--diceva 'l cavalier falso ed astioso:--
da' mercatanti qui fosti portato,
però non esser contro a noi argoglioso.--
Udendolo, Gibel sí fu cambiato,
e 'l cor suo allegro divenne pensoso:
féssi contar per punto e per ragione
come non era della lor nazione.
19
Udendo la novella il donzelletto,
dalla giostra si fu tosto partito,
alla donzella se n'andò soletto,
fulle davanti e dielle un bel saluto,
contòlle come stato gli era detto
che d'altri parti quivi era venuto
co' mercatanti lontani e stranieri,
sí come gli avea detto il cavalieri.
20
E la pulzella gran dolore avía,
udendo le novelle di Gibello.
Il braccio in collo quella gli ponía,
piangendo dice:--Giglio mio novello,
i' t'aggio amato alla mia signoria.
Donde venissi, deh, lascia andar quello!
Dolce 'l mio amor, no' languir né aver doglia,
sia mio marito ed io sarò tua moglie.--
21
Allor Gibello, lo gentil garzone,
disse:--Pulzella, moglie non torrei,
se mio legnaggio in prima non soe;
amor di donna mai non prenderei.
Cercar vo' di mia gesta, s'io potròe.--
E dove andasse, domandòne lei;
ella gli disse come l'avea tolto
e diègli il drappo d'oro, in che fu involto.
22
La pulzelletta, senza dimorare,
innanzi che Gibello cavalcasse,
chi 'l proverbiò, ella il fece pigliare,
e la testa volea gli si tagliasse.
Allor Gibello no' la lasciò fare,
anzi pregolla che gli perdonasse.
Ella gli perdonò, poi ch'a lui piacque;
ma a tutta l'altra gente ne dispiacque.
23
Argogliosa pulcella di dolore
en el suo cuore era tutta smarrita,
e sí dicea:--Lassa! Dolce el mio amore,
poi che ti parti, i' non vorre' piú vita.
Ad altra donna donera' 'l tuo cuore,
poi che da me cosí fai dipartita.
Dogliosa a me, ch'io ho fatto nutricarti!
Or quando ti vedrò? Perché ti parti?--
24
Disse Gibello:--Pulzella, amor mio,
s'io truovo dond'io nacqui e di che gesta,
i' giuro ed imprometto all'alto Iddio
di tornar, se me n'andasse la testa.
Ad altra donna non mi darò io,
ch'io son donato alla vostra podèsta.--
E la pulcella a Dio lo raccomanda;
Gibel del drappo ad oro fece banda.
25
Nel torno avea Gibel di sedici anni,
quando si mosse a cercar sua ventura.
Entrò 'n cammin con angosciosi affanni,
su 'n un destriere armato di misura,
e Iddio pregando andava senza inganni
che gli desse a trovar di sua natura.
Arrivò, come dice il libro el vero,
nella Val Bruna del cavalier Nero.
26
Nella Val Bruna Gibel fu arrivato,
infino a mezzo giorno e' cavalcava,
nel cavalier Nero si fu scontrato,
che quello passo tuttavia guardava.
Cavalier né baron da nessun lato,
per lo fermo, passar non vi lasciava,
e' sia chi vuol, vegna donde volesse,
che vassallaggio giurar nol facesse.
27
Per forza d'arme acquistati n'avea
dugento, che 'n sua corte gli fa stare,
senza quegli altri che morti egli avea,
qual vassallaggio non volea giurare.
Quando Gibello da lunga vedea,
fugli davanti e disse:--Non passare:
tosto dismonta, se non vuoi la morte,
e sta' cogli altri a servir la mia Corte.--
28
Allor Gibello, tutto pien di gioia,
arditamente rispuose al barone:
--Oggi è quel dí, che convien che tu muoia,
over che tu qui sarai mio prigione.
Veracemente che troppo m'è a noia
star qui ad isforzar contra ragione!--
Di mal talento a morte disfidârsi,
presor del campo, ed a fedire andârsi.
29
Le lancia i' mano ed in braccia gli scudi
vans'a fedir come dragon mortali,
misero i ferri ai loro isberghi ignudi
amendue gli baroni imperiali.
Per gli gran colpi dispietati e crudi,
e' destrier ruppon cinghie e pettorali.
Ma lo garzon di tal voler l'afferra,
che sconciamente l'abbatteva in terra.
30
Allor Gibello disse:--Cavalieri,
or per prigion vo' che t'arrenda a me.
Giurami fedeltá, e volentieri,
come volevi ch'io facessi a te!--
E 'l cavalier Nero non fu laniere,
colla sua gente suo servo si fe'.
E tutti quanti fedeltá giurârli.
Egli stette tre dí a signoreggiarli.
31
Passati gli tre giorni, cavalcava.
E 'l cavalier Nero, suo servidore,
com'era in prima signor, l'ambasciava.
Cosí Gibello il lasciò reggitore.
Da lui si parte, ed oltre cavalcava
e fu arrivato ad un altro signore,
che si chiamava lo Vermiglio conte,
che guardava una ròcca sotto u' monte.
32
Trecento cavalier di grande ardire
ha sotto sé quello conte Vermiglio,
tutti aquistati per forza, al ver dire,
ciascun possente, gaio come giglio;
e mille o piú n'avea fatti morire
per forza d'arme, sanza alcun consiglio.
La guardia in sul camin tenea per mostra,
a chi passava facía chieder giostra.
33
La guardia vide il donzelletto gaio,
gridò al conte; ed egli, udendo, armossi
e della ròcca uscí su un destrier baio;
in sul camin con Gibello scontrossi.
Vedendo il conte Gibel tanto gaio,
subitamente di lui innamorossi:
cortesemente disse che ascendesse
e vassallaggio cogli altri facesse.
34
Allor Gibello, pieno di valenza,
arditamente al conte rispondía:
--Fede non giurerei, se tua potenza
imprima non si pruova colla mia.
Veramente tu hai vana credenza
a domandare ch'io tuo servo stia.
Ma per prigion vo' che tu a me t'arrenda.
S'altro vuo' dir, la spada mi difenda!--
35
Se prima il conte n'era innamorato,
udendol, doppiamente innamoronne
e disse:--Giovinetto ingraziato,
di tua possanza un colpo aspetteronne,
e, s'io da te saraggio iscavallato
giurerò fedeltá, teco verronne.
Ma, se tu non mi abbatti del cavallo,
giurami fé che starai mio vassallo.--
36
Allor Gibello prendeva il partito,
siccome lioncel pien d'arditanza,
e nel suo core era tutto fiorito:
bracciò lo scudo ed impugnò la lanza,
e ritorna a fedire il conte, ardito,
d'amor pensando alla sua dolce 'manza.
Lui e 'l cavallo al campo fe' cadere
'nanzi alla gente, che stava a vedere.
37
Disse Gibel:--Baron, tu se' mio servo,
sanza dimoro a me t'arrenderai!--
E 'l conte rispondea co' latin verbo:
--Or ben se' il fior di quanti mai trovai,
e fedeltá volentieri t'osservo.
Entra 'n tenuta e per signor sarai.--
E tutti quanti l'ubbidiro a fiotta
e miserlo in tenuta nella ròcca.
38
Quando e' si fu posato al suo volere,
di questa ròcca a partir ch'e' si prese,
il conte in signoria fe' rimanere,
sí come egli era, quando quivi scese.
Cercando di sua gesta a suo podere,
funne arrivato in un altro paese,
a una cittá d'un duca crudo e strano,
il qual è sotto lo re Tarsiano.
39
Serpentina avea nome la cittade,
drento Gibello sí vi fu entrato.
Le donne e li signori, in veritade,
di lui parea ciascuno innamorato.
Vedendo il duca ben la sua biltade
della duchessa si n'è impaurato;
disse:--Egli è bello, e bella è la duchessa.
Veramente venuto egli è per essa.--
40
Pensando, il duca no' gli parea giuoco.
La notte 'l fe' pigliare in nel suo letto,
e nel palagio suo, in uno loco
imprigionar lo fe', senza difetto.
E la duchessa d'amor prese fuoco,
com'ella in prigion vide il donzelletto.
E 'l duca, che sua morte avrá da esso,
per gelosia lá si recò, da presso.
CANTARE SECONDO
41
Noi lascerem Gibello in Serpentina
imprigionato, secondo la storia,
e direm della madre sua reina
e del re Tarsian, c'ha gran vettoria,
ch'ebbor consiglio tale una mattina,
dar moglie all'altro figlio con gran gloria.
E per consiglio eletta fu in isposa,
se 'n piacer gli è, la pulzella Argogliosa.
42
Il re fe' imbasciadori, e cavalcâro;
sanza soggiorno a Gienudrisse fûro,
la pulzella Argogliosa ivi trovâro,
e l'ambasciata contâr di sicuro.
Ed Argogliosa col suo viso chiaro,
che per Gibello avea lo cor sí duro,
non ne volle ascoltar l'ambasciaria,
rispuose che marito non volía.
43
Da lei si dipartir gl'imbasciadori
ed al re Tarsiano ritornârsi
e disson ch'ella aveva gran dolori
e non volea quel tempo maritarsi.
E 'l re coi suoi baroni, ne' lor cuori,
di tal risposta forte infiammârsi;
gridâro a boce:--Oste le mandiamo
sí che per forza, all'onta sua, l'abbiamo!--
44
Per tutto il suo reame immantanente
re Tarsiano grand'oste bandíe;
cavalieri e di popolo gran gente
collo re Tarsiano al campo uscíe.
Di Serpentina il duca, sorridente,
andò in quell'oste, ma non piú redíe.
Re Tarsiano sue insegne ebbe poste
intorno a Gienutrisse co' grand'oste.
45
Il valoroso Gibel, ch'è in prigione,
per nulla guisa sí si rallegrava,
sentendo che lo re contra a ragione
la pulzelletta sua 'manza assediava.
La duchessa dicea:--Gentil garzone
--davanti alla prigion sí gli parlava,--
o donzel, c'hai d'ogni biltá corona,
gioi' vo' che prendi della mia persona!--
46
Gibello a sue parole no' attendea,
ché nel suo cuore giá era conquiso;
e la duchessa parlava e dicea:
--Or che ha' tu, angel di paradiso?--
Allor Gibello sí le rispondea:
--I' sento che la morte sí m'ha priso,
perch'io a Gienutrisse andar non posso
contro al re Tarsian, che a torto è mosso.--
47
E la duchessa, veggendo Gibello
che a Gienutrisse avea voglia d'andare,
disse:--Io ti lascerò, giglio novello,
se mi prometti di qui ritornare.--
Ed egli rispondea, chiarito e bello:
--S'i' non son morto, i' giuro di tornare.
Se mi lasciate andar, fate merzé,
che la pulcella difenda dal re.--
48
E la duchessa pensò nel suo cuore:
--Sed io a Gienutrisse andar lo lasso,
forse al tornar mi donerá il suo amore,
se 'l qual non ho, di questa vita passo.
E s'io 'l potessi, 'l fare' imperadore,
pur ch'allegrasse un poco il mio cor lasso!
Doglioso a me, ch'io arei tutto bene,
se mi traesse una volta di pene!--
49
Poi gli diceva:--Amor, po' che tu vuoi
a Gienutrisse andar, cheggioti un dono:
che 'l duca mio uccidi, se tu puoi,
ed ogn'altra fallenza ti perdono.--
Ed e' rispuose:--Lui e' baron suoi
vorre' uccider, quanti ve ne sono,
e quanti ve n'ha ancor d'altri paesi,
vorrei che fosser tutti morti e presi.--
50
Allor Gibello di prigion fu tratto,
l'arme e 'l destrier avanti sí gli gío;
sanza dimoro in fretta s'armò ratto:
non prese staffa, ch'a caval salío!
Della cittá uscí e con quel patto
ver' del conte Vermiglio se ne gío.
Tosto 'l fe' adobbar co' sua compagna,
e l'altro dí entrò per la campagna.
51
E nella Valle Bruna egli è arrivato,
ov'era il cavalier Ner di gran vaglia.
E 'l fatto e la maniera gli ha contato
com'egli andavan per voler battaglia.
I suo' dugento cavalier s'armâro
tutti per punto e no' mancò lor maglia.
I tre baroni a Gienutrisse gièno
con cinquecento cavalier ch'avièno.
52
Fûro arrivati a Gienutrisse presso;
d'in su la torre la guardia vede'li.
Allor Gibello ne mandò il suo messo
come colla sua gente soccorre'li.
Le porte aperte gli furono adesso:
egli entrò dentro con que' suo fedeli.
Tutta la gente mena gioia a scorso,
venir veggendo tanto bel soccorso.
53
Tant'allegrezza avea la giovinetta,
che uom, che sia, contare nol potrebbe.
Con sue compagne fu l'amorosetta;
corse a Gibello ed abbracciato l'ebbe.
Or si posò la gente, giulivetta,
allegra piú che lingua nol direbbe.
Gibello fece andar per l'oste il bando,
e lo re Tarsian mandò sfidando.
54
Subitamente tutti i buon baroni,
conti e marchesi della damigella
trovar lor armi e correnti roncioni;
ciascun s'armava e poi ne monta in sella.
Similemente fanno i compagnoni;
e' mercatanti sono a tal novella,
per esser fuori alla battaglia, presti,
ché del combatter sono arditi e destri.
55
Usciti fuori alla bella campagna,
quivi si cominciâro a far le schiere
de' buon baron sanza avere magagna.
Riguardan selle e ferri al buon destriere,
d'aver la zuffa verun se ne lagna.
Ciascun vorrebbe pur esser primiere
a cominciar lo stormo crudo ed aspro;
ciascun di ciò se ne crede esser mastro.
56
Cosí re Tarsian fece guernire
ciò che bisogna a tutta la sua gente,
armati, presti a battaglia venire.
Credendo della guerra piú possente
essere degli altri, e per non fuggire,
si fu piú innanzi e sí come valente,
cominciaron lo stormo sanza fallo.
Piacciavi, gente, udir come andò il ballo.
57
Or chi vedesse istormo cominciare,
fedir di spade e di spunton tagliente,
balestra grosse aprire e diserrare,
lanciarsi come fa dragon mordente;
ciascun si briga alle spade menare,
quivi si vede qual è il piú possente.
Qual taglia teste e quale gambe e braccia,
ciascun del ben combatter vi si avaccia.
58
Un cavaliere de lo re Tarsiano
si fece inanzi co' molto valore;
una gross'asta e' si recò per mano,
e ferí nello stormo con furore
ed abatténe cinque giú nel piano.
Allor si cominciò si gran romore,
che parea che giú il secolo venisse
e che lo 'nferno del tutto s'aprisse.
59
Subitamente uno gli viene manco:
un baccellier di quel conte Vermiglio
con una lancia grossa, il guerrier franco,
scontrò quel cavalier con gran periglio.
Tal colpo gli donò nel lato manco,
che lo passò per tutto lo 'nteriglio.
E morto cade nel crudele stormo,
per quel ch'io sento e nel libro m'informo.
60
Ed il figliuol del re con gran barnaggio
combatté con Gibel pien d'ardimento
dando e togliendo colpi di vantaggio;
ciascun mostrava suo gran valimento.
Colla sua gente Gibel prode e saggio
avea il fratello giá sconfitto e vinto;
ma lo re Tarsian lo soccorría,
e con due schiere allo stormo fería.
61
Il cavalier Nero di gran valore
allo figliuol del re fería per costa,
donando colpi di tanto vigore,
che nessun può durare alla sua posta;
sicché il figliuol del re è perditore,
non poté piú durare alla proposta;
e 'l buon conte Vermiglio di gran vaglia
dall'altra parte die' al re la battaglia.
62
Gibel col popol suo di Gienutrisse
viene le schiere tagliando e fedendo,
e de' campion del regno di Bramisse,
quanti ne scontra, egli ne va uccidendo;
il cavalier Nero fería tra esse,
cosí gran colpi dando e ricevendo,
ov'egli andava, isgomberar facea
coi suoi dugento cavalier, ch'avea.
63
Duca di Serpentina si scontròe
col buon Gibello, combattendo a schiera,
e l'uno e l'altro a fedire s'andòe
infra la gente infiammata e fiera,
e sí gran colpo Gibel gli donòe,
morto l'abbatte sotto sua bandiera.
Gli scudi e gli elmi vi facien ta' suoni,
parea che fosse balenar e tuoni.
64
La battaglia era sí gravosa e dura,
l'aria e la terra n'era intenebrata,
ferro non vi valea né armadura
contro a Gibel, ch'avea gente pregiata.
Chi pruova un colpo suo, per sua sventura,
vorre' tornarne a dirne l'ambasciata!
Re Tarsian colla sua gente stolta,
non potendo durar, misesi in volta.
65
Allor Gibel con suoi baron vedea
che contra a lui non era chi durasse.
Lo re e 'l figlio del campo si partéa
Gibello fe' bandir che non cacciasse
l'un contro all'altro, parlava e dicea:
--Viltá saria a fedire chi n'andasse.--
E fe' sonar le trombe a ringioiarsi
e dentro la cittá a ritornarsi.
66
Le donne e li signor della cittade
ciascun menava riso, gioia e canto;
e la pulzella piena di biltade
tant'era allegra, non si pò dir tanto.
Allor Gibello, pien di lealtade,
s'accommiatò, quando fu stato alquanto.
E la pulcella, di lui innamorata,
piú che prima rimase sconsolata.
67
Della pulcella egli si dipartía,
Gibel da' suo' baron commiato prese,
e in Serpentina prigion se reddía.
Gli altri, ciascun tornârsi in lor paese.
E la duchessa, quando lo vedía,
pensossi di venir co' lui alle mani;
d'amor cantava e davasi conforto,
com'ella seppe che 'l duca era morto.
68
La duchessa d'amor chiede mercede,
e sí dicea:--Giovane ingraziato,
gentil valletto, gioi' prendi di mene,
dammi il tuo amor, no' stare imprigionato.
Migliore dama non puo' aver per tene.
Sarai signor di tutto il mio ducato!--
Ed e', ch'avea dato il suo amore altrui,
stava com'ella non dicesse a lui.
69
Questa duchessa ogni dí il predicava
che per amor gioia di lei pigliasse;
ma lusingare niente le giovava,
ché non parea che di lei si curasse.
E 'n questo tempo il re Tarsian mandava
alla duchessa che alla corte andasse,
ch'ogni anno il duca andare vi solea
per una festa, che lo re facea.
70
E, quando la duchessa fu richiesta,
non avea con cui gire accompagnata;
dicea:--Lassa! Come n'andrò io a festa,
che la mia gente è tutta isbarrata?--
E scapigliossi la sua bionda testa
e piange come donna isconsolata.
Allor face lamento del marito,
che di sei mesi o piú era transíto.
71
Piangendo la duchessa a capo chino,
Gibel piacevolmente le parlòe:
--Gentil duchessa, rosa di giardino,
se v'è in piacere, i' vi acompagneròe.
Fate ch'andare possa a mio dimino
e ch'io non torni piú vostro prigione--
Ed ella si pensò:--S'io il merrò láe
forse el re per marito mel daráe.--
72
Ella dicea:--Molto volentieri!--
Trassel fuor di prigion sanza tornare,
ed e' mandò per gli suoi cavalieri
e in Serpentina egli i fe' apresentare.
Quivi fûr giunti i nobili guerrieri,
sanza dimoro brigan cavalcare,
sotto la 'nsegna di Gibel sovrano
fûr alla corte dello re Tarsiano.
73
Tutta la gente tra' per maraviglia,
quando vidon sí bella baronia;
ed, isguardando la gente vermiglia,
ch'eran trecento in sua compagnia,
e i neri dugento erano in famiglia,
piú bella gente non si troveria.
Colla duchessa nella cittá entrâro
presso alla corte del re Tarsiano.
74
Sotto sua insegna il nobile Gibello
per la cittá ognindí cavalcava;
chi lo vede', l'assomiglia al fratello
e alle fattezze, ch'egli in sé portava.
E la reina un di mandò per ello,
e dond'egli era sí lo dimandava.
Ed e' rispuose e disse la novella
ch'e' mercantanti il diêro alla pulzella.
75
E tutto il fatto a punto e' le contòe,
di ritrovare sua gesta s'ingegna,
e come a Gienitrisse egli arrivòe
amantato di quella sua insegna,
e come la pulzella lo allevòe,
e come ell'era del suo amore degna,
e come l'have cresciuto e allevato,
come dal cavalier fu proverbiato.
76
La reina, che 'ntende il convenente,
disse fra sé:--Questo è de' miei figliuoli.--
La balia fe' venire imantanente;
disse:--Di' 'l vero, se morir non voli,
questi è mio figlio ben certanamente.
No' lo uccidesti, come dir mi suoli!--
La balia tutto il fatto le contòe,
com'ella a' mercantanti lo donòe.
77
E la reina allor s'inginocchiava,
piangendo disse:--Dolce figliuol mio!--
davanti a lui umilmente parlava,
merzé gli chiede per l'amor di Dio,
e perché 'l face morir gli contava,
dicendo:--Per te arsa or sarò io,
ma allegra, figliuol mio, io sí morraggio
poiché ricognosciuto hai 'l tuo lignaggio.--
78
Disse Gibello, lo garzo' reale:
--Dolce mia madre, non aver paura
ch'i'ho con meco gente imperiale,
che da tre re vi terrebon sicura.
Questa giustizia non è ragionale,
e proverollo colla mia armatura.
A Genitrisse lo re sconfiggemmo,
si che voi ben, madonna, francheremmo.--
79
La novella si spande per la corte
come Gibello era figliuol del rene.
Tutta la gente se n'allegra forte,
e 'l suo fratel gran feste sí ne féne.
Lo re condanna la regina a morte,
ched ella ne fosse arsa in fuoco e in pene.
Armato fu Gibel, quando lo 'ntese,
colla sua gente lo palazio prese.
80
E lo fratello ne fe' gran sollazzo,
disse:--Io non vo' che la reina s'arda!--
Imantanente montò in sul palazzo
con quella gente ch'egli ha in sua guarda.
E ciascun de' baron, se non fu pazzo,
e' giovani ubidir niente tarda;
e lo re Tarsian mena gran duolo,
ch'a tal bisogno si ritruova solo.
81
Veggendosi cosí 'l re abbandonato
da' suoi baroni, gran dolor n'avía.
Allor Gibello, savio ed insegnato,
co' molta gente al padre se ne gía.
Davanti a lui e' si fu inginocchiato,
umilemente parlava e dicía:
--Padre mio, a ragion or m'intendete
come dritta giustizia mi facete.--
82
E 'l padre rispondea con gran dolore:
--Di' ciò che vuoi, ched io l'ascolteròe.--
Allor Gibello rispuose e parlòne:
--A onor di Dio i' si vel conteròe:
come non fu 'mpossibile al Signore
di fare Adamo, primo uom che formòe,
cosí non gli è 'mpossibile di fare
duo figliuol' in un'ora in generare.--
83
E 'l padre disse:--Dolce figliuol caro,
tu m'hai mostrato il ver sí apertamente,
ond'io cognosco e veggio puro e chiaro
che uno e duo sono in Dio possente.--
E gli baroni Iddio ringraziáro,
veggendo il re del vero conoscente.
Allora il re Gibel per man pigliòe,
allato a sé a sedere l'assettòe.
84
Veggendo il re che non facea giustizia,
in tutto fece van quello statuto.
Franca fu la reina da malizia,
perché Gibello le donava aiuto.
Allor Gibello, pieno di letizia,
per messo alla pulzella 'l fe' saputo.
Come Argogliosa intese la novella,
con sue compagne tosto montò in sella.
85
La pulzella Argogliosa ingraziata
con cinquanta pulzelle in compagnia,
da cento cavalieri accompagnata,
sanza dimoro si fu messa in via.
Alla corte del re fu dismontata,
dov'era Gibel pien di cortesia.
Tutta la gente trae per vedella,
che 'n fra l'altre lucea com'una stella.
86
Il buon Gibello con allegro cuore
isposò la pulzella innanzi al padre.
Tutta la gente cantava d'amore,
ma sopra tutte era allegra la madre.
Le donne e le donzelle di valore
gran festa ne facean in veritade;
tutta la gente danzava per essa;
morta d'amore cade la duchessa.
87
Sí grande è l'allegrezza e 'l giuoco e 'l riso,
un anno e piú bastò corte bandita.
Il buon Gibel con amoroso viso
della pulzella prese gioi' fiorita;
chiamato fu signor di tutto, assiso,
poi che 'l padre passò di questa vita,
e 'l fratel per signor d'altre contrade.
E noi si salvi l'alta Maestade.
VII
GISMIRANTE
PRIMO CANTARE
1
I' prego Cristo, Padre onnipotente,
che per gli peccator volle morire,
che mi conceda grazia nella mente,
ch'i' possa chiara mia voluntá dire;
e prego voi, signori e buona gente,
che con affetto mi dobiate udire.
I' vi dirò d'una storia novella,
forse che mai noll'udiste sí bella.
2
Ben voglio che saciate, buona gente,
ch'un, ch'ebe nome il cavalier Cortese,
si dipartí per alcuno accidente
dal re Artúe e di tutto il paese,
e tanto cavalcò continuamente,
che giunse a Roma nel nobil paese,
e quie ebe un figliuol, che nutricare
lo fece e di vantaggio amaestrare.
3
Quando di quindici anni e' fue in etade,
piú ch'altro in trenta era gagliardo e forte.
Venendo il padre in grande infermitade,
disse:--Figliuolo, i' dubito di morte:
però, s'io muoio in questa contrada,
none istar quie, e vattene alla corte,
e racomándati a messer Tristano,
a Lancelotto ed a messer Calliano.--
4
E poco istante che morí, avante
al suo figliuol nulla non può piú dire.
El damigel, c'ha nome Gismirante,
a grande onore il fece sopellire,
e po' si dipartí a poco istante:
andonne in corte sanza ritenire,
e come il padre gli aveva contato,
a que' baron si fue raccomandato.
5
E per amor del suo padre ordinâro
tanto che stette in corte per donzello;
e serviva sí ben, che l'avíe caro
il re Artúe sopr'ogni damigello,
e tutti i cavalieri inamorâro,
tanto egli era apariscente e bello;
ed insegnârgli giostrare e schermire,
sí che fu sopra ogn'altro pien d'ardire.
6
Cosí sett'anni fece dimoranza
e fe' in tal tempo molte cose belle,
avendo in quella corte per usanza
che non vi si mangiava mai cavelle,
né sera né mattina per certanza,
se di fuor non venía fresche novelle;
avvenne un dí che per cotal cagione
non mangiò il re, né niuno suo barone.
7
E, quando fu venuto l'altro giorno,
novelle fresche ancora non venía;
e Gismirante, il damigello adorno,
andonne a re Artúe, e sí dicía:
--Fatemi cavalier sanza soggiorno.--
E, po' che fatto fue ciò che volía,
disse partendo:--Non ci torno mai
che caverò la corte di ta' guai.--
8
E cavalcando gia pregando Iddio
che gli mandasse ventura alle mani,
per la qual cosa che di tanto rio
possa cavare i cavalier sovrani.
Tutto quel giorno cavalcò con disio,
e po' la notte non trovò ch'il sani.
Po' la mattina si ebe trovata,
come Iddio volle, una saputa fata.
9
La qual lui salutava, e poi gli disse:
--Di stran paese qua venuta sono,
però ch'io non voleva che perisse
cotanta buona gente in abandono:
in prima che di lá mi dipartisse,
i' procacciai di recarti un bel dono,
che, se tu 'l porti in corte al re davanti,
mangiar potrai co' cavalieri erranti.
10
Sapi che del reame, dond'i' vegno,
è la piú bella pulzella del mondo,
figliuola di uno re, che tiene a sdegno
ogni prod'uomo, e sie qual vuol giocondo,
e non si può veder che per ingegno
se none un dí dell'anno sanza pondo,
cioè la vilia di Santo Martino.
Allor va il bando per questo latino:
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che a quella vilia, ch'io t'ho manifesta,
non si lasci veder persona, quando
la figliuola del re ne va alla festa
per suo diletto un poco solazzando.
Chi sará fuor, gli fie mozza la testa
a chi cadesse in cosí fatto bando,
sí che in casa per téma ognun si serra,
o se ne fuggon di fuor della terra.
12
Per questo San Martino, ch'è ora andato,
la vidi, e 'l viso mio non fue veduto.
Come il sogliar del Santo ebbe passato,
del capo un suo capello fu caduto,
ed io il ricolsi, ed hotelo recato:
in questo bossoletto l'ho tenuto:
pórtal davanti al re dalla mie parte.--
Ed ella il ringraziò, e po' si parte.
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