MEMORIA STORICA.[28]

Dopo la ritirata di Mosca, tutte le molle politiche de' governi di

Francia e d'Italia perdettero all'istante la loro elasticità. Il

sentimento della potenza di Napoleone a rapidi gradi si estinse, e

cessò l'illusione che la fortuna e la vittoria marciassero

costantemente alla testa delle sue armate. Gli animi dei popoli sempre

piú s'indispettirono per l'aumentato rigore delle finanze, e per

l'accresciuto bisogno della coscrizione desolatrice delle famiglie.

Ciò non ostante, il rovesciamento totale del sistema non entrò nei

piani delle Potenze, e molto meno nelle viste dei sudditi, come quello

che non sembrava verificabile senza rinnovare gli orrori di una

rivoluzione. Miglior partito parve quello di sostenere il Governo e di

somministrargli i mezzi, onde colla gloria delle armi ottenere

finalmente una pace onorevole e solida. Non vi fu perciò sforzo che si

risparmiasse. Artiglieria ed armi si fabbricarono da ogni parte con

un'attività che non ha esempio. La coscrizione ebbe il suo effetto

quasi per intero, si offrirono persino gratuitamente dai corpi e dai

privati cavalli in gran numero e guerrieri.

Lo spirito italiano, non mai versatile, ma attaccato sempre

tenacemente ai suoi principi, superò, alla debita proporzione, la

Francia nelle volontarie oblazioni. Nel Regno d'Italia si ebbe per

istimolo ulteriore, che alla pace generale cessasse l'esercizio di un

Governo per procura coll'organo di un Viceré, e che sul capo del

Principe Eugenio passare ne potesse indipendente la corona. Non vi è

dubbio che a quell'epoca concorressero nel Principe l'amore ed il

desiderio dei popoli. Non vi è dubbio che si avesse di lui l'opinione

di un buono e zelante amministratore, di un uomo di Stato, di un

prudente e generoso condottiero di eserciti, educato ad una grande

scuola. A ciò si aggiungeva la rispettosa affezione che si era

conciliata la Principessa sua consorte, a cui tutti offerivano i loro

omaggi, chi per la sua pietà e per le sue virtú, chi per le sue grazie

e la sua amabilità, chi per le beneficenze che a larga mano spargeva,

specialmente sulla classe degli indigenti che qual rifugio e madre la

riguardavano.

Niun debito si faceva al Principe del complicato sistema di

amministrazione, della coscrizione, e soprattutto della gravezza delle

imposte. Il solo Re ne sopportava l'odiosità, non che, rapporto alle

finanze, quel Ministro, che aveva la bassezza di prostituire i suoi

sommi talenti nel secondarlo e facilitargli i mezzi di esecuzione. I

sentimenti del suo segretario degli ordini erano conosciuti da pochi

nella capitale, da pochissimi nei dipartimenti. Quest'uomo, tuttoché

naturalizzato italiano con la sua ammissione al Collegio elettorale

dei dotti, si crede che non abbia mai naturalizzato il suo cuore.

Furono i pochi uffiziali reduci dalla campagna di Mosca, che

inserirono nell'animo degli Italiani i primi semi di diffidenza verso

la persona del Principe. Questi lamenti, già disseminati abbastanza,

crebbero a dismisura nel 1813, allorché fu miseramente l'Italia ancora

il teatro della guerra. Non piú il solo uffiziale, ma dal generale al

soldato si chiamarono tutti mortificati dal Principe, offesi dal suo

primo aiutante. Saranno state forse calunniose alcune acerbe

proposizioni poste in bocca dell'uno e dell'altro, ma pure da

moltissimi si recitavano come vere. Fece dispiacere il vedere

trascurato il primo ed il piú provetto tra i generali italiani, che

dal Nord al Sud ha sempre associata la sua carriera alla gloria delle

armi italiane.

Ad alienare gli animi dal Principe concorse un terzo francese, il suo

segretario di gabinetto, passato, contro il prescritto della

costituzione, alla direzione generale delle poste. Egli con la polizia

esercitata negli ultimi tempi sul carteggio, col trattenere ed anche

disperdere le lettere, specialmente de' negozianti, portò al colmo il

malcontento in questa classe sí benemerita della società, la quale era

già prima indispettita abbastanza per il sistema continentale e per

l'incaglio totale di ogni ramo di commercio.

Altr'oggetto di avversione, e forse il maggiore, era negli abitanti

della città di Milano, perché il governo ridondasse di forestieri, che

spendevano in essa con i loro soldi, i quali venivano pure dai

rispettivi dipartimenti, anche le rendite de' propri patrimoni. Unico

paese in Italia, e forse in tutto il mondo civilizzato, ove in pochi

si trovi una cordiale ospitalità, ed ove in moltissimi, specialmente

fra i nobili, regna una decisa avversione contro i forestieri, e per

forestieri quelli riconoscono che non sono oriundi della antica

Lombardia Austriaca! Oggetto di gelosia e di rabbia erano i ministri

ed il senato, quasi che tra sei ministri in Milano non se ne vedessero

ultimamente due lombardi, due milanesi fra cinque dignitari, otto tra

cinquanta senatori, quasi tutti i consiglieri di cassazione ed i

giudici della Corte dei conti, la metà circa de' consiglieri di Stato,

la maggior parte dei direttori generali, tutti i segretari generali

dei ministeri e quasi tutti quelli delle direzioni, dieci tra

ventiquattro prefetti, e cosí molto e molto piú nel restante, giacché

la Corte era popolata di ciambellani, di dame di palazzo, di scudieri

e di altri soggetti milanesi tutti al soldo della corona, e non vi era

dipartimento nel Regno, che non contasse e giudici ed uno stuolo

grandissimo d'impiegati della capitale. Volere un regno

costituzionale, ed un corpo per conseguenza intermediario, e

pretendere che i membri non fossero oriundi dei dipartimenti, è un

concepimento, un assurdo tutto nuovo.

Erano gli animi in questo caldo allorché i successi delle armi delle

Alte Potenze coalizzate sempre piú si moltiplicavano in Francia, e

facevano veder prossimo un qualche decisivo avvenimento. Si

permettevano i discorsi i piú allarmanti ne' luoghi pubblici, ne'

caffè e nei teatri. All'annunzio poi dell'ingresso degli Alleati in

Parigi, non ebbe piú ritegno la commozione. I primari patrizi

milanesi, e quegli stessi che allora prestavano piú ligio il servizio

alla Corte e maggiori ne avevano sperimentati i benefizi, correvano da

ogni parte baccanti, esagerando i torti del governo, e per

maggiormente dilatare l'allarme associarono a loro tre soggetti

d'amplissima trachea, che alzavano con piú coraggio la voce. Un

generale di brigata italiano, sdegnato di non aver avuto i desiati

avanzamenti, un generale straniero al soldo italiano riformato per

demeriti, un estero letterato che non sembrava attaccato a questo

paese da altri vincoli che da quelli delle tante mense de' ministri

alle quali era assiduo, questi furono i piú animosi apostoli della

rivoluzione.

Bisogna credere che il Principe Eugenio, il quale gemeva in Mantova

tra le gravi cure della guerra e tra le angoscie per l'incertezza

della sua situazione, non fosse inteso di quanto si vociferava in

Milano, ovvero bisogna convincersi che chi lo tradiva continuasse ad

adularlo per non incontrare ostacoli all'esplosione della sua

perfidia. La verità pur troppo non arriva che tardi e zoppa ai

gabinetti dei principi. Egli, che si era mantenuto sempre costante e

fedele nella sua direzione verso il proprio padre e sovrano, che aveva

resistito a tutte le insinuazioni della politica, egli finalmente

pensò ai destini del Regno, e forse anche a sé stesso, quando giunsero

a sua notizia gli strepitosi avvenimenti seguiti in Parigi ne' primi

giorni d'aprile e la singolar metamorfosi del primo corpo di quello

Stato. Fu allora che nel dí 16 di aprile convenne in una capitolazione

con il Feld Maresciallo Conte di Bellegarde, e mediante la cessione di

alcune piazze ottenne una sospensione d'armi fino all'esito di una

deputazione del Regno, da presentarsi alle Auguste Potenze

coalizzate.[29] Le sue viste palesi furono di far chiedere che il

Regno fosse chiamato a parte della pace generale, proclamata

all'Europa, e godesse finalmente della sua indipendenza: tanto apparve

sulla sostanza della convenzione, tanto e non piú manifestò nella

lettera scritta al duca di Lodi, resa poi da questo ostensibile alla

commissione del Senato, e tanto assicurò ai deputati del Senato,

quando a lui si presentarono in Mantova. È ben presumibile però che

fosse tra i suoi desiderî che si domandasse per il suo capo la corona

d'Italia. Fu almeno sicuramente questo lo sforzo dei ministri. Tra le

persone piú addette ai suoi intimi consigli fu discusso sul modo di

dare un carattere a tale deputazione e sulli stessi soggetti che

dovessero comporla. Si sa che furono designati li generali Fontanelli

e Bertoletti per l'armata, li conti Paradisi e Prina rappresentanti la

nazione. Rapporto ai primi si ottenne facilmente l'adesione degli

uffiziali, segno, checché si pretenda in contrario, che non aveva

veramente perduto affatto il Principe il loro amore, o lo aveva

ricuperato. Si decise di fare che il Senato autorizzasse i secondi, e

qui si praticarono senza dubbio mezzi oscuri e subdoli. In niuno dei

senatori era venuto mai meno il rispetto e l'attaccamento verso il

Principe Eugenio, niuno aveva prestato fede alle voci accreditate

nella piazza, e molto meno all'orgasmo dei nobili milanesi. Ma ognuno

era penetrato dal sentimento de' propri doveri e da quello della

rispettiva risponsabilità verso i suoi committenti, per non decidersi

se non con gran ponderazione in un emergente cosí delicato e in un

momento in cui l'attenzione e le congetture degli Italiani erano

rivolte verso i Sovrani d'Austria e di Napoli, che quasi tutta

occupavano e tenevano la penisola.[30]

In forza di un dispaccio del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli

della corona, fu convocato straordinariamente il Senato nel giorno 17

aprile. È rimarcabile che di un affare, a cui si pretese di attaccare

un sommo mistero, se ne parlasse contemporaneamente ne' caffè, e piú

nella platea del teatro della Scala, e che i soli senatori ne fossero

all'oscuro, come quelli che tali luoghi non frequentavano. Fu letto un

messaggio del duca di Lodi in cui, dopo aver fatto un quadro per

verità molto vago della situazione del Regno, presentava al Senato un

progetto di decreto per autorizzare una deputazione a chiedere a S. M.

l'Imperatore d'Austria, e pel di lui organo alle Alte Potenze, la

cessazione assoluta delle ostilità, l'indipendenza del Regno ed un re

nella persona del Principe. Che non si macchinò, che non si disse,

perché a sorpresa si adottasse la deliberazione proposta? Fermi i

senatori nella loro massima, vollero che la materia si digerisse prima

da una commissione di sette membri, la quale prendesse, siccome fece,

i migliori schiarimenti dal duca di Lodi e riferisse. Sul rapporto

della medesima fu adottata la deputazione per i due primi oggetti

della cessazione delle ostilità e dell'indipendenza del Regno, esclusa

la domanda del Viceré in nostro Sovrano, come diffusamente risulta

dagli atti di quella seduta espressi nell'allegato num. 1 con gli

analoghi documenti A, B, C. Pareva che i patrizi milanesi dovessero

esser paghi del contegno dignitoso del Senato e della sua risoluzione.

Se la loro volontà era quella dimostrata, che non si ricercasse il

Principe in re, il Senato era stato del loro avviso. Indispensabile

era la deputazione, per l'effetto della capitolazione col Feld

Maresciallo Conte di Bellegarde. Sapevano tutti che a vuoto andarono

le pratiche per la nomina de' conti Prina e Paradisi; sapevano che la

scelta era caduta nel conte Guicciardi, uomo di Stato non secondo a

veruno, il primo ed il piú acerrimo impugnatore del progetto del duca

di Lodi; nel conte Luigi Castiglioni milanese, cavaliere di cui il

solo nome bastava a giustificare la nomina. Si arrivò a spargere il

dubbio, che le istruzioni date ai deputati dal duca di Lodi fossero

divergenti dal decreto del Senato, quasi che questi fossero uomini da

riceverle tali; quasi che le AA. PP. potessero ammetterle in

contraddizione: tutto era artifizio e pretesto. Come i rivoluzionari

erano prima de' senatori intesi del messaggio e del progetto del duca

di Lodi, cosí mediante lo stesso mezzo conoscevano benissimo le

istruzioni del medesimo, le quali a comune intelligenza si danno al

num. 2, unitamente alla di lui credenziale per il principe di

Metternich, ministro di S. M. l'Imperatore d'Austria, num. 3. La sola

intenzione loro fu quella di rovesciare la macchina del governo, di

figurare da popolo sovrano, di trattare in piena confidenza con i

potentati della terra, di fissar essi i futuri destini del Regno,

senza il concorso di tutti i rappresentanti del medesimo, che come

forestieri non dovevano entrare a parte degli alti loro consigli, far

circolar calunnie, assoldare gente facinorosa, insultare la

rappresentanza nazionale, trascorrere rapidamente di delitto in

delitto; tutto ciò doveva operarsi, onde giungere allo scopo proposto,

e tutto ciò fu maturatamente macchinato nel circolo di alcune primarie

famiglie, d'onde partí l'allarme disseminato ne' luoghi pubblici. Le

prime sottoscrizioni del foglio che forma l'allegato al num. 5,

possono spandere gran luce sull'orditura della presente

catastrofe.[31]

Si farebbe un torto all'accortezza ed ai vasti talenti di chi

presiedeva alla polizia dello Stato, se si supponesse che tante

pratiche rivoluzionarie sfuggissero alla di lui vigilanza. Non si sa

quindi concepire come egli o il Principe non vi provvedessero, mentre,

essendo spogliata di truppe la capitale, poteva ottenersene in

qualunque numero nella vicina Cremona e forse anche in Lodi. Non si

spiega neppure come nel giorno venti, quando cadeva l'ordinaria seduta

del Senato, si mandasse contro il solito alla custodia del palazzo,

non l'ordinaria guardia, ma un picchetto non piú forte di otto o dieci

coscritti, e cresce la maraviglia nell'essersi visto al portone del

medesimo il capitano Marini, aiutante di piazza, che disse essere

stato spedito per riparare qualche disordine che si temeva: qual

riparo poteva opporre un solo uffiziale isolato, e neppur milanese?

Fu piú o meno piovosa la giornata de' venti aprile. Con tutto questo,

verso un'ora pomeridiana, quando si radunavano i senatori, si videro

nell'esterno del loro palazzo, sotto seriche ombrelle, una nobile

corona di soggetti decorati e addetti per la massima parte alla Corte,

da' quali tutt'altro poteva temersi che disordine; quivi era un conte

Federico Confalonieri, marito di una dama di palazzo; quivi due

fratelli Cicogna, l'uno ciambellano e scudiere l'altro; lo scudiere

Ciani; quivi un Fagnani, che riuniva all'onore di ciambellano il rango

di consigliere di Stato, e che, a spese del governo, aveva poc'anzi

fatto il viaggio ed un lungo soggiorno in Russia; quivi, in uniforme,

diversi uffiziali della guardia civica, tra li quali si distinse il

capitano Benigno Bossi; quivi piú rampolli d'illustri famiglie, e

Silva, e Serbelloni, e Durini, e Castiglioni, ed altri diversi. Si

notò un uomo di alta statura con alle mani una breve scala, sulla

quale uno degli astanti saliva all'arrivo di ogni carrozza, per

riconoscere il senatore che era in essa. Si seppe poi esser quegli un

domestico travestito di alcuno dei cavalieri surriferiti. All'arrivo

de' senatori facevano plauso ad alcuni, accompagnavano altri con urli

plebei e con fischi, e precisamente quelli che in Senato avevano nel

dí 17 mostrato di aderire al progetto del duca di Lodi; tanto è vero

che erano al pieno giorno di ciò che si era parlato e risoluto in

quella seduta, e non era che per un indegno pretesto che calunniavano

l'intero corpo, accusandolo di quello che con piú di due terzi di

suffragi aveva escluso.

Al momento della convocazione, alla quale non erano intervenuti li

conti Paradisi e Prina, si erano confusi intorno al palazzo, con gli

altri astanti cavalieri, diversi uomini di truce aspetto, che poi si

seppe essere sicari stipendiati, e molti altri del popolo chiamati

dalla curiosità, e varie indistinte voci cominciarono a sollevarsi. Si

riuní nella sua sala il Senato, ove doveva solamente farsi leggere ed

approvarsi il processo verbale della seduta antecedente. Prima di

procedersi a tale lettura ed all'appello nominale e mentre l'esterno

rumore cresceva, partecipò il presidente, non officialmente, ai

senatori, che il Podestà di Milano aveva spedito al duca di Lodi ed a

lui la copia di un'istanza fatta alla Municipalità, in cui si

chiedeva, che nell'attuale posizione del Regno si adunassero i collegi

elettorali, per trattare in essi della cosa pubblica. Il Podestà

diceva nella sua lettera di attendere su di essa le analoghe

deliberazioni del Senato, allegati num. 4 e 5. La prima era firmata da

141 cittadini, e si dicevano per brevità ommesse molte altre firme.

Erano firmati i primi il conte Pino generale di divisione, il conte

Luigi Porro, il conte Giacomo Trivulzio, il conte Federico

Confalonieri, il conte Federico Fagnani con la qualità di consigliere

di Stato, il conte Giberto Borromei, Giacomo Ciani. De' consiglieri di

Stato non vi era, oltre il conte Fagnani, che il conte Lodovico Giovio

col solo carattere di elettore; vi erano il colonnello e molti

uffiziali della guardia civica, tra i quali meritano attenzione il

capo battaglione Pietro Balabio e il capitano Benigno Bossi: erano

pure firmati nello stesso foglio il Podestà ed i Savi municipali.

In questo mentre chiese ed ottenne il permesso, e fu da un usciere

introdotto nella sala il capitano aiutante Marini, il quale espose che

gli ufficiali della guardia civica esclamavano ad alta voce di voler

essi presidiare il Senato e difenderlo. Vi aderí il presidente e ne

diede in iscritto l'autorizzazione, non sapendo neppure concepire il

sospetto, che discendere si potesse all'infamia di tradire la fiducia

dell'unico corpo di rappresentanza permanente del Regno, quando inerme

si abbandonava in braccio de' cittadini della capitale, che

ultroneamente offerivano assistenza e difesa. Ma il primo loro passo

fu di accorrere con una forte e preparata pattuglia, e cacciare

bruscamente e con una somma indecenza dai loro posti i soldati di

linea, e quelli persino che erano all'immediata porta della sala della

seduta.

Prima di quel momento niuno del popolo aveva ardito di penetrare nel

palazzo, niuno aveva ardito di sforzare i soldati di linea che erano

schierati alla porta. Il solo conte Confalonieri si era appressato piú

degli altri, e la sola sua voce si ascoltava esclamando: «Noi vogliamo

la convocazione dei Collegi elettorali, e che si richiami la

deputazione del Senato!». Tutto che il capitano Marini gli insinuasse

che fosse entrato in seduta e senza innalzare in istrada clamori

plebei e sediziosi avesse manifestati ai senatori i suoi voti, rispose

di non poterlo fare, perché destituito di carattere e di

rappresentanza, ma intanto sempre piú sollevava la voce, ripetendo le

cose stesse.

Non appena i soldati di linea si ritirarono nell'appartamento del

custode, non appena il palazzo fu in balia della guardia civica, che

fu dato l'adito indistintamente ai grandi, ai sicari ed alla plebe di

penetrare in esso liberamente. Il conte senatore Verri si offrí di

perorare al popolo, ed a lui si unirono li conti senatori Massari e

Felici. Piú volte andarono e tornarono e riferirono sempre l'inutilità

de' loro sforzi, perché non emergeva cosa volesse un popolo

tumultuante che sollevava grida confuse. Il conte Verri dette in

Senato una carta che disse essergli stata posta in mano da persona

incognita e che non si ebbe tempo di leggere. Alcun senatore, che vi

gittò sopra una rapida occhiata, vide che era scritta di carattere

alterato, e nel primo paragrafo esponeva che, come la Spagna e la

Germania avevano dato l'esempio, cosí doveva scuotersi dagli italiani

il giogo francese.[32] La moltitudine si tratteneva nella gran corte,

e niuno si faceva lecito di salire il maestoso scalone del palazzo.

Furono i civici ufficiali che la incoraggiarono, la spinsero, e già in

un momento il gran portico contiguo alla sala della seduta ridondava

di popolo. Di piú, due cavalieri erano alla porta della prima

anticamera, e senza entrare in essa si limitarono a prestare il loro

nobile officio ed introdurre a forza que' tali che alla medesima si

avvicinavano. Finalmente si restituí l'ultima volta in seduta il conte

Verri, e palesò che non restavano che due soli minuti a deliberare, o

tutto era perduto. Si domandò cosa alla perfine si domandasse dai

senatori. Gli uffiziali della guardia civica, e tra essi il capo

battaglione Pietro Balabio, erano entrati nella sala con viso pallido,

alteratissimo, come di uomini cui non erano famigliari i delitti. Il

capitano Benigno Bossi esclamò ad alta voce che si voleva il richiamo

della deputazione e la convocazione dei Collegi. Il presidente,

sull'insinuazione di qualche senatore e senza alcuna precedente

regolare deliberazione, scrisse: «Il Senato richiama la deputazione e

riunisce i Collegi». Lo stesso capitano sortí dalla sala con questo

foglio, e quindi, senza aver parlato con persona, come attestano gli

uscieri del Senato, rientrò esclamando essere intenzione del popolo

che si dichiarasse sciolta la seduta, e questo stesso scrisse di nuovo

il presidente, con aggiungerlo in altro foglio in questi termini: «Il

Senato richiama la deputazione, e riunisce i Collegi elettorali, ed è

sciolta la seduta». Piú di trenta copie ne furono all'istante scritte

dai segretari, dagli impiegati e dalli stessi uffiziali civici, che

dopo averle fatte soscrivere dal presidente le recavano al di fuori.

Ciò conseguito si attendeva che fosse dissipato il tumulto; ma ben

altre essendo le viste dei tumultuanti, crebbe anzi il disordine

sempre piú. I senatori sortir dovettero da altra porta, e dietro di

essi si affollò con impeto il popolo concitato. Il conte Confalonieri

fu il primo a scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dal

celebre Appiani, che con l'ombrello ruppe e gittò dalle finestre,

dalle quali egli il primo cominciò a gettare le suppellettili della

sala. Il suo nobile esempio fu avidamente eseguito dalla plebe. Sedie,

tavolini, specchi, stufe, persino le persiane, le stesse porte, tutto

fu fracassato e gittato in istrada. L'istessa sorte subirono i parati,

i tappeti e parte delle carte e dei libri. Non erano ancora tutti i

senatori fuori del palazzo che tutto era in preda al saccheggio, da

cui fu solo in quel giorno risparmiata la segreteria, e l'appartamento

del conte cancelliere. Niuno dei senatori fu offeso nella persona,

alcuno solamente fu urlato di nuovo.

Cessò la depredazione e lo spoglio, allorché alcuno dei capi andò

spargendo la voce che era tempo di portare la vendetta ed il furore

contro il Ministro delle finanze. Tutto il popolo, ed alla testa di

esso quelli che si coprivano di seriche ombrelle, corsero al di lui

palazzo. Infelicissimo conte Prina! Egli era stato avvertito fino dal

giorno innanzi di quanto si macchinava contro di lui; nella mattina

fece ogni sforzo un di lui cugino per condurlo a Pavia nella propria

vettura: impavido volle rimanere al suo posto, fidato nell'attività

della polizia, nella facilità di reprimere una sommossa al suo primo

scoppio, e nell'opinione invalsa sempre che l'ardore della plebe

milanese fosse fuoco di paglia, ristretto, come si vede giornalmente

nelle loro risse, a semplici parole, non estensibili ad eccessi di

fatto. Tanto è vero che a niuno è dato di evitare il proprio destino,

contro il quale non siamo trattenuti né dalle sollecitazioni di

persone sensate, né dalla forza e dalla maturità del raziocinio, né

dalla evidenza stessa del pericolo! Non fu che la presenza del

medesimo che inducesse il conte Prina a pensare finalmente alla sua

salvezza: atterrate le porte, fuggiti i domestici, invaso da ogni

parte ed occupato il palazzo, fu allora che si risolvette a

nascondersi; ma non era piú in tempo, non vi rimase piú scampo veruno.

Inutilmente il mantovano Barone de Peyri, generale di divisione, si

cacciò in mezzo alla folla in uniforme e tentò di salvarlo; nulla

ottenne se non qualche momento di sospensione, e terminò col farsi

strappare le fibbie d'oro dalle scarpe e le catene degli orologi. Il

conte Prina fu rinvenuto, fu preso, denudato, percosso, strascinato, e

rovesciato a capo in giú da una finestra.

Rifugge l'animo a rammentare la lenta carneficina e il feroce

trastullo fatto a sangue freddo di un uomo cui pure niuno niega che

fosse per ingegno, per facondia e per dottrina chiarissimo, e della di

cui onestà ha fatto fede non dubbia il ristretto patrimonio lasciato.

Mentre il basso popolo si è abbandonato al saccheggio del palazzo,

dopo averlo spinto gli altri nell'atrio di una casa contigua, gli

hanno fatto percorrere tutta la contrada del Marino sino alla piccola

piazza del teatro della Scala: questa e quella erano ricoperte di

agitate ombrelle vario-colorate. Vicinissimi erano il palazzo della

polizia, quello del ministero della guerra, quello dell'intendenza ove

un folto numero si era raccolto di guardie di finanza. A tutti fu

interdetto di accorrere in suo aiuto; chi solo aveva mezzi ed autorità

per salvarlo, se si fosse prestato con un atto di volontà deliberata,

e non con ciarle artificiosamente vaghe, anzi allarmanti, passeggiava

in una contigua contrada in compagnia del conte Luigi Porro. Un buon

negoziante di vino, esso solo ascoltò un sentimento di pietà, ed in un

opportuno contratempo lo strappò dalle mani della moltitudine e nella

sua cantina il nascose. Furenti erano gli ammutinati sul timore di

averlo perduto. Scoprirono l'asilo, minacciarono d'incendio il

mercante, finché l'infelice Prina, visto il pericolo del suo

benefattore e non isperando per sé altra risorsa qualunque, si offerí

in istrada alla ferocia de' suoi assassini, e «sfogatevi, disse,

sfogatevi pure sopra di me, poiché sono già immolato alla vostra

rabbia; ma fate almeno che sia l'ultima questa vittima». Estreme,

memorande parole, dopo le quali non ebbe piú lena di proferirne. Fu

allora che in mezzo agli scherni ed agli insulti volle ciascuno la sua

parte di gloria nel percuoterlo coi puntali delle loro ombrelle. Per

circa quattro ore gli fu fatto desiderare un colpo decisivo, che

terminasse lo strazio. Egli è morto e strascinato per la città con

torchi accesi, e trasfigurato tanto che aveva perdute le forme e

l'effigie. È fama che il giudice di pace, nell'ispezione fatta del suo

cadavere, non trovasse chi lo riconoscesse, come che non trovassero i

professori tra le tante contusioni una ferita, una offesa veramente

mortale: egli è morto d'angoscia e di spasimo.

Intanto chi può descrivere lo spoglio totale del suo palazzo, e la

veemenza e la prontezza della rapina? In poche ore non vi erano piú

suppellettili non meno ordinarie che preziose, non una porta, non una

finestra, non una pianta, non una persiana, un vaso, un utensile

nell'amenissino giardino annesso. Tant'oltre si spinse la depredazione

e la devastazione che tutte furono schiantate e rubate le moltissime

ferrate, e cosí i calcani delle porte, i chiodi, i condotti, i canali

dei tetti. I tegoli stessi furono sollevati tutti e scomposti, per la

smania d'indagare nel tetto alcun tesoro nascosto. Insomma, un ampio,

maestoso e ricco palazzo pubblico fu ridotto in brevi istanti uno

scheletro trasparente, che il governo ha poi giudicato miglior partito

di far demolire e formarci una piazza, la quale offrirà maggior comodo

alle carrozze affluenti al vicino teatro.

Il Podestà di Milano, in mezzo all'imponenza di tanta sciagura, non

trovò altro compenso che far stampare ed affiggere il decreto estorto

al presidente del Senato, e successivamente pubblicare egli stesso un

proclama, in cui dichiarò che il generale Pino andava ad assumere il

comando delle forze della capitale, che i Collegi elettorali de'

dipartimenti non occupati dalle armi delle AA. PP. coalizzate si

sarebbero riuniti in una sola camera, al piú tardi nel giorno 22 dello

stesso mese, e che il Consiglio comunale della capitale si radunava

nell'indomani, tenendosi in seduta permanente sino a che le

circostanze lo esigessero, e che i reclami tutti si dirigessero alla

Municipalità che li avrebbe fatti pervenire ai Collegi.

La giornata del ventuno fu una forse delle piú allarmanti e terribili,

che abbia mai veduto Milano. Il folto popolo, allo spuntar del giorno,

era in aspetto sedizioso per le contrade tutte della città. Le

botteghe chiuse nella maggior parte, le guardie della finanza avevano

abbandonate le porte della città ed i cosí detti dazî, un immenso

numero di gente di campagna, armati altri di bastone, altri di lunghi

chiodi resi acutissimi, scorreva d'ogni intorno, designando con lo

sguardo la preda, e ne' complotti le persone de' proscritti e le case

da saccheggiare. Si è detto che alcuni siano stati trovati muniti di

pugnali, chi di ben organizzati capestri. Invano il Consiglio

municipale pubblicò di avere nominata una Reggenza provvisoria,

composta de' signori generale Pino, Carlo Verri, Giacomo Mellerio,

Giberto Borromei, Alberto Litta, Giorgio Giulini e Bazzetta; invano il

generale Pino pregò, in un suo proclama, che si avesse fiducia in lui

e che si stesse pacifici spettatori delle determinazioni che si

andavano a prendere dalle AA. PP.; invano il corpo municipale si

espresse, in altra stampa, che il popolo poteva darsi quella forma di

governo che piú desiderava, che la sua libera volontà fosse

partecipata ai Collegi, i quali avrebbero adottati quei mezzi, che il

popolo stesso avesse giudicati piú opportuni alla sua felicità; invano

il Vicario capitolare esortava nelle viscere di G. C. alla

tranquillità, ordinava pubbliche preci con un triduo; invano lo stesso

generale Pino, per salvare la forse minacciata persona del duca di

Lodi, espose quelle dei senatori, avendo dichiarato in altro proclama

che il duca non aveva avuto parte alcuna negli affari seguiti in

Senato, poiché era in quei giorni gravissimamente infermo, e che le

carte andate in Senato erano state fatte da tutt'altre persone, e

neppure firmate da lui; invano il direttore delle privative e dei dazî

di consumo, in un suo avviso che di concerto fu fatto col generale

Pino, col cavaliere Podestà e col Consiglio comunale, aveva ridotto

alla metà il prezzo dei sali e dei tabacchi e la tariffa dei dazî

consumo; invano il primo atto della Reggenza fu quello di abolire la

tassa del registro.

Tutto fu inutile: non era opinione politica, non desiderio di una

piuttosto che di un'altra forma di governo, non animosità contro il

medesimo o contro il Principe, non sentimento di pubblico bene, che

animasse la moltitudine.[33] L'unico centro del voto generale era la

rapina e la depredazione, e già si era tornato a compiere il guasto

del palazzo del ministro e si era tentato in quello del Senato;

fortunatamente il rimedio del male emerse dal male stesso. Emporio

ricchissimo in merci, in derrate, in danaro era la dogana generale,

ossia il cosí detto Dazio grande nel palazzo del Marino, ove e

fondachi e doviziosi depositi erano affidati dal commercio milanese,

essendovi pure gli uffici del ministero delle finanze e di varie sue

direzioni generali. Vi si diressero gli ammutinati, sotto pretesto di

disperderne e distruggerne le scritture. Fu allora soltanto che,

nell'affannosa trepidazione del loro cuore, si mossero ad un tratto i

negozianti, con una energia imperiosissima. L'unirsi a tal voce i

padri, i figli, i giovani, i garzoni, gli amici, i conoscenti, il

correre ai quartieri, l'armarsi di fucili e il dividersi in numerose

pattuglie, fu pressoché un punto solo. Il presidente del Consiglio

comunale ed il generale Pino, con altri proclami, chiamarono all'armi

tutti i cittadini indistintamente. Il Consiglio credette di aggiungere

eccitamento, con accordare un distintivo nazionale in una coccarda

rossa e bianca. Di egual saccheggio era minacciato il palazzo della

Corte. La guardia reale, i cannoni e lo stesso generale Pino la

difendevano debilmente. Il generale fu insultato, la guardia forzata

piú volte ed astretta a ritirare dalla piazza i cannoni e nel palazzo

celarli. La stessa milizia civica marciava pavida ed incerta. Si

fecero sbarrare le strade che conducevano al palazzo del Marino, ma le

sbarre erano a gran pena difese.

Un'accidentale combinazione presentò alla milizia un vantaggio

decisivo sul popolo. Andavano le pattuglie, per un certo riguardo,

colla punta della baionetta rivolta verso la canna del fucile, ma una

di esse aveva i fucili tanto dalla ruggine investiti che non gli fu

possibile di togliere dalle canne le baionette. Presentatasi in piazza

s'intese un subitaneo fremito popolare, nel quale si distinguevano le

parole: «a basso le baionette.» Il che non ottenutosi, furono tratti

de' sassi sulla pattuglia; la quale essendo forte in numero, fattosi

coraggio, abbassò le armi e corse a passo di carica sugli ammutinati,

che si dissiparono all'istante. Questo primo esperimento felice fu

efficace, perché si vedessero subito in aria le punte delle baionette

di tutte le pattuglie, perché si disperdessero i crocchi, perché i piú

rivoltosi pertinaci nella loro insolenza si arrestassero. Molti e ben

molti arresti seguirono nel rimanente del giorno e durante la notte;

molti la polizia trovò tra questi che, facinorosi e debitori di

delitti anche gravi, eludevano da piú anni la sua vigilanza e che,

fidati allora nell'anarchia e nell'impunità, erano accorsi, e forse

stipendiati, al bottino. Cosí terminò, senza altri orrori, quella nera

giornata, in cui ebbe luogo soltanto il saccheggio di altra casa di

campagna del conte Prina. Frattanto arrivò nella notte un corpo di

cavalleria italiana, parte della quale salvò dal proclamato spoglio la

regia villa di Monza e parte rinforzò l'efficacia della milizia.

Cessato lo spavento per il temuto disastro, di cui massimo bersaglio

sarebbero stati i ricchi, tra' quali entravano quelli stessi che il

primo impulso gli dettero, riavutisi questi appena dall'allarme,

riammessero nel giorno 22 di aprile la marcia rivoluzionaria, e tutto

lo studio loro rivolsero a distruggere la costituzione ed a sollevarsi

ad una chimerica sovranità. In quel giorno ebbe luogo la prima

sessione dei Collegi elettorali, illegalmente convocati, piú

illegalmente costituiti. I soli elettori milanesi, compresi alcuni

pochissimi appartenenti ai dipartimenti non invasi i quali erano in

Milano per funzioni governative, essi soli, in numero di circa

settanta, disponendo della sorte del Regno come di una loro proprietà

baronale, approvarono la Reggenza, a cui si riserbarono di aggiungere

altri individui per li detti dipartimenti, dichiararono il general

Pino comandante in capo delle forze dello Stato, sciolsero tutti i

sudditi e tutte le autorità civili e militari dal giuramento verso il

sovrano, ordinando che altro se ne prestasse giusta gli ordini della

Reggenza. Dichiararono come non avvenuta la deputazione del Senato,

che cessato dissero; ordinarono la dimissione dei detenuti per motivi

di opinione, di coscrizione, di finanza; ed accordarono amnistia ai

disertori e refrattarî. Situatisi quindi al livello dei governi del

piú alto rango ed assunto il tuono ed il linguaggio de' primi

gabinetti, decretarono che «si avvertissero non meno i Comandanti

delle Alte Potenze, che l'Armata Italiana della nomina fatta del

general Pino, e che un indirizzo si facesse alle stesse Alte Potenze,

pregandole a voler concorrere alla felicità del paese».

Le norme della felicità a cui aspiravano furono indicate e prescritte

alle AA. PP. nella successiva seduta del giorno 23. Il Consiglier di

Stato Lodovico Giovio, decorato della Corona di ferro, quegli che

pochi giorni innanzi, nella qualità di Commissario di governo, aveva

perorato ai popoli del Lario mostrando loro la convenienza di

sostenerlo con ogni mezzo di contribuzioni e di soldati volontari,

egli fu acclamato dagli elettori in presidente de' Collegi. Aprí la

seduta insinuando ad essi, che «chiedessero istituzioni liberali, un

capo indipendente che, nuovo, non conosciuto da noi... accolga i

nostri voti e le nostre benedizioni».

Né a quelle insinuazioni furono sordi i Collegi, che in poche ore

(senza neppure curarsi del lavoro e del rapporto di una commissione,

giusta l'adottato costume dei corpi morali, anche in oggetti assai

meno gravi) la base e l'impianto formarono dell'ideata costituzione.

Incominciando da ciò, in cui non poteva nascere controversia e che era

pure il fondamento della costituzione di Lione[34], dichiararono che

la religione cattolica era la religione dello Stato, la quale poi in

altra seduta dissero piú accuratamente che essere dovesse la cattolica

apostolica romana. Deliberarono quindi di chiedere alle Alte Potenze:

Primo: _Assoluta indipendenza del nuovo Stato Italiano, che sarà per

rappresentare il Regno d'Italia, con la stessa denominazione o con

quell'altra che alle AA. PP. piacerà di darvi_.

Secondo: _La maggiore estensione di confini del detto nuovo Stato,

combinabile cogli interessi e colle mire delle AA. PP. e colla nuova

bilancia politica d'Europa_.

Terzo: _Una Costituzione liberale, che abbia per base la divisione dei

poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, colla totale

indipendenza di quest'ultimo; che ammetta una rappresentanza

nazionale, cui spetti esclusivamente il formare le leggi e lo

stabilire e regolare le imposte; che assicuri la libertà individuale,

la libertà della stampa e del commercio; e che porti una stretta

responsabilità negli incaricati de' rispettivi poteri_.

Quarto: _Facoltà di fare questa Costituzione ai Collegi elettorali_.

Quinto: _Un governo monarchico ereditario, primogenitale, e un

principe, che per la sua origine e per le sue qualità ci possa far

dimenticare i mali sofferti durante l'ora cessato governo_.

Anche piú estesi erano i desiderî degli elettori; ma furono

avvedutamente moderati da qualcuno, il quale fece riflettere, nella

sua saviezza, che non si dovesse poi legare le mani alle Alte Potenze

coalizzate. Si credette però ommesso, e fu aggiunto in altra seduta,

che si chiedesse un «Principe nuovo onde allontanare ogni idea di

desiderio e di affetto verso il cessato». Decisero pure di «pregare i

Monarchi di concedere la libertà de' loro figli prigionieri, vittime

da tanto tempo di una causa ingiusta». Combinarono finalmente che la

Reggenza nominasse «una Commissione tra i cittadini piú distinti, per

recarsi al quartier generale delle potenze, onde esprimere a quei

Monarchi il vóto della rappresentanza Nazionale Italiana». La

Commissione fu subito formata da un cittadino di Brescia e da altri

cinque e da un segretario milanese. Fu il primo il sig. Marc'Antonio

Fè, e furono gli altri i signori Federico Confalonieri, Giacomo Ciani,

Alberto Litta, Giacomo Trivulzi, Pietro Balabio capo battaglione,

oltre Giacomo Beccaria segretario, li quali all'istante partirono.

Mentre lo spirito di vertigine agitava cosí le teste milanesi, li

conti Guicciardi e Castiglioni si trovavano ancora in Mantova, ove si

erano recati per prendere le credenziali del Principe ed i passaporti

dal F. M. Conte di Bellegarde e per recarsi indi a Parigi per la via

piú sicura di Baviera, via che prima di essi avevano tenuta li

deputati dell'armata, i generali Fontanelli e Bertoletti. Seppero

eglino appena quanto era avvenuto di disgustoso nella capitale, che

subito si restituirono ad essa, tuttoché non richiamati da alcuna

lettera, da alcun avviso officiale. Avevano già tenuto col principe

Eugenio quel grave e dignitoso linguaggio, proprio di due personaggi,

di cui è stata sempre unica scorta l'onore e la lealtà. Continuando

nel medesimo contegno, credettero di prendere congedo da lui e

dispensarsi definitivamente sulla deputazione; ma invece di meritare

cosí l'elogio dei milanesi, si videro investiti al ritorno da calunnie

le piú impudenti. Non tardò il conte Guicciardi a garantirsene con

un'apologia che presentò alla Reggenza, onde avere il permesso di

pubblicarla colla stampa. La giustificazione fu ben accolta ed elogi

sommi si prodigarono alle eminenti sue qualità personali, non che al

contegno da lui tenuto in qualità di senatore, di deputato; ma la

stampa non si permise, per la addotta ragione che «con ciò si

farebbero rivivere delle animosità che si vogliono sopite, si

urterebbe col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di

coprire di un velo le cose avvenute». È pure necessario alla storia

che ora tal memoria e la lettera della Reggenza siano conosciute, ed è

perciò che si inseriscono ai num. 6 e 7.

Se il Principe Eugenio avesse fatto marciare sopra la capitale una

porzione delle truppe italiane che restavano sotto i suoi ordini,

poteva reprimere i sediziosi e restituire l'ordine facilmente; ma,

riflettendo che con l'abdicazione di Napoleone era terminata la sua

rappresentanza come Viceré, deliberò di abbandonare il Regno e di

restituirsi in Baviera e poi in Francia; lasciò che l'ordine fosse

ripristinato dalle armi di S. M. l'Imperatore d'Austria, al quale

oggetto combinò nel dí 23 aprile una seconda convenzione col F. M.

Conte di Bellegarde, in forza di cui, e non mai delle non valutate

deputazioni spedite dalla Reggenza alli diversi corpi delle armate

alleate, prese questi possesso della capitale e dei paesi non ancora

occupati. Difatti il generale Sommariva, giunto in Milano nel dí 25,

scrisse alla Reggenza che in vista di essa capitolazione spiegava la

sua qualità di Commissario delle AA. PP. e si poneva alla testa di

tutte le Autorità. Ciò, a dire il vero, non fu grato ai sovrani

novelli, a' quali molto meno fu accetto l'ingresso successivo delle

armi austriache in Milano. Si trovò scritto a grandi caratteri, in

tutti i quartieri di guardia civica, le parole: _O indipendenza, o

morte_. Il _Giornale Italiano_, redatto e pubblicato sotto l'influenza

e sotto la sorveglianza del Governo, come foglio officiale,

nell'annunziare l'arrivo di dette truppe disse, che «la Guardia Civica

ed una numerosa folla di popolo le accolsero con quelle dimostrazioni

di gioia e di gratitudine ch'eccitar dee da per tutto la presenza di

guerrieri che hanno tanta parte nella pacificazione dell'Europa; ma

conservarono nello stesso tempo quel nobile contegno, che caratterizza

una nazione il cui primo vóto è l'indipendenza».

Tanto e cosí gagliardo era in que' giorni il riscaldamento e il

fanatismo da far pietà. Non risparmiando i Collegi alcuna delle

attribuzioni sovrane, avevano annullato nella seduta dei 25 i celebri

decreti di Berlino e di Milano[35] ed i relativi regolamenti;

imponendo restrizioni preventive al loro Monarca, cui non si faceva

torto, subito che nuovo doveva essere e non conosciuto, gli avevano

limitato la riserva della caccia di Monza al solo parco, escluso il

circondario esterno, ed alle sole valli ed ai boschi del Ticino.

Avevano abolite diverse leggi penali, avevano dichiarata la cessazione

del Senato ed avocata alla Nazione la sua dotazione, la cessazione del

Consiglio di Stato con la sua segreteria, delle cariche di ministri e

di consiglieri di Stato.

Questi elettori, che tanto di Nazione parlavano, non sono giunti mai a

numero maggiore di 170. Erano 1153 gli elettori di tutto il Regno ed

in forza della costituzione[36] doveva concorrere almeno un terzo

perché fosse valida la convocazione. Anzi che giungere a questo

prescritto numero, fu anzi tanto maggiore la nullità delle sessioni,

perché tutti e dotti e commercianti del dipartimento di Olona vi

concorsero, e dagli altri dipartimenti non si chiamarono che i

possidenti, il che non fu senza grande artifizio, per la tema che

persone intelligenti, saggie e non calde, non frastornassero col

numero i concepiti giganteschi progetti. Quanto goffamente presumesse

una tale assemblea rivoluzionaria di distruggere i primi corpi del

Regno, è dimostrato nella nota inserita in calce di questa memoria, al

num. 8, la quale fu offerta all'Austriaca autorità dal presidente e

dal cancelliere del Senato.

Il F. M. Sommariva, cui si presentò una deputazione de' Collegi, fece

conoscere la poca sua soddisfazione che questi continuassero ne' loro

lavori, acconsentí soltanto a di loro preghiera che alcun'altra seduta

a propria convenienza tenessero, senza però nulla risolvere e

determinare. L'ultima si convocò nel giorno due di maggio, in cui gli

elettori dichiararono «aggiornate le loro operazioni fino al ritorno

della deputazione diretta agli Augusti Sovrani, e finché per parte de'

medesimi non siano intervenuti interessanti dispacci». Dichiararono

infine che «l'esercito italiano ha sempre meritato della patria.» La

sessione fu chiusa con un discorso del presidente, di cui fu acclamata

la stampa. Mi sia permesso di ripeterlo per intiero, affinché meglio

si riconosca fino a qual esaltazione si delirasse in quel corpo.--_I

Collegi elettorali hanno saviamente determinato, nella seduta di ieri

l'altro, dichiaratisi permanenti, di aggiornarsi fino a che,

diradandosi il velo politico del nostro orizzonte, possano ancora

riunirsi ad operare il bene, e a tutte realizzare le concepite liete

speranze. Nell'atto che manifesto a' Collegi la somma mia gratitudine

per l'immeritata onorificenza, ancora trepidante per l'incertezza di

avere anche scarsamente corrisposto a tanta fiducia, fo mozione che

venga indirizzato alla Reggenza un messaggio, in cui, dandole parte

della sospensione dei nostri lavori, accolga fortemente i voti unanimi

dei Collegi elettorali per la sua indipendenza, senza la quale non v'è

né bene, né patria. Sia questa, mercé la protezione delle Alte Potenze

alleate, dalle sue rovine ricomperata, e possa sotto un virtuoso

indipendente Governo gloriosamente operare._

Anche un'altra volta figurò, non piú, la rappresentanza elettorale,

allorché si recò in deputazione al F. M. Conte di Bellegarde, nel

giorno dieci di maggio, giorno successivo al suo ingresso in Milano.

Anche un'altra volta eloquentissimamente arringò il presidente Giovio,

e pronunziò parole, che a tutt'altro che ad un consigliere di Stato

convenivano, il quale tanta influenza aveva avuto nelle operazioni

tutte del cessato governo. _Il voto generale, che vi manifestiamo_

(disse egli al F. M.), _si è l'indipendenza protetta da savie leggi e

da un principe, che tutte accolga le nostre benedizioni. Pervenga

questo nostro ardente desiderio agli Augusti Sovrani alleati. Non è

egoismo, né orgoglio che domandare ne faccia una esistenza politica

alla loro generosità, ma un sentimento caldissimo degno d'ogni animo

virtuoso, quello di assicurare la felicità di un buon popolo che ha

lottato finora con ogni sorta di mali._

Dopo quindici giorni sparí del tutto l'illusione dell'indipendenza

italiana; con proclama de' 23 maggio il F. M. Conte di Bellegarde

solennemente promulgò che non piú in nome delle Alte Potenze

coalizzate, ma bensí per il suo sovrano e padrone l'Imperatore

d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, riteneva Milano e le annesse

provincie. Dichiarò nel tempo stesso, che da quel giorno cessava

l'attività e l'influenza de' Collegi, non meno che del Senato e del

Consiglio di Stato, e soppresse in seguito la guardia civica. Cosí

palesò che il suo governo in niun conto aveva tenuto l'abolizione dei

due primi corpi dello Stato, che con tanto strepito e trionfo si era

operata dall'assemblea milanese. Essi sono cessati per effetto di

sistema, e non per il capriccio e l'animosità di pochi elettori.

La sola Reggenza rimase, di cui alla testa si pose il Maresciallo col

carattere di Commissario plenipotenziario. A compimento della storia

resta pure, che si dia qualche cenno degli atti di questa provvisoria

magistratura composta in origine di sette cittadini milanesi, alli

quali nel dí 25 aprile associarono i collegi, con non giusta

proporzione, altrettanti individui per gli altri sette dipartimenti.

Gli oggetti di finanza richiamarono le prime cure della Reggenza. Essa

trovò alla sua installazione che il generale Pino, il Podestà e il

Consiglio comunale avevano ridotti a metà i prezzi del sale, del

tabacco e la tariffa dei dazî consumo; a ciò essa aggiunse

l'abolizione totale della legge del registro, e nel dí 23 aprile

diffuse a tutti i dipartimenti tali provvidenze, con aver anche

ristretto a due sole terze parti il dazio sulle derrate coloniali,

compreso lo zucchero. Limitò quindi a metà la tassa delle lettere;

annullò quella del contributo delle arti e mestieri, e cosí pure la

ritenuta del quinto sul soldo della truppa, decretata durante la

guerra, ed ordinò la pronta liquidazione dell'arretrato credito dei

militari, onde fissare poi pel medesimo le epoche di pagamento. Queste

misure furono figlie della circostanza e del timore, poiché ben presto

reintegrò il registro per la tassa degli atti giudiziali in aumento

dei dritti di cancelleria, ed anche il registro delle scritture

private, limitato però al solo dritto fisso. Pubblicò nuove tariffe

sul prezzo de' sali e dei tabacchi, sulli dazî di consumo e sopra i

dritti doganali per l'importazione ed esportazione delle derrate,

mercanzie ed altri generi. La soverchia indulgenza de' primi giorni

fece sí che si dovesse mantenere per li mesi di maggio e di giugno la

prediale all'eccessivo rigorismo a cui fu portata dal decreto de' 6

aprile 1814.

Procedette ad altre innovazioni, parte di propria autorità, parte in

esecuzione della volontà dei Collegi. Accordò amnistia ai disertori,

ai refrattarî, ai condannati o detenuti per oggetti di coscrizione, di

finanza, di opinione e di trasgressione alle leggi e regolamenti sulle

caccie. Riformò in qualche parte il catechismo del cardinale Caprara,

restituí alle proprie case i figli unici e parificati agli unici e ai

sostegni delle famiglie, requisiti per le armate. Abolí le Corti

speciali, e cosí la pena della berlina alle donne, non che agli uomini

per i delitti importanti la sola pena di reclusione.

Fece promozioni e destituzioni; promosse il generale di brigata

Mazzucchelli a generale di divisione, richiamò e pose in attività di

servizio il generale polacco Dembowski, rilasciò brevetto di capo

squadrone al poeta autore de' _Sepolcri_ e dell'_Aiace_. Riformata per

effetto di sistema la direzione generale di polizia, promosse il conte

Luini a consigliere di cassazione; ha poi destituito dal ministero

della guerra il generale di divisione conte Fontanelli ed il suo

segretario generale e dalla prefettura di polizia il signor Giovanni

Villa. Si era fatto lecito quest'ultimo di indagare e porre in

prospettiva le tracce e l'andamento della rivoluzione del venti

aprile, con aver sottoposto ad inopportuni interrogatori i già

arrestati in quel giorno dalle civiche pattuglie, tra i quali erano

anche i piú acclamati rapinatori della sostanza Prina e molti dei

stipendiati sicari. Questi furono restituiti in libertà, e fu dal suo

officio rimosso l'arbitrario prefetto, che osava cosí di «far rivivere

delle animosità che si volevano sopite, ed urtava col principio

adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose

avvenute» (v. il documento num. 7).

Furono finalmente ringraziati dalla Reggenza tutti i Francesi ed i

Corsi che prestavano servizio all'armata, e furono dimessi tutti

gl'impiegati oriundi di paesi che non hanno mai appartenuto al Regno

d'Italia, o che hanno adesso cessato definitivamente di appartenervi,

misura che solleva forse la finanza, ma non la gran famiglia de'

cittadini, perché sarà ben maggiore il numero degli impiegati ne'

suddetti paesi, che per giusto riverbero sono stati rimandati e si

rimanderanno. Pareva inverosimile che in questa misura siano stati

compresi i professori dell'università di Pavia e de' licei. Veramente

gli uomini dotti sono stati sempre riputati cittadini indistintamente

di ogni angolo della terra, ed è questa l'ultima volta che di essi si

ricerchi la patria, e non i soli talenti, i lumi ed il bene prezioso

dell'istruzione, che procurar possono ai consimili.

Ed ecco posta nella sua luce originale una serie di fatti, che non

possono evitare una particolare menzione ne' nostri annali. Ne' primi

giorni di fermento rivoluzionario si gloriarono i cittadini milanesi,

ed i piú distinti, d'aver essi personalmente operato gli eccessi del

venti aprile. Sono arrivati a far intagliare e pubblicare una stampa,

in cui si vede l'infelice Prina in atto di essere gittato dalla

finestra per opera, non della plebe, ma di soggetti nobilmente

vestiti, e di essere accolto in istrada colle punte delle loro

ombrelle da altri personaggi in egual vestiario. Quindi, sentito il

fremito d'indignazione di tutti i buoni, ed andati a vuoto tutti i

loro progetti, si sono coperti di tanta vergogna, ed hanno fatto

inserire in Parigi, nel _Journal des Débats_, che i milanesi non hanno

preso parte ne' suaccennati disordini. È nato da questa mendace

impudenza che in questa memoria siano stati nominati individualmente i

soggetti che hanno pubblicamente figurato in essi. Cosí la storia

imparziale non mancherà delle necessarie nozioni e di monumenti

irrefragabili, onde assegnare a ciascuno il meritato tributo di lode o

di biasimo.

La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814 · 第 9 / 44 题