Noi eravamo in tre; così disposti: Lidia e Gian Luigi Sideri innanzi
al tavolino verde; io seduto più basso, guardando il loro giuoco, e le
carte che passavano e ripassavan sulla tavola, e le mani che si
sfioravano, diverse di bianchezza sotto la luce delle due lampade a
lungo stelo.
Gian Luigi vinceva da un quarto d'ora e i gettoni di Lidia restavano
inoperosi: il vincitore tentava sorridere come per iscusarsi, ma
Lidia, cogli occhi sulle carte, la testa un po' chinata in avanti, non
lo vedeva; era una pessima giocatrice, Lidia; non aveva sangue freddo,
non sapeva mascherare la sua emozione, che si tradiva in graziose
smorfie del viso. Non volgeva mai lo sguardo verso di me, sentendo il
mio su di lei, un po' ironico; non parlava, appena la fortuna le
volgeva le spalle, riprendendo invece, al primo colpo riuscito, un
chiacchierio civettuolo, che non so come non confondesse Gian Luigi.
Questi era freddo ed elegante nelle sue mosse, come al Circolo,
innanzi a una somma vistosa. Le piccole mani senz'anelli davan le
carte lentamente; non si lasciava sopraffar dal pensiero di giuocare
con una giovane signora; esercitava tutt'i suoi diritti, e negava
spesso a Lidia il favore di cambiar le carte, avanzando la testa e
dicendo:
--Prego,--con un sorriso dolce e irritante. Lidia, poi lo
contraccambiava di pari moneta, e s'egli concedeva, mutava carte due o
tre volte, dicendo:
--Propongo,--con voce fredda e squillante, quasi enunciasse una grave
necessità.
Il giuoco durava fin dopo mezzanotte, ed era Gian Luigi che lo
troncava; Lidia avrebbe giuocato fino al mattino, senza dar segno di
noja, senza frapporre un respiro fra l'una partita e l'altra;
generalmente vinceva, e allo stupore di Gian Luigi per quella fortuna
ostinata, ella s'abbandonava sulla spalliera della sedia, ridendo, e
confortandolo con parole sarcastiche. Poi, quando Gian Luigi
riprendeva, Lidia marcando due gettoni annunciava:
--_À vol_,
e dava in un nuovo scoppio di risa; al Gian Luigi intontito.
Ma quella sera in cui ci trovavamo soli noi tre, le buone carte
parevano accorrere fra le mani di Gian Luigi, troppo generoso per
ridere della disdetta di Lidia, quantunque ne avesse quasi il diritto.
A una partita più avversa delle altre, Lidia, che non aveva fatto un
punto, mi si rivolse:
--Vuoi mutar posto, Sergio? Credo che tu influisca male sul mio
giuoco....--
Gian Luigi ebbe un moto di stupore. Io m'alzai, dicendo:
--Sei una giuocatrice perfetta; non ti mancava che la superstizione.--
Ella diede le carte, mentre io mi sedeva a fianco di Gian Luigi.
--Marco il re,--dichiarò la donna trionfalmente.
Diede un piccolo colpo alla sottana, come per disporsi meglio ad
accogliere la fortuna che ritornava, e in breve giro di carte vinse la
partita. Gian Luigi volse il capo sorridendo verso di me.
--Vedi se non influivi sul mio giuoco?--osservò Lidia, con voce
carezzevole.--Ora influisci sul signor Sideri.--
Certo, Gian Luigi non sapeva di concorrere indirettamente a una pace
coniugale. Io aveva deciso quella sera di riavvicinarmi a Lidia;
vagliando bene le cause della nostra freddezza, le trovavo così
ridevolmente futili da non meritare la discussione; una sola preghiera
da parte mia sarebbe forse bastata a riconquistare Lidia e a infondere
nuovo sangue vitale nell'amore intiepidito.... Avevo bisogno anche di
dimenticar la scossa prodottami dalla visita a Laura; una scossa
duratura, perchè non s'era fermata ai sensi, ma giungeva a toccarmi
nel sentimento e a suscitar ricordi assai temibili....
Se Gian Luigi vinceva, io era ben sicuro che Lidia sarebbe divenuta
intrattabile e qualunque tentativo di riconciliazione avrebbe
naufragato. Era così suscettibile la donna, da considerare una
sconfitta al giuoco come un'umiliazione. Io seguiva per questo le
vicende delle carte con un interesse affatto insospettato da Gian
Luigi, il quale pareva già pronto a vedersi battuto su tutta la linea
come sempre e probabilmente desiderava ch'io mutassi posto di nuovo e
tornassi a zerare la vena di Lidia.
Il sopraggiungere d'Angela Tintaro interruppe il giuoco per un
istante; Gian Luigi si levò, e nel mentre Lidia parlava colla Tintaro,
egli mi condusse innanzi alla finestra, dicendomi con inflessione
maliziosa:
--Una buona notizia, dunque. Un ritorno all'antico!--
Le sue parole rispondevan così bene al mio pensiero costante di quella
serata, ch'io credetti stranamente Gian Luigi avesse indovinato il
desiderio di riconciliarmi con Lidia. Egli soggiunse tosto:
--Laura Uglio m'ha detto della tua visita di ieri. Mi congratulo. Era
ben giusto che tu ti mostrassi indulgente con quella buona signora!--
Il punto interrogativo ch'esisteva fra me e Gian Luigi a proposito di
Laura, fiammeggiò d'improvviso nella mia mente. Se sapevo afferrar
l'occasione, potevo strappare al Sideri una parola che mi
rischiarasse....
--Una visita innocente,--mormorai.
--Senza dubbio,--rispose Gian Luigi.--Non si può mica principiare
colle visite pericolose....
--Una visita che non ti deve ingelosire,--ripetei.
--Ingelosire!...--esclamò l'amico, alzando la voce
senz'avvedersene.--Posso essere geloso di Laura? Ma se siamo come le
parallele? prolungati all'infinito, non ci toccheremo mai!
--Sei un gentiluomo!--conclusi malignamente, battendogli sulla spalla.
Gian Luigi stava per rispondere, quando Lidia lo chiamò.
--Al posto!--ella diceva.--Prima che la vena mi manchi.--
Angela Tintaro s'era seduta presso Lidia, così vicina a una delle
lampade, che la luce gialla veniva a inondarle il viso e a tradirne
sottilissime rughe. Doveva toccar la quarantina, Angela Tintaro,
quantunque l'impressione generale del suo corpo sinuoso e del volto
bruno, incorniciato da capelli castagni a riccioli, potesse ingannare
d'assai a vantaggio della donna. Spiaceva in lei, tuttavia, la
rigidità dei lineamenti, che parevano scolpiti nel marmo, e di profilo
eran durissimi, senza curve blande; la sua caricatura sarebbe stata la
testa d'una bruna pecora ricciuta. Non ho mai potuto giudicare s'ella
fosse elegante; certi particolari de' suoi abbigliamenti m'avrebbero
deciso per affermarlo; ma nel complesso non trovavo quella spontaneità
di gusto e quell'istinto della semplicità, ch'erano invece una
fortissima attrattiva in Lidia, per esempio, e in Laura.
--Come giuochi bene!--esclamò ella d'un tratto, accarezzando Lidia con
uno sguardo....
L'intimità di quel tono mi ferì e lanciai un'occhiata a Lidia.
--Ah, tu non sapevi,--disse questa,--che noi ci diamo del tu. Sì, l'ha
voluto l'Angela....
--È ben naturale,--risposi ipocritamente.
Non era naturale affatto; anzi, per me era disgustoso, perchè Angela
Tintaro personificava la prima concessione al rispetto umano, la prima
debolezza nell'ammettere in casa mia una donna dei cui disordini ero
persuasissimo; e poichè questa concessione l'avevo fatta senz'alcun
vantaggio,--a differenza della visita a Laura,--senz'alcuna
soddisfazione egoistica, mi sentivo così sfiduciato sulla fermezza de'
miei intendimenti da odiare Angela, che quella sfiducia mi rammentava
e mi rappresentava ad ogni momento.
La vena di Lidia persisteva, e la donna era tutta gioiosa, chinandosi
verso Angela a mostrar le carte propizie, non conosciute da lei, ma
salutate con un sorriso di stima.
Verso mezzanotte, la vittoria di Lidia era compiuta e il suo umore
serenissimo; Gian Luigi rimetteva a posto i due mazzi di carte, ed
Angela Tintaro diceva:
--Sei così fortunata all'_écarté_ che non puoi aver fortuna in
amore!--
Mi fissò gli occhi in faccia, mormorando quelle parole; ma Lidia ed io
avemmo un sorriso concorde e misterioso, che parve ad Angela una
terribile mentita alla sua insinuazione.
Un servo sopravvenne per riaccompagnare Angela a casa; congedandosi,
ella baciò Lidia sulle labbra socchiudendo gli occhi, e una
sottilissima espressione di ribrezzo passò sul viso di Lidia, che si
tolse all'abbraccio con un movimento brusco. Gian Luigi seguì Angela a
distanza di qualche minuto; e noi ci trovammo soli, per un istante
silenziosi, Lidia in piedi avanti alla finestra, dove Gian Luigi aveva
sciaguratamente evocata l'imagine di Laura.
--Dodici e mezzo!--esclamò Lidia con un'occhiata alla pendola.--È
tardi!--
Rimasi muto, aspettando ch'ella aggiungesse:--«Sono stanca; mi sento
male; ho una terribile sfinitezza; l'anemia.... la malaria....»--Ella
proseguì invece:
--Come mai non ho sonno?
--Vuoi uscire a passeggio?--dimandai.--È una notte splendida.
--Che idea! Come due amanti?... No: preferisco andare a letto. Il
sonno verrà.--
Ma aveva nella voce un tono giocondo, d'eccellente significato.
--Buona notte, dunque,--finì Lidia, avvicinandosi.
--Troppo presto,--risposi, senza prendere la mano ch'ella mi stendeva.
Lidia avanzò la testa curiosamente per capir l'intenzione delle parole
e scorgendomi impassibile, colle braccia incrociate sul petto, diede
in una risata argentina...
--Che cosa vuol dire?...--domandò.
Poi, senz'aspettar la risposta, premette il bottone elettrico a fianco
della porta, e vi tenne l'indice finchè non comparve Geltrude col
lume.
--Arrivederci,--concluse Lidia, incamminandosi.
E l'eccellente significato delle parole non era minore del tono
eccellente con cui le usciron di bocca.
Due cose tosto mi colpirono quand'io raggiunsi nella sua camera Lidia,
ch'era già coricata: la poltroncina dov'io mi sedeva, ricollocata da
Geltrude presso il letto, certo per ordine di Lidia; e l'acconciatura
de' suoi capelli. Abitualmente, ella li portava disciolti e trattenuti
appena da un nastro a metà; ciò cresceva fede alle sue costanti
emicranie e compiva la muta preghiera di riposo.... Ora, al contrario,
ella se li era fatti annodare in due grosse trecce attorno alla testa;
il qual vezzo aveva la singolar potenza di ricordarmi Lidia fanciulla,
quando la vedevo in casa sua e tutto non aveva avuto ancor principio.
Ma la nota curiosa di quest'apparato si era ch'esso non aveva scopo
alcuno, non era un invito, non derivava da intuizione del mio
desiderio di pace; Lidia m'aveva preparato il posto vicino a lei e
s'era acconciata la testa, così per capriccio.... Chinatomi a
baciarla, sentii che mi sfuggiva e le sue labbra restavano immote,
come le braccia, stese lungo i fianchi....
Mi sedetti nella poltroncina, e dissi:
--Noi siamo incamminati sopra una pessima strada.--
Lidia quella notte aveva un'assoluta necessità di ridere; non meno
irritante necessità che quella di piangere, e tutt'e due sentite da
Lidia quando appunto non convenivan nè l'una, nè l'altra. Onde, non
era ancor finita la mia frase, che la donna principiò il suo ilare
gorgheggio.
--Ma senza dubbio,--proseguii.--Sopra una pessima strada, perchè noi
viviamo di dispettucci e ci addestriamo alla guerriglia più
ridicola.... Infine, a che scopo ci siamo uniti?--
Vidi con terrore Lidia alzar le spalle e atteggiare il viso come
dicesse:--«Chi lo sa?»--quindi prorompere non più in una risala
allegra, ma in un piccolo ghigno sarcastico, il quale giovò a darle
una magnifica espressione di scetticismo artificiale.
--Non certo,--continuai,--per tenerci il broncio e per sbadigliare....
--Neanche quando si ha sonno?--ella domandò improvvisamente.--Perchè
io ho molto sonno, ora.
--Tu non capisci dunque nulla?--esclamai irritato.--Non capisci che io
ti voglio bene e che se ho dei torti, sono pronto a chiedertene
scusa....
--Sì, perchè io ti chieda scusa de' miei? Soltanto, le tue scuse hanno
un interesse, e le mie dovranno essere accompagnate dalle.... dalle
prove del mio pentimento... Voi altri uomini non intendete nulla,
senza.... una conclusione...»
--Mio Dio,--mormorai,--se di queste conclusioni è formato il
matrimonio, ne sono io responsabile?--
Allora, la risata allegra di Lidia scoppiò; ella sembrava più felice
d'aver fatto un piccolo discorso a sottintesi, che esilarata dalla mia
risposta del medesimo genere. M'accorgevo con piacere come la sua
infantilità persistesse tuttavia; evidentemente, ella aveva avuti
capricci e graziose crudeltà, pel gusto di far da donnina, per
giuocare alla signora, come a dodici anni...
--Del resto, io rinuncerò a infastidirti più oltre,--aggiunsi, facendo
l'atto di levarmi dalla poltrona.
--No,--ella rispose, trattenendomi.--Se hai qualche cosa da dirmi
ancora....--
La fissai negli occhi con tale insistenza, ch'ella arrossì, e rispose
a bassa voce:
--Va bene. E poi?
--Senti. Il matrimonio non è la più felice delle istituzioni; tu te ne
sei accorta; ma noi possiamo correggerne i difetti e ripararne le
lacune....
--Ah, se fosse vero!--esclamò Lidia in uno slancio di sincerità, che
non mi piacque soverchiamente.--Ma in che modo, in che modo?
--Dimenticando di essere sposati.... vivendo come amanti, pensando che
uno di noi due potrebbe benissimo stancarsi dell'altro....
--Aspetta,--fece Lidia stendendo la mano, e chiudendo gli occhi.--No;
non cambia nulla....
--Come, non cambia nulla?--esclamai.--Ma se è tutto diverso....
--Per giudicarne,--rispose Lidia ad occhi aperti,--bisognerebbe sapere
che cos'è un amante.... Infine,--continuò colla sua voce beffarda,--tu
mi tieni dei discorsi immorali, ed io ho sonno....--
Il congedo così improvviso mi fece veramente male. Allontanai la
poltrona, levandomi, e rimasto colle braccia appoggiate al piano del
letto, sopra Lidia, dissi con lentezza:
--Tu ti dimentichi che noi siamo legati per tutta la vita.--
L'effetto di quelle parole fu straordinario nella donna: ella mi gettò
le braccia al collo, mi attirò sul petto, e baciandomi con emozione,
ripetè:
--Per tutta la vita! Lo so bene, e ne ho paura.--
Credetti capire, ch'ella ridonandosi alfine, godesse non già d'una
voluttà materiale, ma del piacere amarissimo di sentirsi schiava e
privata d'ogni volontà; e che la sua anima femminile soffrisse al
punto da comunicare al corpo spasimi e sussulti, i quali la rendevan
più sensibile di qualunque donna io abbia mai conosciuta.... Onde, non
ebbi la forza di rinunciare a quel possesso, che mi feriva tanto, ed
era pur così nuovo nel sentimento e così ricordevole nelle sensazioni.
Qualche cosa d'inesplicabile giaceva in fondo a simile risurrezione
d'amore. Io ne ritrassi una lunga eco di turbamenti, come fossi uscito
dalle braccia di Lidia insanguinato; e il pensiero grottesco non
cessava di dominarmi; invece d'aver riavuta mia moglie, mi pareva
d'aver fatto male, d'aver chiusi gli occhi allo spettacolo della sua
sommissione, d'avere esercitato brutalmente un diritto stupido e
vile.... Perchè, se Lidia non avesse vibrato di dolor morale, certo
non avrebbe palpitato di piacere fisico; se l'angoscia di sentirsi
schiava non avesse reso quel corpo biondo più tremante d'un'asta
d'acciaio, io avrei trovato quel corpo immobile, freddo, prostituito
dalla necessità della pace nel focolare domestico.... Era chiaro che,
non appena la malvagità della conquista fosse cessata in me, sarei
rimasto disgustato dalla mia insistenza....
Una specie di febbre s'era comunicata improvvisamente a noi.... La
suscettibilità estrema di Lidia si vedeva presa, dominata, dilaniata
ogni notte, e quando ponevo piede nella camera, leggevo sul viso della
donna un'ansia, che doveva tramutarsi in tortura; ella temeva ch'io la
volessi, e lo desiderava nel medesimo tempo, per quell'eccitazione che
si propagava sùbito in lei e sembrava più forte d'un piacere.... Aveva
insieme odio ed amore per quelle notti; odio ed amore per la sua
debolezza e per la mia prepotenza tranquilla, celata sotto la maschera
del non supporre nemmeno quanto avveniva in lei.... Mi sentivo così
dominatore di quella volontà sbigottita, che qualche volta domandavo a
bella posta:
--Vuoi che rimanga?
E Lidia rispondeva:
--Sì, mio signore e padrone!--con un accento, con un sorriso, con un
passaggio d'ombra e di luce, i quali erano straziantemente
irreproducibili.
Di giorno, Lidia ridiventava un po' sarcastica; non so, ma credo che
ripensando alla propria angoscia, ella facesse ogni mattino questa
promessa a sè medesima:
--Stanotte, mi rifiuto!--
E la notte, desiderata da ambedue con sì diversi intendimenti, si
ripeteva eguale alle altre....
Rimaneva per me difficile lo stabilire come Lidia fosse stata veemente
di passione, voluttuosa, pronta al piacere, sui primi tempi del nostro
matrimonio, quando ora m'avvedevo ch'ella non era fatta per l'amore
più che non fosse una statua.... Senza dubbio, il prorompere della
giovanezza, la gratitudine per averla tolta a una casa dove tutto era
imbecille, la sensibilità morale meglio che la fisica, me l'avevano
gettata fra le braccia con tanto impeto da farmi scambiar Lidia per la
più amabilmente sensuale delle donne.... L'abitudine era sopraggiunta,
e Lidia aveva ripresa la sua indole, peggiorandola.
Noi giuocavamo a un bruttissimo giuoco: finito il quale, io avrei
trovata in Lidia assai maggiore obbedienza, poichè l'avevo persuasa
d'una volontà più forte della sua, ma un'obbedienza costretta, non
discompagnata da un intimo rancore, che poteva avviarsi a mille
diverse e perniciosissime soluzioni. Quanto a me, esaurivo l'ultima
curiosità fisica, mi familiarizzavo con quelle rosee carni, mi
stancavo anche una volta di quei capelli biondi, e mi mettevo nella
condizione di giustificare in Lidia una rivolta.
Occupato da quel presente e da quell'avvenire, non m'ero accorto che
dal circolo dei corteggiatori s'avanzava verso Lidia colui che, in
fondo, avevo sempre atteso, ma quando il circolo tutto si teneva
ancora a rispettosa distanza....
Il bruttissimo giuoco al quale giocavamo Lidia ed io, finì in quel
punto in cui ne cominciava un altro peggiore....