Una casa di gretta apparenza, con le muraglie dipinte del colore del
tempo e scalcinate, con un ballatoio alla lunga a ciascuno de' suoi
due piani e un'ampia gronda tarlata che si versa all'infuori, come
la tesa d'un cappellaccio su la fronte d'un pitocco, guarda su d'una
rimota piazzetta, in una parte lontana della città, presso a uno de'
nostri abbandonati _terraggi_. Da un fianco, il murello d'un'ortaglia
che fa gomito nell'attiguo chiassuolo, dall'altro una casipola lunga,
bassa, bucata d'usci e finestre come un crivello, angusto ricovero di
povera gente; e vicino, una vecchia siepe su d'un ciglione di terra,
che risponde a una strada fangosa, bistorta, orlata d'un fossato. V'ha
ancora pochi angoli della nostra bella e ringiovenita Milano, i quali
presentino un aspetto così malandato e tristo, da parer veramente la
casa delle streghe; e chi si volesse pigliar lo spasso di cercare quel
gruppo d'abituri ch'io descrivo, non aspetti al domani; perchè forse,
dov'è la casa del signor Cipriano, troverà un bel palazzetto dalla
fronte allegra e linda e dalle gelosie verdi, e in vece del rozzo
casamento da vicini col marcio fossato al piede, si vedrà sorgere
dirimpetto una fabbrica bianca, recente, di cinque piani, da far
invidia a chiunque abbia due spanne di terra al sole.
Il signor Cipriano era un antico fabbricatore di cioccolatte, il
quale, avendo avanzate di buone migliaia di scudi, e non volendo morir
sul mestiero, chiusa bottega, si ritirò a goder negli ultimi anni il
frutto de' suoi sudori in santa libertà. Egli aveva dunque comperato
quella casa a mezzo prezzo; ma poich'era assai taccagno e aveva spesa
sempre la sua lira per venti soldi almeno, si ridusse a menar grama
vita in quella topaia cadente, dove una volta aveva sognato di far il
signorone. E parevagli di toccare il cielo col dito, allorchè sdraiato
su d'una panchetta accanto al fuoco, col fido suo fiaschetto di vin
d'Ossona al fianco, ruminava, tra l'una e l'altra mezzina, il conto
degl'interessi de' suoi capitali, all'uno o al due per cento il mese.
Quand'egli attraversava la piazzetta per entrar nella sua porta, andava
tronfio, a lento passo, con le mani intrecciate sotto la schiena; e,
levando il grosso ventre e il naso bernoccoluto, sbirciava su per
le finestre e pe' terrazzini le più tonde e frescoccie comari del
contorno: tutti lo conoscevano, e gli facevan di cappello, quasi al
bassà del quartiere; perchè tutti supponevano che tenesse un bel morto
sepolto in cantina.
Dal primo all'ultimo de' sessant'anni, a cui toccava allora, egli era
stato schivo sempre d'ogni molestia e d'ogni cura; e se non volle mai
tor moglie, fu per non avere il pensiero de' figliuoli e l'impaccio
della donna, ch'egli soleva chiamare la più spallata mercanzia del
mondo. Ma, poco tempo prima, s'era condotte in casa la signora Barbara,
sua sorella, vedova d'un fallito, e la Savina figlia di lei, che
sole di tutti i parenti gli eran rimaste, e che s'accontentarono di
governare la casa e pagar la pigione; perchè l'idea di fare un dì
o l'altro una grossa eredità era l'áncora della loro speranza. In
casa però, il signor Cipriano aveva sempre tenuta la mestola a suo
modo; e ben se lo sapeva quello zotico baccellone di Michele, ch'era
l'unico famiglio, quando il padrone, dotato d'una memoria spilorcia
da far fremere, gli faceva dar conto ogni dì, della croce dell'ultimo
quattrino.
Nella casa di questo novello Arpagone noi troviamo adesso la nostra
fanciulla, in qualità di cameriera della signora Barbara; la quale,
incapricciata che la sua Savina diventasse una damigella e facesse un
bel partito co' fiocchi, non voleva più vederla attendere alle meschine
cure della famiglia.
Maria vi stava già da un mese. Abbandonata ch'ebbe la bottega della
crestaia, si gettò nelle braccia dell'unica conoscente che le restava,
la signora Giuditta; e pianse, raccontando il pericolo che correva, e
la scongiurò che le procacciasse un altro ricovero, una casa onesta,
dove potesse viver più sicura, e nascosta a tutti. Appunto alcuni dì
prima, la signora Barbara s'era raccomandata alla Giuditta (da un pezzo
si conoscevano) chè facesse di trovarle una brava e savia giovine, la
quale, contenta di poco, s'allogasse presso di lei. Dunque, la cosa fu
ben presto combinata; e Maria, altro non sospirando che un'esistenza
casalinga e solitaria, ringraziò il cielo che le avesse conceduto quel
ricovero.
Ell'era così docile e buona, che subito la signora Barbara prese a
volerle bene; e il suo costume, le sue parole avevano un incanto così
gentile e dolce, ch'essa pure la giovinetta Savina le pose molto amore,
e volle subito che tra loro si dessero del tu. Maria le apparecchiava
ogni mattina il più fresco e mondo vestito che pareva sempre del dì
delle feste, un candido grembiule coll'orlo a traforo, e un bel collare
a pieghette, e la cuffietta la più leggiadra, ch'era una grazia a
vederla. E la madre si ringalluzziva tutta, nè capiva in sè della
gioja, trovando sì bellina e compita d'ogni cosa la figliuola, che
tutt'altra sembrava da quella di prima.
Tutta la casa poi, in quel breve tempo, risentiva già della presenza
d'una sollecita regolatrice, a cui il buon ordine e la mondezza sono
necessità e abitudine; i vecchi mobili polverosi, muffati, del signor
Cipriano, le tende delle finestre e le cortine de' letti luride e
cadenti, avevan ripigliato un'aria di giovinezza e di pretensione.
Fino quel semplice di Michele, il famiglio, voleva farsi in quattro
per ripulire e rassettar le camere, il salotto e la cucina; e lavorava
a tutta schiena a rigovernar le pentole, le casseruole, le stoviglie,
obbediente come un cagnolino a tutto quel che Maria gli dicesse; perchè
glielo diceva con un far così benevolo, ch'egli, usato a ricever buone
lavate di capo dal padrone per cose da nulla, sarebbe per essa ito
nel fuoco. L'avaro era il solo che più di frequente brontolasse di
quelle novità; nè ci voleva meno di tutto l'accorgimento e di tutta la
pazienza della sorella a persuaderlo che un uomo della sua qualità, con
venti mila lire buone di rendita, doveva tenersi in credito, e aver una
casa da cristiano; ma la ragione che lo faceva star più cheto, era che
non gli toccasse di far vedere la luce a un soldo di più.
Dopo che stava in quella casa, Maria non ne usciva mai, fuorchè la
domenica di buon'ora, per andare alla messa nella chiesa più vicina.
L'inverno si rabbruscava sempre più; il cielo era quasi sempre
rannuvolato e piovoso, e le prime nevi avevan già messo nell'aria
quella muta malinconia, che par s'acconci tanto bene a una vita
rassegnata e oscura.
Sbrigate le faccende di casa, tutta la gioia di Maria era di potersi
ritirare nel silenzio della sua camera. Allora rialzata una cortina
del balcone che metteva su la ringhiera, sedeva assidua al suo lavoro,
là presso, sotto la poca luce; e le pianticelle d'un vaso di garofani,
ch'essa teneva su d'un vicino armadietto, lasciavan talvolta cadere
sul suo grembo alcune secche fogliette. Quel piccolo vaso, senza
un fiore, quell'arida pianticella, quegli steli d'un pallido verde,
ricadenti su l'orlo del vaso, bastavano a risvegliar nell'anima sua il
dolore del tempo passato, il mesto desiderio d'un avvenire più felice.
Si ricordava che nella casa di suo padre, sovra la soglia della sua
finestra verso il lago, ella soleva una volta educare una famigliuola
de' fiori che più amava; e via via, di pensiero in pensiero, il suo
cuore la rapiva... Essa non era più là, era con sua madre e con la
vecchia Marta, era con suo fratello... e con un altro!
E dimenticava tutto, per ricordarsi solamente d'una appassionata
canzoncina, che un giorno era tanto piaciuta all'amico suo: