perfezione? un sogno: Umana

perfettibilità, una via di cui non conosco la meta, ma sulla quale io

pure cammino.

. . . . . . . . . . «La patria

«Empie a mille la bocca, a dieci il petto»

Eppure è il centro a cui dobbiamo tendere tutti del paro; e quando

l'interesse privato non è congiunto al pubblico, e perde questa forza

che tira al centro, la società si dissolve. La patria per tanto è

un nome sì augusto, sì venerando, sì santo che al paragone di lui

perdono i più bei nomi di ricchezza, di gloria, d'arti e di scienze.

Se le scienze si opponessero a questo ch'è il primo de' doveri e delle

glorie, le scienze sarebbero un delitto.»

... «Molti, non sapienti ma cerretani, han d'uopo d'ingannare, per non

saper istruire; d'apparenza per esser poveri di realtà; però cangiano

la cattedra nel banco del trivio; non parlano, ma tuonano; non usano

moderato gesto, ma fendono l'aria con tutto il braccio; non dicono cose

ma parole; non hanno espressione viva ed esatta del proprio pensiero,

ma pomposi e vuoti fantasmi mendicati qua e là; e ravvolgono le loro

sentenze nelle tenebre, perchè il lume disvela la loro miseria; si

fanno difficili per non essere avvicinati; non si lasciano intendere

per timore d'esser conosciuti; non hanno altro merito che quello di

strisciarsi dietro una gran toga che copre la loro mendicità; stanno

nel breve cerchio del loro zero, coll'importanza di chi siede in

un gran regno, simili agli oracoli ch'erano oracoli appunto, perchè

nelle tenebre nascondevano la menzogna. E con tal arte d'ipocrisia

scientifica sanno ingannare il volgo degli studenti e nel frastuono

dell'applauso di costoro nascondere il dispregio de' pochi.»

... «Il problema della vita non si risolve mai interamente che

nell'estremo punto dell'esistenza mortale. Ho veduto molti filosofi

studiare l'uomo in culla con ogni modo di accurata osservazione: per

me credo che lo spettacolo dell'uomo che muore non sia meno importante

per la storia del cuore umano, nè meno utile per l'umanità. È certo

che la virtù e un premio immortale della virtù non appaiono mai tanto

una necessità per l'uomo, quanto al momento ultimo della vita mortale.

Questo è l'unico tesoro che non perda il suo aureo colore sulle sponde

del letto dell'agonia e nelle stesse tenebre del sepolcro.»

... «Erano ben saggi quegli antichi Egizii che posero un tribunale il

quale giudicasse la vita di coloro che morivano, e incidesse le giuste

sue sentenze sulle pietre de' sepolcri e sull'arche degli estinti:

si passi la corteccia della cosa, e ciò parrà verissimo per molti

riguardi. Le parole esistenza e nulla rivelano l'_essere_ e il _non

essere_: e l'uomo inevitabilmente tormentato dal desiderio e dalla

speranza della felicità, non potendo trovarla che nel sentire, è pur

forza che rifugga possentemente dal non sentire; in altro modo che

conosca tutta l'opposizione che v'ha tra l'essere e il non essere,

tra le parole esistenza e nulla. È per questo ch'egli, non volendo

perdere in tutto questa vita mortale alla quale la natura lo congiunse

con tanto amore, creò un commercio d'affetti, di misericordie e di

soccorso tra il mondo vivo e il mondo estinto: sicchè egli s'illuda di

non perdere del tutto dopo l'estremo sospiro quanto ne' travagliati

anni della vita umana gli fu più caro, più desiato e più sperato. La

natura medesima sembra lo consigli a consolarsi delle sorti mortali;

mentre suscitando un fioretto sulla funebre zolla, par che voglia

infiorare l'ultimo velo che copre l'uomo. — Il genio colossale degli

Egizii fabbrica le piramidi; i Greci, primi amanti del bello, seminano

fiori e versano unguenti intorno a' sepolcri; i popoli cacciatori

e barbari seppelliscono coll'estinto i suoi dardi e il suo arco,

e sospendono sulla fossa di lui i trofei della sua vittoria; e lo

stesso sciagurato reo di sangue, spesso prima di salire il patibolo

lascia scritto il proprio nome sulle luride pareti della sua prigione.

Poichè la prospettiva della vita, tutto che bella e sparsa di fiori,

è sempre chiusa da una sepoltura, a noi riesce cara la croce piantata

sovr'essa, che conservi il nostro nome e c'impetri una preghiera. —

La religione de' sepolcri educa i nostri cuori ai sentimenti i più

sacri che formano, per così dire, gli amplessi con cui l'uomo s'unisce

in società. La pietà, la misericordia, la gratitudine, l'amore sono

provocati, nudriti e rinforzati dalla religione degli estinti. Colui

che sente la possa e il fremito che inspira una negra croce, sulla

quale leggiamo il bianco nome d'un nostro caro, è forse il barattiere

o l'usuraio? — È vero: una vecchierella che al rintocco della campana

da morto in sulla sera fa piegar le ginocchia alla figlia di sua figlia

innanzi all'entrata d'un camposanto, le segna a dito le croci di quelli

ch'essa non vide, le congiunge le tenere mani, e corregge le inesperte

labbra che balbettano un'innocente preghiera... oh sì! forse è derisa

dall'orgogliosa filosofia che insolente passeggia sulle teste dei

popoli; ma essa forse con maggiore utilità fa sorgere in quel tenero

cuore i sentimenti delle virtù le più veraci, le più sacre. — »

. . . . . . .

— «E un'invisibil Vergine del cielo[6]

È per l'aura sospesa, e mi risponde

Confortando ad amar quella bellezza

Che traspar dal sereno eterno riso...

Del ciel m'invoglia santamente; obblio

Gli atroci disinganni, de' ribaldi

L'ira operosa, ed il fatal periglio

Di fidente innocenza. Ed ondeggiando

Sopra gli abissi del commosso lago

Entro un leve battèl, tranquillamente

Con lei converso a lungo; e mi rivela

Che la calma dolcissima, cui piove

La queta notte in cor del mesto, è parte

Di quella che nel ciel fra poco aspetto.»

Angiola Maria: Storia domestica · 第 96 / 105 题