XI.

Già nella parvenza fisica, Ettore Caccianimico stupiva, perchè i suoi

cinquant'anni erano attestati non da altro se non dalla canizie e

avevan sorvolato alla sua struttura magra, rigida, soldatesca. Sul

viso sbarbato rimaneva l'impronta d'una volontà decisa; gli occhi, di

colore indefinibile, tra il grigio e l'azzurro, potevan turbare con la

fissità dello sguardo. Se la forza di volere s'indovina dal naso

forte, da labbra sottili, dal mento angoloso,--certo il profilo

d'Ettore Caccianimico era l'espressione della massima imperiosità di

cui è capace animo d'uomo.

E lo scherzo della natura stava in questo; che tutti quei segni

mentivano; che l'uomo di bellezza così maschia da farlo supporre uno

sfidator di tempeste, era un ingenuo.

E ancora, perchè meglio sfuggisse a una definizione * esatta, non era

ingenuo se non a intervalli, alternando pensieri ed azioni da

fanciullo a imprese da tenace esperto; ora in preda a entusiasmi

ingiustificati, ora scorato per un ostacolo illusorio; ora senza

scrupoli, ora accasciato da rimorsi ingiusti.... Qualche volta lo si

poteva credere uomo da calpestar tutto per giungere anche a un

capriccio; qualche volta, un imbelle che si spaventa d'una parola.

Onde, la sua vita era in preda ai mille fattori che costituivano il

suo carattere; e la definizione più vera d'Ettore Caccianimico poteva

limitarsi a considerarlo uomo senza linea di condotta e fors'anco

senza mai un perchè d'azione. In questo senso, egli era cieco; si

buttava a un'impresa o ne rifuggiva con terrore, egualmente; e se

avesse dovuto spiegar la sua esistenza, avrebbe scoperto che quei

motivi i quali l'avevano annientato in una vicenda, erano i medesimi

che in altra vicenda eguale l'avevano infiammato di volontà.

Così, era stato ufficiale di cavalleria, poi commerciante audace, poi

ricco e instancabile cosmopolita, zerando oggi l'opera d'ieri; marito

per caso; amico dubbio; non convinto di nulla, nemmeno dei propri

diritti; intollerante di doveri certi e scrupoloso per doveri

fantastici.

Benchè già fossero valicate le tre del pomeriggio quando passai la

soglia di casa Caccianimico, trovai Ettore in veste da camera.

Lo studio, dalla tettoia vetrata, era illuminato di luce diurna; non

troppo ampio, d'esatte dimensioni, con due finestre prospicienti la

strada; a fianco dell'una stavan la scrivania e le poltrone di pelle a

borchie d'ottone, e innanzi all'altra una giardiniera con alcuni vasi

di fiori dai freschi sbocci. La parete cui s'appoggiava la poltrona

della scrivania era coperta fino a metà altezza da una cornice

rettangolare contenente schizzi d'autore, piccoli paesaggi, teste a

tempera; e immediatamente sotto la cornice, un divano di seta color

giallo scuro, con avanti un tavolino ingombro di barattoli e di volumi

rilegati. Addossati alla parete di contro, la libreria e uno

scaffaletto; poi, senz'ordine voluto, qua e là, diverse poltrone,

della medesima stoffa e del medesimo color del divano.

Un odore forte di sigaretta aleggiava per la camera e si mischiava a

un altro profumo, più sottile, meno dominante, come riposto e ad ora

ad ora agitato dai nostri movimenti.

Era un profumo non ignoto alle mie nari, ma snaturato alcun poco dal

luogo; cosicchè m'arrestai sulla soglia, fiutando e fissando Ettore,

che sedeva innanzi alla scrivania, colla testa appoggiata alle mani.

--Addio,--egli disse, guardandomi dall'alto in basso, con un'occhiata

ch'io sapeva caratteristica delle più negre ore dell'uomo.

--Odore di violetta, d'eliotropio, d'avventura proibita!--risposi,

inoltrandomi e stringendo la mano del Caccianimico.

--Ah sì!--egli fece con aria annoiata.--Laura Uglio è venuta a trovar

mia moglie ed è passata di qui a salutarmi. Dovreste esservi

incontrati sulle scale.

--No,--dissi.

--Siediti. Laura Uglio non viene in casa tua?

--No.

--Per che cosa? Perchè c'è stato fra te e lei?... che

sciocchezze!--esclamò Ettore, stirandosi e sorridendo d'un pessimo

sorriso.--Acqua passata non macina più. Vien pure in casa dei tuoi

suoceri, Laura.

--Appunto. Ed è per questo, anzi....

--Sì, sì, capisco,--osservò Ettore, alzandosi con un movimento

rapido.--Tu sei ai primordî, e si fanno sempre di questi progetti sui

primordî. Si redige l'elenco di quanti entreranno in casa e di quanti

ne staranno fuori. Poi, tutto ciò passa, come un soffio....--

Cacciate le mani nelle tasche, Ettore s'avvicinò al quadro dei

disegni, osservandoli attentamente, come li vedesse per la prima

volta; non sembrava parlare che per sè, quasi senza guardarmi.

--Tutto questo non passerà,--dissi con intonazione ferma.

--E Angela Tintaro?--domandò Ettore d'improvviso, abbassando lo

sguardo su di me.

Io mi morsi le labbra. Angela Tintaro veniva in casa mia da qualche

tempo e Lidia le rendeva le visite; un piccolo incidente, una semplice

seccatura, causata dalla mia indolenza. M'era parso che le accuse

contro Angela Tintaro non fossero così provate da poterle sostenere e

da impedire a Lidia quella relazione.

--Una cosa ben diversa,--osservai.

--La medesima cosa, l'identica!--ribattè il Caccianimico.--È tanto

certo che la Uglio tradisce suo marito, quanto che la Tintaro seduce

le donne. Fra l'un vizio e l'altro, fra le due corrotte, non so come

tu possa fare un'eccezione per la seconda....--

Durante la breve pausa che seguì, mi domandai involontariamente se

Ettore avesse il diritto di parlarmi in tal modo. Ero rimasto, seduto

sul divano, attonito per il curioso indirizzo che la conversazione

aveva preso, e alla domanda appena concretata in mente mi vedevo

costretto a rispondere che Ettore poteva con arditezza giudicare e

criticare quanto avveniva in casa mia.

Solo volgendo il pensiero ad alcuni anni prima, la figura di Ettore

m'appariva assai più simpatica di quel che non fosse al presente.

L'uomo aveva forse avuto un'unica vera amicizia per me, un'unica

devozione per mio padre; più d'un viaggio in Italia e fuori era stato

fatto con lui; più d'un consiglio opportuno m'era stato dato da lui in

varî casi, e se io non aveva corriposto con pari affezione, ciò era

avvenuto pel leggiero disgusto che io provava nel vedere un uomo così

saggio per gli altri, così incoerente e lato di coscienza con sè

medesimo.

--Tu, dunque, mi consiglieresti di ricevere anche Laura

Uglio?--ripresi.

--Ma sicuro, ma indubbiamente,--egli rispose con una risata che non mi

piacque.--Non la riceviamo noi? Non la ricevono tutti? Vediamo: quante

persone veramente oneste possono entrare in una casa? Dieci, non di

più. E ogni casa ne riceve cento. Del resto, questa vecchia utopia del

considerar disonesta una donna perchè non si ferma al primo uomo,

dovrebbe far ridere oramai gli spiriti aperti e intelligenti.--

Andò allo scaffaletto in mogano, ne tolse una bottiglia e versandone

il liquore in piccoli bicchieri, me l'offerse.

--Mi pare,--dissi, riponendo il bicchiere sulla sottocoppa,--che tu

non abbia un umore eccellente.

--Pessimo,--rispose Ettore.--Sto per commettere una cattiva azione.

--Ci sei obbligato?

--Non avrei la forza d'evitarla. Sarà l'ultima.--

Pronunciò queste parole con amarezza, quasi l'idea di non avere a

commettere cattive azioni in séguito, gli dolesse infinitamente. Come

io sorrideva per la frase e pel modo con cui era stata pronunciata,

Ettore soggiunse:

--Tu puoi ben ridere.... Non sei felice? Non hai trovata la donna

unica per bellezza, per amore, per onestà? Non v'accordate nelle cose

più insignificanti?--

Ripetè, guardandomi fisso:

--Non sei felice?

--Senza dubbio,--risposi.

E notai che mentre formulavo tale affermativa, Ettore, ancora in

piedi, s'inclinò leggiermente dal mio lato, come per meglio afferrare

il tono di sincerità con cui accompagnavo le parole. Poi si ritrasse,

occupando nuovamente il suo posto innanzi alla scrivania, in modo che

la luce diurna solcò di tratti argentei i capelli bianchi e lunghi

dell'uomo.

--La signora Clara?--domandai, un po' impacciato dal silenzio che ci

minacciava.

--Sta bene.--

Io m'alzai in piedi, congedandomi. Sentivo, all'improvviso, una ferita

viva nel cuore per le teorie d'Ettore e per quella freddezza che senza

causa s'era d'un tratto infiltrata nella nostra conversazione; mi

scoprivo irritato contro il Caccianimico, il quale professava le sue

idee senz'alcun riguardo per me, che avevo moglie; e mi dimenticavo

che poco tempo addietro, mi ero invece irritato contro quelli i quali

non avevano osato professare le loro idee, appunto per tal riguardo.

Ettore m'accompagnò fino alla soglia di casa; mi vi trattenne un

istante in discorsi senza importanza; poi, scesi le scale, malcontento

di me e di lui.

Le giornate di marzo avevano una serenità fredda e tragica. Il cielo

azzurro non era tuttavia lieto e doveva riuscire terribilmente feroce,

a quanti soffrivano; di tanto in tanto, dei periodi di vento furioso

facevano discendere la temperatura, portavano ancora dei brividi, e

disordinavano le abitudini di chi aveva già salutata quella primavera

fallace.

Appunto in uno dei giorni in cui più forti soffrivo la molestia della

stagione e la paura del mio ozio,--mi rammentai d'un tratto che Laura

Uglio abitava sul corso Alessandro Manzoni, e una viva curiosità mi

spinse da lei.

Io non imaginavo come la donna avesse spiegato a Giorgio, suo marito,

l'indifferenza sorta fra lei e Lidia; non imaginavo che cosa ella

medesima pensasse di me; e per saper tutto questo, salii le scale

della sua casa, premetti il bottone elettrico, e mi trovai

nell'anticamera di Laura prima ancor di considerare quale accoglienza

mi aspettasse.

Laura riceveva, mi disse la cameriera, prendendomi il soprabito e il

cappello. E spalancò la porta a vetri che dava passaggio nella sala

ampia, soleggiata.... Un calore insopportabile mi afferrò sùbito alla

gola; era acceso il caminetto, e così carico di legna scoppiettanti,

come a pena era logico nel più immite gennaio...

Innanzi al caminetto stava Laura Uglio, ravvolta nella pelliccia. Ella

volse il capo al mio entrare, mi fissò un istante, dubbiosa; poi fece

una esclamazione di gioia, s'alzò, e mi corse incontro, lasciando che

la pelliccia le cadesse dalle spalle e s'arrestasse sui fianchi.

Era uno straordinario inganno del momento? un'illusione prodotta dal

luogo?... Io non trovava più sul suo viso quell'espressione cinica,

dura, spudorata, volubile, che m'aveva ferito a Pallanza; i suoi occhi

non avevano sguardi equivoci, il suo sorriso non era rapido, facile a

mutarsi in sogghigno. Si sarebbe quasi detto che una rigenerazione

fosse avvenuta nella donna e si trasfondesse in ogni linea del viso,

pallido ora, bene rischiarato da occhi tristi e grandi. Il vago

sentimento d'implorazione, che notavo in tutta la fisonomia di Laura,

era disceso alle labbra e le aveva come addolcite agli angoli, creando

nella bianchezza del volto una curva rossa e deliziosa di vita.

La massa di capelli bruni, ravvolta a diadema intorno alla fronte di

Laura, attirò ancora la mia attenzione, quasi fatto d'una gravità

nuova e pericolosa; avevano un colore sì schiettamente cupo, quei

capelli, che ne soffersi, come pel caldo esagerato della sala.

Tutto il colloquio sembrò prender l'intonazione da quell'effetto

inaspettato della bellezza di Laura. Ricordo ch'ella fu singolarmente

carezzevole, rimproverandomi la mia freddezza e quasi il disprezzo

ostentato altra volta; ch'ella mi domandò se non fosse divenuta

brutta, perchè era malata, e lo domandò con ansia in cui palpitava

tutta la sua apprensione di donna elegante; che io, per rassicurarla,

quasi mi lasciai sfuggire di bocca delle parole passionate, veementi;

e che avvedutomi del pericolo, troncai bruscamente la visita.

Poi, ebbi per l'intero giorno la sensazione della sua mano calda fra

le mie. Ero rimasto troppo vicino a Laura, guardandola con intensità,

nei momenti in cui non fissava gli occhi ne' miei; ora, quei capelli

bruni, quel viso pallido, quel corpo aggraziato, senza busto,--mi

spingevano a un atroce confronto con Lidia, non meno bella, più

giovane; ma bionda, fiorente di salute, fredda nell'animo, e mia.

Non trovavo agio in casa; l'angolo del salotto di Laura, nel quale

ella ed io eravamo rimasti a chiacchierare, mi pareva assai più

desiderabile che non l'intero mio appartamento.

Laura era malata; indubbiamente, poichè era sopravvenuta in lei quella

mutazione, così dolce.... Chi le era vicino?... Chi la confortava?...

Non aveva osato pregarmi di sacrificarle qualche ora; ella si

ricordava le scortesie di Pallanza, il ridicolo desiderio di

sfuggirla, mentre, infine, io l'aveva perduta pel primo, ed ella aveva

ben diritto a un posto nell'archivio del cuore....

Non avrei voluto essere vanitoso; ma, riandando gli atti e le parole

di Laura, mi convinsi ch'ella mi amava tuttavia e ciò mi trasse alle

labbra il più trionfale dei sorrisi....

Mentre io pensavo a questo, Lidia sul divano, sbadigliava, cercando di

farmi capire ch'era sofferente, molto sofferente, molto stanca, e che

la sua alcova sarebbe rimasta inaccessibile anche quella notte....

Il Designato: Romanzo · 第 24 / 36 题