IL CALICE DEL DOLORE.

O Signor, s'egli è decreto

Che il tuo servo a te ritorni,

Pria che pieni egli abbia i giorni,

Io t'adoro umíle e lieto!

Vegga alcun di me più degno

Il meriggio del tuo regno.

Sento anch'io, che s'avvicina

La stagione a me suprema;

Pure ondeggia, e spera, e trema

L'alma schiava e pellegrina;

Come indomito nemico,

Sorge ancora il dubbio antico.

Tu che il puoi, Tu la tempesta

Della vita, o Dio, m'acqueta!

Del tuo raggio almen fa lieta

La brev'ora che mi resta.

Quanto io piansi, e quanto amai,

O mio Dio, Tu solo il sai!

Nella polve a Te prostrato,

Bevvi al calice del duolo:

Ebbi un voto, un grido solo,

Sotto il pondo del mio fato!

Ma la voce dell'eletto

I fratelli han maledetto.

O mia patria antica e bella,

O mio sole, io vi saluto!

E tu, madre, e tu, sorella,

Ond'è mai quel pianger muto?

Ogni stilla è in ciel raccolta:

Ah pregate! Iddio v'ascolta.

Deh! se il figlio t'abbandona

Tutta sola in questa terra,

Al dolor della sua guerra,

Pensa, o madre, e gli perdona!

La sua vece è omai compiuta,

L'ora santa è già venuta.

Apri, o Dio, la ferrea stanza,

Che non s'apre al mio lamento;

Scendi a me nel gran momento,

Mi rinnova la speranza;

Su la bocca scolorita

Posa l'ostia della vita!

Prega allor, mia dolce suora,

Fior che il cielo in terra mise,

Che le nostre alme divise

Ricongiunga l'ultim'ora!

Prega, e riedi alla tua sfera;

Patria questa a noi non era!

La fanciulla lasciò cadere una calda lagrima su gli amati caratteri,

i quali, mentre leggeva, le si offuscavano, le si confondevano sotto

gli occhi... Ma il terrore ristagnò il pianto, un arcano terrore più

grande d'ogni angoscia. Dio buono! quelle parole eran dolorose, come il

lamento d'un uomo vicino a morire. Allora la poveretta perdè il cuore,

e volle, ma non potè piangere.

Batteva la mezzanotte. Que' rintocchi sordi, prolungati dell'ore

le rispondevano fino all'anima, come il suono lento della campana

dell'agonia. Era sola, in mezzo a una luce fioca, moribonda, a quella

luce stanca, ondeggiante della candela vicina a spegnersi; i suoi

pensieri erravano dietro le incerte larve della fantasia, si facevan

tutti d'un fosco colore; una tema assidua, indefinita, uno stringimento

al cuore, strano, non provato mai, eran più forti del suo coraggio.

Ella fece pochi passi per accostarsi al suo letto, ch'era in un canto

di quella camera; ma non n'ebbe la lena, e sedette di nuovo allo stesso

luogo. Allentò su la tavola le braccia in croce l'uno sopra l'altro, e

su vi lasciò cadere il capo oppresso e stanco. Allora fu la pietà del

cielo che diffuse nelle gracili sue membra quel profondo sopore che

somiglia al sonno, e che, se non conforta, interrompe almeno la fatica

d'un gran dolore. E la misera ne aveva tanto bisogno!

Il dì seguente, si mormorò da alcuni, e la terribile nuova giunse pure

alle sventuratissime due donne, che in quella stessa notte, colto

da sùbita e crudel malattia in poche ore, il povero don Carlo era

morto. Fu un rumore sordo, occulto, ben presto soffocato e ben presto

dimenticato.

Ma passati due mesi, nessuno seppe, nessuno raccontò che la disgraziata

sua madre finisse anch'essa di crepacuore e di miseria in un letto

dell'ospedale. La morte d'una madre è cosa troppo santa e pietosa; a me

mancan le parole per raccontarla, e la fanciulla anch'essa non confidò

il segreto di questo suo dolore a nessuno.... Ella non aveva più nè

fratello, nè madre. Povera Maria abbandonata!

Angiola Maria: Storia domestica · 第 67 / 105 题