ADDIO AL LAGO.

O terra solitaria e ridente, che il lago da tutt'e due i lati viene ad

abbracciare col suo limpido specchio, o paesello che siedi su la china

del promontorio, incoronato d'alberi d'ombra perenne e rallegrato da

un misto digradar di sparsi colori, il verde dell'erbe freschissime,

il rosso e il gialliccio delle foglie che cominciano ad appassire,

il cupo del pino, dell'elce, e dell'abete, e il roseo degli odorosi

ciclamini che tutto l'anno rivestono la tua bella pendice, addio!..

Noi lasciamo le tue ore tranquille, l'innocente allegria de' tuoi

passatempi, l'aria tua sincera e salubre, i lieti diporti su l'acque, i

sentieri serpeggianti su per la montagna; noi abbandoniamo la casìpola

che un'annosa vite ombreggia, la remota dàrsena con le sue barche

pescherecce, la scoscesa costiera del lido, la chiesa antica e modesta,

la cappelletta al crocicchio del bosco... Addio!

Ma la memoria de' luoghi, che un tempo avemmo cari, dove passammo gli

anni giovenili in libertà e in pace, questa memoria, che si nasconde

nel cuore, ma non si cancella mai, verrà con noi, cara e segreta

compagnia. E quando sorgeranno, nel mezzo della vita, i giorni delle

lunghe prove e della tradita fatica, quando fra il rumore del mondo

e l'angustia del futuro, volgeremo indietro uno sguardo al tempo

che prometteva la felicità, allora ci sarà dolce il tornare, almeno

col cuore, a riposarci in que' luoghi, dove la solitudine è piena

de' nostri primi amori e di tante piccole storie da fanciulli; dove

conosciamo ogni palmo di terra, ogni albero, ogni cespuglio; dove ne

pare ancora dover esser meno amaro il ricordarsi del dolore sofferto.

L'oscura sorte d'Angiola Maria sta per mutarsi: un giorno, una parola

cambiano tante cose quaggiù; bastò un giorno per sedurre i pensieri

della giovinetta con le lusinghe d'una vita più bella, d'una vita che

fino a quel tempo era stata per lei un bel sogno fuggitivo, dal quale

senza rammarico si risvegliava. La dimestichezza nata fra essa e le

due damigelle compagne, il rivedersi tutt'i giorni, la concordia de'

pensieri e de' cuori, la necessità di cercarsi, di volersi bene, quella

fiducia della giovinezza sì schietta nell'anime buone, tutto si combinò

per condurre Maria a lasciarsi vincere dalla preghiera d'Elisa e di

Vittorina d'accompagnarle quell'inverno a Milano. Elleno speravano, in

segreto, che poi l'avrebbero persuasa d'andar con loro in Inghilterra.

Io avrei dovuto dirvi prima, che il vecchio lord, al cader

dell'autunno, stanco della sua lunga solitudine, e ristorato

alquanto nella salute, aveva, con gran rammarico delle due fanciulle

e d'Arnoldo, risoluto di passar l'inverno nella città. Però,

quando bisognò partire, Vittorina fu quella che trovò lo spediente

d'acconciarla bene per tutti. Un bel dì, fece a suo padre molte carezze

e una preghiera; e il lord, colto in buon'ora, acconsentì. Non occorre

dirlo, la mamma Caterina non si fece neppur essa lungamente pregare,

chè anzi non capiva in sè dal piacere, quando Elisa l'assicurava che

si sarebbero tenuta la sua cara Maria, come una compagna, un'amica;

che al primo giorno della primavera l'avrebbero a lei restituita, e

tant'altre promesse. E poi, la buona vecchia voleva troppo bene alla

sua figliuola; allorchè questa parlava, ella non sapeva trovar più

ragione in contrario. — Oh l'amar molto è la gioja e il martirio delle

povere madri!

Il più serio fu, quando bisognò scriverne al vice-curato. Maria sapeva

i pensieri, sapeva il cuore di suo fratello; e dubitava che quella

partenza così nova, quel lasciar sola la madre per tutto l'inverno, a

lui non dovesse parer bene. Tremava la povera fanciulla nello scrivere

e suggellar quella lettera, tremava e non ne sapeva il perchè. Ma

bisognava farlo; sua madre non aveva posta altra condizione, tranne

questa, che vi fosse il consenso di don Carlo.

Chi si pigliò la briga di portar la lettera al suo destino, fu lo

stesso Arnoldo, per una buona ragione che coperse di due buone scuse,

cioè di fare una visita all'amico, e di percorrere un'altra volta,

innanzi abbandonarla, quella bella contrada.

Prima che uscisse l'alba della vegnente mattina, una barca lo traghettò

a ***, dov'erano i cavalli di suo padre. Qui giunto, condusse fuori

uno svelto e brioso leardo; montò in sella, e seguitando i sentieri

lungo la montagna, viaggiò tutta la giornata, per arrivare innanzi sera

alla lontana parrocchia. Più d'una volta fallì il cammino, e gli fu

forza tornar indietro, e rifare lunghi tratti della strada già corsa;

onde sentiva dispetto dell'indugio, e compassione della sua povera

cavalcatura. Già da parecchie ore il cavallo andava di buon portante

o di galoppo su per quelle strade appena praticabili, e sbuffava

dalle nari per la lunga fatica; la sua criniera ondeggiava sollevata

dalla sottile brezzolina d'ottobre; le ferrate sue zampe percotevan

con violento passo sui grossi ciottoli di que' sentieri franati: ma

il giovin cavaliere non pareva mai stanco di tener piede in istaffa.

Soltanto egli lasciava, a quando a quando, che il cavallo continuasse a

passo la via, e intanto gli accarezzava il collo e la criniera.

Al mezzo del cammino, scese di sella, e fermossi per breve tempo in un

deserto casolare, il quale d'osteria non aveva altro che l'insegna; un

tugurio, che la mala sorte aveva collocato in fondo di una solitaria

valle. Condusse egli stesso il suo cavallo in un canto della corte,

innanzi a una mangiatoia tarlata; poi entrò nella cucina, sedette,

e senza parlare si refiziò con uno stantío resto di torta e con

certo cacio di capra che gli fu messo innanzi, e che poi condì con

un bicchiero di vino acido; e pure l'ostessa ne aspettò un pezzo il

complimento. Era una giovine e tarchiata colligiana, la quale gli

s'era piantata in faccia, con le pugna appuntate sul descaccio zoppo,

quantunque fosse più usa a guardare, con due occhi grigi e furbi, il

bel muso d'un contrabbandiere al lume della luna, che non la faccia

dilicata e i capegli biondi d'un giovinotto inglese innamorato.

Ripigliò il cammino, e lungo la strada, la sua fantasia, seguendo

sempre gli stessi pensieri, vestiva d'una immagine sola la varia

scena della natura ridente o selvaggia ch'egli attraversava; i gruppi

d'alberi, i casali, i dirupi e le frane, il ruscello e il torrente, la

piccola pianura e la greggia col mandriano, la siepaia e il cacciatore,

il paesello e il cimitero, tutto pareva fuggirgli dinanzi, come s'egli

fosse nel paese delle visioni. Sola una meditazione nutriva il suo

cuore; nè quel pensiero era mai sì forte, come quando traeva fuori la

lettera di Maria, e ne contemplava con segreta gioja le parole della

soprascritta; la quale, del resto, era pur semplice, e non so che

incanto avesse.

A un'ora di notte, arrivò alla parrocchia, e scavalcò all'uscio

d'una povera abitazione, che un pecoraio gl'insegnò esser quella del

vicecurato. E lo trovò nella più interna delle due camere, ch'erano

tutta la casa, lo trovò a vegliare in mezzo a' suoi volumi, qua e là

sparsi, ammucchiati o aperti, al lume d'una piccola lucerna.

Al vedere l'inaspettato visitatore, il prete s'alzò, e, fattosegli

incontro, sorrise; poi, senza parlare, gli strinse con grand'amore la

mano; ma il suo aspetto era pallido, malinconico il sorriso, lo stesso

andare aveva qualche cosa di penoso e d'incerto.

— Siate il benvenuto amico mio! Dunque non l'avete dimenticato il

povero prete? Nella mia solitudine, la vostra venuta è una vera

benedizione. Oh credetelo! il mio cuore n'è riconoscente.

— Mio buon Carlo: tocca a me il domandarvi perdono, se questa è la

prima volta che vengo a visitarvi; non ho tenuta la mia promessa, lo

so; ma... mio padre...

— Non dite di più: vi so troppo buon grado del piacere che adesso

mi fate, e v'assicuro ch'io aveva un gran bisogno di vedere un volto

amico.

— Io vi trovo assai mutato da tre mesi, magro, sparuto: siete stato

forse malato?

— No! io sto bene: è l'animo mio ch'è malato. Ma di me non parliamo;

voi...

— I' ho una lettera da consegnarvi... una lettera di Maria, di vostra

sorella.

— Che? accadde mai qualche disgrazia a mia madre?

— Oh! ella sta bene e vi saluta, la buona donna; ell'è così rubizza e

così lieta!

— Dio la benedica! Ma questa lettera di Maria...

— Eccola! essa vi domanda che acconsentiate di lasciarla per qualche

tempo con noi, che andiamo a passar l'inverno a Milano... Le mie

sorelle ve ne pregano anch'esse!

— Maria?.. disse il prete, maravigliando e cadendo d'improvviso in

gravi pensieri. Indi aperse lentamente il foglio, lo lesse attento, e

ripiegatolo lo intascò. Il giovine intanto lo riguardava, in atto di

serio esitare. Indi a poco il prete gli domandò: — Quando contate di

partire?

— Domattina, forse. Perchè... non so se mio padre.... dubitando rispose

Arnoldo.

— Domattina dunque avrete la mia risposta per Maria.

E detto ch'ebbe, mutò discorso, nè più parlò di sua madre, nè di sua

sorella. Ma raccontò all'amico la vita che menava in quella valle; vita

di sacrifizio e di coraggio, e che avrebbe presto distrutte le forze

d'altri uomini di tempra più salda della sua. Quella remota parrocchia

di poveri terrazzani, dispersa in abituri e capanne, senza ricolto e

senza decime, metteva a dura e verace prova il ministero dell'uom del

Signore, chiamandolo a tutte l'ore dov'era bisogno di consolazione e di

costanza, e dove albergavano il pianto e la fame.

Ma essendosi fatta l'ora tarda: — Pensiamo per voi, disse don Carlo.

Voi siete stanco, rotto dal viaggio; qui nel paese, non v'è locanda

di sorta, chè altri non vi capita se non qualche vagabondo, o al più

due volte l'anno qualche viandante che abbia perduta la strada. Se

v'accontentate, vi cederò il mio letto; già, lo sapete, siete sotto il

tetto d'un povero romito...

Ma, negando l'altro in ogni maniera: — Bene, soggiunse il prete, il

mio Bernardo, è un buon cristiano di questi monti che m'ajuta e mi

serve, vi preparerà alla meglio un lettuccio sul canapè ch'è nell'altra

stanza. Scusatemi, amico! v'accorgerete stanotte di non essere nelle

belle case, e ne' buoni letti della vostra Londra. Dunque, addio e

buona notte!

Arnoldo si coricò; ma alle stanche membra non concedevano riposo

l'ardore e l'inquietudine della mente combattuta da cento pensieri più

strani delle larve d'un cattivo sogno. Vegliava dunque, e dopo qualche

tempo s'accorgeva che nella stanza vicina il prete era pur desto;

perchè la lucerna mandava ancora, per alcune fessure dell'uscio, il

sottile suo raggio.

Dapprima non gli giungeva all'orecchio nè voce nè respiro; poi intese

come il muover lento e grave d'un passo, che pareva misurar chetamente

la stanza. Il giovine si trasse di novo sotto le coltri, e cercò

dormire, ma invano... Origliava, non fiatava; passò un'ora, ne passò

un'altra; e sempre sentiva il prete andare e venire su e giù lentamente

per la camera.

Tutto a un tratto lo riscosse uno strepito, come d'una seggiola che

scricchioli sotto il peso di persona che sopra vi s'abbandoni; e in

quella, gli parve d'udire un affannoso sospiro, e poi queste parole: —

Mio Dio!.. dammi forza e costanza!...

Allora, vinto da non so che terrore, egli stava per balzar dal letto,

quando s'accorse che la lucerna era spenta, e che tutto era silenzio.

Alla mattina, Arnoldo pensava di chiedere al prete, in nome

dell'amicizia, la spiegazione di quel mistero, la causa della

preoccupazione grave e dolorosa in cui l'aveva trovato. Pure, quando

se lo vide venire incontro, con aspetto serio ma tranquillo, per fargli

nuova scusa della sua meschina ospitalità, e s'accorse che gli tagliava

a mezzo ogn'inchiesta la quale a lui riguardasse, allora pensò che

quello doveva essere un segreto geloso e profondo, uno di que' segreti

che si trema di confidare allo stesso cuor dell'amico; e tacque.

Con un turbamento involontario Arnoldo ricevette la lettera che il

vicecurato aveva scritta in risposta a quella di Maria.

Quando, preso commiato e salito in sella, il giovine ripetè un sincero

saluto, il prete gli s'avvicinò, e strettagli forte la destra, —

Arnoldo, disse, voi siete un uomo onesto, e il cuor vostro è buono

e generoso. Voi siete abbastanza felice, ma io non ho più nessuno

quaggiù!.. Il futuro c'incalza e trascina, e Dio solamente lo conosce:

se dunque a Lui piacesse che noi non avessimo a incontrarci più su

la terra, e se mai l'avvenire vi menasse di nuovo in quest'Italia,

non dimenticate mia madre e mia sorella! Confortale l'una, proteggete

l'altra... Oh voi fortunato, se avrete questa consolazione di poter

dire: C'è alcuno che mi ama e mi benedice! Addio!

Arnoldo si sentì commosso fino alle lagrime; ma fattosi forza, — Addio,

rispose, virtuoso amico! State di buon animo; io spero che ci rivedremo

ben presto. Addio!

E, dato di sprone al cavallo, s'allontanò.

Due giorni appresso, la famiglia de' Leslie era partita dalla villa,

e Maria aveva abbandonato la natale sua terra. La mano della fanciulla

aveva tremato nell'aprir la lettera di suo fratello; erano poche linee

che dicevano:

— «Chi deve avere maggior pena che tu parta di qui, mia cara Maria,

è la nostra buona mamma. S'ella dunque vuol fare questo sacrifizio,

e tu segui allora la tua volontà. La famiglia, nel cui seno ti

ritrovi, è un raro esempio di nobiltà vera e onesta. Ma non ti

scordar mai, sorella, chi tu sia! Conserva il tuo cuore; pensa

che un cuore come il tuo è una gemma, la quale, perduta una volta,

non si ritrova mai più. Io spero per altro che la tua lontananza

non sarà lunga: quando ritornerai, fa di trovare ancora nella tua

povera casa, e sotto il cielo che il Signore t'ha dato, quegli

stessi pensieri e quella stessa vita, che ora vi lasci. E se mai

tu temi che non sia per essere così, oh! non abbandonare, te ne

scongiuro, la tua povertà e il silenzio dell'oscurità in cui se'

nata. Addio, mia sorella! Che il Signore t'accompagni! —

Angiola Maria: Storia domestica · 第 50 / 105 题