La mattina del dì appresso, la signora Giuditta che aveva la mente
intorbidata dalle conghietture più strane, e si sentiva morir della
voglia di sfogarsi con qualcheduno, mise sossopra la casa e il
vicinato, e raccontò a tutti il suo gran caso. A credere a lei, si
trattava di cose straordinarie; e com'ella non ci poteva veder dentro
chiaro, così s'era ficcato in capo di trovare il bandolo della matassa.
Dunque, in manco d'un'ora, aveva narrato la strana avventura della
notte alla portinaia della casa, alla moglie dello speziale dirimpetto,
perfino alla fruttaiuola e alla lattivendola del contorno; ma nessuna
di queste comari, com'è naturale, ne sapeva niente; e quando le avevano
risposto con un:.. Oh!..» Bontà divina!... o che so altro, avevan
finito.
La signora Giuditta stava per tornarsene e casa, con la sua pettegola
curiosità in corpo, quando la sorte la fece incontrare col signor
Giosuè, uomo di un certo conto, e priore della dottrina cristiana nella
parrocchia, il quale era tutto cosa sua. A costui dunque, come bene
pensate, ella ricantò la sua storia, non gli facendo grazia del più
piccolo particolare.
Ed egli allora, ch'era un di coloro che sanno o credono di sapere tutto
quello che succede e non succede, tirandola in disparte con un'aria
cupa, — Cara signora Giuditta, le disse col sussiego di chi dà un gran
parere, io so come va il mondo! Tutti i salmi finiscono in gloria, e
una donna come voi... non so se mi spieghi... Basta, avete fatto male a
impicciarvi con certa gente...
— Ma lei ne sa dunque qualcosa?
— E dàlle! volete voi venirle a contare a me? Sentite mo. Jeri mattina,
giusto alle dieci ore, io mi trovava nella sagrestìa, intanto che
quel prete stava dicendo messa. Veggo entrare due signori, che vengono
dritto verso di me, mi pigliano in mezzo, così alla buona come fossero
miei amici da vent'anni, e mi domandano il nome e cognome del prete...
Io mo ne sono subito addato...
— Sì! sì! ebbene?
— Risposi loro con pulitezza; ed essi, senza cerimonie, si misero a
sedere, uno da una parte, l'altro dall'altra, parlandosi fra loro con
certe occhiate di traverso... finchè la messa finì. E pensare, che io
quel momento fui tanto sciocco d'interrogarli che cosa volessero!...
L'uno mi fissò gli occhi addosso e non rispose, l'altro brontolò fra'
denti: La non è cosa che la riguardi; e mi voltò le spalle.
— Son quelli, scommetterei che son quelli stessi: dica, dica su...
— Insomma, finita che fu la messa, e tornato il prete nella sagrestia,
quei due signori s'alzarono, gli andarono incontro in atto di rispetto,
ed egli a loro... bisogna che si conoscessero! E l'un d'essi gli disse
alcune poche parole, ch'io non intesi... Il prete allora impallidì,
diventò bianco come il camice che aveva appena posto giù, poi rosso
come bragia, guardò intorno, sospirò e disse chiaro: Sono pronto,
vengo con loro!... Io restai di sasso e, non so perchè, sentivo le
gambe barcollarmi sotto... Egli in vece, credereste? passandomi vicino
mi rivolse uno sguardo tranquillo, e disse: Caro signor Giosuè, a
rivederci!
— Oh la cosa non è dunque tanto seria, com'io credeva!...
— Non m'interrompete adesso! Una carrozza era fuori della chiesa ad
aspettare. Nel porre il piede sul predellino, egli si fece il segno
della croce, poi si mise dentro, e quei due dietro a lui. E io, alla
lontana, così come n'andassi per i fatti miei, tenni dietro alla
carrozza... Ma quando la vidi svoltar la cantonata, e compresi dove
l'andava a riuscire... ho detto dentro di me: Tutti i salmi finiscono
in gloria! Ci siamo, è fatta!... e presi un'altra strada.
— Tutto va bene, ma fin qui non ci capisco ancora il perchè...
— Il perchè? il perchè? ci son certi perchè al mondo, così serii, che
non bisogna cercar di sapere, o quando mai per disgrazia si sanno,
tacerli!... Con voi però, che siete donna prudente, posso dire una
parola. Sappiate dunque che quel prete s'è trovato in un grosso guaio
con un gran signore forestiero; che, pochi dì fa, dev'essere fra loro
avvenuta una scena scandalosa, per causa d'una giovine, d'una fuga,
d'un rapimento, d'un intrigo... cose, cose che mettono in compromesso
la coscienza e qualche cosa di più. Dunque tutto è spiegato. E poi,
quand'uno se la prende contro i pesci grossi, gli è raro che n'esca
netto... So quel che dico, lo so di buon luogo, e l'affare è chiaro!
Voi però non ve ne impacciate. E, per carità, abbiate giudizio con chi
che sia!... Già ve l'ho pur detto, la prudenza non è stata messa per
niente tra le virtù cardinali.
— O signor Giosuè, si figuri! Solo mi dispiace per quella povera
giovine...
— Sopra tutto non state ad aprir bocca con lei! Non ci mancherebb'altro!
— Bene, tacerò... le prometto che tacerò.
— Si, sarà meglio, chè mi pento quasi di aver parlato io! Oh, signora
Giuditta, a rivederci.
— Un momento, dica... senta...
Il priore della dottrina cristiana gli aveva voltato il tergo, e se
n'era ito.
La signora Giuditta, con la fantasia agitata, in un mar di pensieri,
combattuta fra il desiderio di spiegarsi con Maria (la quale, secondo
lei, era la colpa di tutto) e la promessa data di tacere, trovò appena
la strada di casa sua.
Quando entrò, la fanciulla le venne incontro interrogandola con gli
occhi, se mai le recasse qualche buona novella; e in quel suo sguardo,
in quella sembianza, leggevasi tutto l'affanno d'un'anima che non
crede a una sventura e non ha la forza per sostenerla. La vedova, a
cui pizzicava la voglia di parlare e di dire alla poveretta: Tutto è
stato causa vostra anch'essa ne fu veramente tocca; e la compassione le
suggerì qualche parola d'amicizia e di conforto. Al che la fanciulla
rispose con lo stringere e baciare le mani di lei, in atto di viva
gratitudine e di dolore, sforzandosi di parer tranquilla.
Rilessero insieme la lettera del vicecurato; conghietturavano, dicevano
dieci volte le stesse ragioni, ma non sapevano che ben fare. Alla fine
fu stabilito fra di loro, che prima di scrivere alla mamma Caterina,
come raccomandava la lettera, o d'andare a prenderla al paese, come
voleva Maria, avrebbero aspettato fino al posdomani, affidate che
potesse in quel mezzo ritornare don Carlo.
Ma il posdomani passò, e non comparve persona, e non venne parola.
Perduta quella poca speranza che per i cuori buoni ha sempre qualche
sorriso, benchè mesto e solitario come un fil di luce, Maria cominciò
a pentirsi di non esser subito partita a cercare sua madre; e, d'una
in altra fantasia, andava creando le più funeste cose del mondo. E
quantunque la vedova fosse stata prudente, forse per la prima volta in
vita sua, e le avesse taciuto i sospetti di quella sparizione; pure,
fra gli altri dolorosi pensieri, venne in mente a Maria anche questo
che quant'era avvenuto poteva essere una vendetta dell'uomo potente con
cui il fratel suo aveva ardito cozzare per salvarla. Ma tal pensiero
era così grave e terribile, che al suo cuore mancava la forza di
sopportarlo.
Così abbandonavasi alle sue dolenti illusioni, alle sue inquiete paure.
Intanto la vedova aveva trovato modo, per via d'un ex-procuratore
del suo antico padrone, di far sapere ogni cosa alla mamma Caterina,
affinchè, il più presto che poteva, affrettasse di trasferirsi a
Milano: a dir quel ch'era, tutto il trambusto di que' giorni non le
dava poco pensiero; nè si sarebbe accomodata, in caso di qualche cosa
di grave, a tenersi in casa per un pezzo quella giovine, ch'era stata
la pietra dello scandalo e che in fin dei conti non le apparteneva.
Per consolare Maria, le annunziò dunque che fra due o tre giorni,
alla più lunga, sarebbe venuta sua madre, ch'ella stessa s'era per
ciò raccomandata a una persona di proposito, e che non occorreva la si
pigliasse altro fastidio. Questa novella e l'idea di trovarsi presto
nelle braccia della madre, rasserenarono per quel giorno l'anima e
la fronte della giovinetta; e una consolazione le ne promise vicina
un'altra, quella di poter finalmente rivedere anche il fratello.
Passati tre giorni, un biroccio s'arrestava alla porta del palazzo.
Era dessa, la comare Caterina, venuta a Milano in compagnia del signor
Gaspero, quel vecchio possidente che abbiamo incontrato più d'una volta
in questa storia semplice e nostrale. Costui aveva ricevuta una lettera
del procuratore al quale la signora Giuditta s'era raccomandata: e,
inteso di che si trattava, senz'indugio persuase alla Caterina quel
piccolo viaggio, la condusse con sè a Como; e qui noleggiata una
vettura, l'accompagnò egli stesso a Milano, dove per abitudine capitava
sempre una volta all'anno.
Maria era accorsa alla piccola finestra del cortile. Ella guardò, vide
di lontano la madre che si congedava dal suo compagno di viaggio, ne
intese la voce, e dimenticò tutto. Pochi momenti appresso, Caterina
stringeva tra le braccia la sua povera figlia, e Maria nascondeva sul
seno materno il viso, che solo per un istante si tinse ancora del suo
vivo colore.
Senza piangere, senza parlare, stettero così in quel dolce e prolungato
abbracciamento; e pareva che la fanciulla non volesse distaccarsene
più.
— Maria, mia buona e cara figliuola, disse alla fine la madre. Oh!
perchè m'hai tu abbandonata? questi sei mesi sono stati sei anni
per me! Oh Madonna santa! come ti sei cambiata, povera tosa! Non ti
riconosco più!... Ma com'è mai che ti trovo qui? Non sei più nella casa
di quel signore inglese?... E voi, signora Giuditta, e mio figlio...
è qui don Carlo? ma perchè non ho io saputo niente fin adesso?... M'
hanno detto ch'era ammalato... io voglio vederlo! dov'è egli?... Ditelo
dunque, non mi fate penare!...
Queste molte inchieste, che alla misera suggeriva tutto in un punto
il materno suo cuore, posero nell'impaccio la vedova; la quale s'era
bene accorta che la vecchia comare era al buio di tutto. Maria non
aveva coraggio di dire una parola; e guardava, guardava la madre, senza
togliere mai gli occhi da quell'amato volto, in cui la solitudine ed
il dolore avevano in poco tempo solcate più profonde le rughe dell'età.
Ma, atteggiata com'ella era, in muta e affannosa contemplazione, la sua
celeste figura suscitava nell'anima una pietà mista a terrore.
Alla fine la Giuditta, fatta la faccia tosta e il cuor duro, pensò:
Qui è meglio parlare; un momento o l'altro, bisogna pur ch'ella sappia
tutto...
— Cara la mia Caterina, prese dunque a dire, non vi crucciate così:
fatevi un po' di coraggio!
— Oh misericordia! che male c'è di nuovo?...
— Già lo sapete, a questo mondo dei cattivi ce n'è anche troppi! E
son sempre gli stracci che vanno all'aria, come dice il proverbio... E
tocca spesso ai buoni a portare la pena dei tristi...
— Oh santa pazienza! parlate, non mi tenete qui su le spine...
— Eh! ognuno ha la sua croce, e c'è chi deve portarla anche per gli
altri... E già si sa, bisogna star preparati sempre...
— A che? ma dite su una volta! parla tu, Maria; chè in questo modo ben
più mi spaventate e mi fate morire! Mio figlio sta forse male? forse...
— No, no, egli sta bene, ma...
— Signore, datemi cuore! ma che?...
Per tutta risposta, Maria non fece che gettarsi un'altra volta nelle
braccia di sua madre. E la vedova raccontò tutto quel che sapeva,
tacendone però la cagione, per la pietà di Maria. La povera donna
non volle credere a nulla; il colpo era troppo forte, e l'anima sua
semplice e piena d'amore non lo sostenne. Ella non pensò nemmeno a
chiedere il perchè di quella rovina; non poteva dubitare che il figlio
non fosse innocente; il nome di suo figlio era sempre stato per lei
come quello d'un santo. Stanca degli anni e sola, ella metteva in
lui tutto il suo cuore, tutto il suo tenero orgoglio di madre: aveva
speranza e vita nell'unico amato, il quale dopo la morte del suo
pover'uomo, com'essa diceva, doveva essere il padre della sua Maria.
La buona donna! Nella solitudine della sua dimora, un tempo rallegrata
dalla presenza e dall'affetto de' suoi cari e poi rimasta vòta,
deserta, come un sepolcro, ella si consolava e si pasceva dell'idea,
che l'uno o l'altra avrebbero sortito una modesta e onorevole
condizione su la terra, e che un giorno forse ne' suoi più tardi anni,
l'avrebbero circondata di cure e d'amore, e a larga mano compensata
de' sacrifizii fatti, e della vita tediosa che trascinava. Non si
rammaricava mai che sola compagnia le restasse la vecchia Marta, perchè
conosceva il cuore de' figli suoi, e le pareva quasi d'abitar con loro,
di viver con loro, quantunque lontani; l'unico desiderio che nutrisse,
era di poterli di tanto in tanto rivedere; e ogni dì si teneva certa
di presto abbracciarli, in questa certezza essendo tutta la sua gioia.
Seduta sovente, al tepido sole delle mattine d'inverno, sotto la nuda
pergola della casa, con la sua conocchia fedele, la buona madre pensava
alla povertà, alla pace, raccontava la storia d'altri anni, raccontava
quella dell'avvenire; ed era felice quando parlava della sua bella
Maria o del suo curato alla Maria che le sedeva rimpetto, pettinando
la matassine del lino. E allora, senz'avvedersene, le due comari
s'arrestavano dal lavoro; all'una spezzavasi il filo della conocchia
o cadeva di mano il fuso; all'altra si perdeva il lino nelle punte del
pettine. Ma entrambe, in que' momenti, sollevavano al cielo gli occhi
e il cuore, con un pensiero più santo d'ogni preghiera, e del pari
benedetto.
Ma ora che diversi pensieri, che mutamento!
La mamma Caterina, per tutto quel dì e per molti altri ancora, non
volle ascoltare ragione, nè consolazione, nè speranza; non domandava
che suo figlio, non voleva che vederlo. Ed essa pure, come prima aveva
fatto Maria, si figurava alla mente angustie e spaventi, s'abbandonava
ai più tristi presagi, non porgeva più orecchio a nulla, nemmeno al
piangere della sua figliuola.
Fu allora che l'amorosa fanciulla, la quale innanzi alla venuta della
madre credeva di dover ben presto finire nell'affanno di que' giorni,
si sentì maggiore di sè stessa. Una virtù, ignota a lei fino allora,
la costanza nel soffrire raddoppiò il suo debole coraggio; ma la sua
fermezza, la calma delle parole e degli atti avrebbero dimostrato ben
più crudele il martirio dell'anima a chi avesse potuto vedere il suo
segreto. Ella soffogava le lagrime; ed era ne' momenti del maggior
dolore, che la sua voce si faceva più sicura e più affettuosa. E
sorrideva; era un riso malinconico il suo, ma era un riso celeste.
In que' giorni che sempre da uno stesso travaglio misurati fanno parer
eterna la vita, così Maria con l'amor suo procacciava d'ingannare a
sua madre le ore contate dall'afflizione; essa ragionava di tante cose
passate, della loro casa, della vigna su la costa, della vecchia Marta,
degli altri amici del paese. E ringraziava il cielo con tutta l'anima,
quando vedeva che le sue parole avevano temperata per poco l'amarezza
della sciagura presente. Ella nascose nel fondo del proprio cuore tutta
la sua parte d'affanni; ella comprese e tolse sopra di sè quel dolore
inesprimibile, che solamente pel cuor delle madri non è un mistero;
quell'angoscia, la quale non trovava parole nè lagrime, perchè ha de'
segreti che a umano orecchio non possono confidarsi e che il cuore
altrui non ha mai conosciuto.
Non v'è piaga quaggiù che il tempo non sani; l'abitudine stessa del
soffrire può talvolta diventar quasi cara e necessaria; l'amore,
l'ambizione, la vendetta, il rimorso, lascieranno pur una volta in
pace l'anima di cui han fatto strazio; ma la ferita che porta il cuor
d'una madre per amore de' figli suoi, non v'ha balsamo che la medichi,
non felicità nè tempo che vi spargano sopra la mesta consolazione
dell'obblio.
Così, abbandonate e senza saper nulla mai di quel loro caro, Caterina
e Maria trascinavano i dì, le settimane, in casa della vedova; la
quale non aveva potuto far di meno di tenerle con sè per qualche tempo
ancora, quand'esse, deliberate d'aspettare che fosse decisa la sorte
del prete, ne la pregarono, a patto di pagarle trenta soldi al giorno,
per le spese. Ciò veramente andava poco a' versi alla Giuditta, causa
la paura di cert'altre visite della specie di quella prima che non
aveva ancora dimenticata; ma poi, per amor di bene, non seppe dir di
no.
Una mattina, erano uscite di buon'ora le due donne per andare insieme a
vendere a qualche mercante di mode un velo nero trapunto dalla Maria,
in que' dì solitari e mesti: era dessa, che col lavoro delle sue mani
sostentava anche la madre. Essendo a caso capitate presso la piccola
chiesa di S.***, la Caterina, la quale non lasciava passar giorno che
non andasse a pregare il Signore per il suo povero figliuolo e per sè
stessa, si volse a quella parte e fece per entrar nella chiesa. Ma
d'improvviso la fanciulla, tutta compresa dal terrore d'una funesta
ricordanza, le si strinse al braccio, la trattenne, e con voce segreta
e supplichevole: — Oh no! madre mia, non andiamo in questa chiesa; io
non devo, non posso entrarvi più.
— Perchè, Maria, perchè?... Che hai? tu tremi, diventi smorta! ti senti
male?
— No! madre mia, è un segreto.... un segreto che nessuno doveva
conoscere! Ah se sapeste che in questa chiesa.... O mio Dio! toglietene
per sempre dal mio cuore la memoria!
— Maria! che mistero è questo? parla, dimmi...
— Qui no, no, cara madre!... Torniamo a casa, ve ne prego, e vi dirò
tutto. Oh povera me, oh povero mio fratello!
E tornarono a casa. In quel giorno Maria non trovò parola che potesse
spargere un po' di serenità su l'addolorata fronte di sua madre.
Attendeva taciturna a' suoi lavori, s'appartava soletta a ricamare al
telaio, per nascondere la viva angoscia che l'opprimeva; ma più d'una
volta un leggero gemito, un volger degli occhi al cielo, un giunger
le mani inquietamente, scoprivano il patimento del suo cuore. Invano
la madre la stimolava a confidarle quel segreto. — Oggi non potrei,
rispondeva; domani, mamma, domani saprai tutto! Oh dimmi prima che mi
perdonerai!
Pure, venuta la sera, quand'esse rimasero sole, in tempo che la vedova
era discesa dalla portinaia della casa a pescar le novità, ch'erano
poi sempre le solite, la fanciulla non potè resistere più alla materna
preghiera; e con molte parole, spesso interrotte da lacrime e da scuse,
raccontò l'amor suo, la promessa, il giuramento che quel giovine le
aveva fatto, i dubbii, il timore che le avevano persuaso di ricorrere
al fratello, e tutto ciò ch'era avvenuto di poi; e in fine non tacque
nemmeno ch'ella si teneva certa di non essere stata tradita, e aveva la
persuasione che la disgrazia del suo povero fratello non era avvenuta
per causa sua.
La buona Caterina amava tanto la figliuola che non ebbe pure
il pensiero di farle il più piccolo rimprovero, perchè si fosse
abbandonata ad un innocente sì, ma incauto affetto. In vece le
compativa, e procurava ella stessa di consolar quella fede e
quell'ingenua aspettativa, ch'erano la vita della sua Maria. Così la
conoscenza di quel segreto, se non valse a scemare, parve almeno far
più leggero, col disviarlo, il dolore delle due disgraziate: poichè
sembra che un'arcana pietà del cielo nutra il conforto della fiducia
nel momento più grave dell'affanno, e rivolga a consolazione d'un cuore
travagliato quelle stesse memorie che a un cuore libero sarebbero di
troppo molesto peso.
E così forse il Signore le preparava a poco a poco a una più tremenda,
inaspettata disavventura.
In quella stessa sera, la madre e la figlia sentivano nell'anima
una confidenza cara quasi al pari della certezza; e quantunque fosse
riuscito vano il poco che avevano potuto tentare a fine di rivedere il
loro Carlo, o di sapere almeno qualche cosa di quell'unica vita in cui
s'eran raccolte tutte le loro speranze, tutti i loro timori, pure non
avevan creduto mai come allora a un buon presentimento.
Maria, seduta accanto del tavolino, stava leggendo una pagina d'un
suo libricciolo alla madre e alla vedova amica; le quali, composte
a religiosa attenzione, pendevano dalle labbra di lei; quel libro
era l'ultimo ricordo donatole dal fratello, era l'aureo volumetto
dell'Imitazione di Cristo. Essa leggeva, e l'incerto raggio del lume
che le ardeva vicino, sembrava quasi circondare la sua candida fronte
di quell'aureola, che si suol vedere dipinta intorno alla testa de'
santi.
«Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura.
«Abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida.
«Quando tu pensi d'essermi più lontano, allora è spesse volte ch'io ti
son più vicino.
«Quando tu credi quasi perduta ogni cosa, allora le più volte tu hai in
mano maggior materia di merito.
«Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente.
«Non dêi tu giudicar delle cose secondo il presente tuo sentimento,
nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto
perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse
tolta di dovertene rilevare mai più.
«Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io
ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata
consolazione; essendo che per tal via si va al regno de' cieli....
«Quello che ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi
piaccia.
«Quando alcuna cosa ti do, ella è mia: quando me la riprendo, non
prendo del tuo; poichè mio è ogni bene e ogni dono perfetto.
«Se io ti lascio venire gravezza alcuna o avversità, non isdegnartene,
nè cader di animo; io posso rilevartene prestamente e cambiarti in
gaudio ogni noia.
«Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo
questo con te!...»
La fanciulla leggeva queste schiette e sublimi parole con tanta verità
e dolcezza, che parvero alle due donne un consiglio venuto dal cielo.
— O mia madre! disse poi Maria, il libretto che vedete è un dono che
m'ha fatto, gli è poco tempo, il nostro Carlo! E queste parole mi
sembran le sue... Io mi ricordo ch'egli stesso me le fece leggere un
giorno, quel primo giorno che venne lassù a visitarci, dopo la morte
di nostro padre. E ogni volta ch'io ne rileggo solo una pagina, non
so come, mi sento più forte, più in pace.... Oh! egli è buono, egli è
un'anima santa, il nostro Carlo, e il Signore avrà pietà di lui e di
noi!
Caterina abbracciò sua figlia con gran tenerezza, e poi staccossi da
lei, per andare a coricarsi.
La fanciulla, rimasta sola, riaperse a caso il libro, e le cadde
sott'occhio un foglietto scritto dalla mano di suo fratello, e forse
dimenticato là entro: eran gli ultimi versi ch'egli aveva dettati.