Chi è che vien sì lenta e sospirosa?
Povera Rosa! Rosa innamorata!
Era un raggio del ciel la sua sembianza;
Ora è senza color, senza parola:
Prima al canto d'amor, prima alla danza,
Ed ora agli occhi di ciascun s'invola;
E se ne va piangente, e tutta sola
Lungo la riva di fiori smaltata.
Su la bell'alba move, in vesta bianca,
E par l'ultima stella del mattino;
Tacita riede, quando il giorno manca,
E pare il primo raggio vespertino;
All'alba e al vespro, sempre a quel cammino
Sen viene la fanciulla sconsolata.
Perchè si volge sempre al ciel lontano?
Qui non è cosa più che la conforta!
Madre infelice! E tu la cerchi invano;
D'un angelo la vita in terra è corta!
Madre, non hai più figlia!... Ell'è già morta,
E già rivola a Dio l'alma beata.
Chi a pianger vien sul sasso ov'ella posa?
Povera Rosa! Rosa innamorata!
Ma nella dolcezza del suo rapimento veniva a turbarla l'acuta voce
della piccola Savina, la quale era inquieta, caparbia, un vero
demonietto; e non la poteva star sola un'ora co' suoi pensieri di
quindici anni, senz'annoiarsi. Allora essa correva dalla Maria, e
saltellandole intorno, come un furetto, ora voleva che le acconciasse
un riccio, ora che le stringesse la cintura, or una cosa, or un'altra.
E poi, se le frullava il capriccio, Maria doveva porsi a giocar con
lei; e pigliato un mazzo di carte, bisognava che la si facesse a
indovinare, se la padroncina avrebbe avuto un amante, se giovine,
ricco, bello e che so io. Maria paziente ne appagava i bizzarri
ghiribizzi, le presagiva le più liete cose del mondo, tutto com'essa
voleva; e la Savinetta allora le balzava al collo, le dava baci, le
diceva ch'era tutta bella, e che appena divenuta una gran signora, essa
l'avrebbe tenuta sempre con lei, e di più, che s'ella fosse stata un
bel giovinotto co' baffi l'avrebbe sposata su' due piedi. Maria non si
piaceva delle scioccherìe di quel farfarello; ma pur era bisogno che
qualche volta mostrasse di sorridere, perchè non la facesse peggio.
Così ella provava quanta pena costi a un animo debole e piagato la
lotta dell'interno dolore con le amare inezie della vita. E non aver
nessuno a cui svelare i segreti della sua pena, nessuno che le dicesse
una parola, che le desse un consiglio; e in vece dover sempre parer
lieta, e sorridere quando altrui piaceva, tutto ciò logorava il cuor
suo; come un succo velenoso che fa morire lo stelo d'un fiore, quando
appena il primo germoglio comincia ad aprirsi al sole.
Pure, a poco a poco, l'aria dolce e l'ingenuità della fanciulla
parevano aver fatto breccia perfino nello scabro cuore dell'avaro.
Maria non se n'era accorta, ma il vecchio Arpagone non brontolava più
come prima, non andava gironzando per la casa, le mani nelle tasche del
giubbone, come soleva, e sguardando in cagnesco; fin al povero Michele
non faceva più il viso arcigno, quando se lo faceva venir innanzi per
saldare i conti, o comandar il desinare. Ond'era, che que' di casa e i
vicini, i quali l'avevano sempre conosciuto per un sornione dannato,
volevano sbattezzarsi per la maraviglia, non potendo capacitarsi di
vedere il signor Cipriano rientrar in casa fuor dell'ore usate e con
un'ariona allegra, della quale i suoi debitori del vicinato non avevan,
da anni e anni, neppur sognato l'ombra.
Ma il più strano fu, quando venuta la domenica, egli fu veduto
attraversar la piazzetta, vestito d'un pastrano nuovo color marrone e
con un cappello rimberciato, che pareva volesse sfidar l'aria; a mano
a mano ch'egli passava, l'ortolana, la pizzicagnola, la tabaccaia e
l'altre comari del quartiere gli tenevan dietro con gli occhi, e poi si
guardavan tra loro stupite, come per dire: — O la è vicina la fine del
mondo, o il signor Cipriano vuol morire.
Nessuno l'avrebbe pensato, pure egli era vero, che da qualche tempo
la graziosa figura di Maria trottava per il cervello del vecchio
barbogio. Alla sera quand'egli seduto nel salotto, presso il camino,
in cui ardevano due legni in croce, si traeva di tasca, e rileggeva la
bisunta vacchetta del suo _dare_ e _avere_ (cosa ch'egli faceva tutti
i santi giorni dell'anno, come un buon prete recita il suo breviario),
gli occhi suoi piccoli e rossigni stoglievansi spesso dalle cifre
arabiche ond'era tempestato quel libretto, per riposarsi sul leggiadro
gruppo di Maria e della Savinetta che stavano poco lungi, accanto della
tavola, l'una a cucire, l'altra a ridere ed a ciaramellare. Il dilicato
aspetto di Maria, la sua testa vezzosa e coperta d'un bel pannolino
bianco orlato d'azzurro che le si allacciava sotto al mento, i capegli
scompartiti e lucidi, gli occhi grandi e modesti, quella faccia bella
che cominciava a ripigliare il suo tenero incarnato, e quelle piccole e
bianche mani inquiete sul lavoro, e lo schietto abbandono della snella
persona, tutto aveva in lei una tale magia, che al signor Cipriano, a
cui per le frequenti sorsate del suo pretto vin d'Ossona luceva un poco
la vista e ballava la camera intorno, l'aerea figura della Maria era
come l'apparizione d'un bellissimo sogno. Allora egli perdeva il filo
de' suoi conti, il dare e l'avere gli andavano insieme sotto gli occhi,
e scambiava numeri e parole; ogni zero gli pareva la bella testolina di
Maria.
Così in quelle sere, mentre il vôtar de' bicchieri gli scaldava le
vene e i polsi, la presenza della vezzosa creatura gli metteva nella
fantasia il grillo dei vent'anni; e dimenticava i suoi capegli grigi e
il naso bitorzoluto e il suo piatto viso color di vinacce. E che non
avrebb'egli dimenticato, se lasciò perfino passar due giorni interi,
senz'esigere dal Michele il rendiconto dello scudo rimastogli nelle
mani per far le spese?
Allora, facendosi coraggio s'alzava, e, data una scosserella alle
membra ingranchite, s'accostava pian piano, coll'andar del gatto, alla
tavola dove sedevano le due giovinette, poco stante dalla signora
Barbara. E appoggiati i gomiti alla spalliera della seggiola di
Maria, contorceva il viso con una smorfia, che avrebbe dovuto essere
un sorriso; e dondolando la testa or su l'una spalla, or su l'altra,
domandava: — Che fate di bello. Maria?
— Sto ricamando un fazzoletto da collo per la signora Savina.
— Oh come sei brava! adoperi l'ago, ch'è una delizia vederti.
— Come mi starà bene quel collare, non è egli vero, zio? Voglio
metterlo il dì del Natale! diceva la Savinetta; e intanto, non potendo
star cheta, andava tagliuzzando con le cesoine le frange del grosso
tappeto che copriva la tavola.
— Oh! ti starà bene anche di troppo, per quella maledetta smania di tua
madre di spenderti intorno tutto il fatto tuo.
— Lasciate pensare a chi tocca, voi! rispondeva la madre, chè non
sapete mai cosa vi diciate.
— Bene, bene, tal sia di voi! Ma tu, Maria, che sei così bellina, e sai
far tante care cosette, perchè vai sempre con quel vestito povero, nè
mai t'adorni di qualche ricamo delle tue belle manine?... E con quel
suo strano vezzo dondolava sempre il capo, battendo con le dita il
tamburo sull'appoggiatoio della scranna.
— Oh! per me non ci penso neppure, io sono povera! rispondeva Maria con
un sospiro, senza levar gli occhi dal trapunto.
— Via, via, ripigliava il vecchio, non ti crucciare. Tu sei carina,
buonina... e se non fosse... Oh sì, tu adesso sei della famiglia, e
vorrei quasi... capisci? Io sono di cuor tenero, mi piace che tutti
mi voglian bene... capisci? Però, non son ricco... è un babbuino chi
lo crede; lo devo ben saper io, io che sono capo di casa: una famiglia
costa gli occhi del capo, altro che baje!... Ma pure, vada!... per le
feste del Natale, ti voglio regalare, sì regalare... uno scialle rosso,
a fiori, magnifico, che ti ruberà gli occhi! E tu lo porterai per amor
mio, non è vero?
— Ah no! signore, non faccia niente, io ne la prego! lo interrompeva
Maria, arrossendo tutta.
— Tant'è! l'ho detto, e lo farò. E levandosi ritto, teneva fissi su lei
gli occhi di bragia, la divorava con gli sguardi.
— Ecco qui, voi! gli dava allora sulla voce la sorella. Che idee vi
girano in capo? Non avete mai in vita vostra regalato alla mia Savina,
ch'è pur l'unica vostra nipote, nemmen la capocchia d'uno spillo, e
adesso vi salta il capriccio di donar uno scialle alla serva?... Cosa
credete che costi? non ve la cavate con manco d'un paio di luigi! avete
capito?... Eh andate a letto, chè la testa vi gira, e non mettete così
sossopra le figliuole! Maria è una brava fanciulla, e fa bene a dir
no. Pensateci bene... due luigi! voi che gridate tanto di me, che per
una settimana tempestate, s'io spendo mezzo scudo!... Andate, andate in
letto, ch'è l'ora.
Per buona ventura quelle parole, due luigi! eran magiche sul vecchio
spilorcio; il quale, pigliato un moccolo, obbediva, brontolando frasi
scucite, e incamminavasi verso la sua camera, tentennando la grossa
persona su le gambe mal ferme. Ma quand'era sull'uscio, rivolgevasi; e
levando il lume alla dirittura de' suoi occhi lustri e accesi, salutava
con la palma tesa la fanciulla, e lo diceva con una vocina stonata: —
Buona notte, Marietta! buona notte, mia bella stella d'oro! ah! ah! eh!
eh!... E, data una girivolta, imboccava nell'uscio e se n'andava.
Fino a quel dì, sull'anima candida di Maria non era caduta pur l'ombra
d'un pensiero di tema: ella viveva sicura, e senza alcun sospetto che
il suo padrone tenesse gli occhi sopra di lei. Era innocente, nè il
suo cuore poteva concepire quanto d'abbietto e d'infame vi fosse nelle
semplici e rotte frasi che il vecchio le indirizzava in quella sera.
Abbandonata nella disgrazia, benchè avesse patito molto, essa ignorava
ancora che sciagure più atroci e prove più dolorose sovrastano alla
povera innocenza; ignorava che l'uomo sembra quasi compiacersi di
gettar la contaminazione dov'è la miseria, come se questa possa esser
la scusa della colpa.
Ma in quella sera, le si svegliò nell'anima un turbamento, un timor
muto, del quale non sapeva spiegar la cagione. Quando si ritirò,
sentiva un'inquietudine ne' pensieri, un raccapriccio in tutte le
fibre, come il senso arcano d'una nuova sciagura; e ad ogni momento
tremava di trovarsi tutta sola. Le risonavano ancora all'orecchio le
parole che il vecchio le aveva dette, e ch'essa non intendeva; ancora
le pareva di vedere il suo volto contraffatto dal ghignar di quella
sua strana giovialità, i suoi guardi di fuoco, e gli atti schifi, e
il maligno saluto. Quelle parole, quell'aspetto le somigliavano un
terribile scherno, e le mettevano in cuore un gelo, un ribrezzo che non
aveva provato mai.
Volgeva intorno gli occhi sbigottiti, e il viso sparso di
freddo sudore; trattenendo il respiro, tendeva l'orecchio al più
leggero strepito che si movesse nell'altre stanze. E, nel terrore
dell'abbandono, domandava al cielo la grazia d'essere liberata da
quell'affanno, che le pareva effetto d'una visione spaventosa.
A poco a poco tornata in pace, s'avvicinò al suo letto, e slacciando il
fazzoletto che le copriva la testa, si sgruppò la bella treccia bruna,
che le si diffuse tutta sulle spalle e sul seno...
In quel momento, le percosse d'improvviso l'orecchio un quieto
strisciar di pianelle, come il passo d'alcuno che s'accostasse al suo
uscio. Sollevò al cielo il volto supplichevole; e poi, serrando le
braccia strettamente al seno, si raccolse come in sè stessa, e stette
senza movimento e quasi senza vita. Così una giovinetta indiana, la
quale, fuggita dalla sferza del sole, riposavasi all'ombra del fedele
sicomòro, si risveglia con subitano balzo da' suoi sogni dorati, e
rimane muta, fredda, tremante, sotto la malía degli accesi occhi del
serpente, che vede trascinarsi col lubrico ventre su per la zolla di
muschio, ov'essa poco dianzi dormiva.
Poi, quel cauto stropiccìo di passi le parve allontanarsi, e poco di
poi cessar del tutto. Essa palpitava ancora, ma lo sgomento che l'aveva
compresa divenne meno; diede un gran sospiro, e le si allargò il cuore.
Pure, quando fece per ispogliarsi del suo modesto vestito, un segreto
istinto di pudore, che le nacque nell'animo in quel momento come il
gemito dell'innocenza, le persuase di coricarsi vestita com'era, senza
quasi ch'ella osasse domandarne a sè medesima il perchè.
Si gettò dunque sul letto, ma per tutta la lunga notte non potè chiuder
gli occhi al sonno, nè trovar un istante di quiete. A ogni poco, il
più lontano suono la riscoteva; e balzando a sedere su la coltre,
ascoltava, tremava. E que' risalti e quelle paure erano per nulla:
una volta era lo stillare d'alcuni ghiacciuoli che staccatisi dalla
grondaia battevano su la balconata; poi, era un gatto che saltando
dall'abbaìno attraversava su pel lungo ballatoio della casa; poi,
qualche povero diavolo, un di coloro che non han luogo nè fuoco, il
quale cacciato fuor della porta del vicino tavernaio, se n'andava in
ronda gagnolando qualche rozza canzone, e faceva scricchiolare sotto
i suoi passi la neve gelata, camminando a sghembo, come si dipinge la
saetta.
Oh come la fanciulla benedisse il ritorno della mattina! Ma gli ultimi
giorni del dicembre, sotto l'umida coperta delle nebbie, nascono sì
tardi su le tetre vie della città, e stillano i brividi della tristezza
nel cuore. Nondimeno ella spalancò il balcone, e tutta consolata
bevendo quell'aria cruda ma aperta, credette di tornare alla vita.
Quando fu per uscire della sua camera, un dubbio inquieto le arrestava
ancora il passo, perchè sopra ogni cosa temeva d'incontrarsi sola col
vecchio padrone. In casa nessuno erasi levato, fuori di quel poveraccio
del Michele: e Maria lo pregò con tal modo le desse una mano a
rassettar le camere, che il buon uomo non sel fece dire due volte, e in
manco di mezz'ora rimuginò e ripose tutte le masserizie, che si sarebbe
potuto specchiarvisi.
Poi, per tutto il dì, Maria non si tolse mai dal fianco della
sua padrona, schivando sempre, con uno o con un altro pretesto,
d'abbandonar la camera ove stava con essa e con la figliuola. Ma il
signor Cipriano era uscito di buon'ora, nè tornò fino al desinare;
durante il quale, rimase sopra pensiero, non disse mai parola, non
guardò a nessuno, e tenne un broncio duro che gli s'acconciava a
meraviglia. Maria non poteva crederlo, ma pur non desiderava di più: la
sorella e la nipote di lui non ci vedevan dentro chiaro.
Il dì dopo fu lo stesso, così che la fanciulla cominciò a rassicurarsi,
a pensare che il suo timore fosse il giuoco d'un sogno cattivo; ella
si persuase perfino, che il sospetto che l'aveva presa, fosse un reo
pensiero dell'anima sua, una colpa di più... Povera innocente!
Intanto il dì del Natale era passato, e nella casa del vecchio avaro
tutto camminava col solito andare. La mattina breve, ma pur tediosa,
era appena ingannata dalle poche faccende della famiglia, e da qualche
rara visita d'una comare del vicinato o d'alcuna delle amiche della
padrona. La sera poi, al consueto, le tre donne sedevano presso la
tavola; e il signor Cipriano se ne stava nel salotto, rincantucciato al
focolare, in compagnia del suo fiasco di vin vecchio, e studiava sul
fido libricciolo degli interessi il conto della fin dell'anno, quel
conto fatale ai poveri debitori; e al saldar di ciascheduna partita,
vôtava d'un fiato il colmo bicchiero, e lanciava un'occhiata lunga
e maligna alla giovinetta pensosa; una somma, un buon bicchiero, e
un'occhiata di traverso, e via con questo giuoco. A mezza sera le
donne si ritiravano, e il padrone rimaneva ancora per un buon pezzo a
succiare del suo boccale; e allargando le gambe a cavalcioni del fuoco,
rintascato il libro nero, lasciava le briglie a' suoi pensieri, si
deliziava ne' più bei castelli in aria che abbian mai ballonzato nel
cervello d'un vecchio.
Una sera fra le altre — egli era solo, e bisogna che qualche strano
ghiribizzo gli stuzzicasse la fantasia, perchè grattavasi le orecchie,
e di tanto in tanto, sfregandosi le mani o facendosi scricchiolare
le dita, borbottava strane e rotte parole, lasciava sfuggire certe
mute risa, da disgradarne il don Bartolo della commedia; al quale
somigliava, imbacuccato com'era in una grossa berretta di cotone e
nell'emerita vestaccia da camera che aveva tutti i colori dell'iride.
— Tant'è! bisogna venirne a capo, o non sono io!... È oramai tempo!
non posso proprio star più nella pelle — così borbottava il maligno
vecchiardo. — Ho un fuoco qui dentro che mi brucia!... Mi par quasi di
non aver più testa, e tutto mi balla in giro. Ecco! di tante belle cose
ch'io aveva pensate da dirle, non ne so più un'acca. E sì, che quando
mi ci metto, so parlare in punta di forchetta!... Maledette le parole!
Basta, sarà quel ch'ha da essere. Quando la vedo, mi sento rimescolar
tutto... Ma ella? se bastasse il promettere, manco male, le prometterei
Roma e Toma... E qui pensava.
— A ogni buon conto, se la tristarella ha il cattivo uso di serrarsi
in camera la notte, questa controchiave farà il fatto mio... Una volta
ch'io ci sia, il resto vien di per sè. Vorrei vederla, che quel musetto
avesse ad arricciare il naso alla vista di questo bel rotolo di ruspi
nuovi!... E si toglieva di tasca un cartoccio, e lo contemplava con
occhi di ramarro.
— Veramente, penso che dodici son troppi, e mi piange il cuore...
perchè, se la fosse come tant'altre con qualche cencio e un par
d'orecchini... e saltar tant'alto!... Eh! una volta, che tempi! Gli
è vero che allora io era più fresco, e che quell'altre non tenevano
soltanto a' miei soldi... E si ringalluzziva, poi guardandosi
nell'antico specchiaccio ch'era sopra il camino, scoteva il capo e
rannuvolavasi in volto. — Ma questa piagnolona non so come pigliarla.
Se non fosse che le voglio un bene matto!... Eh via! chè il mio
grimaldello apre qualunque uscio... E riponeva il rotoletto.
— E poi? vada _todos_! la sarà l'ultima questa, non ci casco più
da vero, mi costa troppo caro: tant'e tanto, di questi dodici bei
zecchinetti, mi ricatterò su quel piccolo prestito d'ieri... Ma basta,
basta, non voglio arrischiar troppo, chè potrei far qualche marrone,
e perder la testa. Dunque, zitto, zitto! Parmi che a quest'ora tutti
debbano dormire... E levavasi, e camminando su le punte de' piedi
andava a uno, poi all'altr'uscio della stanza, appostandosi alla toppa
a origliare. — Oh non è niente!... mi pareva... è un'immaginazione! E
poi, sono in casa mia e, alla peggio, tengo il coltello per il manico,
io! Dirò che risvegliato dal rumore, m'è parso che alcuno entrasse
in casa, che da buon padrone non voglio scandali, e... gliela farò
pagar salata, la caccerò di casa mia... Ah! ah! sono un uomo io? Or
che ci penso, potrei anche smagrire il rotolo, tirarne fuori uno o
due di questi ruspi; un di più, un di manco, è lo stesso per lei; già
non la starà a contarli. — E pigliato il piccolo cartoccio, ne traeva
fuori uno zecchino, e se lo riponeva nel taschino del panciotto. Poi
passeggiava per la stanza lentamente, con passi studiati, accorti,
poi tornava a origliare. E solo, a ora a ora, susurrava: — Ah! mia
speranzina, mio tesoro! che m'hai stregato, che m'hai rubato il cuore,
che m'hai fatto diventar giovine di vent'anni!...
E il vecchio rimbarbogito s'avviò verso l'uscio del salotto. Ma
n'andava di male gambe, chè tra il molto vino bevuto e una cotal
segreta paura, adombravasi, sostava a ogni passo, quasi che alcuno lo
spiasse; e si guardava le calcagna, come il lupo che sente le peste del
villano.
Nel mentre che il reo babbaccio così andava mulinando l'infame suo
tentativo, Michele, il dabben servitore, insospettito del perchè il
padrone, a quell'ora così tarda, non si fosse coricato, si cacciava
all'oscuro per il corridoio che conduceva alla camera di Maria; poi,
cautamente avvicinatosi all'uscio ch'era chiuso, batteva un tocco
leggero, dicendo sotto voce: — Maria, aprite, son io, sono Michele;
aprite per carità!
L'uscio s'aprì, e la fanciulla comparve ansiosa, atterrita, tenendo il
lume in una mano, e con l'altra raccogliendosi sul seno il giubboncino,
del quale già stava per dispogliarsi.
— O Maria, disse Michele con accento rapido e sommesso; bo una cosa a
dirvi, e in tutt'oggi non ho potuto mai trovar il momento...
— Oh! che c'è mai? per amor del cielo, parlate! esclamò la giovine,
divenuta pallida pallida per il terrore che si faceva più grande.
— Egli è perchè siete così buona, e non mi dà l'animo di vedervi
rovinata: ahi se potessi dir tutto quel che so... Ma no, vi basti, che
non ci state bene voi, in questa casa; che il padrone v'ha messo gli
occhi addosso; e voi non sapete che uomo sia, massime quando si lascia
prender dal vino... Ah, per carità, pensateci e tremate! Non siete
sicura, vi dico, e il Signore abbia compassione di voi...
— O mio Dio, mio Dio! Che cosa ho a fare?
— Fuggire, fuggir di qui, più presto ch'è possibile. Ah se sapeste,
Maria, che lagrime ha fatto versare quell'uomo!... Se vi dicessi la
storia d'un'altra poveretta... Domandate la vostra licenza, andate via,
credete a me, che vi voglio bene, come se foste mia figliuola. Voi non
potete dormir in pace nel vostro letto!
Maria ascoltava, come istupidita, queste parole, e cogli occhi
immobili, e con le labbra gelide e semiaperte, muta e senza senso
guardava Michele, quasi aspettando da lui una parola, un pensiero. Poi,
vinta dal dolore, rompendo a uno schianto — Oh! perchè mai, disse, non
m'avete parlato prima? Ora, abbiate voi compassione di me, salvatemi
voi, fate ch'io fugga subito di questa casa!
— Oh è impossibile! Come volete ch'io faccia? è impossibile adesso!
dove vorreste andare? Pensateci; e domani, o posdomani, qualche
pretesto non vi mancherà.
No, domani, no! Adesso, vi dico, adesso... io sono nelle vostre
mani, salvatemi, salvatemi! E piena di raccapriccio e di spavento,
guatava per il buio del corridore, come se già temesse l'avvicinarsi
dell'odioso padrone.
— Non sapete, ripigliava Michele, quel ch'arrischio solo per avervi
avvisata? il mio pane per tutto il resto della vita; io sarei cacciato
di qui: e dove trovare allora chi voglia di me, vecchio e gramo come
sono?...
— Anche voi m'abbandonate, buon Michele? E bene, Dio mi darà forza;
e dovessi anche gettarmi giù dalla finestra, domani non sarò più in
questa casa!
— O mio Dio! Siete voi che parlate così, Maria? No, no, farò tutto,
farò quel che volete. Sentite dunque...
— Oh il cielo vi benedica! ma ch'io fugga sul momento... Domani, questa
notte... qui io sarei già morta!
— Sentite bene! raccogliete qualche cosa del vostro; poi, senza
strepito, zitta e lenta, andate a basso, ch'io starò giù ad aspettarvi
appiè della scala... Per una fortuna del cielo, ho qui una vecchia
chiave dello sportello: vi metterò fuori e, se v'accontentate d'un
povero cantuccio per questa notte, bussate a quella porticina qui
poco lontano, la seconda voltato il canto: vi stanno una mia sorella e
Brigida la mia figliuola; dite che vi mando io; v'apriranno, e sarete
la ben venuta: domani poi, all'alba, verrò anch'io; e intanto il
Signore v'inspirerà che cosa fare.
— Ch'Egli vi dia del bene! Non sarà mai che il mio cuore dimentichi un
benefizio sì grande!... E stringeva con affetto le mani dell'onesto
famiglio; e su quelle cadeva una sua lagrima, una lagrima di
riconoscenza.
Questo colloquio agitato, sommesso, fu cosa d'un momento. Un momento
dipoi, Michele era scomparso; e a tentone attraversando la stanza
vicina e l'antisala, con gran cautela disserrò l'uscio che rispondeva
sul pianerottolo della scala; lasciatolo socchiuso, discese, e si pose
con animo inquieto ad aspettare, presso la porta di strada.
Maria intanto, tutta ancora smarrita e tremante, era rientrata nella
sua camera, e non potendo sopportar l'angoscia che le toglieva quasi
il respiro, abbandonavasi per poco su d'una seggiola, sentendo bisogno
più che mai di racquistare tutto il suo coraggio. Poi, riscossa da quel
letargo, al destarsi di nuovo spavento, si racconciò in fretta nella
sua semplice vesta, e già s'era mossa per uscire, quando le sovvenne
di pigliar seco il rosario benedetto che la madre le aveva confidato al
suo letto di morte. Tornò indietro, lo cercò fra le cose sue, che aveva
lasciate; e trovatolo, con un santo pensiero infantile, e non sapendo
quasi quel che si facesse, se lo pose al collo.
In quella, apparve su l'entrata della camera la stupida, esosa figura
del signor Cipriano. Egli aveva trovato schiuso l'uscio, e non volle
di meglio; chè, vinto il primo passo, si teneva sicuro del fatto suo.
S'avanzava pian piano, con un andar rotto, incerto; e sul volto acceso
dal fuoco del vino, gli si leggeva il sinistro ghigno d'una compiacenza
che aveva qualcosa di bestiale. Egli volle parlare, balbettò; ma, al
primo vederlo, la fanciulla mise un disperato grido, un grido soffocato
dal terrore, e corse a nascondersi nel più lontano angolo della stanza.
Il vecchio continuava ad avvicinarsi tentennando, e sogghignava, e
teneva sempre sovr'essa gli occhi intenti e bramosi.
Quando fu vicino alla debole sbigottita creatura, la quale,
rannicchiata sul pavimento, tentava di farsi scudo delle braccia
tremanti, nè osava di respirare, come se un respiro solo avesse potuto
perderla, il vile vecchio distese la destra per sollevarla dal terreno,
e chinossi lentamente sopra di lei.
Allora, inspirata dal suo verginale coraggio la giovinetta levò la
testa, e con uno sguardo sublime, ardente di disprezzo e di vergogna,
fissò gli occhi sicuri e innocenti su la delirante faccia del vecchio.
Il quale, colto da involontaria tema, ristette scompigliato, e diede
addietro due passi. Essa continuava a guardarlo, senza dire parola:
quell'aspetto laido e ributtante, le suscitò nel cuore un fremito così
doloroso che per salvarsi dall'orrore che l'agghiacciava, come se le
fosse sorta dinanzi l'apparizione d'un demone, strinse con ambe le mani
la sacra medaglietta del rosario che le pendeva sul seno, e la baciò.
Quel bacio fu più che una preghiera, più che un voto.
Il vecchiardo, il quale, non aspettando quella scena, temeva quasi di
vedersi fuggir di mano la sua preda, fece i due passi che lo dividevano
da lei, e chiamandola a nome e ringhiando, allungò di nuovo le braccia
per afferrarla; ma la fanciulla con un rapido balzo distaccossi da
lui, e fuggendo corse verso l'uscio. Allora il reo vecchio, fatto più
audace dall'impensata resistenza, le attraversò la via, brancicando qua
e là, e dando pugni all'aria per trattenerla nella sua fuga; e sentendo
la poveretta con dolorose grida invocar misericordia e soccorso, egli
ruppe in maledizioni, e inseguendola d'ogni parte, giunse ad afferrarla
per le mani; ma a quell'impuro tocco, poco mancò che Maria non cadesse
svenuta.
Egli mischiava intanto preghiere e bestemmie con rauca voce, e
ripeteva parole insensate, atroci; e serrando i denti per l'ira, e
quasi schizzando fuoco dagli occhi grifagni, minacciava, minacciava
d'ammazzarla se non tacesse.
In quel momento terribile, la fanciulla, raccolta la poca lena che
ancor le restava, e sostenuta nel cuore da una virtù sovrumana,
fremendo d'orrore in ogni sua fibra, fece sembiante di cedere alla
brutale forza che la strascinava... Poi, con una improvvisa stratta,
si sciolse del feroce abbracciamento del vecchio, e sorta di lancio,
con quell'impeto che lo spavento aveva fatto più grande, lo respinse,
lontano, gridando: — Lasciatemi, infame! il Signore vi punisca!...
lasciatemi!
Il vecchio demente, mezzo ebbro e arrancato com'era, rinculò
barcollando, vacillò, e cadde rovescioni sur una tavola; e traendo
seco a ridosso la tavola, il lume e ogni altra cosa, stramazzò con
gran tonfo sul terreno, nè potè più rialzarsi: ammaccato e malconcio,
andava lamentandosi con un rantolo affogato, interrotto; finchè giacque
immobile e riverso nel lurido sfinimento dell'ebbrezza.
Maria era fuggita.