Dico che quel baron sí valoroso

amava per amore un'alta dama

del legnaggio del duca poderoso,

ch'era piú bella ch'alcun fior di rama.

E 'l loro amore era tanto nascoso,

che fra la gente non ne corre' fama:

per non dirlo a sergente o a camariera,

una cúcciola facíen messaggera.

5

Nulla sí bella zita era, né piú,

allora né cristiana o saracina,

e nome avea la Donna del vergiú,

che piú splendea che stella mattutina.

El padre suo nobil barone fu,

sua madre era figliuola di regina,

e, quando essi del secol trapassôro,

sí gli lasciâro un ricco tenitòro.

6

Ella l'amava con sí grande affetto,

messer Guglielmo, che d'altro marito

non si curava né volea diletto,

e sí co' lui si stava a tal partito,

a ciascuno ponea qualche difetto,

tosto che ragionar n'aveva udito;

e piú baron di Francia e della Magna

avea schifati e posto lor magagna.

7

E cosí stavan que' perfetti amanti

col lor secreto amor chiuso e celato

cotanto, che né in vista né in sembianti

accorto non se ne sarebbe uom nato;

e renegato arebbe Iddio co' santi

ciascun, pria che l'avessi appalesato;

e, quando per amor si congiungevano,

udite e' sottil modi che tenevano.

8

Il palazzo dove ella dimorava

avea dintorno un nobile vergiero

ed una cucciolina che 'l guardava

per me' la porta stava in sul sentiero;

quando messer Guglielmo v'arrivava,

ed ella conosceva il cavaliero,

sed esso ave' compagno, ella lativa

tanto che del giardin e' si partiva.

9

Se sanza compagnia era venuto,

e la cagnuola gli facea carezza,

e poi di botto cercava col fiuto

tutto il giardino per ogni larghezza;

e se alcun trova nel giardin fronzuto

nascoso, o che 'l mirasse per vaghezza,

ella latrava, veggendo il barone,

tanto ch'e' si tornava a sua magione.

10

E, se alcun non trovava (e' si ragiona),

alla donna ne gía la catellina,

come spirito avessi di persona;

cosí, per cenni mostrando, s'inchina.

La donna, com' sovente Amore sprona,

pell'uso suo intende' la cucciolina

e levasi di subito e in istante

al verzúe giva e la cúcciola avante.

11

E quivi gli amador, pien di letizia,

si congiungean con tutto el lor disio;

la disiosa e celata amicizia

facíe chiamar l'un l'altro:--Amore mio!--

di baci e d'abbracciar facean dovizia;

ciascun dicendo:--Ben, preghiamo Iddio

che questo dilettoso tempo basti

che caso non avenga che ce 'l guasti.--

12

Quando s'eran gran pezzo sollazzati,

la donna se ne gía e sí 'l barone,

per temenza di non esser trovati,

ciascuno si tornava a sua magione;

ma la mattina, po' ch'eran levati,

veníano in corte, coll'altre persone,

non faccendo né segno né sguardare

ch'altrui non sen potesse mal pensare.

13

E 'l disio dolce che nel cor spirava

facea quei due amador pien d'allegrezza;

e quella dama tanto allegra stava,

che nel viso fioriva sua bellezza.

Messer Guglielmo ogni giorno armeggiava

e facea gra' conviti e gran larghezza;

mostrava ben com'era innamorato,

ma di chi fusse nol sapeva uom nato.

14

Or segue qui la leggenda e la storia

della donna del gran duca Guernieri.

L'alta duchessa credea in sua memoria

che 'l buon Guglielmo, nobil cavalieri,

per lei facessi cotal festa e gloria,

ed armeggiando montasse a destrieri,

e ch'egli fusse al suo bello piacere

preso d'amore tutto al suo potere.

15

Ella, che ha messo in lui ogni sua speme

e celato l'amore oltra misura,

sí che il disio d'amor nel core prieme,

in gelosia ne vive ed in paura;

e lagrime degli occhi il viso geme.

Presente quella nobil creatura,

diceva:--Amor, perché m'hai cosí arso

di costui, che d'amor m'è cosí scarso?--

16

E volgeva sí spesso gli occhi sui

come fa chi d'amor forte si duole,

e, quando si trovava a sol con lui,

sí gli diceva amorose parole.

Messer Guglielmo, ch'era dato altrui,

vedendo ciò che la duchessa vuole,

no gliel negava e no l'acconsentía

per celar quella che l'avea in balía.

17

Un giorno er'ito el duca a suo diletto

fuor della terra a un suo ricco palazzo,

e la duchessa sanza ignun sospetto

prese messer Guglielmo per lo brazzo

e menosselo in zambra a lato al letto,

ragionandosi insieme con sollazzo;

e, per giuocar, la donna e 'l cavaliere

fece venir gli scacchi e lo scacchiere.

18

Da poi ch'egli ebbon tre giuochi giuocato,

la duchessa, ch'Amor sovente sprona,

disse:--Messere, avete disiato

giá gran tempo d'avere mia persona;

or prendete di me ciò che v'è a grato.--

Ed abbracciandol gli baciò la gola,

poi gli baciò ben cento volte il viso,

prima che 'l suo dal suo fosse diviso.

19

Ed abbracciandol gli dicea:--Amor mio,

perché mi fate d'amor tanta noia?

Deh, contentate 'l vostro e mio disio!

prendiamo insieme dilettosa gioia,

io ve ne prego pell'amor di Dio,

o dolce amico, prima ch'io mi muoia!

Se mi lasciate cosí innamorata,

oimè, lassa, in mal punto fui nata!

20

Messer Guglielmo disse con rampogna

vedendo alla duchessa tanto ardire:

--Chi mi donasse tutta la Borgogna,

tal fallo io non farei a lo mio sire.

Prima che gli facessi tal vergogna,

certo mi lascere' prima morire.

E voi, madonna, prego in cortesia

che giammai non pensiate tal follia.--

21

E la duchessa si tenne schernita,

e disse a lui:--Malvagio traditore,

dunque m'avete voi d'amor tradita

e fattomi cosí gran disonore?

Per certo io vi farò tôrre la vita

e farovvi morir con gran dolore!

E a destrieri persona mai non monta,

se vendetta non fo di cotal onta!--

22

Partissi il cavalier doglioso e gramo,

veggendo la duchessa piena d'ira,

e quasi di pazzia menava ramo,

sí dolorosamente ne sospira;

e di partirsi quindi egli era bramo.

E la duchessa ta' parole spira

che giammai non l'amò per tal follia;

uscí di zambra ed andossene via.

23

Come 'l barone uscí dalla duchessa

andossene alla Dama del verzúe,

in cui avea la sua speranza messa,

e raccontògli 'l fatto come fue,

e tutto ciò che 'nteso avea da essa,

e come pose ogni vergogna giúe,

e siccome nolla volle servire,

e come disse di farlo morire.

24

Di ciò la donna si facea gran riso,

e disse:--La duchessa è forte errata,

che pensa nostra fede aver divisa;

e voi, messer, se m'avessi ingannata,

sí retrovata m'aresti conquisa

di mala morte, in terra trangosciata.

Ma 'l nostro amor celato ha tanto effetto,

che dura e durerà sempre perfetto.--

25

Parlando el cavaliere alla donzella,

tornò in quel punto il duca dalla caccia

con la sua compagnia chiarita e bella,

e smontò dal cavallo con bonaccia.

In quello venne la duchessa fella,

piangendo fece croce delle braccia;

graffiata el volto con molta malizia,

gli disse:--Signor mio, fammi giustizia!--

26

Turbossi el duca con maninconia,

udendo la duchessa sí parlare,

e sí le disse:--Dolce vita mia,

perché vi fate sí gran lamentare?

Fecevi oltraggio niun uomo che sia?

Dimmelo, ché non è di qua dal mare

re né baron, che se v'ha fatto oltraggio,

ch'io non faccia mia 'l onta e mio 'l dannaggio.

27

Allora la duchessa fraudolente,

per dare alla malizia piú colore,

trasse el duca da parte della gente,

e cominciògli a dir questo tinore:

--Messer Guglielmo, falso e sconoscente,

mi richiese oggi del villano amore;

ond'io ti priego, Maestá gradita,

che a tale offesa non campi la vita.

28

Ancor m'ha fatto piú oltraggio assai:

contra mia voglia mi volle sforzare;

egli straciommi e' drappi e' fregi e i vai,

e poco mi valea merzé chiamare:

ond'io per questo non sarò giammai

allegra, sed io nol veggio squartare,

farne far quattro parti a' palafreni

dall'inforcatura insino alle reni.--

29

Ma 'l duca savio chiaramente vede,

come si vede chiaro el bianco e 'l nero,

che la duchessa mente, e non le crede

e ben conosce che non dice il vero;

ma pur le disse:--Donna, in buona fede

a voi prometto, come sire intero,

che d'esta offesa fia alta vendetta;

ma non v'incresca s'io non la fo in fretta.--

30

La duchessa rispuose con superbia,

e disse:--Fate ciò che vi diletta;

l'offesa è mia, e pure a voi si serba

di chi m'oltraggia di farne vendetta.

Lo 'ndugiar sí mi induce pena acerba;

ma giurovi alla croce benedetta

di giammai non parlarvi di buon cuore,

se primamente el traditor non muore.--

31

Partissi el duca da quel parlamento,

secondo che raccontan le leggende,

col cor gravato con tanto tormento,

che 'n veritá di Dio molto l'offende;

e nella mente e nel proponimento

el credere e 'l discredere contende,

cioè che la duchessa gli mentisse

o che messer Guglielmo lo tradisse.

32

Tórcessi el duca con sí caldo sangue,

per ira avea rosso la faccia e gli occhi.

Per temenza la sua famiglia langue.

e que' che non languivano eran sciocchi;

e di lui non sarebbe uscito sangue

chi l'avessi tagliato tutto a rocchi;

e sospirava come ferito orso

dello dubievol caso ch'era occorso.

33

Allora disse el duca a un car sergente:

--Va' per messer Guglielmo e di' ch'io il voglio.--

E, come e' giunse a lui immantanente,

disse:--Messer, di voi forte mi doglio;--

e sí gli raccontò el convenente

della duchessa e ancora el cordoglio,

e siccome l'avea d'amor richiesta,

e la persona oltregiata e molesta.

34

Messer Guglielmo disse al duca:--Sire,

vostra duchessa parla gran follia,

ched io mi lasceria prima morire

ch'io vi facessi tanta villania;

e non v'è cavalier con tanto ardire,

che volessi dir mai che cosí sia,

ch'io nol facci in sul campo mentitore

e discredente come traditore.

35

E, quando non bastasse questa scusa,

io vi farò chiaramente vedere

che in altra donna el mio amore usa,

gradita, nobile e di gran potere,

che solo sua bellezza guarda e musa.

L'anima mia e 'l corpo ha 'n suo potere

quell'alta donna della mia persona,

e è figlia di regina di corona.--

36

El duca disse allora:--E io vi comando,

messer Guglielmo, che fra questo mese,

a pena della vita esser in bando,

che voi sgombriate tutto el mio paese;

ma questo vo' che non s'intenda, quando

voi mi facciate sí chiaro e palese

di quella in cui avete speme messa,

ch'io creda a voi e non alla duchessa.--

37

Partissi el duca allor di quel consiglio,

ed era alquanto men maninconoso.

Messer Guglielmo con crucciato ciglio

sen gí col cuore afflitto e pensieroso;

e nel suo cuor diceva:---Fresco giglio,

dama, lo nostro amor chiuso e nascoso

convien ch'al duca tutto si riveli

o ch'io dal tuo piacer mi fugga o celi.

38

Di star lontano da te non è aviso

né di menar mia vita en tal costume;

ché, s'io fussi co' santi in paradiso,

al luogo ove di gloria ha largo fiume,

non sofferria di star da te diviso.

Dama, fontana d'ogni bel costume,

or mi conviene, oh doloroso lasso!

farti palese o girmene a gran passo.

39

E, s'io piglio el partito di fuggirmi

e lasciare el paese en tal maniera,

ben dirá el duca:--E' voleva tradirmi--

e fare' la duchessa veritiera

e l'altre genti, che potranno dirmi

sí cogli traditori ch'io sia a schiera;

s'io mi diparto e 'l vostro amor no' scopro,

come di questo falso mi ricuopro?--

40

E, stando in tal maniera el cavaliere

che giá pareva di dolor musorno

per questo afflitto e doglioso pensiero,

e giá era passato il nono giorno;

e subito gli venne un messaggiero

che immantinente, sanza ignun soggiorno,

che di presente comparissi al duca

nella gran sala ove el signor manduca.

41

El cavalier di subito fu mosso,

con sei valletti gí su pella scala

con un mantel di drappo bruno addosso,

e lagrime degli occhi in viso cala,

la pelle gli parea cucita addosso;

e giunse al duca, ch'era suso in sala.

Di questo el duca co' la sua famiglia,

vedendolo, ciascun si maraviglia.

42

Ed in segreto dall'altrui presenza

cosí gli disse:--Ora ti riconforta

ched e' non ti bisogna aver temenza,

se ben tu avessi la duchessa morta.

Ma dimmi il vero, io ten terrò credenza

per quella fede che l'anima porta:

qual dama avete, che sí vi talenta,

ch'io possa dir che la duchessa menta?--

43

Vedendo il cavalier che a tal partito

el duca voleva esser fuor di dubbio,

diventò dismagato e sbigottito,

e 'l fresco viso suo divenne bubbio

e poi si stava qual morto transíto,

vòlto in trestizia, come panno in subbio.

Quando ebbe e' denti della lingua sciolti:

--Sire--disse,--vien' meco, e mostrerolti.--

44

Giá era sera e l'aria fatta bruna,

quando si mosse el duca e 'l cavaliero:

vero è che lucea el lume della luna.

Ed amendue andarono al verzero,

ove celato spesso si raguna

la bella dama col baron sincero;

ma di fuor del giardin rimase el duca

dopo un gran cesto d'una marmeruca.

45

Messer Guglielmo entrava nel giardino,

e 'ncontra sí gli venne la cagnuola,

che si giacea tra' fior del gelsomino.

El cavalier la chiamava:--Figliuola!--

ella scherzava col cavalier fino,

poi cercava el giardin per ogni scuola

intorno intorno al verziero prezioso,

se niun uomo si trovava nascoso.

46

Quando ebbe cerco ben, la catellina

andonne nella zambra delettosa,

ove dormía la stella mattutina,

ch'era del cavalier desiderosa.

Messer Guglielmo a quel punto non fina

e misse dentro el duca alla nascosa;

poselo dopo un cesto d'un rosaio,

dopo la sponda d'un chiaro vivaio.

47

E, poi ch'ebbe la cúcciola sentuta,

si fe' la damigella rivestire,

e poco stante a lui ne fu venuta,

a que' ch'a forza la dovea tradire.

Ma non si pensava ella esser traduta

da quegli in cui avea messo il suo disire,

e non pensando del tradir l'effetto,

e prese col suo drudo ogni diletto.

48

Ma il barone, ch'avea la mente trista,

al tutto non potía tener celato,

e quella, che lucíe piú ch'oro in lista,

disse:--Ch'avete, cavalier pregiato?

Mi parete turbato nella vista;

poss'io far cosa che vi sia a grato?

Egli vi mancherebbe oro od argento,

od altra cosa aresti in piacimento?--

49

Disse il barone:--Io mi sento una doglia

che mi tien conturbato il cuore mio,

e sí mi fa tremar come una foglia,

quando è percossa dallo vento rio;

ond'io vi priego, s'è la vostra voglia,

anima mia, che n'andiate con Dio!--

E lagrimando allor s'accomiatarono,

ma prima cento baci si donarono.

50

Cosí sen va la bella donna tosto,

e la cúcciola sua sempre davanti.

El duca, ch'era nel rosai' nascosto,

tornò al cavalier con be' sembianti,

e disse:--Il vostro amore è in dama posto,

che io l'ho caro seimila bisanti.--

Cosí parlando lo barone e 'l sire,

tornò ciascuno in suo zambra a dormire.

51

Or vòlse il duca quella notte istesso

colla duchessa, sua donna, dormire.

Quand'ella el vidde, ella fuggí da esso,

levossi suso e vollesi vestire;

giurò di non dormir giammai con esso,

e disse a lui:--Perché non fa' morire

messer Guglielmo, che m'ha fatto oltraggio

ed a voi vòlse far sí gran dannaggio?--

52

Disse 'l duca adirato:--Tu ne menti

del cavalier, e sí fai gran peccato,

e 'ncontro a lui falsamente argomenti

ch'egli ha a tal donna el suo amor donato,

ch'è piú bella di te per ognun venti;

e io l'ho veduto, egli me l'ha mostrato,

e come il modo tiene a gire a quella

dama, che luce piú che sole o stella.--

53

Or, quando la duchessa lo duca ode

dir che messer Guglielmo ha un'amica,

iratamente gli parlò con frode,

e disse:--Sir, se Dio vi benedica,

chi è la donna che 'l cavalier gode,

in cui bellezza non falla una mica?--

El duca le rispuose:--Amore bello,

certo non tel direi per un castello!--

54

Ma tanto la duchessa lo scongiura,

che, innanzi ched e' fusse la mattina,

disse el duca per lor mala ventura:

--La Donna del verzú, che è mia cugina;

e raccontolle el fatto per misura

come messaggio era una catellina,

e come e' vidde uscirgli del palazzo,

e nel giardin tener l'un l'altro in brazzo.

55

A tanto si tacíe questa novella,

e la duchessa campò dolorosa.

Il giorno avía giá fatta l'aria bella,

ch'ella uscí fuor della zambra amorosa

vestita d'una porpora novella,

ma non mostrava in sembiante dogliosa,

e ginne in sala dove avea i baroni

e donne e cavalier di piú ragioni.

56

E fece allor la duchessa appellare,

giovani e donne e vaghi cavalieri,

e disse a loro che volea danzare

a guida della Donna del verzieri.

Ed ella disse:--Dama d'alto affare,

io nol so far, ch'io 'l farei volentieri.--

E la duchessa gli rispuose presta:

--Vo' sète di maggior fatto maestra.

57

Maggior fatt'è che menare una danza

aver sí ben vostra cúcciola avezza,

ch'al vostro drudo novelle e certanza

porta, quando volete sua bellezza.

El duca ne può far testimonianza,

che co' suoi occhi el vide per certezza.--

Udendo la donzella queste cose,

partissi quindi e nulla le rispuose.

58

E ginne nella camera, tremando,

siccome quella che di duol moriva,

e di messer Guglielmo lamentando,

pregandone la Vergine Maria,

siccom'egli l'er'ita abbominando,

che lo conduca a far la morte ria.

--Come conduce me, che con mia mano

morrò, come Bellicies per Tristano!--

59

Nella man destra ignuda avea la spada

e la cúcciola nel sinistro braccio

dicendo:--Traditor, poi che t'aggrada

che io m'uccida, ecco ch'io men spaccio.--

Poi dice:--Catellina mia leggiadra,

oggi sarò in inferno, be' lo saccio,

e tu sia di mia morte testimoni

dinanzi al duca ed agli altri baroni.--

60

El pome della spada appoggiò al muro

e per me' il cuore s'acconciò la punta

dicendo:--Omè lassa! Com'è duro

el partito dove io oggi sono giunta!

Per te, Guglielmo, traditore scuro,

con Dido di Cartagine congiunta

oggi sarò in inferno, con dolore!--

Poggiò la spada e misela nel cuore.

61

Ed una nana, ch'udí il gran lamento

dentro alla zambra e 'l piatoso languire,

volentieri sarebbe entrata drento,

ma per temenza non ardiva gire.

Udí el mortal sospiro col lamento

ch'ella gittò, quando venne al finire.

Corse lá drento e trovolla transíta,

onde stridendo si tolse la vita.

62

Corse messer Guglielmo e molta gente

al pianto della nana dolorosa,

e vidde morta in terra la innocente,

pallida e fredda di morte angosciosa;

onde trasse la spada inmantinente

del tristo petto, tutta sanguinosa,

e disse:--Spada, anzi che sia forbita,

a me, lasso! a me torrai la vita!--

63

E col viso in sul suo facea gran pianto

dicendo:--Traditor mi ti confesso,

e chiamo al mondo testimoni intanto

ch'io con teco morrò per tale eccesso,

e chi è in questa zambra da ogni canto

vedrá la morte mia simil dapresso.--

E misesi la spada con quel sangue

per mezzo el cuore, onde di morte langue.

64

Quivi chi v'era grande strida mise,

vedendo morti damendue costoro,

salvo che la duchessa, che sen rise.

El duca sí mugghiava com'un toro,

e raccontava sí come s'uccise

Piramo e Tisbe alla fonte del moro;

e dicen tutti:--Per simile crimine

ne morí giá pur Francesca da Rimine.--

65

E, stando el duca in dolore e in tempesta,

e nella pena ch'io ho di sopra detta,

prese la dolorosa spada presta

e ferí la duchessa maledetta

e dallo 'mbusto gli tagliò la testa,

per far dei corpi nobile vendetta,

che s'eran morti per la sua malizia;

ben fece il duca diritta giustizia.

66

Ma, quando el duca die' quella ferita

alla duchessa, che di gioi' gallava,

ell'era giá della camera uscita

con altre donne, ed in sala danzava.

Cosí danzando, le tolse la vita

purgando el vizio in che ella fallava;

e partille la testa dallo 'mbusto

el magnanimo duca, dritto e giusto.

67

Morta quella duchessa fraudolente,

soppellir fece e' corpi a grande onore.

Dir non si può el lamento, che la gente

faceva tutta, e il gravoso dolore.

E poi il duca non dimorò niente,

per voler ramendare el suo errore:

chiamò un suo nipote over cugino,

e dettegli il ducato a suo domino.

68

Fatto che l'ebbe sir del suo paese

e da sua gente avuto il sacramento,

cavalier tolse, tesoro ed arnese,

e cavalcò senza dimoramento

inver' di Rodi, a stare alle difese

de' saracini, ed ivi con tormento

finí la vita sua con gran travaglia,

restando sempre in zuffa ed in battaglia.

69

Signori, avete udito il gran dannaggio,

ch'avvenne a' due amanti per malizia

della duchessa, ben che 'l duca saggio,

com'io v'ho detto, ne fe' gran giustizia,

onde poi si dispuose a far passaggio

sopra de' saracin, per gran niquizia;

lá ne morí poi in servizio di Dio.

Al vostro onor compiuto è 'l cantar mio!

VI

GIBELLO

CANTARE PRIMO

1

O gloriosa Vergine pulcella,

umile e santa, pura e salva nave,

del paradiso relucente stella,

gloria de' santi e delle sante chiave,

concedi grazia a me e a mia favella

che co' memoria ti possa dire:--_Ave

Maria, gratia piena, Deminus teco,_--

e del tuo frutto non mi metti nego.

2

Dirò un cantare antico con 'legrezza

dello re Tarsiano di Bravisse,

com'alle donne facea gran gravezza,

e guerra a torto mantenea con esse,

e non voleva, in nessuna grandezza,

veruna due figliuoli partorisse.

Quale gli partoría fa giudicare

e per sentenza ad ardere menare.

3

E nel suo tempo giustiziar ne fece

e disformare al fuoco, sanza conto;

egli apponea lor ch'era meretrice

qual duo figliuo' partoriva in un corpo,

secondo che la storia parla e dice.

E la reina in su quel punto gionse,

che due figli una notte ingeneròe,

dall'un de' quali il re sconfitto fòe.

4

Essendo la reina ingravidata,

venne lo tempo dello partorire;

ella si stava in camera celata,

perché due figli le parea sentire,

con una balia secreta e giurata,

facendosi onorare e ben servire.

Con questa balia sola partoríe,

ch'altra donna né balia non sentíe.

5

Abbiendo la reina partorito,

presi i fantini fûr senza dimoro;

da quella balia ciascuno è nudrito

ed amantati in un bel drappo ad oro.

Perché non fosse dallo re sentito,

coll'un la balia si partí da loro,

e l'altro lasciò star colla reina,

e quel portò a gittar alla marina.

6

Rimase la reina dolorosa

con altre donne e balie accompagnata,

e questa balia, secreta e nascosa,

della cittá usciva sconsolata

con quel fantino, ch'è sí bella cosa.

Cosí andando, ella si fu inviata

e al mare per gittarnelo portollo.

Lá trovò mercatanti, e a lor donollo.

7

Tornossi indietro e disse ch'era morto;

e la reina se ne fu credente.

Gli mercatanti furon tosto a un porto,

trovarongli una balia imantenente,

facevanlo nudrire e dar conforto,

che ciascun lo vedeva allegramente;

cavârlo del reame di Bravisse,

portârlo alla città di Gienudrisse.

8

Giugnendo a Gienudrisse la cittade

la balia col fantino e' mercatanti,

le donne e gli signor di gran biltade

per vederlo si fûro lor davanti,

ch'a' piú parea che l'alta Maestade

vi fosse stato a farlo e gli altri santi.

Parea che fosse nato in paradiso,

tant'era di bellezze nuove affiso.

9

Questa cittade vi si mantenea,

cioè Gienudris', per una pulcella,

che Argogliosa appellare si facea

ed era di nov'anni, molto bella.

Vide la gente ch'al fantin traea:

dimandò ch'era e seppe la novella.

Disse a' suoi bali':--Or mel fate venire

che per mio servo il vo' fare a nudrire.--

10

I mercatanti fûr sanza soggiorno

davanti alla pulcella col fantino.

La pulcelletta collo viso adorno,

veggendolo sí bel da piccolino

e che la gente andava lor dintorno,

ché rassembrava un angelo divino,

chiesel a' mercatanti in dono caro,

ed e' con allegrezza gliel donâro.

11

Molte balie fûr tolte a governarlo,

che inamorata ciascuna parea,

e di quel drappo ad oro dismantarlo,

e la pulcella sí lo riponea,

come persona ch'è di gran legnaggio.

Gibel la dama nome gli ponea,

tosto lo fece crescere e allevare

con piú maestri a legger e a studiare.

12

Egli era veramente tanto destro,

il gaio giovinetto, ad ogni cosa,

che da ciascuno era tenuto maestro,

e la sua fama cresce valorosa.

Ed alle cose era maniero e presto

vie me' che gli altri; e quella gentil cosa

della pulcella n'avea tal piacere,

ch'altro disio non ha che lui vedere.

13

Crescendo il giovinetto valoroso,

alla schermaglia comincia ad usare,

della qual vene tanto copioso,

che a quel paese non trovava pare.

Di costumi e di danze piú gioioso,

piú che null'altro me' le sapea fare,

di salti e di lanciare e di destrezza,

e in belle cacce tuttora s'avvezza.

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Usava molto Gibel il giostrare

e di ciò ne prendea molto diletto,

ancor cosí faceva il bigordare

l'ardito, franco, gaio giovinetto.

Fa a molti cavalier selle votare,

che della piazza lor facea far letto.

Cosí si mise un dí ad una giostra

(per quel che 'l libro qui chiaro mi mostra),

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ov'era molta gente di valore,

conti, baroni e molti cavalieri.

Ciascun procaccia di avere l'onore,

e similmente fanno gli scudieri:

quivi si mostra chi ha valenza o core,

vitando forte ognuno i buon destrieri;

qual va per terra e qual rompe la lancia,

chi fier nell'elmo, non fier nella pancia.

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Gibel giunse alla giostra ardito e franco,

colla grossa asta in man, punge 'l destriere,

in un scontrossi, che 'l ferí nel fianco

per farli a terra votar le groppiere.

Ma 'l buon Gibello non parve giá stanco,

e fiere lui in tostane maniere:

a terra il traboccò isconciamente,

e videl ciaschedun ch'era presente.

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Poi ferí un cavalier, ch'avea giá vinto

la maggior parte del torniamento,

e del ben far e' non s'era giá infinto,

per quel che da ciascun per vero i' sento;

diègli nel petto, ebbelo in terra pinto

con grande sconcio, di ciò non vi mento.

Pur si rizzò quel cavaliere, e disse

queste parole pronte, aperte e fisse:

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Fiore di leggende Cantari antichi I - cantari leggendari · 第 5 / 19 段