_Relazione della seduta del Senato Consulente del Regno d'Italia,
tenuta nel dí 17 aprile 1814._
Prima della convocazione del dí 17, niuno de' senatori ne conosceva
l'oggetto, se quei pochissimi si eccettuano che facevano parte del
governo, e che l'intima confidenza godevano de' principali agenti del
medesimo. Tutti erano al buio della politica situazione del regno.
Privi da lungo tempo dei giornali ed anche delle lettere di Francia,
diverse erano le voci, che incerte e contradditorie correvano. Altri
davano Napoleone alla testa di potente esercito, assistito anche
dall'insorgenza di piú provincie; altri lo dicevano morto; altri che
avesse abdicato impero e regno; altri a favore della dinastia. Si
fluttuava in questa incertezza; allorquando i conti pretori del Senato
intimarono nel giorno 16, con la solita lettera, l'ordinaria seduta
del giorno 20: ed allorché con lettera pressante diretta
successivamente ai senatori poche ore innanzi la mezzanotte del giorno
stesso, li chiamarono ad altra convocazione straordinaria per il dí
successivo. Continuò ad esserne ignoto l'oggetto anche negli ultimi
momenti che la precedettero; si osservò solo che tutti, contro il
solito, erano intervenuti i senatori nel numero di 36, compresi i due
ministri della giustizia e delle finanze, oltre il conte Vaccari
ministro dell'interno, sebbene come non senatore non vi avesse voce
deliberativa: non mancavano che cinque membri assenti ed il conte di
Breme che si disse ammalato.
Il conte Veneri, presidente, aprí la seduta coll'aver raccomandato e
fatto promettere il piú rigoroso silenzio in tutti gli oggetti che si
fossero proposti, discussi e risoluti. Quindi passò a leggere, 1. una
lettera del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli della corona, data
il dí 16, in cui lo autorizzava a convocare straordinariamente il
Senato; 2. il messaggio che qui si unisce, lett. A; 3. un progetto di
decreto, che parimenti viene qui allegato, lett. B. Alla replicata
lettura di tali fogli, la di cui sostanza era di spedire a S. M.
l'Imperatore d'Austria una deputazione, onde implorare la cessazione
delle ostilità, l'indipendenza del regno, con il principe Eugenio in
re d'Italia, alcuni senatori chiesero simultaneamente la parola.
L'ottenne il primo il conte Guicciardi, il quale propose di fare
precedere in ordine l'esame se era costituzionale la convocazione, non
vedendo facoltà sufficiente nel cancelliere guardasigilli. Fece
riflettere, che questi male a proposito si qualificava nel messaggio
qual rappresentante lo Stato, mentre tutto al piú poteva rappresentare
il governo, e finalmente fece istanza che prima di procedersi ad
alcuna discussione, si procurasse di sapere se il regno era veramente
vacante, cioè se il re vivesse, se avesse, ed in quali termini,
abdicata la corona. L'ottenne il secondo il conte Dandolo, il quale
dimostrò, che in affare tanto grave, quanto ne fosse mai stato portato
al Senato, non si doveva passare ad alcuna proposizione, se prima non
fosse sottoposta alla matura analisi di una commissione, alla quale si
accordasse almeno lo spazio di due giorni. A tali mozioni
interpolatamente risposero il conte Paradisi, il conte presidente
Veneri e il conte ministro dell'interno. Dissero che l'espressione
rappresentante lo Stato era corsa per equivoco, e si sarebbe corretta;
che il duca di Lodi era munito di tutte le facoltà, che avrebbe resa
ostensibile, quando si fosse voluto, una lettera di S. A. I. il
principe Viceré, e che su gli altri fatti non chiari ancora, il Senato
poteva somministrare lumi piú positivi. Il presidente Veneri propose
come piú conveniente, che l'affare fosse discusso in comitato segreto,
e cosí si prendessero momentaneamente quelle saggie e prudenti
determinazioni che si credessero del caso. Si oppose il conte
Guicciardi, mostrando che non si era mai praticato nel corpo il metodo
del comitato segreto, il quale non era additato né dal sesto statuto
costituzionale, né dal regolamento organico delli 9 novembre 1809.
Appoggiò quindi la mozione del conte Dandolo, con l'aggiunta che la
commissione si occupasse dell'affare, non meno in ordine che in
merito, presi prima gli opportuni schiarimenti dal duca di Lodi. Il
conte Vaccari, appoggiato dalli conti Veneri e Paradisi, aggiunse che
la commissione poteva pure aver luogo, giacché si voleva, ma che
onninamente doveva riferir e prendersi una risoluzione in giornata. In
tale circostanza palesò che S. A. I. aveva combinato un armistizio con
S. E. il generale Bellegarde, sotto la condizione, che si fosse
spedita una deputazione in Francia, sino al risultato della quale si
sarebbero sospese le ostilità, e che dalla nomina di tale deputazione
dipendeva l'attuale esistenza politica del regno, e la concessione di
uno spazio alle negoziazioni, mentre senza di essa era inevitabile
l'invasione immediata della capitale. Asserí inoltre, che l'armata
aveva acclamato il principe Eugenio, il che non era senza fondamento,
sapendosi i movimenti promossi in Mantova da alcuni capi.
Questo riflesso quietò i molti che opinavano per la totale esclusione
del progetto. Fu posto alle voci, se piacesse la commissione secondo
le massime esternate dal conte Guicciardi, e fu approvata. Si chiese
se doveva essere di cinque membri e si rigettò; se di sette, e vi si
convenne. La commissione pertanto fu nominata, per via di schede,
nelle persone delli signori Guicciardi, Bologna, Cavriani,
Castiglioni, Costabili, Verri e Dandolo. Si noti che la pluralità dei
suffragi escluse dalla medesima ognuno di quei senatori che aveva
opinato per il comitato segreto, o che aveva perorato in sostegno del
progetto del duca di Lodi, o aveva mostrato adesione al medesimo. Il
presidente invitò i membri della commissione a dare il loro rapporto
nello stesso giorno, alle ore 8 della sera.
Adunatasi questa, all'istante combinò concordemente, che tre de' suoi
membri, li signori Guicciardi, Verri e Dandolo, si recassero subito
dal duca di Lodi, per porsi al giorno di quanto occorreva. Si prestò
subito il duca alle ricerche; giustificò la sua autorizzazione con un
decreto di antica data del re, che, nell'assenza del Principe Viceré,
gli conferiva amplissime facoltà, tra le quali egli intendeva che
anche quella vi fosse compresa di convocare il Senato. Mostrò loro una
lettera di S. A. I., in cui gli partecipava di andare a segnare un
armistizio, da durare fino all'esito delle negoziazioni da
intraprendersi da una deputazione, che il regno avesse spedito alle
AA. PP. Alleate, e parlava pure dell'unione del Senato per la nomina
dei deputati. Molte e ben molte ragioni addusse inoltre per
determinare l'adesione del Senato al suo progetto.
La commissione, ciò inteso dalli suoi tre membri, convenne
unanimemente sulla necessità di occuparsi sul merito dell'affare, e
passò a redigere un nuovo progetto che era nelle considerazioni e
negli articoli differente di quello già proposto al Senato, a cui
nella stessa sera fu letto dalla tribuna. Conteneva in sostanza: 1.º,
che si spedissero tre deputati, in nome del Senato, alle Alte Potenze,
per presentare loro i suoi omaggi, e supplicarle per la finale
cessazione delle ostilità; 2.º, per chiedere che il regno fosse
ammesso al godimento della sua indipendenza; 3.º, che il Senato
coglieva quest'incontro per rinnovare a S. A. I. il principe Eugenio i
sentimenti dell'alta sua stima e del piú sincero attaccamento.
Alla lettura di un tale rapporto fu grande la commozione di alcuni,
massima poi quella del conte Paradisi e del ministro Vaccari. Dissero
apertamente che, esclusa la domanda di S. A. I. in Re d'Italia, era
inutile l'oggetto della controrisoluzione, e che l'intruso complimento
era piuttosto ingiurioso. Il conte Paradisi ricercò che si leggesse di
nuovo il progetto del cancelliere guardasigilli. Questo e l'altro
furono letti piú volte. A ciò successe una ben lunga discussione,
nella quale presero parte, da un lato, il presidente, Paradisi, i
ministri Prina e Vaccari, e dall'altro, Guicciardi, Dandolo, Massari,
Verri, Castiglioni.
Fra le altre opposizioni del conte Guicciardi vi fu quella, che i
senatori attaccati da un giuramento all'osservanza de' statuti
costituzionali, non potevano dimenticare il primo ed il quarto tra
essi, li quali accordavano la successione, in preferenza di un
adottivo, ad un figlio legittimo naturale del Re, quando non sia per
portare nel suo capo la corona di Francia, e che era tra i possibili,
che questo caso si verificasse nel Re di Roma. Motivò in risposta il
conte Prina, un nuovo articolo da lui redatto in questi termini: «È
incaricata la deputazione di far conoscere alle AA. PP. il dritto
eventuale acquistato dal principe Viceré alla corona d'Italia in forza
del primo e del quarto statuto costituzionale, diritto reso piú sacro
dall'amministrazione, dalla gratitudine, dai voti e dal desiderio
della nazione». Con molte ragioni dimostrò il conte Guicciardi, che
non era lecito di porsi in campo il dritto eventuale, finché non fosse
escluso il positivo, ed accennò l'inconvenienza di ricercare alle
potenze alleate, e specialmente all'Austria, il principe Eugenio in
sovrano. Il conte Massari insistette che non si dovesse improntare il
nome della nazione; ma solamente quello del Senato, qualunque fosse la
sua deliberazione. Il conte Verri fece delicatamente conoscere
d'essere in dubbio che in questo momento concorressero a favore del
principe i suffragi della nazione.
Dopo lungo dibattimento si decise di porre prima a partito il progetto
della commissione, il quale, qualora non fosse accettato, poteva
mettersi alle voci il progetto del duca di Lodi, e cosí le
modificazioni proposte. Il conte Dandolo fece istanza che ciascuna
delle proposizioni subisse lo sperimento dello scrutinio segreto per
via di ballottazione. Il conte Presidente si rifiutò, avendo ordinato
che i singoli dassero apertamente i loro voti per alzata in piedi e
seduta, e con tal metodo la massima parte dei Senatori approvò le
considerazioni e gli articoli dalla commissione proposti. Il solo
terzo articolo subí la seguente modificazione, proposta dal conte
Moscati, e redatta dal conte Mengotti: «Li deputati saranno incaricati
di presentare in quest'occasione alle AA. PP. li sentimenti di
ammirazione del Senato per le virtú del principe Viceré, e della sua
viva riconoscenza per il di lui governo» (Allegato lettera C). Qui fu
che gli individui del contrario sentimento, e sopratutti il conte
Vaccari, si diedero a declamare fortemente contro l'ingiustizia e
l'ingratitudine del Senato. Tacquero gli altri, ed ognuno si fece un
riguardo di non dar luogo a contestazione in quest'argomento. Chiese
la parola il conte Luosi, ed espose che, sebbene non si potesse piú
proporre il progetto del duca di Lodi, come contradetto dall'altro
adottato, pure gli sembrava che non fosse in opposizione con questo
l'articolo redatto dal conte Prina, sul dritto eventuale del principe
Eugenio. Domandò ed ottenne di interpellare su di esso la volontà del
Senato, ma essendo stato confutato di nuovo dal conte Guicciardi, fu
posto alle voci e fu escluso.
Altro allora non restava che la nomina dei deputati. Il conte Paradisi
credette di proporre, che gli sembrava opportuno di rimettere la
scelta di essi alla prudenza del governo. Questa istanza non si poté
porre in deliberazione, perché un grido generale la escluse appena
pronunciata. Posteriormente poi si vociferò che il governo aveva
destinato di spedire lo stesso conte Paradisi ed il conte Prina. Si
passò dunque allo scrutinio e dallo spoglio delle schede risultò che
il conte Castiglioni fu contemplato da 27 voti, il conte Testi da 25,
Guicciardi da 23. L'ulteriore maggioranza de' voti concorse nel conte
Paradisi il quale però non fu favorito che da sei solamente.
Il conte Testi si scusò di non poter presentarsi a tale onorifico
incarco, per la sua manifesta malattia d'occhi. Il conte Guicciardi
soggiunse, che se ammettevano scuse egli era il primo a proporre le
sue, perché ognuno conosce le fisiche indisposizioni che soffre, non
che il danno nell'allontanarsi da una famiglia di 14 figli. Alle
rispettive deduzioni credette d'imporre silenzio il conte Presidente,
col pronunziare che la seduta era sciolta; rispose alcuno che era in
sua facoltà il chiudere la discussione, e passare la proposizione, se
avesse avuto il suo sfogo. Egli però ripeté piú volte, che credeva di
essere investito di tale facoltà, e perciò dichiarava onninamente
sciolta la seduta. Non si poté insistere in ciò, perché i conti
Paradisi e Carlotti erano partiti, e sebbene dagli uscieri richiamati,
non furono raggiunti.