Il romanzo di Gian Luigi Sideri era rimasto intonso alcuni giorni sul
mio tavolino da lavoro; poi, nel cumulo di lettere e di giornali che
quotidianamente vi si deponevano, io non l'aveva più trovato,
senz'inquietarmene, poichè mi rammentava una delle prime cause di
broncio con Lidia e temevo che, leggendolo, rinascessero i sogni e i
rimorsi, or di nuovo snebbiati.
Fui quindi assai perplesso allorchè Gian Luigi Sideri comparve ad uno
dei nostri martedì. Io non aveva conoscenza delle frasi vaghe, usate
per un autore dagli ammiratori che non hanno letti i suoi libri; e se
anche tal vocabolario mi fosse stato familiare, mi mancava il coraggio
d'adoperarlo, non sapendo se Gian Luigi se ne sarebbe contentato o se
non, piuttosto, avrebbe volute le impressioni particolari delle varie
scene e dei caratteri descritti.
Gian Luigi tornava dalla Riviera Ligure, ove la leggenda lo figurava
occupato in nuovi lavori; ma l'aspetto sano, la tinta viva, l'occhio
limpido, il sorriso tranquillo che vi aveva acquistati, mi sembravan
resultare da un larghissimo ozio, meglio che dal lavorio
intellettuale.
S'inchinò due volte innanzi a Lidia; una volta innanzi alle altre
signore; delibò compiacente le lodi degli amici e si divertì a
lasciarsi osservare come persona assicurata ai posteri; finì
coll'accomodarsi sul divano, di fianco a Lidia.
Gian Luigi aveva una statura più bassa della media; ma non era tozzo e
non produceva effetto sgradevole; anzi, la esiguità delle forme gli
prestava un che di svelto e d'arguto, certamente simpatico. Bruno,
dagli occhi grigi; testa proporzionata, fronte alta, significante
capacità d'intelletto; labbra sensuali e colorite, indicatrici di
tendenze epicuree; baffi ritti e puntuti, a cagion della moda. Egli
vestiva con gusto e senza la cura minuziosa dell'uomo incapace ad
altro; come dissonanza inevitabile in ogni cosa sua, portava quel
giorno una cravatta gialla, di foggia molto discutibile.
Fugacemente notai che, seduto a fianco di Lidia, Gian Luigi si trovava
in posizione svantaggiosa, perchè appariva più piccolo della donna.
Io era tuttavia sotto l'impressione della festa di ballo e delle sue
conseguenze con Lidia; rispondevo male alle interrogazioni che mi si
facevano e se non fosse stata la visita di Gian Luigi avrei raggiunte
le mie camere al primo pretesto.
Guardavo le donne.
Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho
dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel
cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente
oggi, a distanza d'anni, direi quasi con un semplice corrugar di
ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.
Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le
quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le
non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca
espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi
loquaci, e mancavan d'ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura
elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento
d'un artista che lo scalpello ha tradito.
E mi volgevo alle altre,--poche, tre o quattro,--nelle quali v'era
armonia e disposizion di forme da sostenere un'analisi, dopo aver
soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza;
forse m'erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia;
ma tutte, a una, a una, rappresentavano l'altra, l'incognita, la donna
su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi
lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.
Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere
il posto di Lidia; e,--ammettendo per un istante una concessione al
potente bisogno di cambiare,--sentivo che avrei avuto il cattivo
coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi
si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine,
io sarei stato capace di dire: «Vi voglio, non già perchè siete voi;
ma perchè non siete Lidia».
Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad
apprezzarla.
Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza
loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di
Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo
studiare, provando certi curiosi impeti d'afferrarle alle spalle e di
rovesciar loro la testa all'indietro, per baciarne la gola bianca.
Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente;
perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir
me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie
prestabilite dal mondo,--avevan finalmente trovate e la definizione e
la categoria, mettendoci con un gemito fra gli «esemplari»; quel
giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme
dell'esemplarità.
La fiamma d'un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d'una di
quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle
ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli
omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di
costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era
contrazion di muscoli, ma lene conquista d'espressione, di cui la
bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli
altri.
La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e
di fronte a me, ch'ero all'altro lato; ma ella teneva il capo rivolto
a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian
Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi
celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar
Lidia e Gian Luigi.
Parlavano di letteratura.
--Il suo romanzo mi ha veramente entusiasmata,--diceva Lidia a Gian
Luigi.--Tutto vi è nuovo; dal titolo al pensiero che vi domina fino
alla chiusa. L'ho letto due volte.--
Io non sapeva fin allora quale dovesse essere la vendetta che Lidia mi
aveva minacciata; ma ero stato tranquillo, pensando che forse non la
sapeva nemmen lei. Avevo osservato semplicemente, da quella notte di
sabato al martedì, una durezza insolita nelle parole della donna,
qualche sarcasmo su tutto quanto la circondava, e sebbene io non fossi
personalmente attaccato, indovinavo che il sarcasmo e la durezza eran
per me e non avrebbero tardato a trovare il loro indirizzo preciso.
Nel veder Lidia così cortese verso Gian Luigi, mi si delineo alla
mente, chiara ed innegabile, l'essenza della vendetta promessa; e ne
sorrisi, trovando ch'era un po' vecchia. Lidia si riprometteva
d'eccitar la mia gelosia, come aveva imparato assistendo alle commedie
d'antico repertorio; non le negavo la capacità a fingere la sua parte
con maravigliosa intuizione; bensì, negavo a' suoi sforzi l'esito
ch'ella ne sperava.
Io non sarei stato geloso di simpatie volute; ella, dopo la sua
rappresentazione, avrebbe semplicemente ottenuto di allontanarmi da
lei, e di farsi considerare piuttosto volgaruccia nelle sue trovate.
--Ho scritto _come dettava dentro_,--rispose Gian Luigi.
--Secondo il sistema di Dante Alighieri,--notai, sorridendo.--È ancora
discreto. Io non ho letto il tuo romanzo, perchè sono....--
Stavo per dire: _occupatissimo_, il che avrebbe servito a confermar la
definizione di marito esemplare; ma mi corressi a tempo, e continuai:
--Perchè sono un po' impaurito da quel tremendo titolo: _Il lastrico
dell'Inferno!_ Ci ho pensato, e mi è parso conveniente sentir prima le
impressioni di mia moglie.
Mi accorgevo d'aver detto un mucchio di sciocchezze, secondo la
fatalità di chi sbaglia dal principio; e non mi restava che sperare in
un aiuto di Lidia. L'aiuto venne così:
--Tua moglie,--disse Lidia con quell'ombra di sarcasmo che rimaneva
tra me e lei,--tua moglie ti ha consigliato più volte a leggere quel
bellissimo romanzo. È tutto imperniato sull'adagio: _di buone
intenzioni è lastricato l'inferno_; e pieno di sapore filosofico.--
Lidia non m'aveva mai parlato di quel libro; non solo; io ignorava
perfino lo avesse letto.
Ella non poteva quindi mentire con maggiore impudenza e con fine più
crudele; fui preso da una terribile vertigine di smascherarla, ma non
soccorrendomi sùbito una frase elegante e velenosa, che rimanesse tra
me e lei come il suo sarcasmo, trovai miglior partito rispondere a
Gian Luigi:
--Un'idea curiosa e originale, davvero! Di buone intenzioni è
lastricato l'inferno! Certo, se ne può fare un poema d'angoscia o un
capolavoro di satira....
--È l'una e l'altra cosa,--disse freddamente Lidia, colla tranquillità
delle donne che non han mai capito nulla.
Gian Luigi fece un gesto, sorridendo, quasi a declinar l'elogio
smisurato.
--Mi son guardato intorno, ho cercato di dire la verità; ed ecco
tutto!--egli concluse modestamente.
--Ed ora, sta preparando qualche cosa di nuovo?--domandò la bruna,
seduta presso il caminetto.
--No: sono piombato nell'ozio più vergognoso,--disse Gian Luigi
volgendosi verso di lei.
Non so come, respirai di piacere. Gian Luigi oziava; ciò me lo rendeva
simpatico.
--È stato a Sestri, non è vero?--chiese Lidia.--Me lo annunciò Sergio.
--Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz.--
M'ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i
cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: «Sì, fratello: io
seguo il mio triste destino d'appassionata». E di quegli occhi, di cui
credevo aver tradotta finalmente l'espressione, io studiava i
possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell'angolo, ov'era
Lidia, continuasse il discorso d'ammirazione e di vanità.
Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l'ombra serale
precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto
la bruna dal sorriso consolatore, e l'altra dagli occhi mesti.
Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo.
Donna Teresa era rimasta a casa, un po' indisposta. E un penoso
silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro
in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.
Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della
forchetta; assaggiava appena le vivande ch'ella medesima aveva voluto
le prescrivesse il medico, perchè ormai l'anemia e la malaria
dominavan la sua vita; e benchè io l'avessi più volte interrogata, non
aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le
labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.
--Vediamo, figli miei,--disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e
me.--Che cos'avviene?
--Niente!--dissi io.
--Niente!--disse Lidia.
--Come, niente!--esclamò Pietro con la sua logica di ferro.--Niente
produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è
l'effetto!
--Un broncio? Ma non siamo stati mai di migliore accordo!--io risposi.
--Mai, proprio mai!--confermò Lidia, terminando con attenzione la
curva d'un geroglifico.
Pietro s'accarezzò i favoriti, come quando stava per dire qualche
bella cosa.
--Trovate il modo d'intendervi su questi _niente_ così
disastrosi,--egli consigliò.--A' miei tempi non s'usavano!--
Quindi passò a raccontar di nuove instanze che la Casa commerciale di
Cairo gli faceva, obbligandolo a prendere una decisione.
--Quando entreresti in carica?--domandò Lidia.
--Fino al prossimo anno non se ne parla, rispose Pietro,--ma capisci
--che una volta data una promessa, il tempo non conta, e un uomo serio
--deve mantener la parola.--
Io non feci alcuna osservazione, credendo aver bastantemente criticato
quel disegno assurdo di lasciar l'Italia e di correr venture a
cinquantasei anni, pel solo ùzzolo della novità; anche Lidia tacque.
Nell'appressarmi alla finestra, levate le mense e restando Pietro e
Lidia innanzi alla tavola,--lo spettacolo della sera, già assai dolce
e limpida, m'istigò un vivo desiderio d'uscire e veder gente.
Le carrozze passavan numerose, coi lucidi fanali proiettanti,
nell'amplissima via; correvano a trasportar uomini e donne al piacere
e alla soddisfazione di mille vanità, cui avevo imparato a irridere
senz'esser convinto del loro nulla. Mi scoprivo d'un tratto ancor
troppo giovane per rinunciarvi e, in fondo, l'innocenza di quei
godimenti mondani, creati per vedere un poco e per esser molto
veduti,--mi sembrava il loro più bello elogio; non s'era mai sentito
dire che, all'uscir da una festa o da un teatro, le signore avessero
abbandonato il marito per cader fra le braccia degli ammiratori;
bensì, ai teatri e alle feste, si tessevano le fila prime degli
inganni: ma se le feste e i teatri non fossero stati, gl'inganni non
si sarebbero tessuti egualmente? L'indole è tutto.
Una sola occhiata a Lidia mi persuase che avrei parlato indarno.
Ella andava irrigidendosi ogni giorno più nella risoluzione di
sfuggire il mondo; e come il passato carnevale s'era sottratta agli
inviti, ora si sottraeva a qualunque proposta di svago. Varie amiche
l'avevan pregata di prender parte a delle gite; la campagna nei
dintorni di Milano, che lasciava il suo manto invernale per
ricolorirsi a poco a poco, era deliziosa, e allettava a farvi delle
escursioni; ma Lidia aveva da qualche tempo assunto per divisa il
motto: questo m'è indifferente,--ch'ella ripeteva a frustrar
qualunque insistenza.
Non partecipai, dunque, la mia idea a Lidia, acconciandomi a subire la
conversazione di Pietro. Egli difendeva il Ministero; dacchè io lo
conosceva, Pietro non aveva fatto di meglio, ne' suoi discorsi di
politica; taceva solo fra una crisi parlamentare e l'altra; quando il
Ministero era costituito, se ne estasiava, ripetendo le considerazioni
dei giornali officiosi, quantunque pochi giorni avanti si fosse
estasiato d'un Ministero affatto opposto. Ma Pietro Folengo era
ministeriale per costituzione psicologica e avversarlo sarebbe stato
come fargli un salasso.
Alle undici se ne andò; sùbito, Lidia mi disse:
--Vado a letto; mi sento poco bene.--
Si levò dalla sedia con apparente fatica, e finse trascinarsi fino
alla soglia della sua camera. Qui, si rivolse e appoggiò una mano alla
fessura della finestra, ch'era nell'angolo.
--Queste serramenta,--disse,--non potrebbero essere più cattive.
Soffiano aria da ogni dove.--
Tossì, portandosi il fazzoletto alla bocca, e uscì con andatura
stanca.
Le parole eran quelle; ma il loro significato particolare m'era
sufficientemente noto per non prendere abbaglio; senza muovermi dalla
mia sedia, io sapeva che le serramenta funzionavan benissimo e che
l'aria non vi soffiava punto, e che Lidia non era affaticata nè
indisposta. Ogni sera, le parole mutavano, ma rimaneva il loro
significato di preghiera; Lidia non voleva essere disturbata; la sua
alcova era chiusa per me.
Da parecchio, ella non desiderava più il mio amore; ma era obbligata
ad aspettare che io desiderassi il suo; leggiera prostituzione,
inevitabile in tutte le buone famiglie amiche della quiete, nelle
quali la donna si concede fredda per adempiere a' suoi doveri e non
obbligare l'uomo a cercarsi una femmina altrove.
Lidia non mi conosceva così da indovinare che tale sommissione mi
faceva somigliar la donna a una specie di medicinale vivente, di cui
si prendon quelle dosi notturne che riescano a calmare i nervi; e non
conoscendomi, l'ora di ritrarsi nella sua camera sembrava penosissima
a Lidia; non si coricava più per riposare, ma perchè si sentiva poco
bene; evitava d'incontrare i miei sguardi per timore di leggervi una
domanda; talvolta faceva la storia delle sue indisposizioni; non si
decideva a muoversi se non ben certa ch'io era compreso di tanti
malanni.
Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia
volta o non usciva di casa, prima d'esser passato nella camera di
Lidia a salutarla.
Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti.
Io m'avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai
guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza
dubbio, ricco di luce e d'ombra.
Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L'astuta cameriera, un tipo
segaligno di giovane trentenne,--conoscendo, i nostri usi dei migliori
tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo
abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona,
osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel
quale Lidia non si sentiva poco bene.
--Vuoi leggere?--domandai, accennando il volume.
--Ah no, mio Dio!--esclamò Lidia.--Mi farebbe male alla testa.
--Buona notte.
--Buona notte.--
Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo.
Quell'esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.
--È inutile,--dissi,--tutto questo apparato. Lo so.
--Che cosa?--fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce.--Che cosa
sai?--
Mi strinsi nelle spalle, incamminandomi verso l'uscio.
--Favorisci un istante,--ripetè Lidia.--Che cosa sai?
--Il significato di queste malattie d'imaginazione,--risposi, nel
mentre mi fermavo e mi rivolgevo.
--Malattie d'imaginazione! L'anemia.... la malaria?...
--No; la freddezza, la stanchezza, la ripulsione. E dico
ingiustamente: _malattie_; perchè questi sentimenti sono
naturalissimi, d'una fisiologia irreprensibile....
--Ah ecco! La solita. Noi siamo malate, e loro pretendono una salute
di ferro, un'invariabile disposizione a subire i loro capricci!
--È strano,--dissi,--come tu abbia già appresa la logica delle signore
maritate, e il giro del periodo _ad hoc. Noi; loro; i signori uomini;
se facessimo noi altrettanto_; frasi di prammatica.
--È vero o no,--rispose Lidia,--che tu mi vorresti come nei primi
tempi?
--Come nei primi tempi!--esclamai, preso dalla nostalgia.--Se ciò
fosse possibile....
--Ma ciò non è possibile, amico mio,--finì Lidia.--Perchè io ora sono
malata.--
M'appressai di nuovo al letto, strinsi la mano di Lidia e la baciai;
poscia uscii, mentre Lidia, dimenticando il mal di testa paventato, si
disponeva a leggere tranquillamente il romanzo francese.
Ettore Caccianimico aveva previsto tutto ciò da un pezzo.
Noi ci eravamo amati troppo in fretta.